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Notizie di fede dal mondo

EUROPA

Germania: la diocesi di Friburgo “sperimenta” l’apertura ai divorziati

Fuga in avanti o ballon d’essai? Ultimo colpo di scena di un vescovo liberal sulla via del tramonto o caso mediatico montato dai suoi nemici? Difficile districarsi tra molte interpretazioni differenti. Quel che è certo è che la diocesi di Friburgo, guidata da quell’arcivescovo Robert Zollitsch (nella foto) che papa Francesco ha di recente destinato al pensionamento anche come presidente della Conferenza episcopale tedesca, è andata incontro ai divorziati risposati, decidendo di concedere loro i sacramenti e di ammetterli nei consigli parrocchiali. «Si tratta di rendere visibile l’atteggiamento umano e rispettoso di Gesù nel contatto con le persone divorziate e con chi ha deciso di risposarsi con rito civile », ha spiegato in una nota il responsabile dell’Ufficio diocesano per la cura d’anime, il decano Andreas Moehrle. La svolta era nell’aria. Non solo già in passato Zollitsch aveva posto il tema in alcune dichiarazioni pubbliche. Non solo 300 preti della diocesi avevano chiesto, in una lettera aperta, di rivedere il divieto di comunione ai divorziati risposati. Non solo anche Benedetto XVI si era mostrato aperturista sul tema. Ma sul soglio di Pietro, ora, siede un Papa, Jorge Mario Bergoglio, che – in particolare nella nota intervista alla Civiltà Cattolica – ha accennato alla questione con parole di misericordia.

(ALESSANDRO BIANCHI/REUTERS)

Eppure proprio da Roma è arrivato un colpo di freno. «Non cambia nulla », ha dichiarato in un primo momento il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi: «Il documento proviene infatti da un ufficio pastorale locale e non investe la responsabilità del vescovo». Dunque, si tratta di “una fuga in avanti”. Prudenza anche dai confratelli di Zollitsch: i vescovi tedeschi sono consapevoli dei problemi pastorali ma non c’è «alcuna libertà d’azione per un cambiamento dell’attuale pastorale», ha detto l’arcivescovo di Berlino, Rainer Maria Woelki. Il presidente della Commissione pastorale della Conferenza episcopale, il vescovo di Osnabrueck Franz-Josef Bode, ha detto che i vescovi «prenderanno in considerazione tali linee di orientamento in vista di ulteriori riflessioni». E anche l’arcivescovo di Monaco Reinhard Marx, uno degli otto cardinali consiglieri di papa Francesco, ha definito le linee-guida di Friburgo un «contributo a un processo di dialogo non ancora concluso»

Quando, poi, Papa Bergoglio ha convocato per ottobre 2014 un Sinodo straordinario sulle sfide pastorali legate al tema della famiglia, il quadro si è ulteriormente chiarito. «Questo», ha potuto commentare il portavoce vaticano Lombardi, «è il modo in cui il Papa intende portare avanti la riflessione e il cammino della comunità della Chiesa, con la partecipazione responsabile dell’episcopato delle diverse parti del mondo. In questo contesto, proporre particolari soluzioni pastorali da parte di persone o di uffici locali può rischiare di ingenerare confusione».

Iacopo Scaramuzzi

ITALIA

Torniamo alla Genesi: convegno dell’Associazione cattolici vegetariani

Ecco, Io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo» (Gen 1,29). Non c’è alcun dubbio: l’uomo e la donna sono stati creati vegetariani. È vero che dopo il Diluvio universale il Signore concesse a Noè e alla sua famiglia il permesso di mangiare gli animali, tuttavia sarebbe auspicabile che tornassimo tutti alla Genesi. Mangiando solo – e letteralmente – i frutti della terra. Ne è convinto padre Luigi Lorenzetti, teologo dehoniano, che ha motivato in questo modo la sua scelta alimentare: «La realtà ultima è che tutti vivano. Quindi, già da ora non vanno mangiati gli animali ». Memento: la resurrezione dei corpi non esclude mucche e pesci. Padre Lorenzetti ha parlato ad Ancona, in occasione del terzo convegno nazionale dell’Associazione cattolici vegetariani: un gruppo che raccoglie seguaci in tutta Italia che praticano la preghiera quotidiana, personale e comunitaria, per liberare tutta la creazione dalla sofferenza. Hanno ribadito il loro «no» alla carne (e a volte anche a pesce, latte, uova e derivati) per entrare in comunione più stretta con Dio. Ha spiegato infatti padre Guidalberto Bormolini, scrittore e studioso di Antropologia teologica: «Il problema dell’astinenza si pose sin dalle origini della Chiesa. Certi cibi possono facilitare il raggiungimento della quiete necessaria alla meditazione, per la quale è richiesta una respirazione e un battito cardiaco tranquillo, mentre alcuni alimenti spingono questi organi a una più intensa attività».

La cucina di un ristorante vegetariano

La cucina di un ristorante vegetariano
UWE ANSPACH/DPA/CORBIS

Secondo padre Lorenzetti, che insieme a Bormolini è autore del volume Collaboratori del creato, la scelta vegetariana nella vita del cristiano (Libreria editrice fiorentina), saremo vegetariani anche nell’aldilà. Ma perché, se nell’Eden non ci si nutriva di carne, dal diluvio in poi gli animali sono stati cacciati per essere mangiati? «Dopo l’assassinio di Abele l’umanità è diventata corrotta. L’uomo è malvagio e quindi Dio gli concede di mangiare la carne, ma non il sangue, perché in esso vi è la vita, che è di Dio», ha rilevato la biblista Rosanna Virgili, che ha ammesso anche: «Oggi purtroppo nel nostro mondo la vita non è più di Dio. Deformare una mucca per farle produrre latte significa consumare il sangue, appropriarci e manipolare la vita degli animali». Un concetto richiamato anche da monsignor Edoardo Menichelli, arcivescovo di Ancona- Osimo (al convegno c’era anche, attentissimo, monsignor Eugenio Binini, vescovo emerito di Massa Carrara-Pontremoli), che ha notato: «Siamo in un tempo di ingordigia, che sazia pochi e affama molti. Non tutti non mangeranno carne, ma tutti devono combattere questa devastazione impietosa e sacrilega che avviene nel mondo del benessere». E don Roberto Pinetti, docente di Teologia e, per sua ammissione, padre fondatore di una «comunità di anatre», ha rincarato: «Quando si vive di sobrietà ed essenzialità c’è posto per tutti. Possiamo incontrare Dio attraverso le sue creature».

Certo, come ha evidenziato ancora padre Lorenzetti, «l’uomo è libero e può degradare la creazione. Può non costruire né coltivare, ma distruggere, proprio come sta avvenendo oggi. L’amore al creato è inseparabile dall’amore al suo Creatore». E quindi: per amare Dio bisogna amare gli animali; di conseguenza, non si devono mangiare. Insomma, la premessa per fondare una «teologia del vegetarianesimo» c’è. Un’operazione non facile, ha chiarito Paolo Trianni, docente alla Gregoriana, anche perché la Chiesa non ha mai preso posizione ufficiale sull’argomento e, addirittura, alcuni Concili sembrano sconfessare questa pratica alimentare. Eppure, anche se difficile, l’operazione è possibile, se «collocata nelle teologie del genitivo o delle realtà terrestri. In pratica, si studia razionalmente la realtà in sé stessa, e poi si proiettano le conclusioni filosofiche nel quadro e sullo scenario della rivelazione ». Ad esempio, se ci si basa sul concetto di «pancristismo», secondo il quale tutto è in Cristo, è evidente come tutto sia sacro. A iniziare dalle creature, appunto. E con l’Agnello di Dio, che i cristiani “mangiano” a ogni celebrazione, allora, come la mettiamo? «Semplice», risponde Binini. «Rispetto agli animali immolati dalla precedente tradizione ebraica, le specie eucaristiche sono due cibi vegetariani». Anzi vegani, per la precisione.

Agnese Pellegrini

AMERICA DEL NORD

Shutdown: Obama si salva ma i vescovi tornano all’opposizione

La battaglia sul blocco delle attività amministrative (shutdown) tra Barack Obama e il Tea Party è stata l’occasione, per i vescovi cattolici Usa, di tornare all’attacco delle misure contraccettive contenute nella riforma sanitaria dell’inquilino della Casa Bianca. Alla fine il presidente ha sventato il default e il Partito repubblicano si è spaccato tra la sua componente più oltranzista (appunto, il Tea Party) e quella che ha invece votato l’accordo con i democratici. Ma nel corso della crisi la Conferenza episcopale Usa ha dissotterrato un’ascia di guerra che sembrava sepolta da mesi.

Il presidente americano Barack Obama nel Giardino delle rose della Casa Bianca.

Il presidente americano Barack Obama nel Giardino delle rose della Casa Bianca.
(KEVIN LAMARQUE/REUTERS)

Lo shutdown è andato in scena dal 1° al 17 ottobre a causa di uno stallo parlamentare tra democratici (maggioranza al Senato) e repubblicani (maggioranza alla Camera) sul nodo dell’aumento del tetto del debito pubblico. I parlamentari repubblicani più vicini al Tea Party, in particolare, si sono impuntati sulla continuing resolution, un provvedimento che finanzia temporaneamente il Governo (ed evita lo shutdown) in assenza del nuovo budget, condizionando il proprio voto al definanziamento della riforma sanitaria di Obama (Affordable Care Act, detto Obamacare). E qui sono entrati in campo i vescovi. Con una lettera firmata il 26 settembre dal cardinale Sean O’Malley, presidente della Commissione episcopale per le attività pro-life, e di monsignor William E. Lori, presidente della Commissione sulla libertà religiosa, la Conferenza episcopale ha chiesto l’approvazione di un disegno di legge che giaceva da marzo in una commissione parlamentare: il Health Care Conscience Rights Act, che allarga ai dipendenti di tutte le istituzioni affiliate alla Chiesa, ospedali e università comprese, l’esenzione – prevista da Obamacare solo per i luoghi di culto – dall’obbligo di assicurazioni sanitarie che coprono anche il cofinanziamento di pratiche contraccettive. «Mentre il Congresso prende in esame la continuing resolution e la legge sul tetto del debito nei giorni a venire », scrivono i due presuli, «ribadiamo la vitale importanza di incorporare le misure di questo provvedimento tra la legislazione obbligatoria».

Una posizione interdittiva che non ha avuto esito e che è ben diversa da quella esposta in un’altra lettera inviata al Congresso, negli stessi giorni, dai presidenti di tre Commissioni episcopali. José H. Gomez (Migrazioni), Stephen E. Blaire (Giustizia interna e sviluppo umano) e Richard E. Pates (Giustizia e pace) hanno esortato il Parlamento Usa a rispondere a sfide come la disoccupazione e il dramma degli sfollati in Siria. Ancora più esplicito l’appello firmato da diversi esponenti religiosi di varie confessioni cristiane per evitare, con lo shutdown, una «politica del rischio calcolato» capace di «minacciare le fondamenta del nostro processo democratico e della nostra capacità di vivere uniti». Tra i firmatari, diversi pastori protestanti e sette suore cattoliche.

Iacopo Scaramuzzi

AMERICA LATINA

Elezioni in Honduras: i vescovi criticano il Governo e aprono al nuovo

Si preannuncia molto serrata e senza precedenti la competizione per eleggere, il 24 novembre, il presidente della Repubblica, i 128 membri del Parlamento e le 298 amministrazioni municipali dell’Honduras. I sondaggi, infatti, vedono in testa Xiomara Castro, moglie dell’ex capo dello Stato Manuel Zelaya (2006-2009), deposto da un colpo di Stato quattro anni fa, e candidata per il progressista Libertà e rifondazione (Libre), col 29% delle intenzioni di voto. A ruota segue Juan Orlando Hernández, del governativo Partito nazionale (Pn), col 27%. Più distanziati Mauricio Villeda, del Partito liberale (Pl), col 15%, e Salvador Nasralla, del neonato Partito anticorruzione, di centrodestra, con l’11. Del tutto fuori gioco altri quattro candidati, sia di destra che di sinistra. Proprio il numero di candidati alla massima carica dello Stato nonché la possibile rottura del secolare bipartitismo conservatore Partito nazionale-Partito liberale sembrano la novità del momento, frutto della mobilitazione e politicizzazione della società civile seguita al colpo di Stato, che fa da spartiacque anche in queste elezioni, destinate a definirsi attorno alla continuità (rappresentata da Hernández) o discontinuità (incarnata da Castro) rispetto a quell’evento. Inoltre il Pn è alfiere del modello economico neoliberista e intende combattere la criminalità, che ha collocato l’Honduras al primo posto nel mondo per tasso di omicidi con 85,5 morti violente ogni 100 mila abitanti (oltre 14 mila assassinii nel 2011-2012, quasi sempre impuniti) tramite una ulteriore militarizzazione del Paese. Xiomara Castro, invece, sostiene la necessità di convocare un’assemblea costituente per rifondare le basi della nazione su un nuovo patto sociale e promuovere un «socialismo democratico» che favorisca quel 70% della popolazione oggi nella povertà, rientrando nell’Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America (Alba, cioè l’accordo di cooperazione promosso da Venezuela, Cuba, Bolivia ed Ecuador).

Xiomara Castro e il marito Manuel Zelaya.

Xiomara Castro e il marito Manuel Zelaya.
(JORGE CABRERA/REUTERS)

I sondaggi mostrano comunque che la stragrande maggioranza della popolazione chiede cambiamenti profondi, ma forte è la sfiducia dei cittadini nella possibilità che le elezioni siano libere. Sull’ipotetica vittoria di Castro grava inoltre l’incognita di un nuovo Putsch attuato dall’oligarchia e dall’esercito. Il clima elettorale è stato reso pesante anche dalla repressione delle proteste sociali, come quella degli indigeni lenca contro il progetto idroelettrico Agua Zarca sul Rio Blanco, promosso dall’impresa honduregna Desarrollos energeticos S. A. e dalla cinese Sinohydro Corporation; quella dei contadini del Bajo Aguan, in lotta per le terre sottratte loro dai latifondisti che mirano all’espansione della monocultura della palma africana; oppure quelle delle popolazioni di diverse aree del Paese interessate dall’attività mineraria a cielo aperto.

Nel primo caso, quello del Rio Blanco, i soldati hanno provocato un morto e vari feriti, mentre Berta Caceres, leader del Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh), è stata arrestata. Nel secondo una sessantina di persone, soprattutto leader contadini, sono state assassinate negli ultimi tre anni, spesso dalle guardie private degli agrari, mentre l’esercito mantiene accerchiate diverse comunità e ha più volte usato la forza per sgomberare i braccianti. Per il terzo sono esemplari le minacce di morte ricevute, tra gli altri, dal padre claretiano Cesar Espinoza e dalle suore Messaggere dell’Immacolata per la loro opposizione allo sfruttamento dei giacimenti d’oro a Tela da parte dell’impresa Minerales Victoria. Secco il giudizio di Nancy Tapia di Amnesty International: «In Honduras coloro che difendono i diritti umani rischiano la vita. E a essere particolarmente colpiti sono i dirigenti indigeni che proteggono i diritti dei loro popoli».

In vista delle elezioni, la Conferenza episcopale dell’Honduras ha criticato il bipartitismo Pn-Pl, che «non ha saputo rispondere alle attese del popolo», e ha denunciato che «in Honduras la vita è minacciata dal modello economico e sociale caratterizzato dalla concentrazione della ricchezza in poche mani, contrapposta alla scarsità di opportunità dignitose per le grandi masse impoverite e i ridotti investimenti che potrebbero migliorare la produttività dell’agricoltura a beneficio dei contadini poveri».

Mauro Castagnaro

AFRICA

Egitto: cristiani e musulmani al lavoro per la nuova Costituzione

«Ora più che mai abbiamo bisogno di dialogo con tutti, ma soprattutto con i musulmani, per unire insieme le forze positive di tutte le parti e giungere all’elaborazione di principi comuni di umanità, su cui basare una vera convivenza civile e umana. Speriamo che la dura prova che l’Egitto sostiene rappresenti un importante passo in avanti verso tale liberazione». La pensa così padre Giuseppe Scattolin, missionario comboniano che vive da oltre trent’anni in Egitto. Grande conoscitore del Paese e grande studioso del sufismo, guarda al futuro con preoccupazione, ma anche con qualche fondata speranza.

Il parlamento egiziano

KHALED ELFIQI/EPA/ANSA

«La Commissione per la riforma della Costituzione (nella foto, ndr.) è stata costituita ed è composta di cinquanta membri, con rappresentanti di tutte le correnti politiche e religiose. Si spera», spiega Scattolin, «che il processo democratico porti dapprima a una nuova Costituzione e poi a elezioni presidenziali e parlamentari. Tutti i ministri e governatori imposti dal regime precedente sono stati sostituiti da altri, più competenti, appartenenti a varie correnti liberali e al movimento Tamarrod. I rappresentanti ufficiali delle religioni riconosciute in Egitto, l’islam sunnita e le tre confessioni cristiane, la copto-ortodossa, la copto-cattolica e l’evangelica, fanno parte della Commissione costituzionale. Per la prima volta, ne fanno parte anche i rappresentanti delle minoranze etnico-linguistiche: un nubiano e un beduino». Sempre a proposito di elezioni, l’Egyptian Center for Developement Studies and Human Rights, un’organizzazione vicina alla Chiesa copto-ortodossa, ha chiesto che venga rimosso il sistema delle quote di seggi riservati ai cristiani. Questo sistema, infatti, contraddirebbe il principio di uguaglianza tra i cittadini che dovrà essere garantito dalla nuova Costituzione. Ma, soprattutto, continua a trattare implicitamente i copti come una minoranza e non come cittadini che fanno parte da quasi due millenni del tessuto della nazione. Per ribadirlo, i copti hanno organizzato anche una serie di seminari di studio sul processo di revisione costituzionale.

Anna Pozzi

OCEANIA - ASIA

Israele: tutti pazzi per le fiction sui vizi e le virtù degli ebrei religiosi

L’archeologo laico che seduce la figlia del rabbino e la porta al cinema di shabbat, nonostante il divieto; la coppia che non riesce a procreare perché segue troppo alla lettera le restrizioni legate al ciclo; la vedova perseguitata dall’immagine del marito che le rimprovera di non aver risposto abbastanza presto «amén» alla sua benedizione su un cibo; porte di casa lasciate aperte per evitare l’intimità alla coppia non sposata che si trova al suo interno: sono alcune delle situazioni evocate dalle recenti serie televisive israeliane Merchak neghià, Srugim, Shidduch mehashamaim e Shtisel, coprodotte da Yes e dal secondo canale della televisione di Stato. Programmi che hanno rapito i cuori dei telespettatori israeliani e i cui titoli sono così ricchi ed evocativi, che soltanto per tradurli e spiegare i giochi di parole in essi nascosti servirebbe una pagina. Proviamoci comunque. Srugim letteralmente significa «sferruzzàti all’uncinetto » e sta a indicare quei copricapi, le kippot, lavorate appunto all’uncinetto, e, per metonimia, gli ebrei – israeliani ma non solo – che le indossano. Così facendo, significano che si identificano con l’ideologia del sionismo religioso e si definiscono «ortodossi moderni». Gli Srugim televisivi sono cinque giovani di 30 anni considerati animali rari e un po’ problematici perché non hanno ancora messo su famiglia in una società nella quale i loro coetanei sono mediamente al secondo o terzo figlio. La serie, ormai alla quarta stagione, si dipana attorno agli appuntamenti combinati e alle tribolazioni amorose dei protagonisti, naturalmente. Ma c’è di più: un mondo continuamente in bilico fra osservanza religiosa e dubbio, una strada da trovare, una tradizione familiare da fare propria, alla quale dare un senso personale oppure da rifiutare, dalla quale liberarsi.

Ebrei charedim israeliani in preghiera

Ebrei charedim israeliani in preghiera
(JIM HOLLANDER/EPA/ANSA)

Diverso è il caso di Shtisel, alla prima stagione, prodotto fresco dell’estate 2013 e ambientato a Mea Shearim, il quartiere più religioso di Gerusalemme. Qui non ci sono dubbi e vie di mezzo, ma singole anime in pena, perché a Mea Shearim abitano i charedim, comunemente definiti «ultraortodossi», termine quantomeno impreciso, visto che nel loro caso è l’osservanza delle pratiche religiose a essere «ultra», e non la fede o il credo, dei quali nessuno nel mondo ebraico chiede conto. I giovani charedim, con le loro kippot di velluto, faticano maggiormente a uscire dagli schemi dei coetanei srugim che abitano a Katamon (appena qualche chilometro più in là) e che sono più liberi, e in quanto tali, tormentati dalla fatica di decidere chi essere. Il ristorante Shtisel, che dà il nome alla serie, è teatro delle conversazioni concitate e indolenti di un gruppo di amici, tra cui spicca il giovane protagonista Akiva, da poco orfano di madre e innamorato di una vedova trentenne con figlio a carico. Sembra difficile? Lo è anche di più, in un mondo in cui i matrimoni seguono una sorta di «listino prezzi» ed è impensabile per una vedova aspirare a un ventiseienne al primo matrimonio, bello e di buona famiglia, anche se lui la ama.

Dal 2006 a oggi, le serie prodotte dalla televisione israeliana che trattano con sfaccettature diverse temi religiosi sono molte e di altissima qualità. Il motivo del loro successo, però, potrebbe non risiedere unicamente nella buona scrittura, nella regia curata e nella recitazione di livello solitamente molto professionale: allora che cosa tiene incollati agli schermi – solitamente al sabato in seconda serata – coloro che guardano le serie su un televisore, o regala notti in bianco e mattine da occhiaia profonda agli incoscienti che scaricano o guardano in streaming una puntata dopo l’altra? In effetti, che si tratti di kippot sferruzzate o di velluto nero, gli israeliani non osservanti sembrano sempre più interessati a guardare nello schermo ciò che volentieri scansano al supermercato, al parco giochi, in ufficio o per strada. Perché? Prima di tutto perché tutti amano una bella, tormentata, romantica, intensa storia d’amore, ovunque essa si svolga. In secondo luogo perché la curiosità per i concittadini, correligionari e connazionali che vivono tanto vicino e tanto diversamente, se pure non spinge l’israeliano laico medio a farsi coraggio e attaccar discorso sul bus, come fanno alcuni personaggi di Srugim, rende sicuramente molto emozionante quell’osservare dal buco della serratura, riparati dalla finzione, all’ombra dello schermo.

Miriam Camerini

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