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ATTUALITÀ
IL RUOLO DEL VESCOVO

ATTUALITÀ - IL RUOLO DEL VESCOVO

Pastori, non funzionari

di ALBERTO LAGGIA

Il nuovo stile pastorale introdotto da papa Francesco sta riportando d'attualità un dibattito a lungo sopito sul modo di concepire la figura del vescovo nella Chiesa cattolica. Se ne è discusso a un interessante convegno all'eremo di Fonte Avellana.

Celebrazione nella basilica di San Pietro ( foto F. FRUSTACI/EIDON).

Celebrazione nella basilica di San Pietro ( foto F. FRUSTACI/EIDON).

«Bisogna chiamarlo "Sua Eccellenza". Come il prefetto. Ma com'è possibile? Abbiamo gerarchizzato tutto. Quanto mi piacerebbe salutarlo con un "Buongiorno, fratello vescovo". Non sarebbe un modo per prendere sul serio il Vangelo e le parole di Gesù?».

Quella di padre Alessandro Barban, priore generale dei monaci camaldolesi, non è una battuta. Riassume in modo felicemente epigrafico la questione riguardante l'identità del vescovo, del suo ruolo in seno alla comunità dei credenti, del senso del suo mandato. Vale come presa di posizione ecclesiologica.

È una questione seria, quella della figura e dell'autorità episcopale, per troppo tempo messa in sordina, rimandata o semplicemente rimossa, e che oggi, in modo prepotente e inaspettato, papa Francesco ha voluto riaprire. Già dalle sue prime parole s'è capito che il nuovo Pontefice aveva in mente un'idea di Chiesa più sinodale e meno gerarchica; e con l'autodefinizione di «Vescovo di Roma», pastore di una diocesi, ha voluto subito sottolineare lo stretto legame che c'è tra lui e il suo popolo, tra l'episcopo e la Chiesa locale.

Alcuni vescovi durante l'assemblea del Sinodo in Vaticano (foto F. FRUSTACI/EIDON).

Alcuni vescovi durante l'assemblea del Sinodo in Vaticano (foto F. FRUSTACI/EIDON).

La riflessione pastorale sulla figura del vescovo, così, rientra nell'agenda della Chiesa universale (compresa quella italiana, dunque) e promette novità sul versante della collegialità e della corresponsabilità, e perfino sulla stesse identità e ruolo del pastore dentro il cambiamento. Intanto nella quiete claustrale dell'eremo camaldolese di Fonte Avellana, nel cuore dell'Appennino umbromarchigiano, il tema è stato messo a fuoco, qualche settimana fa, per iniziativa della stessa comunità monastica e dell'editore veronese Gabrielli, che insieme hanno promosso la prima «Agorà tra fede e laicità», proprio sulla figura del vescovo.

L'occasione è venuta dalla recente pubblicazione del libro di Giovanni Panettiere, Non solo vescovi. La gerarchia cattolica e le sfide della Chiesa (Gabrielli editori): 14 interviste ad altrettanti vescovi italiani, dalle quali emerge un volto diverso, più feriale, dei pastori; e soprattutto una varietà di posizioni su tematiche importanti, come ad esempio il rapporto con i laici, i compiti urgenti dell'episcopo, la pedofilia dei preti, che poco in genere traspare nei collegi episcopali.

Vescovi durante una riunione in Vaticano (foto ANSA).

Vescovi durante una riunione in Vaticano (foto ANSA).

Lo ricordava anche il cardinal Martini, nella breve prefazione al testo, scritta nel giugno dello scorso anno, poche settimane prima di morire: «Qualche volta si ha l'impressione, assistendo a una conferenza generale dei vescovi italiani, di vedere tutto come coperto da una nube grigia. Non appaiono adeguatamente le differenze tra i vescovi, che sono molto segnate dalla storia e dall'esperienza personale. (...) Auguro che il presente scritto incoraggi di più gli Ordinari a dire la loro in forma ufficiale».

Una prima questione, sollecitata dal teologo e storico camaldolese, padre Ubaldo Cortoni, è quella relativa ai profondi mutamenti d'identità che nei secoli ha subito la figura del vescovo: «Prima del X secolo, nella Chiesa si distinguevano soltanto laici, monaci e chierici e l'insegnamento, la scrittura teologica, la predicazione stessa erano appannaggio di tutti, donne comprese. Poi prevalse, dal Medioevo in avanti, un'altra distinzione, di genere stavolta, che separava i laici dal clero e dai vescovi, relegando i primi alla parte discente, e che doveva essere governata, mentre ai secondi attribuiva potere e ruolo discente». Da qui la gerarchizzazione e la cristallizzazione del ruolo del vescovo e la sua separazione dai laici e dall'originario ruolo di protettore del popolo, quando operava senza appellativi se non quello di «episcopus».

Una veduta dell'eremo camaldolese di Fonte Avellana (foto P. FERRARI/STUDIO FN/PERIODICI SAN PAOLO).

Una veduta dell'eremo camaldolese di Fonte Avellana (foto P. FERRARI/STUDIO FN/PERIODICI SAN PAOLO).

Sposare l'ecclesiologia della collegialità e della sinodalità, come avevano già fatto i teologi del Concilio Vaticano II (come Yves Congar con la sua ecclesiologia «di comunione») significherebbe, pertanto, realizzare il recupero di una importante tradizione che ha segnato i primi secoli di vita della Chiesa. Significherebbe, altresì, riavvicinare il vescovo al suo popolo, in un frangente storico segnato, come mai prima, dalla netta percezione di una lontananza tra episcopio e strada che, oltreché nociva, sta diventando pastoralmente insopportabile. Detta in altri termini: è necessario uscire quanto prima dalla «casta».

La strada c'è ed è segnata: per superare il modello gerarchico di Chiesa e di vescovo, per il quale il sacerdote è inteso come un super-cristiano, e il vescovo un super-sacerdote, si deve tornare a quell'originaria tradizione. E per poter far ciò, un buon approccio può essere quello di ripartire dal vescovo come «liturgo » e dalla qualità sacramentale dell'episcopato, come ha suggerito al convegno Andrea Grillo, ordinario di Teologia sacramentaria al Pontificio Ateneo Sant'Anselmo di Roma.

Un cardinale e un vescovo al seguito del Pontefice (foto D. GIAGNORI/EIDON).

Un cardinale e un vescovo al seguito del Pontefice (foto D. GIAGNORI/EIDON).

Il cardinal Carlo Maria Martini, nel suo libro Il vescovo (Rosenberg & Sellier, 2011), condivideva la necessità di strappare i pastori dalla nicchia in cui erano stati posti per troppo tempo, per farli scendere a contatto con la gente. «Secondo Martini, per cominciare il vescovo dovrebbe contenere gli ammonimenti e aumentare i gesti di dialogo e d'amore, facendo eco alle parole del suo grande predecessore alla guida dell'arcidiocesi di Milano, Giovanni Battista Montini », ricorda Pino Goisis, docente di Filosofia politica all'Università Ca' Foscari di Venezia. «Elementi costitutivi dell'azione pastorale del vescovo sono: il servizio alla Parola, facendo risuonare il Vangelo nella storia; e poi la preghiera e l'azione santificatrice, che si compie nella liturgia. Infine viene l'iniziativa sociale nel territorio diocesano».

Si pone così il problema della formazione dei «buoni pastori» e il ruolo dei seminari: l'Agorà di Fonte Avellana, nel documento conclusivo condiviso dai partecipanti, denuncia i limiti formativi del vescovo, che sono gli stessi di quelli del presbitero: «Purtroppo da tempo secolare i preti sono educati prima di tutto a entrare nel corpo sacerdotale che risulta essere, in virtù del celibato, un corpo separato. Per il servizio che devono esprimere, i vescovi dovrebbero invece essere educati alla relazione piena e responsabile con tutte le modalità di essere del popolo di Dio. E queste relazioni non si inventano dall'esterno. È la comunità cristiana il luogo di questa formazione che sola, oltre a educare al servizio degli altri, educa anche alla crescita di sé in questo servizio».

Riguardo al tema della «diaconia» episcopale, il riferimento biblico per il cardinal Montini era la prima Lettera di Pietro, quando si definisce Gesù come «vero pastore e guardiano», traduzione, appunto, di «episcopo». Aggiunge Goisis: «Letteralmente l'episcopo è colui che guarda a una a una le sue pecore, le conosce e le rispetta. Anche qui nel senso letterale di re-spicere, e cioè "guardare due volte", che indica un interesse particolare, unico». La sottolineatura non è inutile perché ribadisce il concetto base che non esiste vescovo senza il suo popolo, senza il suo territorio, la diocesi.

Che dire, allora, delle nomine episcopali extradiocesane? «È proprio necessaria la nomina episcopale per coprire un ruolo di responsabilità nella Curia romana? Una certa prassi ha fatto strame della tradizione», commenta padre Cortoni. E che dire infine dei doppi incarichi affidati al vescovo? L'Agorà nel documento finale ha osservato, tra l'altro: «C'è da chiedersi se ciò non mini la prossimità del vescovo con la sua Chiesa. Problema storicamente lampante nella vita della Chiesa di Roma, dove il suo vescovo naturale s'è trovato a fare il vescovo di tutte le Chiese del mondo quasi in supplenza degli stessi vescovi e a dare in supplenza la propria diocesi al cardinal vicario, snaturando in entrambi i casi il compito dei vescovi. L'autopresentazione di papa Francesco è portatrice di profondi ripensamenti dell'organizzazione delle singole Chiese e del rapporto tra le Chiese non solo cattoliche, ma cristiane».

Concelebrazione solenne nella basilica vaticana di San Pietro per la Messa del Giovedì Santo (foto F. FRUSTACI/EIDON).

Concelebrazione solenne nella basilica vaticana di San Pietro per la Messa del Giovedì Santo (foto F. FRUSTACI/EIDON).

Anche Goisis osserva come l'identikit del vescovo sia mutato radicalmente nel tempo, e a tutti i livelli, stratificando tradizioni diverse. A partire dalle modalità d'elezione: alle origini contava moltissimo la Chiesa locale, che diceva la sua sulla nomina. Poi decisiva divenne l'autorità politica, in un contesto di giurisdizionalismo settecentesco. Infine il potere di scelta passò all'autorità romana, estromettendo il popolo di Dio da qualsiasi voce in capitolo. «Per questo», osserva Goisis, «non è affatto improprio oggi poter ancora ripensare alle modalità della nomina. Le prime parole del Pontefice lasciano supporre che anche questa procedura, benché cristallizzata nel tempo, non sia né eterna né assoluta, e possa essere rivista magari alla luce di una idea di Chiesa più sinodale». Una questione, questa, che richiama quella della nomina del presidente della Cei: la Conferenza dei vescovi italiani è l'unica a non avere il potere di nominare il proprio presidente, che finora compete, invece, al Papa.

Nell'identikit del vescovo d'oggi non può mancare, osserva ancora Goisis, la capacità di ascoltare e parlare ai lontani, evitando gli integralismi e le intromissioni in ambiti che non competono a un pastore d'anime. Un vescovo non può tacere in materia di bene comune e sulle emergenze socioeconomiche che toccano il suo territorio. «Ciò non significa intervenire su ogni questione, comprese le più contingenti: dall'abuso di internet, alla condanna della sigaretta; dal divieto di assistere alle partite di calcio domenicali all'uso corretto del cellulare. Molti credenti si sono allontanati a causa anche della scarsa empatia dei vescovi e dei sacerdoti nei loro confronti», commenta Goisis. «Nell'agenda quotidiana del vescovo», continua, «non dovrebbero mai mancare gli appuntamenti e gli incontri col mondo del laicato e i presbiteri. E la visita pastorale non dovrebbe essere fatta per controllare i libri contabili delle parrocchie, bensì per incontrare le comunità, capirne le esigenze e le preoccupazioni ». Trasferimenti o allontanamenti dei vescovi dalle loro diocesi? «Esiste ancora una comunicazione opaca dentro la Chiesa: poco si dice sulle motivazioni che portano al cambio. Se non esistono ragioni inconfessabili, andrebbero esplicitate senza paura, in modo da evitare dietrologie. La Chiesa deve iniziare a comunicare in modo da far tralucere la Carità».

Risuonano come profetiche, allora, le affermazioni in proposito dei quaranta padri conciliari che nel novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del Vaticano II, firmarono il cosiddetto «Patto delle catacombe» in cui si impegnavano e invitavano i «fratelli nell'episcopato» a essere vescovi in mezzo alla gente, condividendone le stesse condizioni, vicini in modo particolare ai poveri: «Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l'abitazione, l'alimentazione, i mezzi di locomozione e tutto il resto che da qui discende. Rinunciamo per sempre all'apparenza e alla realtà della ricchezza. (...) Nel nostro comportamento, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo quello che può sembrare un conferimento di privilegi. (...)

Daremo tutto quanto è necessario del nostro tempo, riflessione, cuore, mezzi al servizio apostolico e pastorale delle persone e dei gruppi laboriosi, economicamente deboli e poco sviluppati». Quasi mezzo secolo dopo, un Papa l'ha trasformato in manifesto programmatico di un pontificato.

Alberto Laggia

Jesus n. 6 giugno 2013- Home Page




 



 

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