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REPORTAGE
SIRIA

INTERVISTA
GUSTAVO GUTIÉRREZ

IL DIBATTITO
LA POVERTÀ

ATTUALITÀ
LA SETTIMANA SOCIALE

ATTUALITÀ - LA SETTIMANA SOCIALE

Il soggetto Famiglia

di ALBERTO CHIARA – foto di PAOLO SICCARDI/SYNC

Una famiglia che non sia soltanto oggetto, più o meno trascurato, di attenzione, ma reale protagonista nella Chiesa e nella società. Questo l’obiettivo dell’ultima edizione della Settimana sociale. Ma l’evento, alla fine, non ha inciso nel dibattito. E anche tanti laici si sono lamentati.

Alcune madri con i propri figli
a passeggio per piazza Castello,
nel centro di Torino

Alcune madri con i propri figli a passeggio per piazza Castello, nel centro di Torino, a due passi dal Teatro Regio, dove si sono svolti i lavori della Settimana sociale.

Interessante. Ma non brillante. O, almeno, non brillante a sufficienza per sfondare su siti, giornali e Tg. Per la terza volta si occupava di famiglia (dopo quella di Genova, nel 1926, e quella di Pisa, nel 1954) e per la quarta volta faceva tappa a Torino (dopo le edizioni del 1924, del 1952 e del 1993). Svoltasi tra il 12 e il 15 settembre, la 47ª Settimana sociale dei cattolici italiani è scivolata via veloce senza incidere apparentemente più di tanto. I lavori erano stati aperti da una duplice promessa: «In questi giorni», aveva affermato il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, «vorremmo insieme provare ad ascoltare l’uomo e la donna di oggi, senza pregiudizi o filtri ideologici, ma assecondando la vocazione della Chiesa che ha come suo primo compito quello di ascoltare Dio e inseparabilmente l’umanità, soprattutto le sue sofferenze, disagi e fatiche, le sue paure. L’obiettivo non è di difendere una posizione, di ribadire un principio, ma di portare a credenti e non credenti il contributo di umanizzazione che la luce della fede suscita».

Il premier Enrico Letta
durante il suo intervento.

Il premier Enrico Letta durante il suo intervento.

 

Il primo traguardo è stato tagliato quando la parola è passata ai 1.315 delegati (di cui 938 laici): nei gruppi di studio ha fatto irruzione la vita, con le sue luci e le sue ombre, con le opportune rivendicazioni ma anche con i doverosi mea culpa. Il secondo obiettivo può dirsi raggiunto a metà, perché in certi passaggi è riaffiorata la sindrome che affligge la Chiesa italiana, portandola a viversi come cittadella assediata, perennemente sotto attacco, più accigliata maestra che madre premurosa o compagna di viaggio. Anche quando parla di famiglia. Chiamati a ragionarne soffermandosi sulla sua missione educativa, molti delegati – più donne che uomini – hanno evidenziato problemi, omissioni, mancanze. Li ha presentati Franco Miano, presidente dell’Azione cattolica italiana: «Il primo nodo problematico è di carattere esistenziale», ha spiegato. «Riguarda la solitudine delle famiglie, il bisogno di relazione, le diffuse fragilità. È emersa la necessità di una più forte solidarietà da promuovere con tutte le famiglie e tra tutte le famiglie per far avvertire il senso vivo della prossimità, per contribuire a superare forme individualistiche che si annidano nella vita familiare, per accompagnare nelle situazioni di difficoltà. Si tratta di alimentare la rete delle relazioni tra le famiglie, di sviluppare alleanze educative e, nei casi di particolare difficoltà, offrire luoghi di ascolto e di accoglienza. Pensiamo al contributo dei consultori familiari».

l’ingresso del Teatro
Regio. In basso: alcune ragazze
musulmane a piazza Castello

L’ingresso del Teatro Regio. In basso: alcune ragazze musulmane a piazza Castello

 

C’è un secondo nodo problematico, generato dal rapporto talvolta critico tra la comunità ecclesiale e le famiglie. «È emersa la necessità di una vita comunitaria non settoriale, che sappia guardare alla famiglia nel suo insieme, che consideri la famiglia soggetto e non oggetto, protagonista e non semplice fruitrice di servizi», ha sottolineato Miano. Elencando, poi, proposte concrete: «Va in questa direzione la necessità di ripensare tante scelte: corsi in preparazione al matrimonio, corsi fidanzati, gruppi famiglie, percorsi formazione all’affettività e alla sessualità Una vita comunitaria centrata sulla famiglia permette di accogliere e accompagnare tutte le famiglie in ogni fase del ciclo di vita e in ogni situazione. La comunità è risorsa per ogni famiglia così come la famiglia è risorsa per la comunità e per le altre famiglie». Il terzo nodo, di carattere politicosociale, ha messo in luce, non a caso, la valenza pubblica dell’impegno educativo della famiglia. «L’educazione dei figli non è un fatto privato», ha ribadito Franco Miano, «ma coinvolge l’intera società e d’altro canto la responsabilità educativa dei genitori non può essere limitata alla formazione dei propri figli. Vi è una genitorialità sociale che impegna la famiglia nell’assunzione di un compito di cura che va al di là delle cure domestiche. In questo senso gli esempi possono essere molteplici. L’assemblea tematica ha auspicato iniziative legislative che favoriscano la tutela dei minori rispetto ai media, ha espresso preoccupazione per ogni tentativo di stravolgere quella visione dell’umano fondata sulla differenza sessuale e sulla differenza tra le generazioni a cui il cardinale Bagnasco ha fatto riferimento nella sua prolusione, chiede che la politica riconosca il contributo sociale delle famiglie impegnate nell’adozione e nell’affido, nella cura di figli disabili o di anziani in difficoltà e, più in generale, il contributo di tutte quelle famiglie che vivono concretamente forme di accoglienza e di solidarietà. Ha inoltre sottolineato la necessità di individuare momenti pubblici di valorizzazione della famiglia, come per esempio la giornata della famiglia».

Il presidente
della Cei, cardinale Angelo
Bagnasco, il sindaco di Torino,
Piero Fassino, e il presidente della
Regione Piemonte, Roberto Cota.

Il presidente della Cei, cardinale Angelo Bagnasco, il sindaco di Torino, Piero Fassino, e il presidente della Regione Piemonte, Roberto Cota.

 

Un articolato intreccio tra errori, peccati e potenzialità è emerso anche laddove si è riflettuto di famiglie italiane e famiglie immigrate. «Il dibattito ha evidenziato cinque punti problematici », ha detto il professor Maurizio Ambrosini, sociologo, professore all’Università Cattolica di Milano. «Il primo deriva dal fatto che le comunità ecclesiali sono immerse in un contesto in cui il pregiudizio e a volte l’ostilità verso gli immigrati sono profondamente radicati. Un secondo nodo consiste nel passaggio dal codice del parallelismo a quello della reciprocità: le comunità ecclesiali e le comunità immigrate, anche cattoliche, vivono fianco a fianco, sostanzialmente separate. Comunicano ancora poco. Un dato emblematico: nei consigli pastorali parrocchiali e diocesani, anche di grandi diocesi, le persone di origine immigrata sono rarissime». Un terzo nodo, ha aggiunto Ambrosini, «consiste nel passaggio dal codice del soccorso al codice della convivialità. Molto dell’impegno dei credenti va verso l’aiuto nel bisogno, tra l’altro ancora più pressante in questo tempo di crisi. Ancora poco sviluppato, malgrado esperienze positive, uno scambio paritario, un “sedersi insieme a tavola”. Un quarto nodo consiste nel passaggio da un orizzonte locale a un orizzonte nazionale. Un quinto nodo tocca lo sfruttamento e l’ipocrisia: ci sono famiglie italiane cattoliche praticanti che sfruttano gli immigrati e le immigrate: nelle loro case, nei campi, nel lavoro».

alcune ragazze
musulmane a piazza Castello.

Alcune ragazze musulmane a piazza Castello.

 

A fianco delle richieste allo Stato circa diritti, tutele, fisco e welfare, quando il dibattito è proceduto a briglie sciolte i laici hanno moltiplicato gli argomenti, diversificato le sensibilità e tarato il linguaggio. «Il futuro della famiglia e le sfide che il suo discernimento ha cominciato a far emergere hanno il potere di esercitare non una provocazione generica, ma una molto precisa. Hanno il potere di provocare a una riscoperta della irriducibile specificità dell’apostolato proprio dei laici», ha osservato il sociologo Luca Diotallevi, concludendo i lavori. «Del resto, tutto quanto emerso può in primo luogo finire in altro campo che in quello del “res temporales gerendo et secundum Deo ordinando” (Lumen gentium, n. 31) che la Costituzione dogmatica sulla Chiesa del Vaticano II attribuisce ai laici come compito proprio? No, evidentemente». Insomma: tocca ai laici occuparsene in prima persona. Ecco allora il motivo per il quale, a margine dei lavori ufficiali, tanti hanno chiesto maggiori spazi, recuperando la struttura delle Settimane sociali dal 1991 al 2004 (Roma, Torino, Napoli, Bologna) quando al tavolo di presidenza vescovi, cardinali e suore c’erano ma non erano gli unici (com’è successo a tratti nell’ultima edizione). Diotallevi però invita a fare anche autocritica: «Spesso », ha osservato, «nei lavori delle aree tematiche si è chiesto che fine avesse fatto l’Agenda di Reggio Calabria (redatta durante l’edizione del 2010, ndr), di cui in questi tre anni abbiamo compreso ancora di più il valore e la attualità. Si tratta certo di una domanda che può essere posta ai pastori. Tuttavia, se è vero quanto appena ricordato, essa è una domanda che innanzitutto noi laici dobbiamo porre a noi stessi. “Cosa abbiamo fatto noi laici cattolici italiani, in questi tre anni nella civitas e nella ecclesia, anni così difficili e talvolta drammatici?”. Se accettiamo la dignità della nostra vocazione e del nostro apostolato, non possiamo sfuggire alla responsabilità esigente che deriva dall’una e dall’altro. Solo poi, con dignità, rispetto e fermezza, potremo porre anche ai pastori la stessa domanda, potremo dire che certe volte facciamo davvero fatica».

Alberto Chiara

una panoramica della platea
durante lo svolgimento dei lavori;

Una panoramica della platea durante lo svolgimento dei lavori

 

Uno strumento vecchio che va sostituito

Le Settimane sociali dei cattolici italiani hanno ormai oltre un secolo di storia (la prima fu celebrata nel 1907) e sembra che non si siano lasciate toccare dal passare del tempo. Questo tipo di evento, pensato per permettere alla emergente «dottrina sociale della Chiesa» di ispirare l’azione dei cattolici nella vita del Paese, era nato nell’Italia liberale, cioè in quell’Italia del Papa «prigioniero in Vaticano» dopo la fine dello Stato pontificio: la Chiesa intendeva giocare il proprio ruolo sul territorio nazionale, ma lungo una via che evitasse la legittimazione della politica «laica».

Nel corso degli ultimi sessant’anni circa, le Settimane sociali non hanno veramente risentito dei maggiori cambiamenti che toccano il ruolo dei cattolici nella vita dell’Italia: in primo luogo, il passaggio del Paese a un regime democratico a maggioranza democristiana prima, e poi a una democrazia sostanzialmente priva di un partito di riferimento per i cattolici italiani; in secondo luogo, i cambiamenti nel rapporto tra la Chiesa italiana e il papato, che non è più affare interno della Chiesa italiana ed è passato (forse definitivamente) nelle mani della Chiesa universale; infine, una Chiesa rinnovata dal Concilio Vaticano II anche nel rapporto tra gerarchia e laicato.

L’impermeabilità delle Settimane sociali ai cambiamenti esterni è testimoniata dal fatto che non vennero celebrate tra il 1970 e il 1988, anni di enormi trasformazioni sociali e di costume. Senza voler mettere in dubbio la necessità di un organismo che sia espressione e guida dei cattolici italiani nel «sociale », c’è da chiedersi se le Settimane sociali dei cattolici italiani rappresentino e coordinino ancora questa importante presenza nella vita del Paese. Le Settimane sono un evento che fa parte della struttura della Cei, in cui, per essere ammessi a partecipare, la fedeltà all’istituzione è più importante della creatività, del coraggio, dell’originalità. Questa caratteristica non affligge solo le Settimane sociali, ma tutta la vita ecclesiale italiana: manca un evento ecclesiale italiano che non sia «filtrato», come, per esempio, il Katholikentag dei cattolici tedeschi.

C’è bisogno di più cattolicesimo sociale in Italia (come in tutti i Paesi in cui la fregola liberista non è ancora passata): i dubbi sono semmai sull’efficacia di uno strumento, come le Settimane sociali, nato oltre cent’anni fa e mai veramente rinnovatosi. Ci sono alcuni segnali di cambiamento, come la prima Settimana sociale dei cattolici della Toscana, svoltasi a Pistoia nel maggio di quest’anno, la prima volta su base regionale. Ma nel suo discorso ai vescovi italiani del maggio scorso, papa Francesco ha restituito loro e alla Chiesa italiana quanto compete ai vescovi italiani e alla Chiesa italiana. Difficile immaginare che questo cambio di direzione non comporti anche una nuova responsabilità per il laicato cattolico italiano.

Massimo Faggioli docente di Storia del cristianesimo, Università di St. Thomas, St. Paul (Usa)

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