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REPORTAGE
SICILIA

INTERVISTA
ELIAS CHACOUR

REPORTAGE
CAMPANIA

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IL G8 DEI CARDINALI

REPORTAGE - Sicilia

SENTINELLE DI DIO SULLA FRONTIERA SUD

di ILARIA SESANA- foto di ALFREDO D’AMATO/PANOS

Sul margine meridionale dell’Europa, non è solo Lampedusa ma l’intera Sicilia a essere investita dall’ondata dei migranti. Per questo, sulle coste dell’isola un manipolo di religiosi si batte da tempo per accogliere chi scappa da fame, guerre e dittature.

«Ho capito realmente cosa è la Chiesa una sera in cui sono sceso a controllare come si erano sistemati i ragazzi per la notte. Il russare di decine di persone riempiva la navata. Da quel mare di teste e di corpi emergevano solo l’altare e il Crocifisso, immenso. Con le braccia spalancate come se fosse lì per proteggere quei ragazzi: Ora sono arrivati a casa. Guai a chi me li tocca». Padre Carlo d’Antoni accenna un sorriso. Da ventitré anni l’indirizzo della sua parrocchia gira (via sms) tra le comunità di migranti della Sicilia e dell’Italia intera: sanno che a Bosco Minniti, piccola parrocchia alla periferia di Siracusa, possono trovare accoglienza e un porto sicuro. Per chi ha bisogno, la porta che dà sul giardino è sempre aperta. Basta salire due scalini, girare la maniglia ed entrare. C’è chi chiede un pasto caldo, chi un letto per trascorrere la notte, chi ha bisogno di un aiuto per districarsi nella complessa burocrazia italiana per rinnovare il permesso di soggiorno. Non ama le liturgie, padre Carlo. Preferisce rimboccarsi le maniche, allestire letti per la notte, dare una mano nella preparazione dei pasti, discutere con i funzionari negli uffici pubblici per risolvere piccole e grandi grane burocratiche. Ma soprattutto ama sedersi accanto ai suoi ospiti, la sera, condividere con loro un pezzetto di strada e di vita. «Non sono immigrati, non sono profughi e, men che meno, sono clandestini», scandisce. «Sono persone con un nome e un cognome, che hanno un vissuto alle spalle e una storia che vorrebbero continuare a scrivere per sé e i propri figli».

Un profugo erittreo ospitato in una chiesa di Palermo convertita in centro di accoglienza.

Un profugo eritreo ospitato in una chiesa di Palermo convertita in centro di accoglienza.

Impossibile avere una stima precisa di quante persone siano passate da Bosco Minniti in questi vent’anni: «I ventimila li abbiamo certamente superati». La parrocchia è attrezzata con un centinaio di posti letto, ma quando c’è bisogno si dorme ovunque: nei giorni più difficili la navata della chiesa è diventata dormitorio e sala da pranzo. Ma anche salone delle feste dove celebrare il capodanno etiope, il Natale, la fine del Ramadan. La specificità di questa parrocchia però non si limita ai posti letto e ai pasti caldi. «Non siamo protezione civile, siamo essenzialmente Chiesa», sottolinea padre Carlo. «Una comunità cui anche tu appartieni: entra ’mpare, siediti a tavola, quello che ho lo divido con te. E parliamo».

Nella foto a destra: padre Carlo d’Antoni in un bar di Siracusa in compagnia dii alcuni immigrati

Nella foto a destra: padre Carlo d’Antoni in un bar di Siracusa in compagnia dii alcuni immigrati.

Anno dopo anno, emergenza dopo emergenza, la parrocchia di Bosco Minniti è in prima fila per accogliere chi arriva in Italia per sfuggire da una guerra, da una carestia, dalla dittatura. E come padre Carlo, sono tanti i parroci e i religiosi che vivono sulla frontiera sud dell’Europa. Come don Stefano Nastasi, parroco di Lampedusa, anima di una comunità piccola, complessa e sempre accogliente. E che lo scorso 3 ottobre, con il naufragio che ha provocato la morte di quasi 300 persone, ha vissuto il suo momento più difficile. O come don Gianluca Manenti, giovane parroco della chiesa di San Gaetano a Portopalo di Capopassero (Siracusa), che durante i giorni più difficili dell’emergenza-sbarchi ha aperto le porte dell’oratorio per accogliere i profughi soccorsi in mare e portati in città.

Don Beniamino mentre gioca a calciobalilla con altri giovani ospiti del suo centro.

Don Beniamino mentre gioca a calciobalilla con altri giovani ospiti del suo centro.

Sono Chiese coraggiose e tenaci che non hanno mai dimenticato cosa significa piangere, ovvero «patire con» come ha ricordato papa Francesco nel corso del suo viaggio a Lampedusa dell’8 luglio scorso. Chiese che non sono state toccate dalla globalizzazione dell’indifferenza ma che hanno scelto di restare accanto ai lebbrosi del XXI secolo. «Da quando c’è questo Papa io mi sento molto meglio. Perché cominciavo a perdere completamente la fiducia in questa Chiesa. Papa Bergoglio ci aiuta a capire che forse non eravamo pazzi», dice padre Carlo. Un messaggio, quello di papa Francesco, giunto alla vigilia di un’estate particolarmente complessa. Nel corso del 2013 sono arrivati in Italia circa 25 mila migranti, uomini e donne in fuga dalle zone più calde del pianeta: Eritrea, Somalia, Etiopia, Sudan, Egitto e Siria. Solo in provincia di Siracusa, tra il 1° gennaio e il 16 settembre 2013 sono arrivate circa 9 mila persone, tra cui 5 mila siriani in fuga dalla guerra. Siracusa, Portopalo e le altre località della Sicilia orientale, che negli anni passati erano rimaste ai margini della cosiddetta «emergenza-sbarchi » si sono ritrovate nell’occhio del ciclone. E se negli anni scorsi la maggioranza dei migranti erano giovani uomini provenienti dal Nordafrica o dai Paesi a sud del Sahara, oggi i profughi sono soprattutto mariti e mogli, donne incinte, bambini e ragazzini spaventati. Persone che avrebbero bisogno di un’accoglienza specifica, ma raramente la trovano: vengono parcheggiati in centri di accoglienza temporanea, vecchi mercati ittici, palestre. E così, dopo essersi lavati e rifocillati, si mettono nuovamente in viaggio per raggiungere il Nord Europa.

Una volontaria dà lezioni di italiano agli immigrati nella chiesa di Bosco Minniti

Una volontaria dà lezioni di italiano agli immigrati nella chiesa di Bosco Minniti

«Non possiamo far finta di non sapere che disperati con a seguito bambini e neonati vivono come invisibili, nel vuoto dei diritti», si legge nel documento diffuso dall’ufficio Migrantes della diocesi di Siracusa. Poco tempo dopo anche il vescovo, monsignor Salvatore Pappalardo, ha chiesto a tutte le comunità ecclesiali sul territorio di coordinarsi per supportare il lavoro di accoglienza: «Occorre con urgenza estrema che ci smuoviamo dall’indifferenza e che comunità e gruppi facciano qualcosa». E ha stilato – concretamente – l’elenco di ciò che serve: volontari, alimenti, biancheria intima, vestiti e prodotti sanitari. Anche se è difficile stimare l’effettiva portata di questo appello, molte piccole tracce sono state lasciate lungo la strada. «Da padre Enzo, una pedana d’acqua. Da una famiglia, dieci chili di riso e pasta...»: sulla scrivania di padre Carlo un foglio elenca 27 fra parrocchie e privati cittadini che hanno risposto, con i fatti, all’appello del vescovo. «Riceviamo spesso chiamate da parrocchie nei dintorni di Siracusa che hanno fatto raccolte di abiti da consegnarci », racconta suor Alessandra Marin mentre ripone un grosso pacco giallo pieno di indumenti che, in questo caso, gli è stato spedito da Milano. «Quest’anno, per le strade della nostra città, la gravità della situazione era drammaticamente visibile. Così, come suore francescane di Maria, ci siamo interrogate su cosa potessimo fare per andare incontro alle esigenze di queste persone», spiega la religiosa di origine veneta, che da sei anni vive e opera a Siracusa.

Uno degli ospiti del centro di accoglienza gestito da padre Carlo d’Antoni

Uno degli ospiti del centro di accoglienza gestito da padre Carlo d’Antoni

La comunità di suore è impegnata da tempo in un progetto di accoglienza per famiglie e donne in condizioni disagiate. E così, ai primi di luglio, le religiose hanno messo a disposizione della Prefettura i 16 posti letto della loro piccola struttura: sei ore dopo il primo gruppo di profughi era di fronte alla loro porta. «In circa tre mesi abbiamo ospitato una sessantina di persone», calcola suor Alessandra. Tanti, soprattutto i siriani, hanno preferito ripartire dopo poche ore, altri profughi invece hanno scelto di restare. Fra loro, un ragazzino eritreo che ha alle spalle un viaggio lungo tre anni attraverso l’Etiopia, il Sudan, il deserto e le carceri libiche. «Sua madre lo ha spinto a partire per salvarlo da un destino di bambino soldato: nel suo Paese tutti i ragazzi sono destinati a un lunghissimo servizio militare», spiega la religiosa. «Ora dobbiamo capire quale sia la strada migliore per lui». La sfida più grande è non farsi sopraffare dall’ansia dell’emergenza. Un letto e un pasto caldo possono bastare per il primo giorno, ma l’accoglienza è qualcosa che va ben oltre: «Bisogna rispettare i diritti e la dignità di ciascuno. Garantendo i giusti spazi e i giusti tempi», sottolinea la religiosa.

Due ragazzi stranieri accolti da don Beniamino Sacco a Vittoria

Due ragazzi stranieri accolti da don Beniamino Sacco a Vittoria

Stare sulla frontiera sud dell’Europa non significa rimettere in gioco ogni giorno la sfida dell’accoglienza. «Noi siciliani per l’ospite siamo capaci di fare i salti mortali. Ma per farlo dobbiamo scoprire la dignità dell’ospite. E troppo spesso si guarda ai migranti non come ospiti, ma come persone che vengono a invadere il nostro territorio». Don Beniamino Sacco è parroco in «una parrocchietta di periferia» a Vittoria, popoloso comune nel Ragusano. Ogni notte allo “Spirito Santo” trovano ospitalità una sessantina di persone e ogni giorno si preparano circa 200 pasti caldi, ma i bisogni del territorio sono enormi: «C’è un fiume in piena di famiglie che chiedono cibo, vestiti, coperte e persino candele per illuminare i casolari in cui vivono», spiega don Beniamino. «Inoltre ogni mese distribuiamo pacchi di alimenti a 950 famiglie, in buona parte italiane».

Don Giuseppe Mazzotta e padre Demetrio Gedayh sulla banchina del porto di Augusta

Don Giuseppe Mazzotta e padre Demetrio Gedayh sulla banchina del porto di Augusta

A Vittoria vivono circa 12 mila immigrati su un totale di 60 mila abitanti. I primi ad arrivare, negli anni Settanta, furono i tunisini. Seguiti poi da albanesi, africani e, da ultimo, romeni e polacchi che ormai formano la maggior parte della manodopera nelle serre della cosiddetta «fascia trasformata» del Ragusano: una lunga lingua di terra che si snoda parallela alla costa che va da Acate fin quasi a Gela. Ma qui, diversamente da quanto avviene in altri contesti di sfruttamento agricolo, le donne che lavorano la terra sono particolarmente numerose. Una presenza che ha sconvolto la vita delle campagne, dove allo sfruttamento lavorativo si affianca sempre più spesso quello sessuale. «Nel nostro centro abbiamo accolto alcune donne che erano state lasciate qui da chi aveva abusato di loro», spiega don Beniamino. «Ma sono poche quelle che osano ribellarsi o denunciare: chi è in difficoltà spesso non ha nemmeno il coraggio di gridare. A meno che non trovi qualcuno che si faccia carico del suo grido».

Bacheca di immagini lasciate dai marinai al centro Stella Maris di Augusta.

Bacheca di immagini lasciate dai marinai al centro Stella Maris di Augusta.

Don Beniamino non si limita ad ascoltare le grida d’aiuto. «Ho anche fatto delle denunce e qualcuno è finito anche in galera», spiega asciutto raccontando la vicenda di una signora romena costretta a lavorare in serra per 16 ore al giorno e a subire le molestie del datore di lavoro. «Il quale pretendeva anche 400 euro al mese per l’affitto della baracca dove la donna viveva assieme al figlio e le aveva pure sequestrato i documenti », ricorda. Il sacerdote è stato il primo a denunciare pubblicamente quelli che chiama «festini agricoli», vere e proprie feste in cui proprietari e datori di lavoro mettono a disposizione di amici e conoscenti le proprie dipendenti. Baccanali che si svolgono nelle piccole aziende, nelle cascine isolate o talvolta in piccoli disco-bar poco frequentati che sorgono in aperta campagna. In questo contesto così intricato, i messaggi e le quotidiane testimonianze del Vangelo offerte da papa Francesco, rappresentano uno stimolo importante: «Il Papa», commenta don Beniamino, «resuscita nel sentimento religioso dei siciliani il bisogno di guardare gli altri con occhi diversi. Il Papa ci sta dicendo: picciotti, la fede non è un abito da indossare il giorno della festa. Ci sta sfidando ad aprire i nostri conventi, a trasformare le nostre comunità per farle diventare veramente accoglienti».

Nave cisterna nella rada di Augusta

Nave cisterna nella rada di Augusta

«Your home far away from home ». La tua casa lontano da casa. È il motto della Stella Maris, l’organismo ecclesiale che si occupa di apostolato del mare, in favore dei marittimi di tutto il mondo. Probabilmente i migranti più invisibili fra tutti. Ad Augusta trovano ascolto e accoglienza da don Giuseppe Mazzotta, sacerdote che da trent’anni si occupa dell’apostolato del mare: «I marittimi sono tantissimi, ma poco conosciuti», spiega. «Quando si pensa alle navi, si pensa alle merci che trasportano, alle rotte, ai problemi legati all’inquinamento. Mai ci si concentra sulle persone che su quelle navi ci lavorano ». Si tratta di uomini che vengono soprattutto dalle Filippine, dall’India, dall’Ucraina, dal Pakistan o dal Bangladesh, costretti a stare per mesi in mare (anche se oggi, complice la crisi, la durata media degli ingaggi si è accorciata), lontano dalla famiglia e dagli affetti. «La Chiesa è madre e deve esserlo anche per i naviganti», spiega don Mazzotta. «La sensazione più brutta, per loro, è quella di essere trascurati da tutto e da tutti. Hanno valore solo dal punto di vista economico, perché portano in patria valuta pregiata».

Un profugo etiope riposa in un centro di accoglienza cattolico a Palermo

Un profugo etiope riposa in un centro di accoglienza cattolico a Palermo

In passato, quando la situazione economica era migliore e le condizioni di lavoro a bordo meno stressanti, i marittimi avevano anche la possibilità di trascorrere un po’ di tempo a terra e frequentare i centri di Stella Maris (ad Augusta ce ne sono due: uno in centro, uno al porto). Oggi invece sono i sacerdoti a dover salire a bordo delle navi per incontrarli. «Portiamo loro le schede telefoniche per telefonare a casa, organizziamo un piccolo momento di preghiera con i cattolici. Mentre musulmani, ortodossi e hindu ci chiedono di fare due chiacchiere, ci mostrano le foto delle mogli e dei figli. Hanno bisogno di condividere le loro emozioni», spiega il sacerdote filippino padre Demetrio Gedayh, che da qualche tempo lavora accanto a don Mazzotta. «So che può sembrare una cosa da poco, ma il fatto che nel porto ci sia qualcuno che si ricordi di loro e li vada a trovare è molto importante », aggiunge padre Demetrio. «Hanno bisogno di relazioni gratuite, in cui ci si guarda negli occhi e si trascorre del tempo assieme, indipendentemente da interessi economici», riflette don Mazzotta. «Perché questi uomini sono immersi in una macchina fatta esclusivamente di interessi. Di cui loro rappresentano un semplice ingranaggio ».

Ilaria Sesana

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