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REPORTAGE
SICILIA

INTERVISTA
ELIAS CHACOUR

REPORTAGE
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IL G8 DEI CARDINALI

INTERVISTA - ELIAS CHACOUR

PER FAVORE, SVEGLIATE IL MONDO

di FEDERICA TOURN

LE STRAGI IN SIRIA, I RISCHI PER IL LIBANO, LO STALLO TRA ISRAELE E PALESTINA, LA FUGA DEI CRISTIANI DAL MEDIORIENTE. E LA COMUNITÀ INTERNAZIONALE RESTA A GUARDARE. FORTUNA CHE – DICE ELIAS CHACOUR – C’È PAPA FRANCESCO.

Elias Chacour, arcivescovo melkita di Akka, Haifa, Nazaret e di tutta la Galilea, è a capo della più numerosa comunità di arabi cristiani cattolici in Israele, che oggi conta 80 mila fedeli, 32 parrocchie e 28 sacerdoti. Candidato per tre volte al Nobel per la pace per il suo impegno a favore della pace e della convivenza fra le religioni, abuna Chacour ha inaugurato, lo scorso 25 settembre, la nona edizione di Torino Spiritualità, che aveva come tema Il valore della scelta. Padre Chacour è al contempo cristiano e arabo, palestinese e cittadino dello Stato d’Israele (anche se non per sua decisione, come ci tiene a sottolineare). Nato nel 1939 a Bar- Am, un villaggio molto povero della Galilea, nel 1948 fu costretto all’esilio con la sua famiglia a causa della guerra araboisraeliana. «Presi con me soltanto una coperta, perché ci avevano detto che la lontananza da casa sarebbe durata soltanto due settimane», ricorda. Invece non fecero mai ritorno e il villaggio fu distrutto. Elias Chacour ha studiato a Parigi e all’Università ebraica di Gerusalemme, per poi tornare in Galilea, a Ibillin, dove ha realizzato le Mar Elias Educational Institutions (Meei), scuole di eccellenza che accolgono ragazzi e ragazze di ogni provenienza e religione. Per il suo lavoro nel campo dell’istruzione, padre Chacour ha ricevuto diversi riconoscimenti in tutto il mondo. Nonostante siano passati tanti anni, la nostalgia per il suo villaggio perduto è rimasta intatta.

Bimbi palestinesi
nel campo profughi di
Jabaliya, nella Striscia
di Gaza.

Bimbi palestinesi nel campo profughi di Jabaliya, nella Striscia di Gaza.
(ALI ALI/EPA/CORBIS).

Qual è la situazione delle Chiese cristiane in Medioriente?

«Appare sicuramente tragica. Chi osserva dall’esterno può pensare che sia la fine del cristianesimo in Oriente, ma non è così: le Chiese hanno incontrato situazioni peggiori nella loro lunga storia, hanno resistito alle persecuzioni e alla tentazione di rendere il male per il male. Se penso a quello che succede in Iraq, in Egitto, in Siria e presto forse anche in Libano, dico che non siamo stupiti delle persecuzioni e siamo pronti a fronteggiarle senza reagire con la stessa violenza».

Molti cristiani però sono costretti all’esilio. È un problema per la vita delle Chiese?

«È un problema per chi deve lasciare la sua terra, perché quando un palestinese lascia la Palestina o un siriano la Siria non cambia soltanto il posto dove vivere, come può succedere in Europa o negli Stati Uniti; da noi, quando uno se ne va, abbandona la sua identità, la sua storia e i suoi valori per andare verso l’inconosciuto e verso un Paese che non lo vuole e non ha bisogno di lui. Questa è la tragedia».

Padre Elias Chacour

Padre Elias Chacour(STEFANO STRANGES)

Che cosa può fare la comunità internazionale per arginare questo dramma?

«Perché, esiste una comunità internazionale? Se c’è, cercate di fare tutto quello che è in vostro potere affinché si risvegli».

Non ha fatto niente finora?

«Sì, ha dato zuppa e pane ai rifugiati ma non è quello che serve. Cosa vuole chi è sotto occupazione? Non vuole soldi né cibo ma essere liberato: la libertà è un dono divino, chi potrebbe barattarla con del pane o della zuppa?».

Lei ha spesso ripetuto che non c’è pace senza giustizia...

«Non è certo una mia invenzione: i profeti ci hanno detto che se vogliamo pace e sicurezza dobbiamo perseguire la giustizia; giustizia, s’intende, per l’oppresso come per l’oppressore. In Palestina lavorare per la pace significa trovare un modo perché questo Paese sia lo Stato per due nazioni».

È ancora possibile realizzare due Stati in Palestina?

«Per essere franco, purtroppo non credo più che sia ancora possibile avere due Stati: tutte le colonie che Israele ha costruito e continua a costruire massicciamente hanno reso questa strada impraticabile».

Il fatto che l’anno scorso la Palestina sia stata accolta dall’Onu come Stato osservatore quindi non ha rilevanza?

«Significa molto, perché uno Stato si fa per tappe: purtroppo i palestinesi arrivano troppo tardi. Dopo la stretta di mano fra Rabin e Arafat è stato possibile utilizzare la bandiera palestinese e sa cosa è successo a Gerusalemme? Due ore dopo l’autorizzazione, la città era già completamente coperta da migliaia di bandiere palestinesi. Come avevano potuto farle in sole due ore? Sono state poi scoperte due gigantesche fabbriche, ebraiche, che le avevano già preparate e distribuite».

scontri tra palestinesi e polizia israeliana in Cisgiordania

Scontri tra palestinesi e polizia israeliana in Cisgiordania.
(MOHAMAD TOROKMAN/REUTERS)

Qual è allora la soluzione possibile per la Palestina?

«Non sono io che propongo la soluzione, devo essere abbastanza umile da lasciare fare ai politici il proprio lavoro. È chiaro però che devono trovare un accordo che abbia come obiettivo soddisfare in parte entrambi i popoli: perché se una parte sola è molto contenta e l’altra del tutto insoddisfatta, presto si preparerà una nuova guerra».

Il sostegno degli Stati Uniti a Israele pesa molto in un eventuale accordo di questo genere?

«Non ho niente contro il supporto degli Stati Uniti a Israele, ma se è unilaterale allora diventa un nemico in più e siamo costretti a chiederci cosa resti di bianco alla Casa Bianca. Chi decide, il presidente o un altro elemento nascosto? Come in Siria, è Obama che vuole bombardare o una lobby che tutto il mondo conosce ma che nessuno osa nominare? Questa è la politica internazionale: una sozzura».

Però non hanno bombardato...

«Non ancora».

Un miliziano dell’Esercito siriano libero durante la battaglia di Aleppo.

Un miliziano dell’Esercito siriano libero durante la battaglia di Aleppo.
(HAMID KHATIB/REUTERS)

Secondo lei, perché in Medioriente gli Stati Uniti appoggiano i Governi o i gruppi islamici radicali?

«Perché non hanno nessun amico ma degli interessi, e questo impedisce l’amicizia. Possono sacrificare trecento milioni di arabi musulmani e non sacrificheranno gli interessi di Israele. Il male è la destabilizzazione in Medioriente, la mancanza di pressione politica per trovare una soluzione».

Che cosa ha pensato della cosiddetta «Primavera araba»?

«Quando è cominciata a Tunisi, sembrava una promessa di libertà per i popoli arabi ed eravamo contenti che la rivoluzione per una volta non fosse partita dai generali ma, al contrario, dagli uomini di strada contro il potere costituito, che quasi dappertutto è un potere autoritario o dittatoriale. Si è visto subito, però, che il fine non era dare potere al popolo ma fare cose atroci in nome di una visione distorta dell’islam. E non ha funzionato. D’altronde la democrazia che gli Stati Uniti volevano stabilire in Iraq la troviamo soltanto nei cimiteri iracheni, mentre nelle città ci sono esplosioni quotidiane: non è una guerra fra musulmani e cristiani ma fra seguaci di diverse interpretazioni dell’islam. In Egitto non è meglio: abbiamo avuto una speranza quando Morsi ha preso il potere – l’islam aveva mostrato il suo volto positivo – ma invece ancora una volta si è scelta la soluzione più drammatica. E in Siria è ancora peggio».

Come evolverà la situazione in Siria, secondo lei?

«La fine del conflitto non è prossima: sia che Assad resti presidente o che sparisca e i “ribelli” prendano il timone, quello che avremo è una guerra civile ancora più estesa. Di nuovo, la cosa più stupefacente è il supporto unilaterale che gli Stati Uniti danno alla rivoluzione, che è composta da gruppi che vengono dal Qatar, dalla Libia, dall’Arabia Saudita, per non parlare dei volontari che arrivano dall’America stessa e dall’Europa per andare ad ammazzare e portare confusione ovunque».

Lei ha scritto che le religioni monoteiste hanno fallito nell’impegno per la pace...

«Adesso direi piuttosto che non sono ancora riuscite a liberarsi di un problema sociopolitico mondiale e rischiano di diventare una parte del conflitto. Quello che cerco di fare con i miei amici musulmani, ebrei e drusi è di rappresentare una religione che vorrebbe essere una parte della soluzione. Per farlo bisogna avere un’attitudine interiore che ci spinga a riconoscere il bambino di Dio in chi abbiamo accanto e non condivide la nostra opinione. Caino e Abele erano fratelli ma non avevano la stessa attitudine: Caino ha ucciso perché non ha parlato col fratello, non ha dialogato con lui. Io rifiuto la violenza ma sono pronto a parlare con il mio nemico più feroce, senza accusarlo, nella ricerca di una soluzione comune. Dobbiamo fare un esame di coscienza perché tutti abbiamo un mea culpa da recitare. Come ci ha insegnato papa Francesco».

Questo Papa rappresenta un cambiamento decisivo nella Chiesa cattolica?

«Un Papa che non parla di condanna ma dice “pregate per me perché sono un peccatore” dà un’enorme speranza alla Chiesa. Nessun cristiano poteva sperare tanto: con la sua umiltà, sincerità e dirittura morale, il Pontefice può davvero fare un gran bene. Purché non lo uccidano».

Chacour durante l’intervista.

Chacour durante l’intervista. (STEFANO STRANGES)

A inizio settembre c’è stata una grande assemblea dei Patriarchi delle Chiese cristiane ad Amman, in Giordania. Qual è stato il risultato?

«Il re di Giordania è stato longanime e generoso invitando tutti i Patriarchi e arcivescovi dell’Oriente cristiano: è la prima volta nella storia del cristianesimo che un monarca musulmano si rende disponibile a discutere dei problemi che i cristiani incontrano nel mondo arabo, ed è chiaramente un grande segnale di speranza per tutta la regione».

Con la costruzione della sua scuola a Ibillin, lei ha fatto un lavoro enorme sull’istruzione dei ragazzi di religioni diverse. È il cammino che ha trovato per costruire la pace in Palestina?

«Non ho trovato una strada migliore. Avrei potuto edificare delle chiese o aiutare i musulmani a costruire moschee, ma a cosa sarebbe servito? Il solo modo per far abbracciare i ragazzi musulmani e cristiani è quello di farli sedere nella stessa classe. Non è un progetto pensato contro qualcuno ma unicamente a favore dell’istruzione dei giovani, perché possano guardare il proprio vicino all’altezza degli occhi come tra uguali. Il successo è stato notevole: oggi abbiamo più di tremila allievi dalla materna alle superiori, ma se avessimo posto il numero arriverebbe tranquillamente a cinquemila».

Che ruolo hanno le donne?

«Quando abbiamo inaugurato la nostra scuola avevo il 15% di istitutori donne, oggi nelle stesse scuole non arriviamo al 10% di insegnanti uomini. Sono belle, attraenti, intelligenti e fanno un lavoro meraviglioso, non solo a scuola ma in tutti gli ambiti della società».

Lei ha tirato materialmente su la scuola, senza aspettare autorizzazioni: è stato un lavoro profetico.

«Non mi piace costruire senza autorizzazionI, chiedo sempre il permesso. Ma, se me le rifiutano, sono costretto: o obbedisco e non costruisco o disobbedisco e costruisco ugualmente. Sono stato chiamato 37 volte in tribunale per rendere conto delle mie decisioni ma bisogna dire che l’edificio che abbiamo costruito senza permesso trent’anni fa è solido e resiste ancora benissimo».

Oggi il suo lavoro è stato riconosciuto?

«Diciamo che avrebbero preferito che non si realizzasse ma invece esiste: fortunatamente, perché è un punto di riferimento per ebrei e palestinesi. Abbiamo cominciato nel 1982 e ogni anno diplomiamo almeno 350 studenti, che poi vanno a lavorare ovunque. Tempo fa ho avuto bisogno di un intervento chirurgico e quando mi sono svegliato avevo undici dottori intorno a me: nove di loro erano stati miei studenti. Se andate negli ospedali ebrei a Haifa, la maggior parte dei medici sono uomini e donne cristiani cresciuti nelle scuole private cristiane. È un cambiamento meraviglioso: certo, è poca cosa nel grande mosaico del Medioriente, ma noi siamo comunque un piccolo punto verde in un quadro che non fa che annerirsi».

Federica Tourn

Jesus n. 9 settembre 2013- Home Page