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INCHIESTA
IL CO-HOUSING

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DON TONINO BELLO

INCHIESTA - IL CO-HOUSING

La rivincita della vita comune
di VITTORIA PRISCIANDARO e LUCA ATTANASIO

Si diffondono in tutta Italia e proliferano specialmente negli ambienti cattolici: li chiamano «condomini solidali» oppure «comunità- famiglia». Ma, al di là del nome, c'è un'idea di base: la condivisione. Perché la famiglia nucleare, sempre più chiusa in sé stessa, appare deludente se il modello è quello evangelico.

Alcuni membri del condominio solidale di Bruzzano, un quartiere alla periferia di Milano

Alcuni membri del condominio solidale di Bruzzano, un quartiere alla periferia di Milano (foto VISION/PERIODICI SAN PAOLO).

Dal car-sharing all'economia della fratellanza, dalla banca del tempo alla participatory economics, torna attuale un termine antico e negletto: condivisione. Dopo la tempesta scatenata da individualismo sfrenato e accumulo esclusivo di beni virtuali, riappare la quiete dell'umano, rifÓ capolino il bisogno di sociale insito nell'uomo. E nel mondo occidentale si diffonde un modello di vita comune che interroga sociologi, economisti e teologi. ╚ il fenomeno del cohousing, dei condomini solidali, delle comunitÓ- famiglia, in ascesa in tutta Europa e sulla pista di decollo anche in Italia. Da una parte fornisce risposte sostenibili alla crisi e alle crescenti necessitÓ di abbattimento dei costi, vivibilitÓ, rispetto dell'ambiente. Dall'altra, accoglie istanze pi¨ profonde, il bisogno di prossimitÓ sociale, di relazione con l'altro, di famiglia. Qui da noi nasce e si sviluppa in un tessuto che presenta connotazioni fortemente cattoliche, ma resta un fatto assolutamente laico, aperto a provenienze di ogni tipo.

La comunità Il Casale, vicino Roma

La comunità Il Casale, vicino Roma (foto CRISTINA MASTRANDREA)

Come in ogni storia, per capire i frutti dell'oggi bisogna risalire alle radici. Che in questo caso affondano nel clima post-conciliare degli anni Settanta. È in quell'humus, fatto di volontariato internazionale, ricerca di modelli di famiglia diversi e di una Chiesa dove uomini e donne, preti e laici, vivono la Parola «alla pari», da compagni di strada, che nasce Villapizzone, un'esperienza che anni dopo verrà definita dai sociologi «comunità sorgente ». Bruno ed Enrica Volpi, di ritorno da un periodo trascorso in Africa, cercano uno spazio dove continuare a vivere la solidarietà e l'accoglienza, insieme ad altri.

Lavori in corso alla comunità La Collina del Barbagianni

Lavori in corso alla comunità La Collina del Barbagianni (foto LA COLLINA DEL BARBAGIANNI).

È la stessa domanda che si portano appresso alcuni padri gesuiti, destinati all'insegnamento, ma "provocati" dalla storia che cambiava. «Quarant'anni fa avevamo intuito che era importante vivere in comunità, nella fraternità, semplicemente, senza il peso delle grandi strutture, testimoniando il Vangelo prima di dirlo, lavorando per vivere, come tutte le persone normali», racconta padre Silvano Fausti, tra i fondatori della comunità, che sorge nella periferia nord di Milano.

La Messa pre-serale nella comunità di Villapizzone

La Messa pre-serale nella comunità di Villapizzone (foto STEFANO G. PAVESI).

I gesuiti fanno la scelta «non di contestare, ma di fare le cose seriamente ». Si cerca spazio in una vecchia cascina fatiscente, dove già avevano trovato rifugio brigatisti, tossici e collettivi sociali. Con qualche esitazione da parte del cardinale Colombo, il pieno sostegno del padre Arrupe e un accordo con i Radice Fossati, proprietari della cascina, nel '78 i gesuiti e le famiglie che nel frattempo si erano riunite intorno ai Volpi prendono possesso di un'ala di Villapizzone.

Scorcio della comunità Il Casale, che sorge nel verde del parco di Vejo, a una trentina di chilometri da Roma

Scorcio della comunità Il Casale, che sorge nel verde del parco di Vejo, a una trentina di chilometri da Roma (foto CRISTINA MASTRANDREA).

Le foto custodite negli album mostrano tetti sfondati, scale pericolanti, pareti scrostate e imbrattate di slogan politici. «Era tutto da costruire, anche il modo di stare insieme», aggiunge padre Piergiacomo Zanetti, che da circa un anno e mezzo si è unito ai tre gesuiti che, famiglia tra le famiglie, fanno parte della comunità. «Abbiamo messo in comune i desideri che avevamo, abbiamo agito e, solo dopo, riflettuto sulla nostra esperienza, tanto che la "carta di vita comune" è arrivata dieci anni dopo l'inizio», spiega Elisabetta Sormanni, sposata con Tullio e segretaria di Mondo di comunità e famiglia. Nata nel 2003, questa associazione mette in rete una trentina di esperienze che fanno riferimento a Villapizzone.

L'atelier di pittura gestito all'interno della comunità La Collina del Barbagianni

L'atelier di pittura gestito all'interno della comunità La Collina del Barbagianni (foto CRISTINA MASTRANDREA).

Il principio alla base delle loro convivenze è un percorso vocazionale che favorisca una vita comune in un contesto di fiducia, sobrietà, solidarietà, accoglienza e responsabilità. «Ognuno deve seguire la sua vocazione. A noi coppie, i gesuiti ci hanno aiutati a capire la sacralità del matrimonio», dice Elisabetta. E spiega con un esempio che quando qualcuno, ciclicamente, ripropone di celebrare le lodi insieme prima di andare al lavoro, sono sempre i padri a dire un no deciso, spiegando che marito e moglie possono pregare insieme a casa, nella loro camera. «È quello lo spazio in cui devono vivere la loro vocazione».

Il giardino fiorito della comunità di Villapizzone

Il giardino fiorito della comunità di Villapizzone (foto STEFANO G. PAVESI).

La convivenza con le famiglie, spiegano i gesuiti, aiuta loro a sentirsi persone normali e sicuramente «zii» un po' speciali per i tanti bambini che girano per la cascina. Un'altra intuizione degli inizi è la voglia di vivere in una realtà aperta, che non fa della comunità una sicurezza, ma piuttosto uno spazio di accoglienza: «Per Villapizzone passa il mondo: le famiglie accolgono bambini in affido o giovani in difficoltà o religiosi che hanno bisogno di un periodo di riflessione. Ma ogni nucleo familiare decide per sé, liberamente», dice padre Zanetti. Infine c'è la scelta di vivere con sobrietà. Da qui, la cassa comune e l'assegno in bianco che le famiglie ricevono ogni mese. La comunità – sette famiglie, compresi i gesuiti – ha solo un appuntamento fisso, la riunione mensile, e poi una merenda ogni giorno in cortile per chi c'è, annunciata dal suono della campana.

Alcuni membri del condomio solidale di Bruzzano all'esterno del condominio

Alcuni membri del condomio solidale di Bruzzano all'esterno del condominio (foto VISION/PERIODICI SAN PAOLO).

I padri celebrano Messa ogni giorno, chi vuole si aggrega. E una volta a settimana si fa una lectio continuata della Parola di Dio, che richiama molta gente da tutta la diocesi. Il giardino, i saloni e gli spazi esterni, tra giganteschi cedri del Libano, sono frequentati dalla gente del quartiere, specie mamme – molte delle quali straniere – che organizzano feste di compleanno e momenti di gioco per i più piccoli. Alcuni membri della comunità lavorano all'esterno, altri sono fissi a Villapizzone e diversi sono impegnati nella cooperativa Di mano in mano, che si occupa di sgomberi e rivendita, ha due sedi, più di 40 soci, fa lavorare 100 persone e ha un mercatino di usato e antiquariato con una clientela assai diversificata, dal rom al collezionista.

Doposcuola nel condominio R solidale di Bruzzano, a Milano

Doposcuola nel condominio solidale di Bruzzano, a Milano (foto VISION/PERIODICI SAN PAOLO).

È un'esperienza che negli anni si è consolidata, è cambiata, ha fatto nascere altre realtà e incontrato migliaia di persone. Come Beatrice Lombardo, che nel 2005, con il marito, assistette a una presentazione del libro Un'alternativa possibile di Bruno ed Enrica Volpi, sull'esperienza di Mondo di comunità e famiglia. «Rimanemmo folgorati», dice Beatrice, che è una delle fondatrici della Collina del Barbagianni, un condominio solidale che sorge nel quartiere della Bufalotta, periferia nord di Roma. «Oggi siamo cinque coppie con figli e un single, tutti con un trascorso nello scoutismo cattolico, e da giugno 2012 ospitiamo un ventenne guineano senza casa, che ha una radicata fede islamica».

A quell'incontro con i fondatori di Villapizzone, infatti, erano presenti altre coppie di Roma: «Come noi, nutrivano il desiderio di formare un insieme di famiglie e vivere in un unico contesto: nel giro di poco tempo, il progetto prese forma», continua Beatrice. Alcuni mesi dopo, una delle coppie adocchia un vecchio casolare abbandonato nei pressi della Bufalotta, accanto all'istituto religioso delle Maestre Pie Venerini. Le suore si dimostrano interessate a concederlo alle famiglie e propongono addirittura di donarglielo. «Ma noi siamo contrari alla proprietà privata e abbiamo chiesto di trasformare il contratto di cessione in uno di comodato d'uso rinnovabile ogni dieci anni».

Il giardino della comunità di Villapizzone.

Il giardino della comunità di Villapizzone (foto STEFANO G. PAVESI).

La maggioranza delle esperienze di condominio solidale o comunità famiglia ha un rapporto critico con la proprietà privata. I componenti della Collina del Barbagianni di Roma, ad esempio, oltre a non volere possedere l'edificio in cui vivono, così come avviene in molte altre comunità o condomini solidali, versano l'intero importo dei propri stipendi alla cassa comune. A essa attingono, rivolgendosi in forma privata all'economo, ogni volta che ne hanno bisogno. Immerso in una magnifica campagna e circondato da ampi appezzamenti di terreno coltivabile, il vecchio casolare, ristrutturato col metodo dell'autocostruzione e dell'autorecupero, ospita 10 adulti e 7 bambini e si compone di ampi spazi comuni, stanze per gli incontri settimanali della comunità e sei unità abitative, in ognuna delle quali vivono le quattro coppie con i figli, il single e il giovane guineano.

A Reggio Emilia, invece, sorge il complesso la Collina, una delle esperienze di comunità abitativa più vecchie d'Italia. «Nel 1974», racconta Carla Arleoni, una delle fondatrici, «una parte del Gruppo laico Missionario della nostra zona, a seguito di un lungo periodo trascorso in Brasile a stretto contatto con le comunità di base, decise di andare a vivere assieme. Un anno dopo i genitori di uno di noi ci diedero un enorme appezzamento di terreno e il casale al centro, una vecchia residenza dei mezzadri. Così ci venimmo a vivere in tre coppie e sei single». Tra i celibi, anche don Renzo Braglia, un sacerdote diocesano – che tuttora, anziano e malato, vive alla Collina – con il desiderio di vivere alla maniera dei primi apostoli. Alla base della scelta, fin dall'inizio, vi è una critica strutturale al modello della famiglia nucleare, la voglia di sperimentare un'idea di «parentela» allargata e di vivere il Vangelo condividendo tutto. «Volevamo stare insieme», spiega chiaro e tondo Carmen Venturelli, un'altra fondatrice, «e far crescere i nostri figli con un senso di fratellanza al di là dei legami di sangue. Ma anche ritornare alla terra, coltivarla, mettendo tutto in comune, prendendo ciò di cui si ha bisogno e dando ciò che si riesce a dare».

Quando incontrano un ragazzino quattordicenne tossicodipendente e decidono di ospitarlo, comprendono che la loro esperienza ha un senso se si apre agli altri, specie se nel bisogno. «Allora, tra mille difficoltà, iniziammo ad accogliere qui, dentro casa con noi, tre tossicodipendenti ». Ora sono una cooperativa agricola sociale che impiega giovani di categorie deboli e gestisce due comunità alloggio (da due anni distaccate dalla Collina) per giovani con problemi di dipendenza o Aids. «Tutti i nostri spazi», conclude Franco Ferrari, uno dei single, «sono comuni, eccetto la camera da letto. Ora che siamo tutti pensionati, ci siamo trovati per la prima volta a dover aprire un conto in banca per ricevere l'accredito della pensione».

Il tema dell'accoglienza, dell'apertura al mondo circostante, la volontà di offrire un servizio a chi si trova in difficoltà è uno dei leitmotiv di queste esperienze, anche a livello europeo. Nella campagna del Dorset, estremo Sud dell'Inghilterra, ad esempio, vive e continua la sua esperienza da ormai oltre sessant'anni la Pilsdon Community. L'idea originale è di mettere insieme un gruppo stabile di circa venticinque conviventi che, oltre a vivere la propria dimensione di comunità, apra i propri spazi per offrire ristoro a chi nella vita passa momenti bui e difficili. Un po' più a nord, sorge l'espressione più moderna di questo modello. Il Windsor Hill Wood Shelter, immerso nella meravigliosa campagna del Somerset, applica il concetto di famiglia allargata aprendo a persone «in crisi» le porte della residenza dove vivono Tobias Jones, la moglie Francesca Lenzi e tre figli. «Volevamo avere uno spazio per accogliere nostri amici che affrontavano separazioni o depressioni e persone di altre provenienze con problemi di dipendenza, penuria economica o che non avessero una dimora fissa. In realtà, man mano che il progetto andava avanti, ci siamo resi conto di quanto bisogno ci sia – al di là delle povertà contingenti – di un approccio nuovo alla vita. Molta gente che viene qui, vive in comunità con noi perché non ne può più della vita moderna, di superficialità, di mode e cerca un senso più profondo».

«Alla base di tutto», spiega Donatella Bramanti, sociologa e autrice di Le comunità di famiglie (Franco Angeli), «c'è il forte desiderio di formare una famiglia allargata e accogliente, dove sia possibile aprire le porte al mondo e gli spazi non siano intesi solo in senso privatistico. Qui da noi il fenomeno è in netto aumento tra coppie e singoli individui che amano vivere in famiglia ma sono profondamente insoddisfatti dal modello parentale. Si tratta di famiglie che vanno al di là dei legami di sangue, fatte di amici. Provengono in gran parte dal mondo del cattolicesimo sociale e, specie dopo la convenzione dell'Aia che chiudeva gli istituti per minori, hanno sentito forte la spinta all'accoglienza, l'adozione o l'affidamento di bambini in difficoltà».

«Dopo una forte esperienza nello scoutismo in parrocchia», racconta Marco Tarantini mentre mostra l'incantevole campagna romana del parco di Vejo su cui si estende il terreno che appartiene alla comunità Il Casale, «io e un gruppo di amici sentimmo l'esigenza di continuare a vivere vicini e di dare una mano a chi avesse problemi. Per questo ci trasferimmo in una casa donataci da un ente, assieme a cinque minori con gravi disagi. L'esperienza non fu semplice e finì dopo poco, ma ci fece capire che quello che cercavamo era una famiglia che rompesse i confini tradizionali e potesse essere un approdo per molti, non solo per i suoi membri». Nel 1995, acquistano un casale diroccato e il terreno circostante a una trentina di chilometri dal centro di Roma, in aperta campagna e, composte nel frattempo le prime famiglie, decidono di andarci a vivere. Ora, in quello che nel frattempo è divenuto un villaggetto della solidarietà composto da un grosso casale (ci vivono 7 famiglie di cui 4 in "comunità": completa condivisione di luoghi, a parte piccoli spazi "notte" riservati ai singoli nuclei), due altre residenze e i terreni con le fattorie, risiedono circa 60 persone (35 di esse hanno tra 0 e 19 anni). «Le decisioni», riprende Tarantini, «vengono prese all'unanimità. In comunità abbiamo la cassa comune e organizziamo spese ed entrate secondo un principio di equità. Dal progetto marcatamente assistenziale degli inizi siamo ora giunti a un'esperienza esistenziale, pur desiderando ancora molto essere d'aiuto ad altri ».

Gli edifici, oltre a spazi comuni in cui si mangia, si gioca, si parla, ci si incontra o si prega insieme, riservano alcune stanze all'accoglienza di persone che, a qualsiasi titolo, affrontino delle difficoltà. «È un tipo di ragionamento postmoderno sulla società», afferma Bramanti, «che tiene insieme le diversità, non esclude. Un modello inclusivo che va al di là dei legami forti tradizionali per dare vita a forme di vita comunitaria e impegno civico». Biodinamici e assolutamente organic, propongono un «ritorno alla terra e all'uomo». Recuperano cascine e stili di vita di secoli addietro, pur preannunciando un modello socio-economico che ha del futuribile. Sono un po' monaci, un po' kibbutzimer, un po' comunardi. «Soprattutto», sorride Beatrice mentre prepara la pappa all'ultimo nato di un'altra coppia, «siamo gente normalissima a cui piacciono gli altri».

Vittoria Prisciandaro e Luca Attanasio

Jesus n. 5 maggio 2013- Home Page




 



 

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