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REPORTAGE
SIRIA

INTERVISTA
GUSTAVO GUTIÉRREZ

IL DIBATTITO
LA POVERTÀ

ATTUALITÀ
LA SETTIMANA SOCIALE

IL DIBATTITO - LA POVERTÀ

Stile evangelico e denuncia sociale

a cura della Redazione

LA CRISI MORDE E GLI ITALIANI DIVENTANO PIÙ POVERI. CHE FARE? QUALI LE SCELTE PER UN CRISTIANO? E QUALE IL RUOLO DELLA CHIESA? RISPONDONO DON VINICIO ALBANESI, LA TEOLOGA CRISTINA SIMONELLI, L’ECONOMISTA FLORIANA CERNIGLIA E IL DIRETTORE DELLA CARITAS ITALIANA, DON FRANCESCO SODDU.

Una comunità luterana

(foto LUCA MATARAZZO/FOTOGRAMMA).

È uno dei temi più cari al magistero del Papa, che ha scelto per sé il nome del poverello di Assisi. Ai poveri – si dice – Francesco dedicherà un prossimo documento. Povertà come beatitudine, come via privilegiata del Vangelo, ma anche piaga che flagella il Nord e il Sud del mondo, che si declini come assoluta o relazionale. «I poveri sono maestri privilegiati della nostra conoscenza di Dio», ha detto Bergoglio incontrando i rifugiati al Centro Astalli di Roma, prima di lanciare l’invito ad aprire conventi e istituti religiosi proprio per fare spazio ai meno fortunati. La solidarietà, ha aggiunto, è «una parola che fa paura al mondo più sviluppato. Cercano di non dirla. È quasi una parolaccia. Ma è la nostra parola! Servire significa riconoscere e accogliere le domande di giustizia, di speranza, e cercare insieme delle strade, dei percorsi concreti di liberazione».

Il coro della chiesa metodista di via XX Settembre a Roma, durante il culto dei bambini

don Francesco Soddu. (foto LUIGI COLI/EIDON).

Ma chi sono oggi i poveri in Italia? Quali percorsi di solidarietà e giustizia la Chiesa mette in atto? E quali tentazioni e rischi corre chi “lavora” nel campo della solidarietà? Domande che Jesus ha girato a quattro persone che, con questi temi, si confrontano per scelta di vita e per motivi professionali: don Vinicio Albanesi, fondatore del Cnca; Cristina Simonelli, presidente del Coordinamento delle teologhe italiane (Cti); l’economista Floriana Cerniglia, docente a Milano Bicocca; e don Francesco Soddu, direttore della Caritas italiana. In queste pagine, il dibattito che ne è scaturito.

L'abside di una chiesa battista di Milano

Cristina Simonelli (STEFANO G. PAVESI)

JESUS: La povertà è sicuramente una maledizione sociale che chiunque se può cerca di sfuggire e contemporaneamente però è anche un valore evangelico di cui si parla spesso nelle Scritture e che un cristiano, in qualche modo, ha sempre considerato tale. Allora, come è possibile questo doppio significato? E che senso ha?

SIMONELLI: «Dietro una stessa parola ci sono significati diversi. Per cogliere il senso evangelico di povertà, occorre aggiungere almeno un’altra parola: “giustizia”. Questo è il motivo – spiegato bene dai teologi della liberazione come Gutiérrez – per cui il cristiano sceglie di stare dalla parte dei poveri, di condividerne la sorte: povertà, cioè, non come accettazione di una situazione di ingiustizia ma, al contrario, una forma di protesta contro di essa, una parola profetica che afferma: non può essere che l’ingiustizia abbia l’ultima parola. Provando a tradurre il concetto di povertà evangelica in una virtù civile nel nostro mondo di oggi, mi viene in mente il motto dell’ambientalista Alex Langer: “Più lento, più dolce, più profondo”. L’idea è quella del limite, l’idea che un mondo diverso è possibile, dove la sobrietà diventa anche stile, qualità di vita».

Il coro della chiesa metodista di via XX Settembre a Roma, durante il culto dei bambini

don Vinicio Albanesi (STEFANO G. PAVESI).

ALBANESI: «Credo che nel mondo cattolico ci sia una grande forma di fariseismo quando si parla di povertà. Perché chi proclama la povertà in realtà è ricco. La povertà evangelica è una povertà di fronte a Dio, cioè un senso di innocenza, di purezza di cuore, di cui parla la beatitudine; noi nella nostra cultura occidentale l’abbiamo tradotta in una specie di pratica che in realtà non è tale. Chi di noi può dirsi povero? Quando un prete o una suora ha il posto assegnato e il futuro garantito, che povertà può sperimentare? La povertà spirituale vera è quella di chi si pone di fronte a Dio e dice: sono una creatura peccatrice, mi affido a te. Se invece parliamo della povertà materiale, allora i problemi diventano terribili, perché ad essa si accompagna sempre la povertà relazionale, la povertà di istruzione, di cittadinanza, il disprezzo, l’abbandono».

CERNIGLIA: «Gli economisti misurano la povertà soltanto guardando indicatori di consumo e indicatori di reddito, mentre il fenomeno della povertà è multidimensionale. Detto questo, devo anche affermare che non condivido affatto le teorie economiche sulla “decrescita felice”. La felicità è sì legata alle relazioni (e quindi non soltanto al reddito o alla ricchezza) ma è indubbio che il reddito e il consumo sono dei punti fermi del tenore di vita di una persona. Quando sentiamo dire “non importa se non cresciamo, tanto siamo ugualmente felici perché abbiamo le bellezze artistiche, il paesaggio, un buon clima, buone relazioni”, bisogna sapere che questo può diventare un facile alibi per la politica che si deresponsabilizza e che non è capace di tracciare vie di crescita sostenibile. E poiché difficilmente i ricchi vorranno impoverirsi, i ricchi diventeranno più ricchi e intere classi di popolazione si impoveriranno. La crescita economica è l’ossatura del sistema economico di una comunità che permette di ridistribuire più risorse a tutti».

SODDU:«Così come la croce, considerata in Cristo, anche la povertà può diventare strumento di redenzione. Evangelicamente parlando, infatti, la povertà è un valore, tanto che Gesù l’ha assunta per la sua vita e ne ha perfino proclamato la beatitudine. Dice san Giacomo che Dio “ha scelto i poveri del mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano” (Gc 2,5). Credo che soltanto partendo da questo presupposto si può comprendere e accogliere il significato globale del Vangelo. A partire cioè da una precisa scelta di vita, il credente impegna sé stesso a favore di tutto ciò che non è a immagine di Gesù e si impegna a trasformarlo a partire dalla propria persona. Perciò l’impegno contro la povertà è per il cristiano programma di autentica conversione e di conseguente condivisione e promozione umana intesa come crescita integrale di ogni persona».

Il coro della chiesa metodista di via XX Settembre a Roma, durante il culto dei bambini

Floriana Cerniglia (LUIGI COLI/EIDON STEFANO G. PAVESI).

JESUS: Ma qual è davvero la situazione dell’economia italiana? Che cosa dicono i dati?

CERNIGLIA:«Per quanto riguarda la povertà ci sono due indicatori: l’indicatore di povertà relativa e l’indicatore di povertà assoluta, che l’Istat costruisce identificando una linea (o soglia) di povertà che fa da spartiacque tra chi è povero e chi non lo è. Il primo indicatore, quello di povertà relativa, considera povere le famiglie che possiedono risorse significativamente inferiori a quelle possedute in media dalle altre famiglie. Pertanto serve a misurare la percentuale di famiglie che consumano meno di una determinata soglia “media” e che, per il 2012, per una famiglia di due persone, è stata fissata dall’Istat a 990 euro. Nel 2012, in base a questo indicatore, il 12,7% delle famiglie è relativamente povero ed era dell’11,1% nel 2011. Il secondo indicatore viene costruito individuando un paniere minimale costituito da alcune componenti (generi alimentari, abitazione, vestiario, trasporti) il cui consumo è considerato necessario per evitare di finire in una situazione di deprivazione e viene costruito incrociando differenti tipologie familiari, tre aree geografiche (Nord, Centro, Sud) e densità abitative delle città. Anche secondo questo indicatore, tra il 2011 e il 2012 la situazione in Italia è peggiorata: il dato passa dal 5,2% al 6,8% . Detto altrimenti, nel 2012 in Italia il numero di famiglie povere era di 1 milione e 725 mila ed erano invece 1 milione e 297 mila l’anno precedente. Quasi la metà di queste famiglie è concentrata nel Mezzogiorno, dove peraltro – è bene ricordarlo – è più bassa la spesa per interventi e servizi sociali rispetto ad altre aree del Paese».

Il coro della chiesa metodista di via XX Settembre a Roma, durante il culto dei bambini

(MATT CORNER/FOTOGRAMMA.)

JESUS: In questo modo, però, i poveri potrebbero non aumentare mai: basta ritoccare gli indicatori al ribasso e, in apparenza, la situazione non peggiora e la povertà viene nascosta...

CERNIGLIA: «Esatto, sia il metodo di costruzione della linea di povertà, sia l’individuazione dei beni da inserire nel paniere di consumo possono assumere un’importanza cruciale per interpretare la dinamica del fenomeno. Per esempio, se in una situazione di crisi il reddito di tutti diminuisce di una medesima percentuale passando da un anno all’altro, gli indicatori di povertà relativa non consentirebbero di catturare la situazione di generale impoverimento; per questo motivo c’è abbastanza consenso tra gli studiosi sul fatto che, in momenti di crisi economica, l’indicatore di povertà assoluta aiuta a leggere meglio il fenomeno della povertà. Inoltre l’Unione europea negli ultimi anni, al fine di fotografare meglio la multidimensionalità del fenomeno e di fare comparazioni più accurate tra gli Stati, ha sviluppato un indice di deprivazione definito in base a nove indicatori di deprivazione. Tra questi: non riuscire a sostenere spese impreviste, non riuscire a riscaldare adeguatamente l’abitazione, acquistare una lavatrice».

Il coro della chiesa metodista di via XX Settembre a Roma, durante il culto dei bambini

(VINCENZO TERSIGNI/EIDON)

SODDU: «Sì, siamo di fronte a una crisi che non lascia scampo. I dati evidenziano come la crisi ha determinato l’estensione dei fenomeni di impoverimento ad ampi settori di popolazione, non sempre coincidenti con i “vecchi poveri” del passato. Cresce la multiproblematicità delle persone, con storie di vita complesse che coinvolgono tutta la famiglia; è sempre più diffusa la fragilità occupazionale, aumenta il disagio degli anziani, si impoveriscono ulteriormente le famiglie immigrate e peggiorano le condizioni di vita degli emarginati gravi. Oggi si può quasi parlare di una “pluralità diversificata di povertà”, che non riguarda solo le povertà materiali, ma anche quelle di tipo “relazionale”, “di senso” e “multidimensionali”. Queste ultime riguardano la mancata risposta a più bisogni: da quelli primari come lavoro, denaro, istruzione, salute, diritti, a possibilità di relazioni, a capacità di cogliere il senso della vita, della dignità umana. È la condizione di sempre più persone che, a cominciare dalle difficoltà economiche, arrivano a sperimentare la marginalità e conseguentemente la perdita di senso e di ragione di vita».

SIMONELLI: «Ci stiamo concentrando sull’Italia, ma c’è anche il terribile iato tra Nord e Sud del mondo. Per questo non è accettabile il concetto di un modello economico che concepisce lo sviluppo come una crescita senza limiti. A mio parere, ciò non è sostenibile dal punto di vista delle risorse naturali limitate del pianeta e non è neppure lontanamente condivisibile perché, per esistere, presuppone il mantenimento delle disuguaglianze tra ceti sociali e tra popoli».

SODDU: «In effetti una sorte pesantissima incombe sui poveri del Sud e dell’Est del mondo, che a causa della crisi vedono chiudersi le porte non solo degli aiuti internazionali allo sviluppo, ma anche di altre misure di cui tanto si era parlato negli ormai abbandonati obiettivi di sviluppo del millennio, come ad esempio la cancellazione del debito estero o la definizione di regole commerciali più eque che non penalizzino i più poveri».

Il coro della chiesa metodista di via XX Settembre a Roma, durante il culto dei bambini

(EIDON)

JESUS: Per ciò che riguarda il dibattito economico, forse dovremmo distinguere tra un’idea di crescita economica soltanto «quantitativa», che implica uno sfruttamento delle risorse umane e naturali fino al loro esaurimento, e un’idea di crescita «qualitativa», che non si occupa soltanto dell’accumulo di beni, ma tiene in conto il miglioramento della qualità della vita...

CERNIGLIA: «Sì, è così. Ma non dimentichiamo che anche la crescita quantitativa è importante per sostenere miglioramenti nella qualità di vita di una società. Per capirci: come si contabilizza la crescita? Se una nazione ha un tasso di crescita della popolazione del 2%, allora perché il Pil pro capite (e quindi il tenore di vita) resti invariato da un anno a un altro, bisognerà che il Pil cresca almeno del 2%. Noi in Italia invece abbiamo un Pil che negli ultimi anni è fermo o addirittura negativo a fronte di un tasso di crescita della popolazione superiore allo stesso. Ciò significa che il reddito che si ridistribuisce agli italiani diminuisce e, ad esempio, se non c’è equilibrio tra variazione del Pil e variazione del tasso di crescita della popolazione, il sistema previdenziale non sta in piedi. In Italia nel 2009 il tasso di crescita del Pil è stato -5,5%, nel 2012 -2,4%. Anche nel 2013 si registra una decrescita. Nel nostro Paese il Pil pro capite sta quindi tornando paurosamente indietro e siamo gli unici in Europa con questi dati così negativi. Se non cominciamo a crescere, sarà ancora più difficile trovare le risorse per misure di contrasto alla povertà, per incrementare i servizi alla persona, per migliorare la sanità, la scuola, l’università. Insomma, la crescita è fondamentale per il miglioramento qualitativo della vita».

Il coro della chiesa metodista di via XX Settembre a Roma, durante il culto dei bambini

(MIMMO CARRIERO/OLYCOM)

ALBANESI: «Questo discorso rischia di essere ambiguo e pericoloso perché sembra dare per scontato che ci sia una specie di trend naturale sia nella crescita che nella decrescita. Invece questo è tutto umano. Se nel 2009 c’è stato questo crollo del 5%, allora bisogna chiedersi che cosa ha fatto il Paese con le sue leggi finanziarie e perché non ha convogliato risorse in favore dei più. Se non concateniamo le cause, i modi, le politiche e i tempi dello sviluppo, finisce che tutto appare un destino immutabile – evasione fiscale, erosione del potere d’acquisto, delocalizzazione, impoverimento delle famiglie – mentre è tutto frutto di scelte, di scelte politiche ed economiche. Bisogna dire che certe parole che sembrano diventate dei toccasana – competitività, flessibilità, multifunzionalità – sono inganni dei ceti abbienti a danno dei non abbienti. Come si fa, umanamente, ad accettare che esistano pensioni da 20.000 euro al mese mentre così tante persone ricevono una pensione minima di 400 euro?».

CERNIGLIA: «Anche questo aspetto è fondamentale in un nuovo percorso che andrebbe tracciato. Il fatto è che il nodo della disuguaglianza dei redditi e della povertà, negli ultimi vent’anni, non è stato toccato per una serie di ragioni. Soprattutto, valeva la cosiddetta “teoria del gocciolamento”: se i ricchi li tassiamo meno, investono di più e questo investimento avrà effetti positivi e benefici anche sui più poveri. Ora si sta rivelando che le cose non stanno affatto così! Credo davvero che questa crisi possa essere un’occasione d’oro per riportare le questioni della ricchezza e della povertà al centro del dibattito e cominciare a interrogarsi sulla giustificazione di certi redditi e di certi divari sociali».

Il coro della chiesa metodista di via XX Settembre a Roma, durante il culto dei bambini

(GIUSEPPE PIAZZOLLA/DEMOTIX/CORBIS)

ALBANESI: «A mio giudizio, se non cambia l’idea che il profitto è la regola del mercato, avremo sempre persone e meccanismi che produrranno disuguaglianze. Ma questa è un’economia di sfruttamento, punto e basta. Mi spiace dirlo, ma su questo punto il catechismo della Chiesa cattolica è ambiguo perché dice che, se non c’è una possibilità di arricchimento, la società non progredisce».

SODDU: «Se si è perso tempo, in particolare negli ultimi anni, è anche perché si è dato credito a una tesi convincente e seducente, come accennava prima la professoressa Cerniglia: la povertà potrà essere ridotta grazie allo sviluppo economico. In sostanza: maggiore sviluppo economico, maggiore redistribuzione dei vantaggi di tale sviluppo, quindi meno povertà. Si tratta di una tesi che ha avuto, almeno fino al recente crac finanziario, un’indubbia capacità di convinzione e nello stesso tempo ha contribuito a rinviare un impegno responsabile per affrontare in modo strutturale il problema. Continuare a credere in un’economia basata soltanto sul consumo mi sembra molto problematico. C’è da sperare che si mettano in moto meccanismi per far rientrare nei circuiti economici le fasce che ne sono ancora escluse o che ne sono cadute fuori per effetto della crisi. Sarà necessario rafforzare gli ammortizzatori sociali, ma anche i meccanismi di interazione che vengano incontro in particolare alle famiglie e agli ultimi e non soltanto in termini di carità. Il problema è che la nostra economia si preoccupa di capitali, di industrie, di strutture, di cose, ma poco delle persone. O meglio: si occupa delle persone se sono utili all’economia, se costituiscono domanda solvibile, o lavoro, ma non in quanto persone».

Il coro della chiesa metodista di via XX Settembre a Roma, durante il culto dei bambini

(GUGLIELMO LOBERA/PSP)

JESUS: Papa Francesco ha detto: «Vorrei una Chiesa povera per i poveri». È un richiamo alla radicalità evangelica che ci dovrebbe spingere a interrogarci nonsoltanto su ciò che, come cristiani, dobbiamo fare in futuro, ma anche su ciò che abbiamo fatto in passato. Avete sottolineato chiaramente che, in Italia, nell’ultimo ventennio le disuguaglianze sociali sono andate aumentando e, mentre pochi diventavano più ricchi, la grande maggioranza del ceto medio si è impoverita sempre di più. La disuguaglianza sociale mette in gioco la stessa sopravvivenza della democrazia, anche perché il potere dei pochi ricchi è talmente forte da condizionare, attraverso la manipolazione dell’informazione, la coscienza sociale dei più poveri e deboli. Ebbene, se questa è la situazione, come mai la Chiesa italiana è apparsa in questi ultimi due decenni così silente?

ALBANESI: «Perché non abbiamo avuto il coraggio della rottura, e qui occorre una rottura vera, che viene o da una coscienza civile o da una coscienza evangelica. Il Papa sta assumendo, riportando a verità, una coscienza realmente evangelica. La Chiesa italiana, invece, ha preferito occuparsi dei poveri assistendoli con le opere di carità, ma senza mai veramente farsi loro portavoce con lo stile della denuncia, senza mai toccare il “sistema”».

Il coro della chiesa metodista di via XX Settembre a Roma, durante il culto dei bambini

(DANIELE MASCOLO/ANSA)

SODDU: «Non sono d’accordo su questa lettura. Certamente le opere hanno un peso centrale nell’azione della Chiesa. Ad esempio, Caritas italiana e le Caritas diocesane hanno sviluppato una rete di 1.760 servizi promossi e/o collegati alle realtà diocesane, dove operano 29.429 volontari laici. Complessivamente sono 14.246 i servizi socio-assistenziali e sanitari collegati con la Chiesa Italiana, dove sono attivi 279.471 volontari laici. I Centri di ascolto delle Caritas diocesane sono 2.832 in tutto il territorio nazionale, e vedono la presenza di 28.000 volontari laici. Le Caritas, di concerto con le diverse espressioni delle Chiese locali, hanno sviluppato anche un’ampia gamma di iniziative anticrisi: 986 progetti, presso 212 Caritas diocesane. Ma ho anche la certezza che senza opere non si anima, non si forma la coscienza, non si plasmano i vissuti, gli stili e le scelte di vita. Sono stili, atteggiamenti, attenzioni, azioni che, come un ponte, facilitano l’incontro tra l’uomo, la comunità, il territorio, la Chiesa e Dio. Opere che nascono nella comunità, dalle relazioni corte, dalla condivisione dei vissuti, dall’esperienza concreta di servizio. Ma soprattutto tornano alla comunità restituendo e moltiplicando conoscenza, condivisione, accompagnamento».

Il coro della chiesa metodista di via XX Settembre a Roma, durante il culto dei bambini

(MICOLA MARFISI/FOTOGRAMMA)

ALBANESI:«Io ne sono convinto: con l’accordo tra Stato e Chiesa italiana sull’8 per mille siamo stati silenziati. Normalizzati. Sono scomparsi i preti operai, sono scomparse le solidarietà parrocchiali, è scomparso tutto. E i sacerdoti sono diventati dei funzionari del culto stipendiati».

SIMONELLI: «Sono d’accordo: bisogna allargare la considerazione al tema del potere. La Chiesa è rimasta silente per motivi di interesse, per gli scambi e i favori, il sostegno in cambio del silenzio. Ma c’è anche un altro aspetto da considerare, ed è quello del cambiamento culturale che ha vissuto il cattolicesimo italiano. Mi viene in mente l’esempio dell’esplodere del razzismo verso gli immigrati in zone che sono sempre state tradizionalmente “bianche”, cattolicissime. Il fenomeno leghista ha in Veneto un impianto che – nonostante l’assurdità, la cattiveria, l’ingiustizia, l’antievangelicità di questa cultura politica – gode di un appoggio ecclesiastico capillare. Un altro aspetto ancora da considerare è che nel mondo cattolico italiano non c’è la “cultura della rottura” cui accennava prima don Albanesi. Certe parole come rivendicazione o critica sono considerate quasi un peccato mortale. Se tu accenni a una cosa di questo genere in ambiente ecclesiale, ti senti dire: che parole, che parole! Si è creata una mentalità da sottoposti, magari autoritari verso chi sta più in basso, ma così pieni di piaggeria verso chi è più in alto. Perché io altrimenti non mi spiego come mai, ad esempio, quella frazione di Chiesa che vive con i rom, che parlava di dialogo da sempre, di Chiesa dei poveri, era tacciata di idealismo pacifista, che in gergo cattolico sono quasi insulti, da chi adesso, perché l’ha detto il nuovo Papa, fa prove di francescanesimo».

Il coro della chiesa metodista di via XX Settembre a Roma, durante il culto dei bambini

( DONATELLA GIAGNORI/EIDON)

ALBANESI:«E ricordiamoci che, anche all’interno del clero, c’è un serio problema riguardo alla povertà: i giovani preti non sono affatto poveri, né hanno voglia di esserlo...».

SODDU:«Anche qui, dobbiamo soffermarci sul significato di profezia e di profetismo; inteso come portatore di valori che hanno Dio come sorgente, prima ancora che come voce di denuncia. All’interno di questo significato, mi pare di poter dire che la Caritas italiana ha sempre tenuto alto questo grande valore, che è anche l’anima del suo specifico mandato, avere cioè come filo rosso l’aspetto pedagogico e l’animazione. Entro questa prospettiva ritengo che, nel contesto della crisi attuale, la voce operativa della Caritas – come ho sottolineato prima – sia oltremodo evidente attraverso quelle che chiamiamo operesegno, che cercano di indicare piste, nuovi percorsi di azione, nuovi stili per operare tra e con gli ultimi. Non è mancata, accanto a questo impegno, un’azione di dialogo e all’occorrenza di denuncia costruttiva nei confronti delle istituzioni. Anche attualmente Caritas italiana è impegnata con alcune componenti rilevanti del tessuto politico e sociale italiano, affinché lo Stato possa recepire non tanto voci di protesta quanto possibilità reali d’intervento a favore sia delle povertà cosiddette assolute come anche di quelle relative. Così come non sono mancati e anzi si sono moltiplicati in questi anni percorsi di crescita e di cammino comune con le Caritas diocesane che hanno favorito il rafforzamento dei contesti locali e il fiorire di iniziative proprio in un’ottica di animazione».

Il coro della chiesa metodista di via XX Settembre a Roma, durante il culto dei bambini

(MATT CORNER/FOTOGRAMMA)

JESUS: Negli ultimi tempi, anche grazie a papa Francesco, si è imposto il tema della «moralizzazione» dello Ior, la Banca vaticana. Ma questa è soltanto la punta dell’iceberg. Forse, dunque, varrebbe la pena di riflettere anche su tutte le altre strutture della comunità ecclesiale in Italia, cercando di capire come adeguarle al richiamo esigente di una Chiesa che vuole essere «povera e per i poveri».

Il coro della chiesa metodista di via XX Settembre a Roma, durante il culto dei bambini

(RICCARDO ANTIMIANI/EIDON)

ALBANESI: «Una vita autenticamente cristiana è una vita, prima di tutto, di relazione, poi di accoglienza, di disponibilità e di essenzialità. È questo il dipinto evangelico. Ogniqualvolta vivi da solo, o non sei accogliente, o sei sordo, o accumuli risorse, eccetera, ti allontani da quel modello. Il fatto è che, oggi, ci troviamo a combattere due vizi capitali: la pigrizia e la gola. La nostra cultura è avvizzita perché chi ha – in preda a una sorta di pigrizia – tende a possedere senza preoccuparsi degli altri. A livello di collettività siamo vittime della gola: ci hanno innescato, come dicono i sociologi, desideri che non saranno mai realizzati, ma si susseguono continuamente, creando una frenesia di consumo all’infinito, che intacca la nostra interiorità, mai appagata di ciò che abbiamo. Intendiamoci: non sono un sostenitore del pauperismo, non credo sia necessario mortificarsi se si possiede un cellulare o se si apprezza la buona tavola. Però una crescita economica organica deve essere attenta a chi ti sta accanto. Il messaggio che il Papa ha lanciato contro la guerra in Siria parte dal concetto di armonia: un concetto da ritrovare e valorizzare, in cui tutti hanno un posto, una dignità e, appunto, un equilibrio».

Il coro della chiesa metodista di via XX Settembre a Roma, durante il culto dei bambini

(GIANLUCA ALBERTARI/FOTOGRAMMA)

SODDU: «È una sfida tuttora aperta per la Chiesa, chiamata sempre alla conversione del cuore e a testimoniare limpidamente, in forma coerente, con il Vangelo che annuncia. Dovremmo tutti sentire le parole e gli interventi del Papa su quei temi come uno schiaffo per ciò che non abbiamo fatto e uno sprone ad accogliere, ad ascoltare i nostri fratelli, a fare di più. Il Papa ci sta dicendo con le parole e con i gesti come deve essere la Chiesa di Cristo e come deve essere ogni cristiano: una persona che non accetta mediazioni, che non si adegua alla “globalizzazione dell’indifferenza” ma che va direttamente verso i fratelli. Senza annoiate assuefazioni al ripetersi di certe notizie, all’evidenza di certe ingiustizie».

JESUS: riflessioni, che investono giustamente la coscienza del singolo credente, ai temi che coinvolgono la coscienza dell’intera comunità ecclesiale?

SIMONELLI: «Forse, per fare questo passaggio, bisognerebbe rilanciare l’idea delle “buone pratiche”, dando più spazio e ascolto nella Chiesa a quelle esperienze di confine in cui si pratica una vita comunitaria di condivisione. Tali esperienze possono essere contagiose e aiutare anche il “centro” dell’istituzione ecclesiastica, che per forza di cose è più lento e restìo al cambiamento. Se dopo l’Anno della fede, ad esempio, si indicesse l’Anno della condivisione e della giustizia, io ne sarei molto felice».

Il coro della chiesa metodista di via XX Settembre a Roma, durante il culto dei bambini

(VINCENZO TERSIGNI/EIDON)

SODDU: «Sì, occorre promuovere cammini di vita buona del Vangelo ricchi di dono, gratuità e speranza, grazie agli ultimi. E qui il discorso cade sulle strutture che la Chiesa si dà per portare a compimento un duplice servizio: a vantaggio degli ultimi e a vantaggio di tutti attraverso gli ultimi. Illuminanti in proposito, in primis per l’organismo che dirigo, le parole di don Tonino Bello: “Occorre chiarire un equivoco: la Caritas, diocesana o parrocchiale che sia, non è l’organo erogatore di aiuti, distributore di fondi, promotore di collette da dividere tra i poveri. È, invece, l’organo che aiuta l’organismo a realizzare una sua funzione vitale: la pratica dell’amore. È l’occhio che fa vedere i poveri, antichi e nuovi. È l’udito che fa ascoltare il pianto di chi soffre e amplifica la voce di Dio che provoca al soccorso e alla salvezza. È indispensabile sollevare lo sguardo alla mondialità di certi problemi, come quello della fame, della guerra, della corsa alle armi, dell’ingiustizia di certe impostazioni economiche, dei debiti del Terzo mondo, del vilipendio dei diritti umani...”. Un chiaro invito a ripensare il dono, la gratuità, attraverso la cura dell’uso dei beni. Il territorio, la città vanno arricchiti di storie e itinerari pieni di esperienze di servizio, di consumi in senso equo, solidale e responsabile, di risparmi in senso etico e globale, di investimenti attenti agli aspetti sociali (casa, sanità, educazione, cultura...), alla cooperazione internazionale e al rispetto del Creato».

Il coro della chiesa metodista di via XX Settembre a Roma, durante il culto dei bambini

(ZSOLT CZEGLEDI/ANSA)

JESUS: Ritorna, qui, la questione di cui si accennava all’inizio: la crescita economica non può essere disgiunta dalla giustizia sociale...

CERNIGLIA: «Certo! E non possiamo dimenticare che oggi in Italia c’è una disoccupazione tale per cui intere generazioni non stanno entrando nel mondo del lavoro nell’età in cui dovrebbero ed entreranno talmente tardi che non riusciranno neppure a cumulare contributi per una pensione da 400 euro al mese. È giustizia sociale, questa?».

SODDU: «Rimettere le persone al centro dell’economia, in modo che tutte e tutti abbiano la stessa dignità è il compito del futuro, in modo che l’economia sia veramente al servizio dell’uomo e non viceversa. Il carattere non solo economico ma antropologico del fenomeno della povertà e delle nuove povertà induce a valutare l’incidenza della dimensione relazionale, culturale ed etica nel generarsi e nell’alimentarsi del fenomeno. In questa prospettiva, prendersi carico e promuovere la persona nella sua interezza, rendendola soggetto consapevole del proprio riscatto, costituisce il più potente fattore di contrasto della povertà. Una maggiore responsabilità istituzionale è necessaria, una copertura universalistica per chi vive in condizioni di povertà assoluta deve essere garantita da politiche pubbliche, pur progressive e incrementali, che non si limitino a trasferire risorse, ma puntino a costruire progetti personalizzati. Pensati in maniera sussidiaria, che sappiano fare emergere la solidarietà diffusa nei territori e facciano ripartire i percorsi esistenziali inceppati dalla crisi. E rafforzino comunità capaci di vivere – nei fatti – la speranza del vangelo della carità indissolubilmente legata alla giustizia e la bellezza del magistero civile che è scolpito nelle pagine della nostra Costituzione repubblicana».

Il coro della chiesa metodista di via XX Settembre a Roma, durante il culto dei bambini

(STEFANO G. PAVESI)

JESUS: Un’ultima domanda: se uscisse, prima o poi, un documento vaticano o addirittura – come si è accennato anche sui media nelle settimane scorse – una enciclica del Papa sul tema della povertà, quali sono i tre punti che vorreste trovare nel testo?

ALBANESI: «Il concetto di popolo di Dio, che a mio parere è fondamentale. E poi, il concetto della creazione, a cui papa Francesco è affezionato; e infine il concetto della dignità di ognuno, da cui deriva l’esigenza di un benessere da garantire a tutti».

SIMONELLI: «La giustizia; il rifiuto del gergo ecclesialese e l’uso di un linguaggio quotidiano ed evangelico insieme; la scelta di non parlare soltanto per l’Occidente ma per tutti e, infine, la questione delle differenze che producono discriminazione e nuove ulteriori povertà, in particolare per le donne».

CERNIGLIA: «A me piacerebbe si affrontasse il nodo di come è possibile, anzi necessario, coniugare la crescita con la solidarietà. Non è concepibile che ci siano ancora intere popolazioni in alcuni Paesi o gruppi di individui o famiglie o categorie nei Paesi sviluppati che vivono al di sotto della soglia minima indispensabile per godere della dignità umana. L’altro tema, come già detto, è quello dei giovani. La disoccupazione giovanile è una vera emergenza». SODDU: «Io credo che papa Francesco non farebbe innanzitutto mancare il tema della conversione a partire dagli ultimi, intesi come i protagonisti della storia di salvezza che il Signore vuole ancora oggi realizzare sulla terra a vantaggio di tutti. Continuerebbe poi sugli stili di vita e l’educazione delle giovani generazioni, presupposto al discorso sulla giustizia e la pace, come anche della più ampia questione del bene comune».

Redazione

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