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REPORTAGE
SIRIA

INTERVISTA
GUSTAVO GUTIÉRREZ

IL DIBATTITO
LA POVERTÀ

ATTUALITÀ
LA SETTIMANA SOCIALE

INTERVISTA - GUSTAVO GUTIÉRREZ

Gigante della Teologia

di MAURO CASTAGNARO

È UNO DEI PADRI DELLA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE E, PER QUESTO, È STATO A LUNGO NEL MIRINO DEL VATICANO. OGGI CHE È STATO RICEVUTO DA PAPA FRANCESCO E LA SUA OPERA È STATA RIVALUTATA, TRACCIA UN BILANCIO SERENO DEL PASSATO E DELINEA LE SFIDE DEL FUTURO.

Vedendolo così piccolo e malandato camminare zoppicando appoggiato a un bastone nei chiostri del Seminario arcivescovile di Seveso, in provincia di Milano, si fa fatica a pensare che padre Gustavo Gutiérrez sia all’origine di un movimento teologico che negli ultimi quattro decenni ha motivato la partecipazione di migliaia di cristiani alle lotte per la giustizia sociale, turbato i sonni dei potenti (tanto da meritare studi dei think tank conservatori degli Stati Uniti e apposite conferenze degli eserciti di tutto il continente americano) e suscitato controversie nella stessa istituzione ecclesiastica, soprattutto per la sua presunta dipendenza dal marxismo. Ma quando questo prete ottantacinquenne apre la bocca, si capisce subito che ci si trova davanti a un «gigante» del pensiero cristiano. Il «padre» della Teologia della liberazione è venuto in Italia per partecipare al XXIII Congresso nazionale dell’Associazione teologica italiana (Ati) e presentare con l’arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, al Festival di letteratura di Mantova il libro scritto a quattro mani col titolo Dalla parte dei poveri. Proprio questo dialogo con monsignor Müller e il successivo incontro, il 12 settembre, con papa Francesco a Santa Marta, sono stati definiti eventi «storici», perché nei decenni scorsi invece l’organismo della Curia romana incaricato di vegliare sull’ortodossia non aveva mostrato molta comprensione verso i teologi della liberazione, emanando nel 1984 e nel 1986 due Istruzioni, complessivamente piuttosto critiche, e censurando in varia forma e misura alcuni autori, come i brasiliani Leonardo Boff e Ivone Gebara o lo spagnolo naturalizzato salvadoregno Jon Sobrino.

padre Gustavo Gutiérrez

Un’immagine di padre Gustavo Gutiérrez, 85 anni, durante l’intervista con Jesus.
(UGO ZAMBORLINI)

Dal tema dell’amicizia con monsignor Müller prende le mosse la lunga conversazione di padre Gutiérrez con Jesus: «L’ho conosciuto nel 1988», ci spiega, «quando padre Josef Sayer, all’epoca missionario a Lima e poi direttore fino all’anno scorso di Misereor (l’agenzia della Conferenza episcopale tedesca che si occupa di cooperazione allo sviluppo, ndr), invitò un gruppo di professori tedeschi per un seminario cui mi chiese di partecipare. Il professor Müller, che insegnava Teologia dogmatica a Monaco, alla fine dell’incontro mi disse che la discussione gli aveva ricordato l’importanza della pratica, per cui mi propose di venire periodicamente in Perù a dare una mano come professore. Per 15 anni ha sempre trascorso 3-4 settimane delle sue ferie annuali insegnando nel seminario di Cuzco, i cui alunni erano indigeni con una scolarizzazione molto bassa, e dedicando i fine settimana al lavoro pastorale nelle aree rurali. Io non ho visto molti professori europei impiegare così le proprie vacanze! Naturalmente quando è diventato vescovo è potuto tornare in Perù solo per periodi più brevi. Negli anni la nostra amicizia è cresciuta. Insomma, penso sia una persona intellettualmente molto aperta che ha avuto la semplicità e il coraggio di dire che la prospettiva liberatrice ha mutato il suo modo di concepire la teologia».

La chiesa luterana di Roma

(UGO ZAMBORLINI)

Crede che il giudizio positivo di monsignor Müller sia limitato ai suoi scritti o si estenda alla Teologia della liberazione nel suo complesso?

«Non gliel’ho mai chiesto e, in effetti, quando parla della Teologia della liberazione, subito mi cita. Posso però immaginare, senza sbagliarmi di molto, che il suo giudizio non riguardi solo la mia riflessione, perché le posizioni di noi teologi della liberazione sono essenzialmente le stesse e io non l’ho mai sentito criticare un altro autore».

padre Gustavo Gutiérrez

(UGO ZAMBORLINI)

La Teologia della liberazione ha tentato di rileggere il messaggio evangelico e la riflessione cristiana «a partire dal povero ». Negli ultimi decenni, dal suo tronco sono nati filoni teologici che cercano di fare lo stesso, ma «a partire dalla donna», «a partire dall’indio», «a partire dall’omosessuale », ecc... Che cosa ne pensa?

«Mi è sempre parso importante disporre di una nozione globale, che per me era quella di “insignificante”, perché si può esserlo per mancanza di denaro, ma anche per il colore della pelle o per il fatto di parlare male la lingua dominante in un Paese, come avviene in Perù per la metà indigena della popolazione. Quando parlo dei “poveri”, quindi, non mi riferisco solo a chi ha un reddito basso, ma intendo “chi non conta, non ha peso sociale”, chi è emarginato o dimenticato. Già nel libro Teologia della liberazione parlavo anche di etnie e culture disprezzate, nonché, soprattutto dal 1975, della donna, tanto che il documento finale della II Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano tenutasi a Puebla, in Messico, nel 1979, riprende un mio testo che ne parla come “doppiamente oppressa, in quanto povera e in quanto donna”. Non ho approfondito molto questa riflessione, perché l’hanno fatto soprattutto le teologhe e non era necessario ripetere quanto esse dicono. La teologia femminista deriva dall’esperienza della donna e questo mi pare importante, mi interessa molto. Ma non è una teologia solo per le donne, perché ha una dimensione universale».

Un’immagine di padre Gustavo Gutiérrez

(UGO ZAMBORLINI)

Frei Betto sottolinea spesso che nell’ultimo decennio in America latina sono andati al Governo leader legati idealmente alla «opzione per i poveri» e alla Teologia della liberazione. Come giudica questo richiamo?

«Diffido molto di tali identificazioni. Certo il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, ha una formazione cristiana, avendo studiato a Lovanio con padre François Houtart, ha conosciuto il nostro mondo e vi ha fatto riferimento; al contempo è un economista con le sue idee. E il capo dello Stato del Salvador, Mauricio Funes, ha menzionato spesso monsignor Romero, che peraltro è un simbolo per tutto il Paese. I leader politici hanno tutto il diritto di citare questi riferimenti, perché vuol dire che per loro sono significativi e questo mi rallegra. La Chiesa – parlo di Chiesa perché le idee che si attribuiscono alla Teologia della liberazione sono poi presenti nei documenti dell’episcopato latinoamericano – ha motivato, seppur non da sola, l’interesse della politica per i poveri, la giustizia, i diritti umani e molte persone si sono identificate con la Teologia della liberazione, ma questa non è un club o un partito politico, cui ci si iscrive! Perciò non penso si possa dire che un presidente della Repubblica è legato a essa. Non ho dubbi – e mi fa piacere – che la Chiesa latinoamericana negli ultimi quarant’anni abbia influito molto sulla società. E d’altro canto quanta repressione da parte dei Governi è stata motivata con la lotta alla Teologia della liberazione! Essa è quindi presente nell’ambiente politico, nel bene e nel male, ma ci sono altri fattori che influiscono. Molti anni fa un giornagiornalista di Barcellona mi chiese un parere sulla rivoluzione sandinista che aveva trionfato in Nicaragua, definendola “opera di persone legate alla Teologia della liberazione”. Obiettai che pensavo ci fossero elementi più importanti della Teologia della liberazione: se in Nicaragua c’è stata la rivoluzione, lo si deve prima di tutto alla violenza e ingiustizia della dittatura dei Somoza. Non bisogna perdere il senso delle proporzioni! La Teologia della liberazione ha certamente motivato tante persone, ma non le si può attribuire ogni loro atto. Sono contento che abbia un’influenza: si fa teologia per cambiare questo mondo! Ma non è vero che l’America latina sia mutata per merito suo!».

Un’immagine di padre Gustavo Gutiérrez, 85 anni, durante l’intervista con Jesu;

(UGO ZAMBORLINI)

Da qualche tempo lei sta lavorando sul tema del pluralismo religioso. Qual è la sua posizione in proposito?

«È un tema molto importante, su cui sto riflettendo da anni. Ho partecipato a vari incontri sul dialogo interreligioso, ma non vi ho mai visto rappresentanti delle religioni animiste africane, assai diffuse in quel continente, o di quelle indigene dell’Amazzonia, ma solo delle “grandi religioni mondiali”, cioè l’islam, lo shintoismo, l’induismo, l’ebraismo, che ha relativamente pochi aderenti, ma è molto importante, eccetera. Questo mi pare non vada bene se vogliamo costruire un’ipotesi scientifica sulle religioni che sia convincente. Il dialogo interreligioso è molto interessante, ma per parteciparvi basta avere rispetto per gli altri. Il problema vero riguarda la Teologia delle religioni ed è quello dello statuto di Cristo come salvatore unico e universale. Mi spiace dirlo, ma penso che nessuna teoria finora elaborata dalla comunità teologica sia soddisfacente e mi colpisce che Paul Knitter, che conosco bene e su questo ha riflettuto e scritto ben più di me, nel suo ultimo libro dica più o meno lo stesso, cioè che quanto abbiamo finora prodotto sono ancora approssimazioni e le ipotesi attuali hanno solo diradato un po’ la nebbia. In particolare, la tripartizione “esclusivismoinclusivismo- pluralismo”, che pure è stata utile in un certo momento, mi pare superata, anche perché le posizioni esistenti tra i teologi non sono più riconducibili a queste tre categorie. Bisogna avere la modestia di ammettere che dobbiamo approfondire ancora il tema sul piano teologico, il che comunque non è condizione previa del dialogo con le altre religioni, indispensabile per conoscerci. Di tutto questo avevo parlato anche con padre Jacques Dupuis, che ho visto soffrire per le incomprensioni patite da parte della Chiesa. Dupuis è morto triste, dopo essere stato trattato molto male...».



Padre Gustavo Gutiérrez, durante l’intervista con Jesus

(UGO ZAMBORLINI)

Trattato male come lei...

«Sì, anch’io in un certo momento. Ma allora ho imparato che non bisogna perdere il senso dell’umorismo, una virtù che aiuta a non sentirsi il centro del mondo o un esule perenne, a non prendersi troppo sul serio, e che impedisce di amareggiarsi. A me piace molto ridere e credo che questo mi abbia aiutato nei momenti difficili. Si deve andare avanti, senza sentirsi indispensabili: tanto la riflessione teologica sarebbe proseguita anche senza di me. Comunque io non sono mai stato oggetto di un processo, ma di un dialogo, anche se ne venni a conoscenza quando era già iniziato!».

Indios sudamericani coi vestiti tradizionali

Indios sudamericani coi vestiti tradizionali (JAN SOCHOR/DEMOTIX/CORBIS)

Con quale spirito ha vissuto quei momenti in cui percepiva la sfiducia della gerarchia nei suoi confronti?

«È sgradevole sentirsi definire “uno che si è infiltrato nella Chiesa per distruggerla”. Che uno dica di non essere d’accordo è normale, ma quell’accusa era pazzesca! La controversia poi aveva una forte dimensione mediatica in Perù, vi erano coinvolti vescovi e personalità politiche. Ho dialogato molto, non ho convinto nessuno delle mie posizioni, ma forse hanno compreso che quanto credevano di me non era vero. A Roma, dove sono più colti, hanno capito di più e mi hanno chiesto del marxismo solo la prima volta; dopo si sono concentrati su questioni più propriamente teologiche. È stata una vicenda durata diversi anni, finché nel 2004 il cardinale Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, scrisse un breve testo per dire che il dialogo si era concluso in modo soddisfacente: non avevano trovato nulla di erroneo. C’è stato un momento brutto, non solo per il rapporto con Roma, ma anche per la situazione in Perù. Ma io sono un testardo e ho costantemente cercato di farmi spiegare il merito delle critiche, perché questo serve anche ad altri, piuttosto che sottomettersi senza discutere o rompere il dialogo».

Padre Gustavo Gutiérrez, durante l’intervista con Jesus.

(UGO ZAMBORLINI)

L’elezione di papa Francesco e il suo auspicio di «una Chiesa povera per i poveri» ha spinto molti a parlare di «rivincita » della Teologia della liberazione. Che ne pensa? E quali ritiene siano le sfide di fronte al nuovo Papa?

«Il Papa ama i poveri perché ha letto il Vangelo e l’ha compreso. Può darsi che conosca la Teologia della liberazione, e se l’ha aiutato a cogliere questa importante prospettiva cristiana, meglio! Ma la sfida dei poveri è da tempo presente nell’orizzonte della Chiesa, altrimenti non si capirebbe il martirio che abbiamo sperimentato in America latina, a cominciare da vescovi come Enrique Angelelli in Argentina, Oscar Romero in Salvador e Juan Gerardi in Guatemala. Costruire quella “Chiesa povera per i poveri” è una grande scommessa».

Una baraccopoli del sud america

Una baraccopoli del sud america (ANNA KARI/IN PICTURES/CORBIS)

E che conseguenze ha?

«Dire che la povertà è una grande sfida per la Chiesa implica operare cambiamenti. Per esempio, si deve affermare con maggior forza in ogni Paese la necessità che i bisogni dei poveri siano la principale preoccupazione politica, sia pur senza proporre programmi concreti, perché questo spetta alla società civile e politica. E il problema della povertà non si riduce all’aspetto economico, ma coinvolge, per esempio, la diversità culturale, come è evidente in Perù, dove la maggioranza della popolazione ha radici indigene. Le situazioni variano da Paese a Paese e le proposte devono essere molto concrete. Sono convinto che assumere la prospettiva degli ultimi cambi il comportamento dei cristiani. Dell’America latina si parla sempre come di un “continente cattolico”, ma questa immensa povertà mette in dubbio che lo sia davvero, perché la nostra fede non si riduce all’assolvere alcuni obblighi religiosi, che hanno poco senso se non sono accompagnati dalla lotta per la giustizia. Tutti i cristiani dovrebbero condividere l’impegno per la dignità della persone, per i diritti umani».

Una madre col figlio seduta sulle scale della sua casa.

Una madre col figlio seduta sulle scale della sua casa.
(MARIO LOPEZ/EPA/CORBIS).

Paolo Naso

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