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ATTUALITÀ
GMG 2013

REPORTAGE
STATI UNITI

GHANA

CULTURA
CARLO MARIA MARTINI

REPORTAGE - STATI UNITI

Sorelle on the road

di CHIARA BASSO e MASSIMO FAGGIOLI

Hanno attraversato il Paese in autobus per difendere gli immigrati e favorire l'introduzione di una legge più accogliente verso gli stranieri. Non sempre però l'impegno evangelico delle suore americane è stato compreso. Neppure dai vescovi e dal Vaticano. Ma loro non si scoraggiano e confidano in Papa Bergoglio.

La strada principale davanti alla Grande moschea di Touba.

Suor Simone Campbell durante una tappa nello Stato dello Iowa del tour Nuns on The Bus, lo scorso anno (foto NEIBERGALL/AP).

Rifiutano l'etichetta di suore ribelli e procedono per la loro strada, sicure che un giorno anche il nuovo Papa, più e prima di altri, capirà il loro operato. Anzi, è proprio sulla strada che le Nuns on The Bus – le suore americane che cercano la verità sul mondo viaggiando a bordo di un pullmann – intendono vivere il Vangelo. Perché è qui, on the road, che s'incontrano i più bisognosi: da chi, con ciò che guadagna, non riesce ad arrivare alla fine del mese, agli immigrati senza permesso di soggiorno, costretti a lavori durissimi e, contemporaneamente, a vivere nell'incubo di essere fermati dalla polizia e "deportati" nel loro Paese d'origine.

Due suore americane a San Pietro (foto C. SMILEY N.POOL/DALLAS MORNING NEWS/CORBIS).

Due suore americane a San Pietro (foto SMILEY N.POOL/DALLAS MORNING NEWS/CORBIS).

È per questo che il gruppo di religiose itineranti, costola dell'organizzazione cattolica Network ed espressione della Leadership Conference of Women Religious (Lcwr), si è rimesso in viaggio per la seconda volta. Così, dopo l'esperienza del 2012 – un pellegrinaggio in autobus di circa 4.350 chilometri attraverso nove Stati americani per attirare l'attenzione sulla povertà nel Paese – quest'anno le religiose si sono spinte ancora oltre: dal 28 maggio al 18 giugno hanno percorso quasi 10.500 chilometri attraverso quindici Stati, dal Connecticut sulla East Coast a San Francisco sulla West Coast, per denunciare il modo in cui sono trattati gli immigrati "illegali" e spingere i politici, sia repubblicani che democratici, ad approvare una riforma che metta fine all'incubo di tante famiglie giunte senza documenti negli States e costrette a vivere da clandestine pur essendo vitali all'economia statunitense.

Suor Campbell a Washington nel 2012 (foto M. JOSEPH/THE WASHINGTON POST/GETTYIMAGES).

Suor Campbell a Washington nel 2012 (foto M. JOSEPH/THE WASHINGTON POST/GETTYIMAGES).

«È stata un'esperienza unica. In ogni posto in cui siamo state abbiamo imparato qualcosa di nuovo», dice suor Simone Campbell, capofila delle Nuns on The Bus. «Il viaggio è stato utile perché è importante raggiungere la gente», aggiunge suor Mary Ellen Lacy, lobbista e avvocato. «Serve qualcosa in più, oltre alla compassione. Dobbiamo agire, alzare la voce per dire ai politici che è ora di mettere fine ai cittadini di seconda classe. Basta ignorare persone che hanno fatto così tanto per la nostra comunità!».

Sosta al municipio di Harrisburg, in Pennsylvania (foto B. DUSSEAU/AFP/GETTYIMAGES).

Sosta al municipio di Harrisburg, in Pennsylvania (foto B. DUSSEAU/AFP/GETTYIMAGES).

Achi le accusa di far politica, suor Campbell risponde serafica: «Se le preghiere possono muovere le montagne, possono muovere anche i senatori ». E poi sottolinea: «La riforma dell'immigrazione deve essere affrontata e lo possiamo fare solo se le persone si fanno avanti e chiedono al Congresso di fare qualcosa. Viaggiando, ho scoperto non solo quanto le persone senza documenti hanno paura, ma anche quanti diversi tipi di paura ci siano. A Savannah, in Georgia, abbiamo incontrato una giovane di 17 anni che era stata portata negli Stati Uniti quando aveva appena due anni. Lei ha appena ottenuto il Temporary protected status (o Tps, documenti temporanei concessi a persone che non possono tornare nei propri Paesi di origine per motivi legati a conflitti, disastri ambientali o altre condizioni temporanee e straordinarie, ndr), ma ha davvero paura per i suoi genitori, che sono ancora privi di documenti pur essendo qui da 15 anni.

L'abbraccio di una suora durante un incontro di preghiera a Boston (foto S. PLATT/CORBIS).

L'abbraccio di una suora durante un incontro di preghiera a Boston (foto S. PLATT/CORBIS).

Lavorano a tempo pieno ma si devono far portare in giro in auto dalla figlia, che ora ha la patente, così non corrono il rischio di essere fermati e arrestati. Poi abbiamo incontrato una diciannovenne, anche lei con il Tps ma i cui genitori sono già stati deportati, che si deve prendere cura delle due sorelline gemelle di 11 anni. A Charlotte, in North Carolina, abbiamo conosciuto un datore di lavoro che ha perso tre dei suoi migliori dipendenti, tutti presi e deportati dopo un raid nell'appartamento in cui vivevano. Lui non ha potuto fare nulla per impedire che ciò accadesse».

L'interno del bus delle religiose (foto E. DUNAND/AFP/GETTYIMAGES).

L'interno del bus delle religiose (foto E. DUNAND/AFP/GETTYIMAGES).

Tutti questi, per suor Campbell, sono casi di giustizia mancata per i quali bisogna attivarsi. Per questo sul suo profilo twitter si definisce anche «attivista, oratrice e lobbista» in quanto direttrice di Network, rete cattolica per la giustizia sociale creata nel 1972 da un gruppo di suore ed espressione della Lcwr, la federazione che rappresenta la stragrande maggioranza delle religiose Usa e che da alcuni anni è nel mirino del Vaticano per presunto «femminismo radicale».

La strada principale davanti alla Grande moschea di Touba.

Suor Simone Campbell alla Convention democratica di Charlotte dello scorso anno (foto J. REED/REUTERS).

Piccola precisazione terminologica: le parole lobby, politica e femminismo associate a un gruppo di religiose possono stridere, ma non negli Stati Uniti, dove il termine lobby non richiama maneggi occulti e antidemocratici, ma un'attività legale di pressione su politici e Governo per ottenere leggi a favore di un particolare gruppo o categoria sociale, in questo caso i più deboli. L'impegno delle suore in favore degli immigrati ha colpito a tal punto l'opinione pubblica Usa da spingere Barack Obama a invitare suor Campbell nello Studio ovale: «Il presidente mi ha voluto incontrare perché voleva che io sapessi che lui è impegnato per un accordo bipartisan sulla riforma dell'immigrazione», ci spiega la religiosa. Non è un caso, dunque, che molti volontari di Obama legati al gruppo Organizing for Action abbiano presenziato e aiutato le suore durante gli eventi del tour Nuns on the Bus. Le religiose hanno anche incontrato senatori repubblicani pro-riforma come Marco Rubio, John McCain e Lindsey Graham.

Un momento del tour Nuns on The Bus (foto TEXAS IMPACT/FLICKR).

Un momento del tour Nuns on The Bus (foto TEXAS IMPACT/FLICKR).

Agli incontri pubblici delle Nuns non ci sono mai state proteste anti-immigrati? «Solo 14 manifestanti in tutto il nostro viaggio», risponde Campbell. «Ad Atlanta, in Georgia, e a Birmingham, in Alabama, molte persone sono venute a sostenerci anche se non erano cattolici». In generale, prosegue Elaine Betoncourt, altra Nun on the Bus, «siamo state accolte come manna dal cielo, come la risposta alle loro richieste di giustizia.

Un altro momento di incontro durante il tour (foto SOMODEVILLA/GETTYIMAGES).

Un altro momento di incontro durante il tour (foto SOMODEVILLA/GETTYIMAGES).

La gente si fida di noi e penso che la nostra presenza abbia dato loro nuova speranza. Per questo ritengo che la nostra attività, in questo secolo, debba comprendere più attivismo civile per arrivare a un cambiamento del sistema». Lungo la strada, suor Betoncourt è rimasta particolarmente colpita da un luogo: un parco, chiamato Friendship Park, creato tra i due muri che separano Tijuana, in Messico, da San Diego, in California. Coloro che hanno dato vita a questo «parco dell'amicizia» ogni fine settimana celebrano una liturgia ecumenica lì sul confine, per consentire ad amici e familiari separati dal muro di riabbracciarsi, almeno spiritualmente.

Sostenitori delle Nuns on The Bus durante la recente tappa a San Francisco. (foto J. SULLIVAN/GETTYIMAGES).

Sostenitori delle Nuns on The Bus durante la recente tappa a San Francisco. (foto J. SULLIVAN/GETTYIMAGES).

Eppure, nonostante successo e riconoscimenti istituzionali, la copertura mediatica di questo viaggio non è paragonabile a quella del 2012. «La grande attenzione che avevamo ricevuto l'anno scorso era stata una sorpresa e in gran parte era legata ai problemi col Vaticano ». Ad aprile dell'anno scorso, due mesi prima del loro viaggio, infatti la Congregazione per la dottrina della fede, con l'approvazione di Benedetto XVI, aveva diffuso un rapporto assai critico nei confronti della Leadership Conference of Women Religious. E l'arcivescovo di Seattle, monsignor Peter J. Sartain, era stato incaricato di seguire le relazioni con l'Lcwr per conto della Conferenza episcopale Usa.

Suor Campbell alla Convention democratica di Charlotte (foto E. THAYER/REUTERS).

Suor Campbell alla Convention democratica di Charlotte (foto E. THAYER/REUTERS).

Pur condividendo la medesima posizione sulla riforma dell'immigrazione, i vescovi americani sono stati tra i primi ad alzare il sopracciglio sulla condotta delle religiose: assai critici, in particolare, sull'atteggiamento delle suore riguardo ai temi della sanità pubblica, della contraccezione e dell'aborto. La pietra dello scandalo era stato l'appoggio dato dall'Lcwr all'Affordable Care Act, la norma voluta dal presidente Obama che prevede l'obbligo per qualunque organizzazione di fornire ai propri dipendenti una copertura assicurativa sanitaria che comprende anche le spese per contraccettivi ed, eventualmente, per abortire. Suor Campbell non si spiega il perché di tutto questo gelo da parte della gerarchia cattolica: «In realtà la legge ha subito delle modifiche e ora gli istituti religiosi non sono più tenuti a coprire le spese per la contraccezione e per l'aborto. I cambiamenti introdotti alla norma accolgono le obiezioni che erano state sollevate dai vescovi. Loro però continuano a sostenere che non si tratta di una buona legge».

Una tappa del tour Nuns on The Bus (foto TEXAS IMPACT/FLICKR).

Una tappa del tour Nuns on The Bus (foto TEXAS IMPACT/FLICKR).

Secondo la religiosa, insomma, l'episcopato Usa ha perso contatto con la realtà di chi soffre: «La cosa più difficile da comprendere, per me, è come i nostri vescovi siano diventati via via sempre più identificabili con la destra politica. Inoltre, sembrano avere pessimi consiglieri. Per quanto riguarda l'Affordable Care Act, i loro esperti erano certi che nella legge ci fossero fondi per l'aborto, ma di fatto non ce n'erano e due Corti federali hanno condiviso la nostra analisi. In questo modo, a causa di un'errata conoscenza del provvedimento, avrebbero privato di copertura medica circa 32 milioni di persone. Siamo state accusate di non essere pro-life. Ma io lo sono, pro-life. Lo sono per tutta questa gente che ha bisogno di copertura sanitaria».

Suor Pat Farrel e suor Janet Mock, responsabili della Lcwr, in Vaticano (foto M. ROSSI/REUTERS).

Suor Pat Farrel e suor Janet Mock, responsabili della Lcwr, in Vaticano (foto M. ROSSI/REUTERS).

E a proposito delle accuse di non sostenere abbastanza i diritti della famiglia, suor Campbell nota: «In una società pluralista la coscienza di ciascuno dovrebbe essere rispettata e io mi aspetto che la mia coscienza sia rispettata come quella di chiunque altro. Come suora cattolica la contraccezione è qualcosa che davvero non mi riguarda, ma non posso pensare che la mia opinione debba essere per forza condivisa da altri». A volte, specialmente quando si affrontano temi così delicati, essere una suora cattolica negli Stati Uniti non è affatto facile: «Il problema riguarda il modo di vivere la fede in una cultura democratica. Il Vaticano di fatto è una monarchia e chi sta a Roma fa fatica a capire cosa significhi essere cristiani in una società pluralista».

La tappa a Jersey City del tour 2013 dedicato alla riforma dell'immigrazione (foto E. DUNAND/AFP/GETTYIMAGES).

La tappa a Jersey City del tour 2013 dedicato alla riforma dell'immigrazione (foto E. DUNAND/AFP/GETTYIMAGES).

Ma, come si dice, le vie del Signore sono infinite. E così anche nelle critiche della Congregazione per la dottrina della fede, Campbell vede segni di divina provvidenza: «Lo Spirito Santo ha molti modi per manifestarsi. Forse, se non ci fossero state queste tensioni, non ci sarebbero nemmeno state le Nuns on the Bus pronte a dare voce ai poveri di questo Paese e a cercare di cambiare il modo in cui si parla di loro. E questa è una gran cosa. E allora va bene anche un po' di attrito col Vaticano se questo significa poi occuparsi di chi sta ai margini della società». Del resto l'ex presidente della Lcwr, la suora francescana Pat Farrell, rivolgendosi alle sue consorelle dopo il rapporto dell'ex Sant'Uffizio aveva detto: «Siamo in un momento di crisi e quindi in un momento auspicabile, perché ogni crisi precede una trasformazione».

Ognuno, poi, vive la trasformazione a suo modo. Se suor Campbell ha sentito il bisogno di mettersi in viaggio, qualcun altro, come suor Kathy Sherman, religiosa delle Suore di san Giuseppe Lagrange di Chicago, ha preferito esprimersi nel modo che le riesce più congeniale, la musica. Appena un paio di giorni dopo l'annuncio dell'apertura di un'inchiesta sulle suore americane «ribelli», suor Sherman ha composto la canzone Love Cannot Be Silenced. «È stato un momento difficile per noi quando è stato diffuso quel rapporto molto critico nei confronti della Lcwr», dice. «Molto doloroso. In tanti erano contrariati come noi perché quel documento non sembrava rispecchiare ciò che siamo».

«Scrivo musica da 47 anni», spiega suor Kathy. «Per me è l'espressione delle esperienze forti che vivo quotidianamente. Così, mentre stavo riflettendo su ciò che era successo, mi è venuta in mente questa frase: l'amore non può essere messo a tacere. E ho pensato a quanto ciò si è sempre dimostrato vero nel corso della storia. Ho pensato alla forza dei movimenti per i diritti civili negli Stati Uniti, a figure come Martin Luther King e Rosa Parks o all'arcivescovo Oscar Romero ucciso in El Salvador, che avevano sempre vissuto nella certezza che l'amore e la giustizia non possono essere azzittiti, nonostante i rischi di subire violenza e persecuzioni. L'amore è la forza più potente. E di conseguenza mi è arrivato in testa il secondo verso: «Non lo è mai stato (messo a tacere) e mai lo sarà».

Alcune suore durante un incontro di preghiera in Vaticano (foto M. ROSSI/REUTERS).

Alcune suore durante un incontro di preghiera in Vaticano (foto M. ROSSI/REUTERS).

Suor Sherman ci tiene a precisare che le parole Love Cannot Be Silenced non sono da interpretare come una frase di protesta contro l'inchiesta vaticana subita dall'Lcwr, quanto piuttosto come l'esaltazione di queste donne che dedicano la loro vita al prossimo. «Con questa canzone è stato come trovare una voce unica per raccontare chi siamo, cosi come We Shall Overcome è diventato l'inno dei movimenti per i diritti civili negli Stati Uniti, una voce collettiva in cui riconoscersi e che esprimeva ciò in cui credevano al punto da renderli una cosa sola ». Sebbene a maggio la presidente della Lcwr, suor Florence Deacon, avesse parlato di «serio fraintendimento» tra il Vaticano e le religiose cattoliche, suor Sherman rimane ottimista: «Sì, forse non ci capiscono davvero, ma penso ci sia da entrambe le parti la volontà e il desiderio di parlare. Ci sono stati degli sforzi, anche se c'è ancora parecchia strada da fare. L'importante è tuttavia restare fedeli all'autenticità del proprio essere».

Un ospedale cattolico negli Usa (foto L. MULVEHILL/CORBIS).

Un ospedale cattolico negli Usa (foto L. MULVEHILL/CORBIS).

Per suor Campbell, è quasi incredibile essere state criticate per ciò che in realtà ci si aspettava da loro dopo il Concilio Vaticano II. «Per motivi che ancora non ho capito, la nostra gerarchia episcopale è diventata molto conservatrice », dice. «La nostra federazione è stata fondata 41 anni fa come effetto delle lettere pastorali del nostro episcopato dell'epoca sull'economia. E il nostro mandato era precisamente quello di operare per un cambiamento strutturale, lavorare per un miglioramento dello stato delle persone più povere ed emarginate. Oltretutto, nacque proprio su richiesta dei vescovi. Ora, perché siamo stati fedeli alla nostra missione, ci viene detto che siamo in errore. Lavoriamo troppo con i poveri. Mi suona assurdo. In ogni caso, per me è un onore».

Il problema insomma, secondo suor Campbell, non sarebbe dottrinale ma piuttosto culturale e politico. Tuttavia, a dare nuova speranza alle religiose è papa Francesco, nonostante per il momento il Pontefice abbia riconfermato l'inchiesta su di loro. «Credo che non abbia avuto il tempo di guardare davvero dentro il problema», dice Sherman. Un'idea simile se l'è fatta suor Campbell: «Sono davvero contenta che papa Francesco venga da un Paese come l'Argentina. Ha vissuto in una società pluralista, in un Paese colonizzato e non di colonizzatori. Spero che il suo pontificato aiuti chi lavora in Curia a Roma a comprendere il mondo vero».

Sostenitori delle Nuns on The Bus a Washington (foto M. JOSEPH/THE WASHINGTON POST/GETTYIMAGES).

Sostenitori delle Nuns on The Bus a Washington (foto M. JOSEPH/THE WASHINGTON POST/GETTYIMAGES).

Tra le speranze c'era anche quella di essere ascoltate. L'apertura c'è stata: il 15 agosto, all'annuale assemblea della Lcwr in Florida, l'arcivescovo di Seattle J. Peter Sartain, incaricato dal Vaticano di valutare l'operato delle sorelle, le ha incontrate a porte chiuse. Il meeting è stato giudicato dall'Lcwr un primo passo verso la reciproca conoscenza e comprensione. Del resto, ogni cambiamento richiede tempo. «Penso che papa Francesco sia più occupato a risolvere i grandi problemi all'interno del Vaticano», conclude suor Campbell. «Se riuscirà a mettere fine agli abusi che esistono nella Chiesa, allora credo che non avrà problemi nemmeno con noi. La sua attenzione ora è sui grandi nodi mentre noi siamo solo un piccolo caso». D'altronde, se le preghiere spostano sia le montagne che i senatori, perché non anche vescovi e pontefici?

Chiara Basso

Suore a stelle e strisce alle periferie dell'esistenza

La suora cattolica più celebre nella cultura americana è probabilmente «la pinguina», ovvero l'insegnante e direttrice dell'orfanotrofio dove avevano studiato i Blues Brothers, nell'omonimo film di culto del 1980. Ma nell'immaginario americano le suore cattoliche occupano uno spazio ben preciso, diverso da quello di altre nazioni: in parte per il ruolo del cattolicesimo nella grande diversità del paesaggio religioso degli Stati Uniti, in parte per la giovane età della Chiesa cattolica in questo Paese.

Negli ultimi anni l'esposizione pubblica delle suore americane è aumentata di molto, con caratteristiche diverse da quelle stereotipate (ma non mendaci) del film in cui la suora invoca l'aiuto dei musicisti Jake e Elwood Blues per evitare la chiusura della scuola cattolica in uno dei quartieri poveri di Chicago. A partire dal 2009 una serie di indagini partite dal Vaticano ha posto sotto osservazione le suore americane e messo in questione la loro adesione al magistero della Chiesa sui temi della sessualità e delle questioni di genere. Ma ci si è messa anche la politica americana. Nell'autunno 2012, in piena campagna per le elezioni presidenziali americane, il primo tour del «pullman delle suore» (Nuns on the Bus), capeggiato da suor Simone Campbell, ha portato nelle città e nei villaggi d'America il messaggio sociale della Chiesa cattolica per bocca delle religiose: era il momento di maggior polemica riguardo al welfare state negli Stati Uniti e, in particolare, attorno alla legge sulla riforma dell'assistenza sanitaria, norma appoggiata dalle suore ma osteggiata dai vescovi (perché accusata di non essere sufficientemente antiabortista). La stessa suor Campbell aveva risposto positivamente all'invito del Partito democratico americano di parlare alla convention pre-elettorale di fine estate 2012, portando il sostegno della cultura cattolica sociale e liberal americana alla piattaforma politica di Barack Obama. Ma la copertura mediatica delle suore americane è proseguita ben oltre le elezioni Usa del novembre 2012, per lo sviluppo delle tensioni tra la maggiore organizzazione delle suore, la Lcwr (Leadership Conference of Women Religious) e il Vaticano, almeno fino a quando l'elezione di papa Francesco, nel marzo 2013, ha posto nuove questioni sul futuro della Chiesa in generale, e delle religiose americane in particolare.

Se si vuole stabilire una data d'arrivo delle suore cattoliche in quel Paese che non era ancora chiamato «Stati Uniti d'America», si può fissare al 1727, con l'approdo delle prime orsoline a New Orleans. Ma è solo nel 1790 che un gruppo di carmelitane arriva dal Belgio sulla costa est degli Stati Uniti, in una delle ex colonie inglesi, il Maryland, da sempre uno Stato "sicuro" per i cattolici in un Paese che allora era ancora largamente ostile ai «papisti». La data è importante perché rappresenta il primo «incidente» tra le suore e i vescovi, nella fattispecie il vescovo di Baltimora, John Carroll, che avrebbe voluto che le suore si impegnassero nelle scuole a insegnare ai bambini cattolici privi di accesso al sistema educativo dominato dalla cultura protestante.

Monsignor Carroll, il primo vescovo cattolico negli Stati Uniti, dovette attendere fino al 1799, con la fondazione di un convento nel quartiere di Georgetown a Washington, D.C., per vedere le suore ricoprire il ruolo di maestre insegnanti. Ma, a partire dall'inizio dell'Ottocento, le suore – all'epoca provenienti dall'Europa come missionarie – hanno letteralmente costruito mattone su mattone il cattolicesimo americano: scuole, ospedali, orfanotrofi e altre istituzioni per la cura dei poveri. In effetti, le suore sono entrate a fare parte della cultura popolare americana ben prima dei Blues Brothers: capolavori cinematografici, premi Oscar come Fronte del porto (1954) e Lillies of the Field (1963) hanno fissato nell'immaginario collettivo il ruolo delle suore come costruttrici di una gioventù sana, al riparo dalla criminalità dell'America urbana (in Fronte del porto) e come missionarie nel West più sperduto, testimoni di un progetto che andava ben al di là dell'orizzonte di vita delle singole protagoniste (in Lillies of the Field).

Questi due sono solo esempi del ruolo cruciale delle religiose cattoliche nella storia della Chiesa in America, nella costruzione di un cattolicesimo che avvenne soltanto in piccola parte, e relativamente tardi, grazie alle forze del clero. In particolare, le suore hanno accompagnato lo sviluppo della Chiesa cattolica americana tra il tardo secolo XIX e la prima metà del secolo XX, quando i cattolici americani dovettero affrontare numerose sfide: l'accoglienza di alcune decine di milioni di immigrati dall'Europa; la loro integrazione nel sistema sociale ed economico americano tramite la creazione di una rete di istituti scolastici retti dagli ordini religiosi in ogni angolo d'America; la creazione di un «mondo cattolico» che circa cinquant'anni prima era ancora totalmente urbano, e quindi di basso reddito e dalle limitate possibilità di ascesa sociale.

Da qui si capisce la funzione cruciale delle suore nelle scuole cattoliche dell'America urbana e, nello stesso tempo, il loro ruolo di frontiera nei «social settlements», gli insediamenti sociali nelle città, in cui le religiose si dedicavano all'apostolato e al servizio dei più poveri e bisognosi. Non è esagerato dire, perciò, che tra Ottocento e Novecento moltissimi americani – cattolici e non – hanno conosciuto il cattolicesimo attraverso il volto di una suora, specialmente nei periodi di crisi sociale ed economica, e nei momenti fondamentali della loro formazione scolastica.

Negli ultimi cinquant'anni i settori di intervento delle suore americane sono cambiati. Da una parte, l'uscita dei cattolici americani dalle aree urbane e dal cosiddetto «ghetto cattolico» (comunità di immigrati cattolici che viveva in un'area ristretta, vicina alla parrocchia e alla scuola parrocchiale) ha reso meno necessario il servizio delle suore nelle scuole delle città. Dall'altra parte, anche grazie al messaggio del Concilio Vaticano II e alla ridefinizione del rapporto tra «Chiesa e mondo» della Costituzione pastorale Gaudium et spes (e non solo), le suore americane hanno accettato la sfida di farsi testimoni del Vangelo in aree di impegno sociale e politico fino ad allora delegate al magistero della Chiesa (e, in Europa, ai partiti cattolici): il movimento dei diritti civili, l'opposizione alla pena di morte, la critica alla corsa agli armamenti e alle armi nucleari, la questione dell'immigrazione, e la riflessione teologica sul ruolo delle donne nella vita della Chiesa. Non è un mistero che la sensibilità delle suore su queste questioni ha molto spesso preceduto quella del clero e dei teologi di professione, grazie a un'esperienza sul terreno senza paragoni.

Tutti questi cambiamenti non sono stati indolori. Da una parte, il numero delle suore americane è sceso di molto rispetto ai numeri record della metà del secolo XX (che dal punto di vista della storia della Chiesa costituisce un'eccezione, e non un vero punto di riferimento, sia in America sia in Europa). Dall'altra parte, il ruolo delle religiose cattoliche americane ha sofferto per la difficoltà di dover difendere il proprio spazio di protagoniste della vita della Chiesa, sia dentro la comunità ecclesiale (spesso anche per via dei vizi di un clericalismo che prescinde dal principio di realtà), sia dentro la società americana (in cui il discorso sui diritti della donna viene declinato dalla cultura liberal in termini di eguaglianza di diritti e non anche di differenza e complementarietà).

Questa doppia sfida ha portato le religiose americane a intensificare il proprio impegno in ambiti di frontiera – il servizio sociale, la teologia delle donne – e sempre a livelli altissimi, ma con numeri sempre più ridotti e con una età media sempre più alta. Di fronte a queste mutazioni, e in seguito a tensioni interne al mondo delle religiose americane, agli inizia degli anni Novanta venne creata una seconda «federazione » di ordini religiosi femminili: così, accanto alla Leadership Conference of Women Religious, più «conciliare» e modernizzante, che era stata fondata nel 1956 e che oggi conta circa 57 mila religiose, nel 1992 venne istituito il Council of Major Superiors of Women Religious, più conservatore e tradizionale (con circa 10 mila suore). Entrambe queste organizzazioni sono approvate dal Vaticano, ma la Lcwr negli ultimi anni si è trovata sempre più spesso nel mirino della Curia romana, con accuse di scarsa adesione al magistero della Chiesa sulle questioni di morale sessuale e sull'interpretazione del ruolo della donna nella Chiesa.

L' elezione di papa Francesco, nel marzo scorso, ha per il momento sospeso la vicenda, che è ora sotto il controllo di una commissione di vescovi americani: rimane aperto, però, il tema del ruolo delle suore americane nel futuro della Chiesa cattolica negli Stati Uniti. Da un lato, è chiaro che le suore americane saranno meno numerose nel futuro. Uno studio del 2009 del Cara (Center for Applied Research in the Apostolate presso la Georgetown University a Washington D.C.) ha rivelato che solo l'1% delle suore americane ha meno di 40 anni: il futuro delle consacrate sarà quindi «inter-ordine », cioè con sempre più attività e funzioni esercitate in comunità e ambiti che riuniscono religiose provenienti da ordini diversi. Dall'altro lato, ci sono iniziative che mostrano la volontà di creare una rete tra religiose più giovani, come Giving Voice, che organizza eventi di formazione e condivisione per le suore sotto i 40 anni che sono entrate in un ordine femminile nonostante il calo demografico che caratterizza queste congregazioni.

Il caso delle suore americane, insomma, dice qualcosa di importante sullo stato di diversi problemi tipici del cattolicesimo contemporaneo, anche al di là degli Stati Uniti: il ruolo della donna nella Chiesa, il rapporto tra magistero ed emergenze sociali e culturali nel mondo contemporaneo, e la questione del come essere testimoni del Vangelo alle frontiere o, nel linguaggio di papa Francesco, alle «periferie esistenziali» del secolo XXI.

Massimo Faggioli

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