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INTERVISTA A PADRE BLET

Pio XII filonazista? Accusa infondata
di Paolo Casu
       

   Jesus n. 2 febbraio 2000 - Home Page

Il 20 luglio del 1942 i vescovi olandesi rendono note, in una lettera pastorale, le proteste sollevate congiuntamente con i capi delle Chiese protestanti contro la deportazione degli ebrei. La vendetta nazista cala come una mannaia meno di una settimana dopo. Il 26 luglio, 156 ebrei cattolici vengono rastrellati e condotti nei campi di sterminio. Fra questi anche la filosofa tedesca Edith Stein – divenuta suora carmelitana –, recentemente canonizzata da Giovanni Paolo II e proclamata compatrona d’Europa. Questo era il prezzo da pagare per ogni pubblica protesta contro la barbarie nazista. «Ogni parola da noi rivolta a questo scopo alle competenti autorità, e ogni nostro pubblico accenno», dice Pio XII nel discorso ai cardinali del 2 giugno 1943, «dovevano essere da noi seriamente ponderati e misurati nell’interesse dei sofferenti stessi, per non rendere, pur senza volerlo, più grave e insopportabile la loro situazione».

A ricordare e sottolineare questa tesi è il gesuita Pierre Blet. Nato nel 1918 in Normandia, è l’ultimo sopravvissuto dei quattro autori di un’opera monumentale, i dodici volumi degli Actes et Documents du Saint-Siège relatifs à la Seconde Guerre mondiale, che sono stati riassunti nel volume Pie XII et la Seconde Guerre mondiale d’aprés les archives du Vatican, pubblicato nel 1997 dalla Librairie Acadàmique Perrin. L’opera è stata tradotta in italiano da Emilia Paola Pacelli e pubblicata alla fine dello scorso settembre dalle edizioni San Paolo.

Incontriamo padre Blet a Roma, nella sua stanza al quarto piano della Pontificia Università Gregoriana, dove vive e prepara le sue lezioni di Storia moderna.

  • L’amicizia di Pio XII per il popolo tedesco legittima il sillogismo che lo vorrebbe trasformare in un amico dei nazisti e, conseguentemente, in un nemico degli ebrei?

«Questa (sorride padre Blet, guardando una fotocopia di Le Figaro) è la stessa domanda che è stata fatta per prima durante un’intervista a uno storico protestante molto famoso in Francia. Il fatto che il Papa fosse amico dei tedeschi non significa che fosse amico dei nazisti. È vero invece il contrario. Pacelli visse per dieci anni in Germania come nunzio, aveva amici tra i vescovi ma anche tra i laici. I vescovi suoi amici erano oppositori del regime nazista: il cardinale Konrad von Preysing, vescovo di Berlino, ma anche lo stesso cardinale Adolf Bertran, arcivescovo di Breslavia. Quest’ultimo era un po’ più prudente nell’opporsi a Hitler, perché – diceva – il nazismo è arrivato al potere in modo legale. Ma questa non era solo l’opinione di Bertran. Da ragazzo ho visto spesso citato un giornale americano che diceva: "Dopo tutto Hitler è stato confermato con un referendum che gli ha dato una maggioranza schiacciante, quindi si tratta pur sempre di democrazia"».

  • Ma la posizione personale di Pacelli qual era in realtà?

«Il mio libro si basa sullo sforzo di fondare tutto sui documenti. Ma farò un’eccezione – non contenuta nel libro – che mi sembra abbia un certo valore. Padre Robert Leiber, segretario privato di Pio XII, mi raccontò che durante un pranzo a cui Pacelli, allora segretario di Stato, fu invitato da François Charles-Roux, ambasciatore di Francia presso la Santa Sede, uno dei figli del diplomatico disse che era meglio avere al potere in Germania un pittore come Hitler, piuttosto che i generali prussiani. E Pacelli rispose: "Voi non sapete che cosa dite. I generali prussiani hanno sicuramente i loro difetti, ma questa gente (i nazisti, ndr) è diabolica».

20 luglio 1933: il nunzio a Berlino, monsignor Eugenio Pacelli (il futuro Papa Pio XII), firma il Concordato con la Germania nazista.
20 luglio 1933: il nunzio a Berlino, monsignor Eugenio Pacelli
(il futuro Papa Pio XII), firma il Concordato con la Germania nazista.

  • Questo atteggiamento risulta anche dagli atti ufficiali del cardinale Pacelli?

«Certo. Per comprendere i suoi rapporti col nazismo basta leggere le note che inviava dalla Segreteria di Stato all’ambasciatore tedesco Diego von Bergen. Sono molto energiche. Nel 1937 l’arcivescovo di Chicago parlò molto duramente di Hitler: "È una cosa incredibile che un popolo intelligente sia ridotto in schiavitù da un mediocre pittore". Von Bergen mandò una protesta al Segretario di Stato. E Pacelli rispose: "Non sono abituato a prendere posizione di fronte a dicerie, senza un testo ufficiale. Ma, d’altro canto, io domanderei che cosa fa il Governo tedesco di fronte agli attacchi, alle ingiurie e alle calunnie che ogni giorno vengono riversate contro la Chiesa in Germania? Io faciliterò il compito di vostra eccellenza: il Governo tedesco non fa niente!"».

  • Quale fu il ruolo di Pacelli nella stesura della Mit brennender Sorge, l’enciclica di Pio XI, scritta nel 1937, in cui si condannava la prassi e la filosofia del nazismo?

«Non tratto in modo ampio nel libro di questa enciclica perché fa parte del periodo in cui Pacelli era segretario di Stato. Ma è di capitale importanza. La parte dogmatica – quella che oppone la dottrina cristiana della creazione e della redenzione operata da Cristo al neopaganesimo nazista – fu scritta dal cardinale arcivescovo di Monaco Michael von Faulhaber, su incarico di Pacelli. La redazione finale fu affidata a Kaas (presidente del Partico cattolico tedesco) e a padre Leiber. Ed è chiarissimo il significato della protesta dell’ambasciatore von Bergen: "Questa enciclica, come anche le note della Segreteria di Stato, mostrano che la Santa Sede non vuol capire la mentalità del nazionalsocialismo e che non ha per esso nessuna benevolenza". Dunque von Bergen riconobbe che fra l’enciclica e le note di Pacelli c’era dietro la stessa mano».

  • Perché nelle polemiche su Vaticano e nazismo non si parla mai di quella enciclica?

«È un espediente che consente di distinguere fra un energico Pio XI e un Pacelli debole di fronte al nazismo. Papa Achille Ratti decise la stesura della Mit brennender Sorge. Ma poi non se ne occupò. Padre Leiber mi raccontò che l’enciclica fu pubblicata subito dopo una sommaria lettura di Pio XI, senza apportare nessuna modifica. Forse Pacelli non scrisse nemmeno una parola dell’enciclica, ma possiamo dire con certezza che è sostanzialmente opera sua».

  • In che senso?

«Lui sovraintese a tutte le fasi di stesura, lui diede le indicazioni sui temi, soprattutto sull’applicazione del Concordato del 1933 fra la Germania e il Vaticano. "Si dovrà riconoscere – dice la Mit brennender Sorge – con stupore e con intima ripulsa, come dall’altra parte (il Governo dei Reich, ndr) sia stato eretto a norma ordinaria lo svisare arbitrariamente i patti, l’eluderli, lo svuotarli e finalmente il violarli più o meno apertamente". Poi c’è una frase durissima chiaramente indirizzata al Führer: "Anche se un uomo identifica in sé ogni sapere, ogni potere e tutta la potenza materiale della terra, non può gettare un fondamento diverso da quello che Cristo ha gettato. Colui quindi che con sacrilego disconoscimento della diversità essenziale tra Dio e la creatura, tra l’Uomo-Dio e il semplice uomo, osasse porre accanto a Cristo, e ancora peggio sopra di Lui o contro di Lui, un semplice mortale, fosse anche il più grande di tutti i tempi, sappia che è un profeta di chimere, al quale si applica spaventosamente la parola della Scrittura: "Colui che abita nel Cielo, ride di loro"».

Paolo Casu
    

Papa Pio XI.Papa Pio XI, al secolo Ambrogio Damiano Achille Ratti, sedette sul soglio di Pietro dal 1922 al 1939, il periodo tra le due guerre, che segnò l’ascesa dei regimi fascisti europei. Pur condannando gli estremismi razzisti e le intemperanze nazionaliste di tali ideologie, Pio XI fu anche l’artefice di una politica di compromesso che portò ai Patti Lateranensi, nel 1929, e al Concordato con il Terzo Reich (1933).
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