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REPORTAGE
SIRIA

INTERVISTA
GUSTAVO GUTIÉRREZ

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REPORTAGE - SIRIA

L'ultima frontiera

di FEDERICA TOURN – foto di STEFANO STRANGES

Da una parte, le forze siriane fedeli ad Assad. Dall’altra, le fazioni dei ribelli legate ad al-Qaeda. In mezzo alla linea del fuoco, i cristiani. Per questo, un numero sempre maggiore cerca rifugio in Turchia. Ma anche qui la vita non è facile e non mancano le pressioni del Governo di Ankara.

Veduta della pianura mesopotamica dalle alture della città turca.

Veduta della pianura mesopotamica dalle alture della città turca.

Sono le sette di sera ma il sole brucia ancora sulle terrazze di Mardin, al fondo del Kurdistan turco, dove il confine con la Siria è una lunga linea dritta tracciata a tavolino da Ataturk, segno di vittoria e prepotenza verso un popolo che voleva cancellare. Ai piedi di queste alture, miraggio delle carovane che attraversavano il deserto, inizia a perdita d’occhio la piana della Mesopotamia, che si stende ininterrotta fino al Libano, al Golfo di Oman e al Golfo Persico. La Bibbia vuole che persino Abramo sia passato di qui, dalle parti di Harran, città sacra, tuttora meta di pellegrinaggi. I curdi non sono l’unica minoranza ad aver sofferto della volontà unificatrice del padre dei turchi: gli armeni sono stati decimati e anche i cristiani siro-ortodossi, presenti in questa zona fin dal quarto secolo, sono stati spinti all’emigrazione, lasciando i superstiti a predicare chiusi fra le mura di chiese e monasteri. Oggi il conflitto siriano, che infuria a pochi chilometri da qui, ha scompaginato un equilibrio precario, ottenuto con fatica, da una parte grazie alla tregua di Erdogan con il Pkk, e dall’altra con il turismo che affollava i monasteri della regione di Tur Abdin. Con la guerra sono arrivati anche i profughi siro-ortodossi, perlopiù della zona di Al Hasakah, una città oltre il confine a meno di cento chilometri in linea d’aria, dove le forze armate di Bashar al-Assad tengono il centro, incalzate alla periferia dall’Esercito siriano libero, formato da diversi gruppi di “ribelli” uniti contro il regime.

Bambini alla scuola domenicale della comunità siro-ortodossa

Bambini alla scuola domenicale della comunità siro-ortodossa

I bombardamenti in questa zona sono cominciati a metà luglio – e ancora in questi giorni si sentono le esplosioni, di notte – ma a spingere la gente ad abbandonare le proprie case è stata la mancanza di elettricità, acqua e cibo. E la paura, che per i cristiani non significa soltanto scrutare il cielo per avvistare gli aerei, o le strade per evitare gli scontri a fuoco, ma anche guardarsi le spalle per timore di aggressioni e rapimenti. La guerra ha esacerbato le differenze religiose e i mujaheddin del Fronte Al Nusra, formazione jihadista anti Assad vicina ad al-Qaeda, non si fanno scrupoli a sequestrare i cristiani ricchi per pagarsi le armi. Sono tutti siriani i ragazzi che giocano a pallavolo nel piazzale interno della chiesa dei Quaranta Martiri di Mardin, mentre il caldo cede appena al tramonto e il muezzin, qualche strada più in là, annuncia la fine del lungo giorno di ramadan e l’inizio dell’iftar.

Padre Gabriel Akyüz racconta che si ritrovano la sera per fare una partita e scambiare due chiacchiere, mentre gli uomini stanno tra loro e le donne parlano sedute in disparte. Nessuno vuole farsi fotografare, hanno timore che Al Nusra si rivalga su chi è rimasto a casa. «Tutte le comunicazioni con la Siria sono interrotte: internet, telefoni, non prende nulla e non riesco più a parlare con la mia famiglia», racconta Mikhael, 30 anni, ingegnere. È riuscito ad avere un permesso di lavoro per entrare in Turchia ma presto riattraverserà di nuovo il confine. Sulla situazione politica non ha dubbi: «Prima ero contro Assad, come tutti, ma dopo aver visto le violenze di Al Nusra ho cambiato idea».

«Sono scappato con mia moglie e due bambini perché gli islamici rapiscono i cristiani», dice Robert, 43 anni. «Per riavere mio fratello, la mia famiglia ha dovuto pagare diecimila dollari e altri trentamila per liberare tre miei cugini». Sono rimasti in quattrocento nella zona: chi ha potuto è già emigrato, un migliaio si è sistemato a Istanbul, gli altri aspettano di raggiungere amici o parenti nel Nord Europa. Le loro storie si somigliano tutte: sono fuggiti da una situazione insostenibile, lasciando fratelli, sorelle e genitori anziani, hanno attraversato il confine di nascosto, di notte, pagando una guida che li portasse in Turchia. Raccontano che hanno trovato casa in città grazie al sostegno economico dei confratelli turchi, ma molti vivono proprio nei locali della chiesa, magari dividendo in sette od otto un alloggio piccolo ma pulito e arredato.

 

Il bucato steso ad asciugare nel cortile della chiesa dei 40 Martiri, a Mardin.

Il bucato steso ad asciugare nel cortile della chiesa dei 40 Martiri, a Mardin.

Una soluzione di lusso, considerate le sistemazioni di fortuna – se così si può dire degli stanzoni bui sotto le moschee, dei garage che costano come appartamenti o addirittura delle tende abusive nei parchi cittadini – che si trovano in altre zone di confine, come Kilis, città di frontiera quattrocento chilometri più a ovest, che in soli due anni ha visto quasi raddoppiare il numero di abitanti con l’arrivo di 30 mila siriani in fuga dalla guerra. Pur nel dramma dell’esilio forzato, insomma, la condizione della piccola minoranza cristiana non è paragonabile all’emergenza umanitaria dei due milioni e mezzo di profughi che si accalcano nei campi a ridosso di Turchia, Libano, Giordania e Iraq. Il solo campo di Al Zaatari, in Giordania, ne ospita 150 mila ed è diventata la quarta città più popolosa del Paese. Per non parlare di chi è costretto a restare in Siria, confinato in accampamenti in cui manca tutto, da un pasto decente all’assistenza sanitaria minima.

Profughi a Kilis

Profughi a Kilis.

Nawar ha 24 anni e una somiglianza impressionante con l’attore Elio Germano: stessi capelli rossi, stesso viso lentigginoso, stessa corporatura svelta nei movimenti. Ma le mani non smettono di tremare, mentre si accende una sigaretta dopo l’altra. A Damasco si era appena laureato in Archeologia ma in Siria non ce la faceva più; è arrivato fin qui a piedi con la madre e la sorella. «Sunniti, alawiti, cristiani, curdi: tutti vivevano insieme senza nessun problema», dice. «Ma con la guerra l’Esercito siriano libero ha cominciato a uccidere cristiani e curdi». Ha uno student visa, un permesso di due mesi per studiare all’estero e non vede l’ora di partire per gli Stati Uniti, dove ha ancora una nonna, «perché in Turchia tutto è come in Siria e presto la guerra arriverà anche qui». Merry, la sua ragazza, non commenta. Lei dovrà andare in Svezia dove parte della sua famiglia, come molti altri cristiani di questa zona, è emigrata anche grazie alla solidarietà delle Chiese del Nord Europa. «Adesso ad Al Hasakah tutti vivono sotto la soglia della povertà», continua Nawar, «non è rimasto niente, non ci sono più prospettive ».

Bibbia in aramaico nella chiesa dei 40 Martiri di Mardin.

Bibbia in aramaico nella chiesa dei 40 Martiri di Mardin.

Ha lavorato per un breve periodo come barman a Mardin ma non è durata: «L’unica cosa che fa qui è fumare», scherza agrodolce il suo amico Faditouma. Se gli chiedi cosa fa tutto il giorno, risponde con un largo sorriso sarcastico: «Partite a pallavolo». Al futuro non ci pensa: «Quando ero piccolo, dicevo a mio padre che da grande avrei fatto il presidente della Siria. Ora voglio soltanto vivere». Nell’inverno scorso molte famiglie sono state accolte nel monastero di Deyrulzafaran (che per oltre seicento anni, dal 1293 al 1932, è stato sede del patriarcato della Chiesa siro-ortodossa), altre si sono sparse nella regione di Tur Abdin, cuore della comunità siro-ortodossa, e praticamente tutti i monasteri ancora abitati hanno aperto le porte ai profughi. Di fatto, molti ancora li ospitano: se non proprio di nascosto, certo con molto riserbo e cautela, per timore delle autorità. Questo non impedisce che nascano anche amori: è di agosto la notizia del primo matrimonio fra due rifugiati che si sono conosciuti proprio fra le mura millenarie di Deyrulzafaran.

Una ragazza ospite in una chiesa

Una ragazza ospite in una chiesa

Da queste parti c’è un modo di dire, sbrigativo ma efficace: «Se non sei turco, non sei amico». Dopo il golpe militare del 1980 ci sono state persecuzioni di armeni, curdi e cristiani ed è tuttora in vigore una legge che impedisce di insegnare le lingue minoritarie in Turchia, con la sola eccezione del dipartimento di Lingue dell’Università di Mardin, dove comunque puoi imparare il curdo e il farsi ma non l’aramaico, che resta il grande escluso, trasmesso (con discrezione) alle nuove generazioni soltanto nelle scuolette cristiane. Nella chiesa dei Quaranta Martiri ogni pomeriggio, Efraim, il figlio di padre Gabriel, legge per tre ore la Bibbia in aramì ai bambini e a Deyrulzafaran vivono anche una quindicina di ragazzini dei villaggi circostanti insieme con il metropolita e i monaci, proprio per imparare la lingua di Gesù.

Il campo profughi di Midyat

Il campo profughi di Midyat

Pochi tornanti più sotto, resiste un vecchio villaggio siro-ortodosso, oggi abitato perlopiù da curdi e musulmani; nella chiesa di San Giorgio, ristrutturata da poco grazie ai contributi delle Chiese sorelle all’estero e tenuta aperta da padre Bogas Yontan, ci sono ora tre famiglie di siriani. Le donne però non vogliono farsi vedere mentre «gli uomini», dicono, «sono tutti all’ospedale per un controllo». La diffidenza è palese. «I cristiani sono emarginati dai musulmani », spiega Tuma Celik, direttore di Sabro, il giornale in aramaico dei siroortodossi, e responsabile dell’Esu, European SIRIAc Union, una ong che finanzia progetti di sviluppo per la comunità cristiana siro-ortodossa in Siria e in Turchia e, tra le altre cose, si occupa di accogliere chi scappa dalla guerra. A causa – pare – di episodi di violenza fra gruppi religiosi diversi a Midyat, altro centro cristiano- siriaco della regione, lo scorso aprile lo Stato turco ha allestito un campo profughi di 4 mila posti soltanto per cristiani, e un altro per soli musulmani, che ne può contenere fino a 6 mila. «Noi eravamo contrari alla costruzione di questo campo, perché c’era la possibilità di sistemare i rifugiati nelle case», dice Tuma Celik. «Questo campo è un’operazione di immagine per il Governo turco, che in questo modo bilancia la politica discriminatoria verso i curdi. In più, gli europei danno più volentieri finanziamenti a strutture per cristiani».

 

Il posto di confine tra Siria e Turchia.

Il posto di confine tra Siria e Turchia.

Come che sia, è un fatto che nel campo profughi nuovo di zecca, che spicca bianco e lindo sotto il sole accecante accanto al suo gemello per islamici, non c’è nessuno. Davut Esen, il coordinatore locale dell’Afad, la Direzione gestione disastri ed emergenze della Presidenza del governo di Ankara, dà una spiegazione laconica: «Fa troppo caldo e molti non vogliono venire». Un po’ poco, se si pensa alle centinaia di profughi ammassati lungo tutto il confine con la Siria, che vivono nei campi illegali con un fondo di secchiello di riso e brodo al giorno, in attesa di una sistemazione appena dignitosa in un centro di accoglienza. In quello musulmano, invece, ci sono 1.800 persone: servizi igienici, tenda per la tv, lavanderia, docce, piccole cucine a gas personali, persino l’aria condizionata; c’è anche un ospedale e una piccola scuola, il tutto «protetto» da polizia privata, esercito e filo spinato.

Una bimba, figlia di rifugiati cristiani
della comunità siro-ortodossa, ospitata nella chiesa dei 40 Martiri di Mardin, in Turchia.

Una bimba, figlia di rifugiati cristiani della comunità siro-ortodossa, ospitata nella chiesa dei 40 Martiri di Mardin, in Turchia.

Costa al Governo turco 17 mila lire al giorno (circa 6.600 euro) soltanto per il cibo, e le regole sono a dir poco ferree: ogni rifugiato riceve 100 lire al mese (38 euro) e può uscire dal campo soltanto una volta a settimana – tranne i nuovi arrivati, che devono prima «ambientarsi». Impossibile, a queste condizioni, trovare un lavoro o inserirsi nella comunità locale. Quali possono essere le prospettive per queste persone che hanno perso tutto e sono costrette a un esilio controllato? «Il piano statale è previsto per due anni», risponde Esen, eludendo la questione. «Poi si vedrà».

 

Un gruppo di profughi siriani, in attesa di essere rimpatriati, riuniti nella piazza della città
turca di Nusaybin

Un gruppo di profughi siriani, in attesa di essere rimpatriati, riuniti nella piazza della città turca di Nusaybin.

Intanto, alle porte c’è una guerra civile che incrudelisce sempre più e di cui non si vede la fine. Aerei militari sorvolano la zona e anche il movimento di carri armati lungo la frontiera non è casuale: Erdogan mostra i muscoli, preoccupato di un confine friabile, soprattutto quello che corre in terra curda, poco affidabile per l’antica alleanza di popolo che a luglio ha portato a perdere Ceylanpinar, un posto di frontiera notoriamente caldo, dove Al Nusra è dovuto arretrare di fronte alle milizie curde del Partito dell’unione democratica (Ypg), vicini al Pkk. C’è stata battaglia per giorni, con decine di morti, mentre al di là del confine si festeggiava la ritrovata indipendenza dei curdi: non c’è da stupirsi del nervosismo del Governo turco. Qui l’Europa – e persino Istanbul – sono davvero molto lontane. Sulle alture di Mardin, fra le spettacolari rovine del castello, sopra le grotte dove i pochi turisti ripercorrono le tracce dei primi insediamenti umani, c’è una base Nato a dir poco strategica che controlla notte e giorno la Siria e l’Iraq. La luna è immobile sulla Mesopotamia. In città, gli uomini giocano a backgammon sulla strada bevendo chai. Il silenzio del buio è interrotto soltanto da qualche esplosione in lontananza. Si aspetta l’emergenza e la nuova ondata di profughi, che – dicono – arriverà dall’Armenia. Per ora un altro giorno è passato. Poi si vedrà.

Federica Tourn

Jesus n. 9 settembre 2013- Home Page