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REPORTAGE - CAMPANIA

La Chiesa nella Terra dei fuochi

di NICOLA NICOLETTI – foto di GIULIO PISCITELLI / CONTRASTO

Le rivelazioni dei camorristi pentiti, le denunce di parroci e vescovi, i cortei dei cittadini: alla fine, l’emergenza ambientale in Campania è diventata notizia da prima pagina. Ma il dramma avveniva sotto gli occhi di tutti da anni. Che cosa ha fatto la Chiesa in questo tempo? Una inchiesta tra luci e ombre.

L’inceneritore di Acerra

L’inceneritore di Acerra

Sono state le dichiarazioni di un pentito, Carmine Schiavone, ex boss dei Casalesi, a far sì che qualcosa iniziasse a cambiare in Campania. A settembre, le confessioni del camorrista hanno rivelato nei dettagli quello che molti pensavano, da tempo, su un territorio che, di fatto, è in balìa della criminalità organizzata: non solo droga o pizzo, ma anche voto di scambio e corruzione politica. E tra le varie confessioni del collaboratore di giustizia – cui pare ne seguiranno altre di ex camorristi – sono emerse anche molte dettagliate notizie sull’interramento di rifiuti tossici. Così si è iniziato a scavare e, presto, come in una tragica caccia al tesoro, si è trovato. Di tutto. Siamo nell’area nord del Napoletano, ai confini con Caserta, lungo la strada che porta a Roma: territorio ricco di storia, prima normanno e poi angioino. Oggi ci passano file di camion carichi di spazzatura e, sulle piazzole di sosta delle strade, i sacchetti della “monnezza” giacciono in putrefazione. Qui i campi bruciano non per colpa del Vesuvio ma dell’uomo. La nuova peste avvelena l’aria: la combustione dei rifiuti, infatti, provoca esalazioni che ammorbano l’atmosfera. La «terra dei fuochi», la chiama Saviano in Gomorra. Un tempo, però, era la fertile «Terra di lavoro».

momenti della
manifestazione contro
i rifiuti speciali e i roghi
tossici avvenuta
a Casal di Principe
il 28 settembre scorso.

momenti della manifestazione contro i rifiuti speciali e i roghi tossici avvenuta a Casal di Principe il 28 settembre scorso.

Di fronte al montare dell’allarme sociale riguardo alla pericolosità per la salute delle discariche abusive, le risposte politiche sono state inconsistenti e vaghe. E così, dall’iniziale indifferenza la popolazione è passata alla protesta. Anche silenziosa, come quella di più di tremila persone che ad Aversa, nel mese di settembre, hanno organizzato una processione – la prima di una lunga serie – senza bandiere: solo mamme, vestite a lutto, con le foto dei bambini ammalati o morti a causa dell’inquinamento. In un comune come questo, abituato al mutismo e alla paura, è stato un fatto clamoroso. Sembrava un corteo delle madri argentine dei desaparecidos. Tra la folla di quella manifestazione c’era anche una rappresentanza della Chiesa locale. D’altronde, anche su alcuni terreni della diocesi sono stati trovati rifiuti interrati illegalmente, ci spiega don Giuseppe Esposito, responsabile dell’Ufficio diocesano per la salvaguardia del Creato. Da circa due anni ad Aversa è vescovo monsignor Angelo Spinillo. Dal suo arrivo, le cose sono decisamente cambiate in meglio. Prima di lui c’era monsignor Mario Milano, che si è dimesso nel 2011, quando mancava poco al pensionamento: un mandato, il suo, che aveva alimentato non poche critiche, dal silenzio sulla vicenda di un sacerdote condannato per pedofilia, all’oblio diocesano su don Peppino Diana, il prete ammazzato dalla camorra nel 1994 per il suo impegno antimafia.

momenti della
manifestazione contro
i rifiuti speciali e i roghi
tossici avvenuta
a Casal di Principe
il 28 settembre scorso.

momenti della manifestazione contro i rifiuti speciali e i roghi tossici avvenuta a Casal di Principe il 28 settembre scorso.

Arrivato dalla tranquilla diocesi di Teggiano-Policastro, monsignor Spinillo si è mosso con discrezione, ma in maniera netta e inequivocabile, nel contrasto alla mentalità mafiosa. «Davanti a un’azione di prepotenza che danneggia l’intera comunità, il silenzio non è solo il segno di un comprensibile atteggiamento di paura. È molto di più. Il silenzio è spesso l’espressione di un vivere nell’indifferenza, nel disinteresse per tutto ciò che non ci appartiene direttamente, per tutto ciò che è pubblico, per tutto ciò che è il bene comune », ha scritto il vescovo nella lettera pastorale Chiamati a custodire la vita. «Per troppo tempo abbiamo tacitamente approvato chi sempre agisce, con furbizia e con prepotenza, a proprio vantaggio e a danno degli altri». Parole chiare, quelle del vescovo di Aversa, che attualmente è anche vicepresidente della Cei per il Sud Italia, per spiegare un dramma complesso. Il fatto è che negli ultimi decenni questo pezzo di Campania è diventato un’enorme discarica a buon mercato, l’hard-discount della monnezza. Grandi aziende italiane e straniere trovavano conveniente inviare qui i propri rifiuti, senza badare troppo al modo in cui le sostanze tossiche venivano trattate. La camorra ci faceva affari d’oro, controllando il territorio, le amministrazioni locali, le aziende per lo smaltimento e persino le società di bonifica dei terreni da loro stessi avvelenati. E di veleni ne sono stati sparsi in quantità industriali: scarti delle industrie chimiche, rifiuti ospedalieri e farmaceutici, forse anche fanghi termonucleari. «Di chi sono le responsabilità di questa tragedia? Se qualcuno deve fare un pubblico mea culpa, è chi ha portato qui i rifiuti e chi li ha sotterrati nelle nostre terre», dice indignato monsignor Spinillo.

Cumuli di rifiuti abbandonati per strada nei pressi di Giugliano, vicino Napoli

Cumuli di rifiuti abbandonati per strada nei pressi di Giugliano, vicino Napoli

Su indicazione del vescovo, la diocesi di Aversa ha ripubblicato Per amore del mio popolo, un documento di forte denuncia contro la camorra, stilato nel 1991 dal giovane don Peppino Diana. Grazie anche a questo nuovo impegno della Chiesa locale, la gente sta ritrovando il coraggio di alzare la voce contro la criminalità organizzata. Nella stessa Casal di Principe, la città di don Diana, dove finestre sprangate e cancellate in ferro sembrano blindare anche l’aria, la popolazione è scesa in piazza contro i veleni che uccidono la terra. «Penso che sia ora di far sentire la nostra voce», spiega Valerio Taglione, del Comitato intitolato al prete assassinato. «Dopo anni bui anche nella Chiesa, che per tanto tempo non ha mostrato interesse per la figura di questo suo prete martire, finalmente si volta pagina. E, anzi, penso sia arrivato il momento di proporne il processo di canonizzazione». Anni bui, già. Anche per la Chiesa. Perché accanto a singoli preti, religiosi o vescovi che hanno denunciato e si sono ribellati, ci sono stati purtroppo tanti silenzi, tante disattenzioni, tanto disinteresse nei confronti delle emergenze sociali di una terra dominata dalla camorra. Sergio Tanzarella, ordinario di Storia della Chiesa alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale, conosce bene queste vicende: «L’azione di monsignor Spinillo, come quella di alcuni altri vescovi, rappresenta una svolta profetica per la Chiesa campana», spiega. «L’eredità che si trova tra le mani l’attuale vescovo di Aversa è pesantissima, in termini di mancata formazione». Per lo storico, le Chiese locali solo ora cominciano ad avere piena coscienza della catastrofe: «Sono mancati strumenti di analisi ed è mancata anche un’adeguata informazione sui fatti. Gli enti dello Stato preposti alla tutela del territorio hanno spesso taciuto ciò che stava accadendo». Un caso emblematico è quello della discarica de Lo Uttaro. Fu realizzata nel 2007 da Bertolaso, allora commissario di Governo per l’emergenza rifiuti, nei pressi di Caserta. Solo l’allora vescovo Raffaele Nogaro vi si oppose, insieme con alcuni preti, suore e cittadini. E, con gesto simbolico, arrivò a occupare l’enorme discarica. «Eravamo certi che il percolato avrebbe raggiunto in breve tempo la falda acquifera, provocando danni terribili», ricorda Tanzarella.

Valerio Taglione,
coordinatore del Comitato don Giuseppe Diana di Casal di Principe

Valerio Taglione, coordinatore del Comitato don Giuseppe Diana di Casal di Principe

Il 15 aprile 2007 il vescovo scrisse anche una lettera agli amministratori locali che venne letta nelle parrocchie. Monsignor Nogaro chiedeva loro di opporsi al progetto Lo Uttaro «fino all’autosospensione dagli enti di rappresentanza locale» per tutelare la salute della cittadinanza. Tanzarella ricorda: «Il vescovo venne pubblicamente smentito dal segretario generale della Cei, monsignor Betori, il quale il 19 aprile, affermò: “La Cei appoggia il lavoro del dottor Bertolaso sul problema dei rifiuti”. E Bertolaso aggiunse che, anziché favorire un ritorno alla legalità, “ci sono autorità religiose che pensano di giocare dall’altra parte del campo”». Morale? La discarica venne, in seguito, sequestrata dalla Procura della Repubblica. E Bertolaso finì in varie altre inchieste della magistratura.

Per il professor Tanzarella, il vero problema è che una fede intesa come gestione del sacro produce inevitabilmente disinteresse e rassegnazione: «Più che di una fede tradizionalista, parlerei di una fede innocua, che non è in grado di mettere in crisi la comunità di fronte all’ingiustizia sistemica o alla presenza di una criminalità devota. Siamo in territori dove la formazione delle coscienze dei cittadini è quasi assente, mentre sopravvivono ritualità e costumi che solo di nome sono definibili come cristiani, e non trasformano la vita per il bene di tutti». Al contrario, le cooperative sociali di ispirazione cristiana impegnate nel recupero degli svantaggiati, e la denuncia dell’indifferenza dello Stato a sanare le piaghe di questa terra sono segnali che Tanzarella avverte come vitali: «Vi è una ricchezza di iniziative di lavoro e di solidarietà che testimoniano grande volontà di riscatto e di liberazione. Ancora una volta, la Chiesa è chiamata a svolgere un ruolo di supplenza mentre lo Stato un po’ nega, un po’ si attarda o continua a concepire nuovi progetti inquinanti giustificandoli come occasioni di sviluppo».

Monsignor Angelo Spinillo, vescovo della diocesi di Aversa.

Monsignor Angelo Spinillo, vescovo della diocesi di Aversa.

In effetti l’allarme ambientale, almeno di una parte della Chiesa campana, non inizia oggi. Già a fine 2010 monsignor Beniamino Depalma, vescovo di Nola, aveva scritto un appello in cui chiedeva di «convertire l’emergenza rifiuti in risorsa rifiuti» e segnalava il pericolo, nell’Agro nolano, di una situazione di stallo e di frattura istituzionale. I 22 Comuni dell’area non avevano raggiunto un accordo circa la gestione del ciclo dei rifiuti. La zona ha due grandi discariche: Tufino e Terzigno. La Chiesa ha iniziato a interessarsi a come venivano gestite e a occuparsi del disagio delle famiglie che abitavano in quelle aree, appestate dai miasmi. Oggi alcuni Comuni della diocesi sono diventati virtuosi nella gestione ambientale, dando vita a una raccolta differenziata esemplare. «Non si poteva rimanere indifferenti come cristiani, toccava a noi dare l’esempio», dice il vicario generale di Nola, don Lino D’Onofrio, che ci racconta dell’impegno ecologista di tanti gruppi diocesani. E poi aggiunge: «Ci sentiamo come Davide contro Golia. Siamo in una terra difficile, sono tanti gli interessi e così poca la trasparenza». Anche nella diocesi di Napoli non si è rimasti immobili a vedere i rifiuti crescere agli angoli delle strade. Perché chi va a pregare il Signore – ci spiega don Tonino Palmese – non può dimenticarsi di rispettare il Creato: «D’accordo con il cardinale Sepe, abbiamo disposto dei cassonetti per la differenziata in molte parrocchie anche del centro, nel bel mezzo dell’emergenza». Don Palmese, che è anche responsabile campano di Libera, ha pensato a un’azione pratica per spingere i napoletani a tutelare il territorio, anche con proposte di un consumo critico per le famiglie: insomma, «coerenza, a partire dalle proprie case».

Rifiuti abbandonati per strada
a Casal di Principe

Rifiuti abbandonati per strada a Casal di Principe

I veleni, d’altronde, non guardano in faccia a nessuno. E le morti sospette si moltiplicano anche nella diocesi di Napoli. Salvatore Improta, insegnante di religione di Afragola, lavora in diverse scuole della provincia napoletana e ci racconta di aver partecipato ai funerali di tanti suoi giovanissimi alunni morti per tumore e di non pochi genitori ammazzati da una leucemia o da un cancro: «Mi sono trovato a essere portavoce dei senza voce, di coloro che si affidano a te perché rappresenti un punto di riferimento. Ma la mia fede vacilla quando vedo che anche la Chiesa talvolta si limita solo alle funzioni religiose e non si fa paladina dei poveri». I genitori dei suoi alunni gli dicono: «Prof, lei ha una missione da compiere: salvare gli altri ragazzi che si sentono smarriti, disperati. Lei è un docente, sa parlare, dica alle istituzioni che la gente qui sta morendo. Forse non ci comprendono perché parliamo in dialetto. Allora ci parli lei, oppure se ne vada e salvi almeno i suoi figli».

 

Don Maurizio Patriciello.

Don Maurizio Patriciello.

Nel mosaico del mondo dei rifiuti, un’altra tappa cruciale è Acerra, patria del grande inceneritore costruito dalla Fibe nel 2009, un impianto che preoccupa per l’emissione delle polveri sottili. «Da oltre 10 anni i cittadini, insieme al vescovo Giovanni Rinaldi, hanno allertato opinione pubblica e istituzioni sui rischi ambientali e sulle soluzioni inadeguate tentate di volta in volta dai governi locali», spiega Antonio Pintauro, dell’Ufficio per le comunicazioni sociali della diocesi. «L’individuazione del territorio di Acerra come sito del megainceneritore non ha tenuto conto della disastrosa situazione che da anni si è creata in un’area tra le più fertili d’Italia». La diocesi si è fatta promotrice di numerosi convegni per sensibilizzare l’opinione pubblica e tentare di salvaguardare la vocazione agricola del territorio. Nel 2012 ha istituito un Osservatorio di etica ambientale in collaborazione con l’Isbem (Istituto scientifico biomedico Euro Mediterraneo) e l’Associazione dei medici per l’ambiente. L’Osservatorio, data l’incidenza elevata di tumori, ha offerto la sede del Consultorio diocesano per il Progetto Underforty, campagna d’informazione sulla prevenzione senologica.

Don Tonino Palmese.

Don Tonino Palmese.

Se poi c’è un volto che si associa alla «Terra dei fuochi», questo è quello di don Maurizio Patriciello. Le lacrime del parroco di Caivano di fronte al dissotterramento dei rifiuti tossici hanno raggiunto il presidente Napolitano e papa Francesco. Il prete ha spesso denunciato l’aumento dei morti tra la sua gente e l’assenza della politica: «Celebro troppi funerali, i miei parrocchiani più poveri hanno le finestre sprangate per il fetore, vecchi e neonati soffocano», sottolinea. Il suo grido di allarme è rimbalzato su tutti i media, scuotendo gli animi dei cittadini. «Chiedo ai campani: dove vi siete nascosti? ». Poi l’iniziativa di consegnare al presidente della Repubblica 35 mila cartoline coi volti dei morti; e infine il viaggio, con il suo vescovo, al Parlamento europeo, perché spesso i rifiuti arrivano da lì: «E i politici ci ascoltavano sbigottiti». «Perché mi sono mosso solo adesso? », dice don Maurizio. «Sa, io credevo nelle istituzioni e ho sempre invitato i fedeli a fare la raccolta differenziata. Non avevo il compito di controllare i governanti, ma quello di fare il prete. Poi ho capito che siamo stati ingannati. E loro, i nostri rappresentanti, erano assenti e ignavi. Sono andato in crisi. Mi vogliono ammazzare? Lo facciano, questa è la mia vocazione, ma non posso tacere sul diritto alla vita violato».

Salvatore Improta.

Salvatore Improta.

Insomma, dopo anni di disattenzione o di singoli voci isolate, oggi la Chiesa della Terra dei fuochi sembra voler scendere in piazza, insieme alla sua gente. Mentre prima dominavano indifferenza e omissione, ora sembra giunto il tempo della mobilitazione. Quella che era la Campania Felix ha scoperto che non lo è più e vuole sapere perché. Sul web si moltiplicano le iniziative e la Chiesa ne è parte attiva, protagonista più che in passato. Che sia giunta l’aria della primavera anche alle falde del Vesuvio?

Nicola Nicoletti

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