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LILIANA CAVANI

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INTERVISTA - LILIANA CAVANI

Francesco mon amour

di BRUNETTO SALVARANI

Dopo due film, nel 1966 e nel 1989, dedicati al santo di Assisi, la regista Liliana Cavani si appresta, questo mese di giugno, a dare il via alle riprese di una terza opera su Francesco. Dopo aver appena sfornato un documentario intitolato Clarisse. L'abbiamo incontrata per conoscere i motivi di questa passione.

Mickey Rourke e Helena Bonham Carter interpretano Francesco e Chiara nel film sul santo d'Assisi del 1989.

Mickey Rourke e Helena Bonham Carter interpretano Francesco e Chiara nel film sul santo d'Assisi del 1989.

«L' impressione, all'inizio, è che quasi intenda scusarsi, anticipando qualche ipotizzabile obiezione: «Il fatto è che continuano a uscire bellissime biografie su san Francesco, firmate sempre meno da devoti e più da storici, che ci permettono di penetrare molto meglio che in passato nella sua vicenda... Del resto, è dal febbraio dello scorso anno che sto lavorando sulla sceneggiatura, e sono ancora qui...».

No, l'idea di Liliana Cavani di tornare, per la terza volta, sulla figura del Poverello d'Assisi non è solo un record per la cinematografia mondiale né tanto meno una furbata modaiola per sfruttare l'appeal di Papa Bergoglio, che ha ridato fiato al franciscan- style, ma piuttosto – appare innegabile – la dimostrazione di una lunga fedeltà. Anzi, di un sincero innamoramento: che viene da lontano e continua a trovare ragioni forti per non trasformarsi in uno stanco rituale quotidiano, come capita a sin troppi ménages: «Ci sono almeno un paio di aspetti, in particolare, che m'interessa sviluppare nel nuovo film: capire cos'è la religione rispetto al pensiero contemporaneo e il concetto di pace. Francesco è stato il primo, dopo Gesù, a dire La pace sia con voi... Ma cosa significa? C'è l'incontro con il sultano d'Egitto che merita un approfondimento: Francesco aveva ottenuto da lui un dialogo in nome della pace, senza pretendere nulla in più...». A giugno, comunque, dovrebbero cominciare le riprese.

La regista Liliana Cavani alla Mostra del cinema di Venezia nel 2012, in occasione della presentazione del cortometraggio Clarisse (foto C. ONORATI/EPA/CORBIS).

La regista Liliana Cavani alla Mostra del cinema di Venezia nel 2012, in occasione della presentazione del cortometraggio Clarisse (foto C. ONORATI/EPA/CORBIS).

Incontrare da vicino la regista carpigiana è un'esperienza costantemente arricchente, anche per me che la conosco ormai da diverso tempo. Perché Liliana possiede il dono raro di spiazzarti, costringendoti a riflettere a lungo per giungere, in genere, a darle ragione. Prima di discutere della sua produzione francescana (l'ultimo suo lavoro è un cortometraggio clariano, di cui diremo più avanti), vale la pena di ricordare che il suo cinema è stato, nel corso degli anni, spesso discusso e persino combattuto: come pochi altri nel nostro Paese. Tanto che, nel '66, all'uscita del suo primo Francesco d'Assisi, il film del suo esordio cinematografico, era stato il francescano Nazareno Fabretti a difenderla dagli attacchi dei classici benpensanti di turno: «Il guaio sarebbe stato un san Francesco che non scomoda, che non scandalizza, che non turba nessuno... Invece è successo il miracolo: averlo visto nudo e selvatico, cencioso e lieto, inflessibile e umile come davvero dovette essere, per molti aspetti, ha tolto l'appetito a un mucchio di gente. Sinceramente, debbo ammettere che avevo perso ogni speranza che san Francesco fosse recuperabile tra i suoi: recuperabile nella sua realtà storica e umana, religiosa e psicologica ». Mentre – dopo il secondo Francesco (1989) con protagonista Mickey Rourke – toccò al gesuita Virgilio Fantuzzi affermare che nella carnalità dolente che vi emergeva prorompente s'intravvedeva «il pianto di tutta l'umanità e soprattutto di quella dei nostri giorni, che si sente abbandonata a se stessa, in preda all'angoscia e alla paura, e invoca da Dio una risposta».

Difficile dire meglio, in effetti, il motivo per cui l'opera della Cavani non sfiguri affatto nel panorama ristretto di quel cinema della trascendenza di cui parla Paul Schrader a proposito di maestri internazionalmente riconosciuti quali Ozu, Dreyer e Bresson: senza che questa, per lei, diventi un'etichetta limitativa, ma piuttosto una constatazione di fatto, un'evidente direzione di marcia. La sua creatività solida – tutta emiliana, verrebbe da dire – si è soffermata in una carriera ormai lunga su una galleria di figure decisamente fuori del coro nel loro tempo e nel loro ambiente: dal Galileo cultore a testa alta della laicità del sapere al mistico buddhista Milarepa alla ricerca di sé stesso; dall'ex nazista Altdorfer, protagonista de Il portiere di notte, di cui Primo Levi discusse nel suo I sommersi e i salvati, al filosofo della crisi Nietzsche in Al di là del bene e del male. E poi, su tutti, naturalmente il santo-poeta del Cantico delle creature: perché, sostiene lei, «Francesco è un pensatore straordinario, un uomo gigantesco e imprevedibile, dotato di una libertà assoluta, uno dei massimi intellettuali della nostra vicenda culturale». Non stupisce, perciò, che la sua fatica più recente sia un documentario intitolato semplicemente Clarisse. Che ha esordito fuori concorso a settembre 2012 alla Mostra del cinema di Venezia, con un imprevedibile successo, davanti a un folto pubblico composto in prevalenza di giovani. In questo cortometraggio di poco più di venti minuti sulle suore di clausura dell'ordine di santa Chiara (volto femminile di Francesco e sua prima pianticella, come amava chiamarsi) residenti a Urbino, Cavani traccia un delicato e insieme intenso dialogo-intervista con loro, condotto con garbo pervicace e ficcante.

Le domande che la regista sceglie, infatti, in un'ideale struttura ad anello rispetto alla sua opera prima, si segnalano anzitutto per l'alto tasso di provocazione, buttata lì senza mezzi termini: «Perché chiamate Gesù persona? Avete mai pensato di scappare da qui? Trovate che la Chiesa odierna sia misogina?». E così via... Senza mai cedere alla vis polemica, con candore e sincerità ma anche con un malcelato fastidio verso il clero, le clarisse ammettono una certa misoginia della struttura ecclesiale, contrapponendola all'insegnamento universale e liberante di Gesù. Non è la prima volta che film e documentari hanno affrontato la vita monastica, ma sinora l'hanno fatto sempre dal punto di vista maschile: ecco, fra l'altro, la novità di Clarisse. Un punto di vista femminile su donne che sono lì perché hanno seguito la testimonianza cristiana di un'altra donna.

Scene del documentario intitolato Clarisse e girato nel convento di Urbino. Sotto la neve.

Scene del documentario intitolato Clarisse e girato nel convento di Urbino. Sotto la neve.

Partiamo dal tuo documentario, Clarisse: come sempre, un lavoro che spiazza. Com'è nata quest'idea così originale?

«È nata per caso, un caso che si è sposato a una mia vecchia curiosità. Per anni ho ricevuto un biglietto d'auguri per Pasqua e Natale da una clarissa di Urbino, probabilmente perché si era innamorata dei miei due film su san Francesco, in cui mi scriveva che pregava per me... Un giorno, trovandomi a Urbino, mi è venuto in mente di telefonarle e di andarla a trovare, con tre amici. Detto fatto, le clarisse ci hanno ricevuto ben volentieri, offrendoci un pranzo preparato da loro e poi accettando di conversare in massima semplicità. Restai colpita da quell'affabilità e ospitalità, le trovai imprevedibilmente naturali e intelligenti. Da lì nacque l'idea di girare un cortometraggio su di loro, ma soprattutto con loro...».

Clarisse; al lavoro in cucina.

Clarisse; al lavoro in cucina.

Come sono andate le riprese?

«Molto bene: abbiamo girato poco prima di Natale 2011, tutto in una sola giornata. Le suore mi avevano chiesto di poter vedere in anticipo le domande che avevo intenzione di porre loro, ma io mi rifiutai, perché la cosa doveva risultare il più possibile spontanea e diretta, senza prove o preparazioni di alcun genere, per non smarrire la freschezza dell'improvvisazione... Sono andata con una piccola troupe di sei persone, e abbiamo avuto la fortuna che proprio la sera prima fosse nevicato, perché il convento di Urbino non è molto espressivo sul piano estetico, ma la neve gli aveva conferito una certa suggestione. Da parte mia, volevo in primo luogo capire cosa c'era dentro una comunità di clarisse, nate ai tempi di Francesco e Chiara, due figure chiave nella storia della Chiesa perché hanno intuito che una rivoluzione è sempre un fatto individuale. Devo ammettere che mi ha impressionato l'intelligenza delle risposte delle monache, semplice ma profonda, così profonda e così trasparente. Anche perché loro conoscevano a memoria i miei film su Francesco, quindi avevano fiducia nei miei confronti».

Clarisse: le suore durante l'intervista collettiva.

Clarisse: le suore durante l'intervista collettiva.

Quali sono le risposte che ti hanno colpito maggiormente?

«Ce ne sono tante, in realtà, ma sono rimasta catturata particolarmente dalla loro notevole dignità. Ricordo, ad esempio, il discorso su come si comporterebbe Gesù se dovesse tornare oggi, e sull'importanza, anche nel mondo odierno, della preghiera. Su cui la superiora ha detto che è la loro unica arma, un'arma sì fragile e debolissima, apparentemente, ma nello stesso tempo potente, tanto che se mancasse quella preghiera, ha concluso, qualcosa mancherebbe nel mondo... Quindi, le frasi sulla misoginia nella Chiesa: rispetto alla quale hanno ammesso che avvertire la parità con un prete è assai raro... Mentre Gesù, se vivesse oggi, accoglierebbe la donna come l'ha accolta duemila anni fa, non ne avrebbe paura, ma provocherebbe un'apertura e aprirebbe molti schemi nella Chiesa e nella società. E ancora, la riflessione sulla risurrezione, il fatto che spesso nella Chiesa ci si fermi troppo sulla croce, mentre quest'ultima ha senso solo se coniugata con la risurrezione! In ogni caso, pur nella franchezza del loro discorrere, non le ho mai sentite polemiche: perché loro ci credono davvero...».

La Cavani con Mickey Rourke durante le riprese di Francesco.

La Cavani con Mickey Rourke durante le riprese di Francesco.

Passiamo alla novità di papa Francesco: che effetto ti ha fatto la scelta di Bergoglio di chiamarsi così, un nome mai utilizzato nella lunga storia dei Papi?

«Mi ha sorpreso moltissimo. Si è dato un nome che è di fatto un programma. Recuperare l'idea, il progetto, la rivelazione, la visione sorgiva della Chiesa come la ipotizza, l'annuncia e la promette il Vangelo e pertanto san Francesco (mai realizzata!) è qualcosa che riguarda tutto, dall'economia alla bellezza. In genere il Papa eletto, nella scelta del nome, fa riferimento a un Papa del passato che ha avuto qualche merito. Il cardinal Bergoglio invece... fa riferimento a un personaggio del futuro! E cioè a Francesco d'Assisi, morto nel 1226. La Chiesa è sempre stata una potenza e anche un brand economico. La comunità mondiale che fa la Chiesa degli uomini e delle donne aspetta davvero con ansia un segno antidogmatico!».

Mickey Rourke e Helena Bonham Carter nel Francesco del 1989.

Mickey Rourke e Helena Bonham Carter nel Francesco del 1989.

Nelle sue prime frasi e nei suoi primi gesti, hai ritrovato qualcosa del tuo Francesco d'Assisi?

«Ho trovato la sua semplicità e la riluttanza (il rifiuto anche) davanti a certi onori e ornamenti che sono incrostazioni rimaste dal periodo del Papa-re. Onori che non hanno nulla da spartire con il Vangelo, messaggio ultraterreno, più democratico della democrazia stessa. Infatti ha stroncato il riduzionismo ignobile che la Chiesa a volte ha fatto del Vangelo, compreso il narcisismo teologico oggi molto in voga nelle terze pagine dei quotidiani e nelle riviste. Un'onda modaiola. Parole... parole... parole... Che poi il Vangelo è più ascolto che parole. E il frastuono parolaio ti fa capire poco la voce, la vera voce che cerchi nella vita e nella morte».

Lou Castel nel Francesco d'Assisi, esordio alla grande regia della Cavani, nel 1966 (foto ASC/AFE).

Lou Castel nel Francesco d'Assisi, esordio alla grande regia della Cavani, nel 1966 (foto ASC/AFE).

Quali attese possiamo, a tuo parere, legittimamente nutrire per la gestione di papa Francesco in questa difficile stagione della Chiesa?

«Basterebbe l'attesa del ritorno al Vangelo, sulla pista segnata da Francesco. C'è qualche tardivo nemico di Francesco che pensa e scrive che Francesco era un incolto e che per questo non amava che i suoi seguaci studiassero. In realtà Francesco non amava che i suoi compagni studiassero troppo Teologia, materia principe nelle università di quel tempo. Il motivo è che Francesco era, si può dire, un antidottrinario, perché la cultura teologica allora era contraria a tutto ciò che non era dottrina, cioè interpretazione del Vangelo, cioè dogma. Lui invece segue il Vangelo alla lettera, sine glossa. E soltanto sine glossa si può ricevere la grande energia della parola fraternitas, che è il più importante messaggio che si possa enunciare. Autorevoli e Nessuni, siamo tutti Fratelli, e la Chiesa li accoglie con eguale esultanza. Papa Francesco ha detto infatti: "La Chiesa deve uscire da se stessa... E andare verso le periferie geografiche ed esistenziali". Fratelli anche quando apparteniamo a religioni diverse, perché è certo che abbiamo attese e speranze comuni. Purtroppo il clero ci ha abituati a gestioni difficili che alle persone laiche come me non piace neanche sapere, perché meno abituate alla dinamica peccato-perdono, tanto che trovano gli scandali anche noiosi perché improntati dai soliti argomenti: denaro e sesso, come accade in qualunque gruppo umano nel quale lo Spirito è soltanto una parola da libretti noiosi per gli esercizi spirituali. Insomma, c'era il fuoco del Vangelo ridotto a brace piuttosto sfinita (a prescindere dalla piazza di San Pietro, sempre piena se c'è un avvenimento!). Ma se è arrivato un uomo a riaccendere il fuoco lo capiremo presto...».

Posso dirlo? So bene che rifuggi dalla retorica, ma permettimi di dirti grazie, Liliana, della tua parresìa così fuori moda e così necessaria! In un'epoca confusa e contrassegnata dalla banalizzazione – oltre che dalla mercificazione – dei linguaggi artistici, non meno che dall'estremo involgarimento dei contenuti, il suo cinema e le sue riflessioni continuano a segnalarsi nella loro vocazione al non allineamento e all'indisponibilità a recitare a soggetto. A pensare in grande. E a metterci alla prova, costringendoci a fare i conti con noi stessi e con storie come quelle di Francesco e Chiara che – seppur dure e per nulla compiacenti – rischiano di far bene al cuore e all'anima.

Brunetto Salvarani

Jesus n. 6 giugno 2013- Home Page




 



 

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