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Notizie di fede dal mondo

EUROPA

Yerevan: il Consiglio d’Europa si interroga sulla libertà religiosa

Il Vecchio Continente si arrovella sul nodo della libertà religiosa. A prima vista, non si direbbe che ce ne sia grande bisogno: tra tante aree del mondo, l’Europa è certo una di quelle in cui il diritto di culto e di espressione delle proprie idee in materia di fede sembra meglio garantito. Eppure è proprio così: dagli Urali fino all’Atlantico, un numero crescente di organismi ecclesiali e di istituzioni civili si stanno interrogando, con urgenza crescente, sulle questioni del rispetto delle minoranze religiose e delle relazioni – spesso e volentieri complicate – tra Stati e comunità di fede. Gli esempi, in proposito, si sprecano: il Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee), guidato dal cardinale arcivescovo di Budapest Péter Erdö, si occupa nella sua assemblea plenaria, dal 3 al 6 ottobre a Bratislava, del binomio Dio e Stato: tra laicità e laicismo. Il Consiglio ecumenico delle Chiese di Ginevra, invece, ha dedicato una sessione pubblica, il 16 e 17 settembre, al tema delle minoranze religiose, con un dialogo tra il suo segretario generale, il pastore Olav Fykse Tveit, e Heiner Bielefeldt, rappresentante speciale delle Nazioni Unite per la libertà di credo e di culto. Ma se la sensibilità delle Chiese e delle comunità religiose su questo tasto è ovvia, meno scontata – e perciò più interessante – è l’attenzione delle istituzioni europee. È il caso, per esempio, del Consiglio d’Europa, che il 2 e 3 settembre scorsi a Yerevan (Armenia) ha organizzato un incontro di scambio sulla dimensione religiosa del dialogo interculturale intitolata Libertà religiosa nel mondo d’oggi: sfide e garanzie.

Una donna musulmana indossa il niqab in un ufficio comunale di Bruxelles, in Belgio

Una donna musulmana indossa il niqab in un ufficio comunale di Bruxelles, in Belgio.
(CORBIS)

Sotto l’egida del Governo armeno, presidente di turno del Consiglio d’Europa, una cinquantina di partecipanti – tra esponenti delle istituzioni europee, rappresentanti religiosi, esperti e osservatori – si sono confrontati sul variegato panorama politico-giuridico con cui i singoli Stati del continente regolano i propri rapporti con le diverse comunità di fede. Nonostante le significative differenze tra Paese e Paese, in effetti, il quadro socio-demografico va avvicinando esperienze e situazioni un tempo assai distanti tra loro: la globalizzazione, l’apertura delle frontiere e il crescere delle migrazioni, infatti, stanno facendo sì che in ogni nazione, anche quelle un tempo più “omogenee”, la pluralità delle confessioni religiose sia andata aumentando, generando mosaici di culti, riti e pratiche non sempre facili da gestire. E però, come ha fatto notare il senatore italiano Paolo Corsini, rappresentante dell’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, «dove la libertà religiosa è rispettata e le minoranze vengono protette, le società registrano una minore incidenza dei conflitti socio-politici. Il dialogo interreligioso, dunque, diventa uno strumento indispensabile per la ordinata convivenza umana».

Se il principio è chiaro e condiviso, la sua traduzione nella pratica non è altrettanto semplice. «Il paesaggio religioso dell’Europa oggi è totalmente nuovo rispetto al passato. E questo produce una tensione fra tradizione e contemporaneità », ha osservato il buddhista Michel Aguilar. Secondo l’igumeno ortodosso russo Philip Ryabykh, però, «il problema è che ogni religione ha una sua antropologia e una sua visione del mondo, mentre nelle istituzioni europee si sta affermando una sola idea: quella secolare. E questo, che lo si voglia o meno, discrimina i credenti». «La sfida», ha sottolineato il vescovo luterano finlandese Karloo Kalliala, «è quella di riconciliare le diversità». Per dirla in maniera più precisa con le parole del professor Silvio Ferrari, giurista dell’Università di Milano, «di fronte all’aumento della varietà religiosa e, insieme, alla crescita della visibilità e del protagonismo delle fedi nello spazio pubblico, occorre costruire una sfera pubblica imparziale e inclusiva. Imparzialità nell’amministrazione della legge, indipendentemente dal credo. E inclusività nella discussione politica, in modo che anche le minoranze religiose si sentano garantite e rappresentate». Resta aperta, però, una questione fondamentale, ha concluso Ferrari: «Come far sì che la separazione istituzionale Stato-Chiesa e l’inclusione sociale delle comunità di fede possano essere combinate per accrescere la coesione sociale?».

Giovanni Ferrò

ITALIA

Il giudice Agliastro: padre Puglisi, prete in prima linea contro la mafia

Padre Pino Puglisi, il coraggioso parroco di Brancaccio beatificato nei mesi scorsi, veniva assassinato esattamente vent’anni fa, il 15 settembre 1993. In questa occasion e, per la prima volta, l’attuale sostituto procuratore generale di Palermo Mirella Agliastro, giudice a latere nel processo Puglisi, ha deciso di rilasciare un’intervista esclusiva a Jesus. Riservata, misurata, lontana dai palcoscenici, la dottoressa Agliastro ha voluto rompere il silenzio per rendere un suo personale omaggio al sacerdote palermitano martirizzato dalla mafia.

Dottoressa Agliastro, è soddisfatta dell’esito del processo?

«In tutti questi anni, la ricostruzione storico-processuale del delitto non ha mai subito smentite. La nostra sentenza (che ha condannato quattro imputati, due dei quali collaboratori di giustizia, mentre gli altri due sono rimasti irriducibili) è la madre di tutti i processi. Vi è descritto tutto l’iter sulla genesi di un omicidio di mafia, dalle minacce iniziali alla composizione del gruppo di fuoco. La sentenza custodisce intatto, a distanza di vent’anni, il pathos che attraversò le coscienze degli italiani per quella morte ingiusta».

Commemorazione di don Puglisi nella cattedrale di Palermo.

Commemorazione di don Puglisi nella cattedrale di Palermo.
ANTONIO MELITA/NURPHOTO/NURPHOTO/CORBIS

Ma perché la mafia decise di uccidere don Pino?

«Padre Puglisi voleva restituire dignità agli uomini liberi, libertà di scelta e consapevolezza ai singoli, dare un riconoscimento identitario alle persone che frequentavano la sua chiesa e il suo quartiere. I killer hanno spento per sempre la voce a quel prete impegnato nelle lotte per i diritti, nella solidarietà, nella promozione sociale, nel recupero degli adulti e dei bambini, nella crescita religiosa ed etica della sua comunità. Il miracolo di padre Puglisi era l’invito ad affrancarsi dal giogo mafioso. Il sacerdote non si era piegato nemmeno dopo minacce, intimidazioni a suoi collaboratori, danneggiamenti, incendi dolosi. Soltanto di fronte all’azione implacabile di una mano omicida il suo spirito indomito di religioso impegnato sul piano etico e civile aveva dovuto soccombere, solo e inerme».


Puglisi non denunciò soltanto la manovalanza mafiosa, ma si occupò anche della rete di complicità insospettabili, dei colletti bianchi che lucrano sull’indigenza delle persone e non hanno scrupoli negli affari...

«Sì, il parroco di Brancaccio era andato oltre la mera solidarietà e l’appoggio morale agli emarginati: aveva scelto di denunciare i soprusi e i misfatti; aveva gradito assai poco e scoraggiato l’appoggio offerto alla Chiesa da parte dei potenti della zona, collusi con gli esponenti locali del potere mafioso e con il ceto politico facile a certi compromessi. In particolare, aveva impedito a certi esponenti politici di scrivere sul giornale della parrocchia e ai notabili di sponsorizzare feste religiose e iniziative sociali per raccogliere voti per i loro candidati. La sua attività di recupero del quartiere e di risanamento morale e religioso non era sfuggita all’occhio attento degli esponenti del potere politico o criminale che dominavano la zona».

Quale fu la reazione della cosiddetta borghesia mafiosa?

«Inizialmente costoro avevano cercato il contatto, la coesistenza, addirittura la collaborazione con la Chiesa locale, ma il buon prete aveva manifestato una sorta di allergia, di insofferenza e di avversione per gli esponenti politici e i comitati vari che lo avevano avvicinato. In questa intensa e instancabile attività di risanamento morale e sociale va ricercata la causale dell’omicidio Puglisi. Ciò che doveva essere bloccato era il progetto che il parroco stava attuando per liberare le forze sane della società civile, favorendo un processo di avanzamento del fronte della legalità».


Cosa ha rappresentato, in definitiva, don Pino per la Chiesa siciliana, passata dagli imbarazzanti silenzi del passato all’impegno degli ultimi decenni?

«Insieme ad altri sacerdoti di trincea, padre Puglisi ha trasformato la sua Chiesa in una prima linea nella lotta contro la mafia e ha espresso l’immagine di un clero isolano non più timido e impacciato nelle prese di posizione contro il potere, bensì risoluto e battagliero nella coerenza evangelica e nella testimonianza di fede, impavido nel mobilitare la comunità e favorire il risveglio delle coscienze ».

Pietro Scaglione

AMERICA DEL NORD

Nonostante la destra, cresce l’indice di gradimento del Papa negli States

Gli statunitensi apprezzano papa Francesco. A sei mesi dal conclave, il Pew Forum on Religion & Public Life ha scandagliato gli umori della popolazione Usa per fotografare il gradimento di un Pontefice che, a causa delle novità che introduce, suscita entusiasmi e resistenze. Gli Stati Uniti sono un barometro particolarmente significativo. Se l’elezione del primo Papa latinoamericano della storia ha riempito di orgoglio la popolazione ispanica d’oltreatlantico e i settori liberal della Chiesa a stelle e strisce si sono sentiti rinfrancati dalle aperture evocate dal Pontefice gesuita, gli ambienti tradizionalisti mugugnano, e anche diversi rappresentanti di vertice del cattolicesimo Usa, impegnati negli anni scorsi in una opposizione senza sconti all’amministrazione Obama sui temi della bioetica e delle politiche sulla famiglia, hanno covato un certo allarme per il riformismo di Bergoglio. «L’ala destra della Chiesa in generale non ha mostrato felicità per la sua elezione», ha ammesso senza giri di parole l’arcivescovo di Philadelphia Charles Chaput, falco dell’episcopato Usa. Il vescovo Thomas Tobin di Providence, da parte sua, si è detto «deluso» da Francesco per il fatto che «non ha detto granché» sull’aborto. In tale contesto, per misurare l’umore del cattolicesimo statunitense mancava la fredda metodologia della statistica.

Fedeli nella cattedrale di San Patrizio, a New York, nei giorni dell’elezione del Papa

Fedeli nella cattedrale di San Patrizio, a New York, nei giorni dell’elezione del Papa.
(BRENDAN MCDERMID/REUTERS)

Ci ha pensato, appunto, il Pew Forum con un sondaggio realizzato tra il 4 e l’8 settembre: un campione di oltre 1.500 persone, giovani e anziani, cattolici e non, Wasp e ispanofoni, è stato intervistato sul gradimento del Papa argentino. Il risultato è che, sei mesi dopo il conclave, il 79% dei cattolici Usa ha espresso un parere favorevole nei confronti di Francesco. Solo il 4% ha manifestato un giudizio negativo, mentre il 17% non ha espresso un’opinione. Il gradimento è in lieve calo rispetto a marzo, mese dell’elezione, quando a favore del Papa appena eletto si espresse l’84% dei cattolici. L’istituto statistico rileva che si tratta di cifre analoghe a quelle raggiunte da Benedetto XVI dopo un viaggio di successo oltreatlantico nel 2008, quando l’83% degli statunitensi espresse apprezzamento per Joseph Ratzinger. Papa Giovanni Paolo II, forte probabilmente del suo anticomunismo, ha sempre raccolto il gradimento di nove americani su dieci in tutto il periodo del suo lungo pontificato. Il favore nei confronti di Bergoglio è più accentuato tra i cattolici che vanno a Messa almeno una volta a settimana (86%), meno forte tra i non praticanti (74%). Sono «molto favorevoli » al nuovo Papa il 44% dei cattolici con più di 50 anni, solo il 31% di quelli con meno di 50 anni. Il sondaggio, infine, allarga lo sguardo all’insieme della popolazione statunitense e – indice della statura da leader mondiale del Papa – rileva che il 58% degli americani, cattolici e non cattolici, giudica favorevolmente Francesco, un punto percentuale in più rispetto a marzo.

Iacopo Scaramuzzi

AMERICA LATINA

Elezioni in Cile: Bachelet in pole position e la Chiesa sta a guardare

A meno di clamorose sorprese dell’ultima ora, le elezioni del 17 novembre sanciranno il ritorno alla Moneda di Michelle Bachelet, che è stata presidente della Repubblica fino al 2010. I sondaggi, infatti, indicano da tempo la candidata della coalizione di centrosinistra Nuova maggioranza come la personalità politica di gran lunga più popolare del Paese. Inoltre sulla sua principale concorrente, Evelyn Matthei, ministra del lavoro uscente e in lizza per la governativa Alleanza (che riunisce la destra liberale e l’Udi, formazione politica erede della dittatura del generale Augusto Pinochet), pesano la scadente performance dell’esecutivo del presidente Sebastián Piñera, il cui consenso è stato eroso dalle proteste studentesche e da quelle provocate in alcune regioni dal varo di progetti energetici come la costruzione di dighe per la produzione di elettricità nella zona di Aysén, nonché dalle divisioni all’interno della stessa coalizione governativa.

Manifestazione studentesca per l’istruzione gratuita

Manifestazione studentesca per l’istruzione gratuita
(MARIO RUIZ/EPA/ANSA)

La competizione assume comunque una particolare valenza simbolica, non solo perché per la prima volta sono due donne a contendersi la massima carica dello Stato, ma perché i loro padri furono entrambi generali dell’aviazione, solo che Alberto Bachelet rimase fedele al presidente Salvador Allende e dopo il colpo di Stato fu arrestato e torturato fino a morire nel 1974 all’Accademia di guerra aerea, diretta proprio da Fernando Matthei, che aveva invece aderito al golpe e sarà membro della Giunta militare dal 1978 al 1990. Le mobilitazioni, soprattutto studentesche, dell’ultimo biennio, inedite per dimensioni e consenso sociale, sono state interpretate come la vera fine della dittatura e hanno radicalmente modificato l’agenda politica del Paese, tanto da portare in testa alle preoccupazioni dei cileni, insieme alla lotta alla criminalità, l’accessibilità e la qualità dell’assistenza sanitaria e dell’istruzione, ma ponendo all’ordine del giorno anche il superamento dell’attuale Costituzione, varata dal regime militare nel 1980. Così, per esempio, durante la campagna elettorale Bachelet ha promesso di rendere gratuita la scuola (come rivendicano gli studenti), di varare una riforma tributaria progressiva e riformare l’attuale legge elettorale (a sistema binominale) che finora ha sempre garantito alla destra un numero di parlamentari assai maggiore alla percentuale di voti ottenuti.

Tuttavia c’è chi preme per qualcosa di più: oltre 200 personalità cilene, tra cui monsignor Luis Infanti de la Mora, vicario apostolico di Aysen, hanno lanciato un appello per la realizzazione di un referendum sull’attuale Costituzione, al quale, in caso di bocciatura della Carta, dovrebbe seguire la convocazione di un’assemblea costituente rappresentativa della diversità etnica, sociale, politica, culturale e di genere del Paese che rediga una nuova Legge fondamentale. Una proposta, questa, che secondo un sondaggio è condivisa dall’83% dell’elettorato. Secondo monsignor Infanti, il «profondo malessere sociale» manifestatosi nell’ultimo biennio anche attraverso la crescente sfiducia nel sistema dei partiti e il massiccio astensionismo nelle elezioni municipali del 2012, «ha la propria radice nel progetto di persona e società plasmati nella Costituzione del 1980, che istituzionalizzò il modello neoliberale». Di fronte poi alle perduranti tensioni nella regione dei mapuche, culminate in agosto con l’assassinio di un giovane indigeno in circostanze tali da far ipotizzare una responsabilità dei carabinieri, Bachelet ha riconosciuto di aver commesso «un errore applicando la Legge antiterrorista (varata dalla dittatura, ndr) nel 2007» e ha promesso di «avviare una nuova relazione con tutti i nostri popoli originari, lavorando a favore di un loro riconoscimento costituzionale e della loro inclusione sociale attraverso apposite politiche pubbliche». La probabile prossima inquilina della Moneda ha anche annunciato l’intenzione di introdurre l’Accordo di vita in coppia (una sorta di unione civile, ndr), come primo passo verso il riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso, con la possibilità di adottare bambini, nonché «la depenalizzazione dell’aborto terapeutico e in caso di violenza sessuale». La Conferenza episcopale ha più volte espresso la propria contrarietà a questi provvedimenti e c’è da prevedere che il clima si andrà surriscaldando.

Mauro Castagnaro

AFRICA

New Deal per la Somalia?

Indeboliti sul fronte interno, i terroristi di Shabaab colpiscono all’esterno. E lo fanno con un devastante attacco al cuore di Nairobi, dove il 20 e il 21 settembre hanno fatto irruzione nel centro commerciale Westgate, uccidendo una settantina di persone e ferendone almeno 170. «Una vendetta contro le atrocità che l’esercito keniano ha commesso in Somalia», rivendicano gli assalitori. Eppure, proprio in questi stessi giorni, dopo anni di guerra, caos, carestie e terrorismo, la Somalia torna a sperare.

MUHAMMAD HAMED/REUTERS

E lo fa insieme alla comunità internazionale e specialmente all’Unione europea, finalmente decisa a intervenire con ingenti risorse per contribuire al rilancio del Paese. L’obiettivo è investire un miliardo di euro in tre anni per quello che viene definito il New Deal per la Somalia. «Lo scopo», ha dichiarato l’alto rappresentante agli Affari esteri dell’Ue Catherine Ashton, «è sostenere il processo politico in modo da completare la Costituzione e definire lo Stato federale, rispondendo alle aspirazioni del popolo somalo». Certo, però, i somali devono fare la loro parte e così i Paesi limitrofi. Lo sostiene monsignor Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti e amministratore apostolico di Mogadiscio: «Il nuovo governo federale è già destabilizzato dalle diatribe interne sul federalismo e su altre questioni. Inoltre, oppositori, Shabaab e altri hanno preso di mira i rappresentanti del governo e le organizzazioni straniere, cercando di indebolire ulteriormente le istituzioni somale in fase di ricostruzione». Il 3 settembre, il presidente Hassan Sheikh Mohamud (nella foto con la Ashton) è scampato a un attentato di un commando di Shabaab. Ma non è che l’ultimo episodio di una serie di attacchi contro personalità di Governo, giornalisti e oppositori. E non da oggi: in questo mese di ottobre si commemora il decimo anniversario dell’uccisione di Annalena Tonelli, missionaria laica assassinata presso il suo ospedale di Borama, in Somaliland. Una grande testimonianza di amore per il popolo somalo e di dedizione per i suoi malati.

Anna Pozzi

OCEANIA - ASIA

Ad Amman leader musulmani e cristiani cercano le vie della pace

Il 3 e 4 settembre scorso per un vertice promosso da re Abdullah II. Il sovrano ashemita ha voluto raccogliere il punto di vista di una settantina di ecclesiastici sulle sfide che i cristiani si trovano a fronteggiare nella regione. Uno sguardo particolare è stato rivolto a Siria ed Egitto, ma non sono mancati riferimenti a Gerusalemme, al conflitto israelo-palestinese e ai problemi più generali. All’invito del re di Giordania hanno aderito praticamente tutti i patriarchi delle Chiese mediorientali, ortodossi e cattolici, ma anche altri vescovi nonché i responsabili delle comunità luterane. A rappresentare la Santa Sede il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani.

T. WIMBORNE/REUTERS

Autorevoli anche gli interlocutori musulmani, primo fra tutti il principe Ghazi bin Muhammad, membro della Casa reale giordana e consigliere del re per gli affari religiosi e culturali (nella foto, a destra di Abdullah II), oltre che ispiratore della lettera “Una parola in comune tra noi e voi”, indirizzata il 13 ottobre 2007 da 138 saggi musulmani a tutti i capi delle Chiese cristiane. Dando il benvenuto ai suoi ospiti, re Abdullah ha osservato che le sfide attuali in Medio Oriente sono comuni a cristiani e musulmani: «Esse», ha soggiunto, «esigono l’unione degli sforzi e la nostra piena collaborazione. Dovremmo perciò trovarci d’accordo su un codice di comportamento che ci unisca invece di dividerci. Dobbiamo concentrarci sull’educazione e sul modo in cui facciamo crescere i nostri figli per proteggere le generazioni future.

È una responsabilità che spetta alle famiglie e alle altre istituzioni educative, così come alle moschee e alle chiese». I leader cristiani intervenuti alla due giorni hanno riaffermato quelle che sono ormai posizioni condivise: la rivendicazione della parità di tutti i cittadini davanti allo Stato, che ha l’obbligo di garantire anche alle minoranze il pieno godimento dei diritti civili; l’urgenza di educare i giovani, a scuola come nelle organizzazioni religiose musulmane e cristiane, alla moderazione e al rispetto degli altri; l’obbligo morale, anche da parte dei leader religiosi musulmani, di isolare i terroristi e gli estremisti; l’importanza di rafforzare le relazioni ecumeniche per fronteggiare uniti le difficoltà d’ogni giorno; la necessità di ribadire che, nelle loro patrie, i cristiani non sono un corpo estraneo; lo sforzo per contrastare la spinta all’emigrazione.

Giampiero Sandionigi

Jesus n. 6 giugno 2013- Home Page