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REPORTAGE
ETIOPIA

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INTERVISTA
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REPORTAGE - ETIOPIA

Sull'orlo del futuro
di LUCIANO SCALETTARI, ROMINA GOBBO e ALESSANDRO SPECIALE

Come sospeso tra il fascino di un antico passato e la cruda realtà dell'attuale capitalismo postmoderno, il più importante Paese del Corno d'Africa è di fronte a un bivio politico e religioso. Dopo il ventennio di Meles Zenawi, ad Addis Abeba si infittiscono le domande su quali strade prenderà il nuovo Governo. E dopo le due decadi di Abuna Paulos alla guida della Chiesa copta-ortodossa, ci si chiede se il suo successore manterrà la rotta di dialogo ecumenico e apertura sociale.

Una giovane donna con il suo bambino a Nazareth, un piccolo e povero villaggio etiope di pastori

Una giovane donna con il suo bambino a Nazareth, un piccolo e povero villaggio etiope di pastori (foto P.A. PETTERSSON/CORBIS).

Il 7 gennaio è Natale. In Etiopia, naturalmente, dove il calendario religioso (ma spesso anche quello civile) è quello della Chiesa copta ortodossa. Il capodanno è l'11 settembre, mentre l'Epifania cade il 19 gennaio e, a differenza della nostra tradizione, la festa dura tre giorni ed è la più solenne dal punto di vista liturgico. Quanto all'anno, nemmeno quello corrisponde al calendario gregoriano: questo numero di Jesus, nel Paese del Corno d'Africa, dovrebbe essere datato mese di Tahsàs del 2005. Non è un vezzo, il gioco del raffronto di feste e annualità. Capita di frequente, ad Addis Abeba, di vedersi consegnare una ricevuta al ristorante o in qualche bar con la data di sette anni prima. Il diverso calendario è senz'altro poco più di una curiosità ma, parlando di Etiopia, ha quasi un valore simbolico delle peculiarità e contraddizioni di questo singolare Paese, miscuglio unico di potenti spinte verso l'innovazione e – se vogliamo dir così – occidentalizzazione, accanto a un forte e fiero attaccamento a tradizioni millenarie sopravvissute fino a oggi, a dispetto della storia e degli eventi.

Di Etiopia si parla per le mai sopite tensioni con l'Eritrea, per la carestia che ha colpito negli ultimi due anni la regione, per la questione somala e per i vertici dell'Unione africana (che ha qui la sua sede perché, nel 1963, Hailé Selassié ne fu uno dei principali fautori). Se ne parla anche per la sua povertà, che la pone al 174° posto (su 187) nell'indice di sviluppo umano o per il fenomeno del landgrabbing (è uno dei Paesi più "colpiti" dall'accaparramento di terra da parte degli investitori occidentali e asiatici). Ma ben poco si sa della sua particolarissima tradizione religiosa.

Preti copti-ortodossi durante la festa dell'Epifania

Preti copti-ortodossi durante la festa dell'Epifania (foto K. NOMACHI/CORBIS).

Come tutto ciò che riguarda l'Africa, la Chiesa dei cristiani d'Etiopia è poco conosciuta sia per le sue tradizioni che per il patrimonio artistico. Erede del millenario monachesimo egiziano, mantiene un forte seguito nel popolo etiope: «Abbiamo più di 50 mila chiese nel Paese», raccontava nel 2009 l'allora patriarca Abuna Paulos in un'intervista al nostro mensile. «La nostra Chiesa tiene viva la sua origine monastica e si può dire che non abbiamo mai vissuto una vera crisi delle vocazioni. Ci sono 1.200 monasteri e circa 500 mila religiosi». La sua storia antichissima è fortemente intrecciata alle vicende dell'Impero etiope. Ne è stata uno dei pilastri, e ne ha subito pure tutte le conseguenze nei momenti più difficili. Ad esempio, all'epoca della breve occupazione italiana – l'unico momento in cui l'Etiopia subì il dominio coloniale – la terribile repressione messa in atto nel 1937 dal generale Graziani colpì con estrema violenza i religiosi copti: secondo le ricostruzioni dello storico Angelo Del Boca, nella «tremenda lezione data al clero intero dell'Etiopia», come annunciò lo stesso Graziani a Mussolini, furono trucidati fra 1.400 e 2.000 religiosi, dai vescovi fino all'ultimo dei diaconi. Non fu da meno, molti anni dopo, il «terrore rosso», Menghistu Hailé Mariam. Dopo il colpo di Stato che lo portò al potere (e che segnò la fine del millenario impero), nel 1975 il cristianesimo smise di essere religione di Stato e nel 1976 Menghistu arrestò (e in seguito fece assassinare in carcere) il patriarca dell'epoca, Abuna Tewophilos. Il dittatore fece poi privatizzare le vaste proprietà terriere della Chiesa. Lo stesso Abuna Paulos, divenuto patriarca nel 1992 alla caduta del regime di Menghistu, era stato imprigionato per nove anni (dal 1974 al 1983) e torturato. La Chiesa etiope deve anche la sua «autocefalia» all'imperatore: la dipendenza formale dal Patriarcato di Alessandria d'Egitto finì per le forti pressioni di Hailé Selassié. Nel 1959 divenne autonoma e l'abuna di Addis Abeba ne divenne Patriarca (solo per le iniziative di dialogo portate avanti da Abuna Paulos sono stati riallacciati i rapporti negli ultimi anni con la Chiesa copta d'Egitto). La storia di questi ultimi vent'anni, quanto ai rapporti fra Stato e Chiesa, non è diversa: Abuna Paulos, nel 1992, ha preso la guida della Chiesa ortodossa in seguito alla designazione del nuovo uomo-forte del Paese: Meles Zenawi, salito al potere da appena un anno, dopo la cacciata di Menghistu. E la sorte ha voluto che i due, il premier come il primate, abbiano anche concluso insieme il loro governo. Entrambi sono morti a distanza di pochi giorni, Paulos il 17 e Zenawi il 21 agosto del 2012, lasciando pesanti incertezze sui futuri assetti dei due maggiori poteri nel Paese, sebbene eredità molto diverse. L'abuna si è caratterizzato come uomo del dialogo, dell'ecumenismo, dell'impegno umanitario e a favore della pace: una «straordinaria figura spirituale», come ha ricordato il Consiglio ecumenico delle Chiese all'indomani della sua morte.

Una bidonville accanto a modernissimi grattacieli ad Addis Abeba.

Una bidonville accanto a modernissimi grattacieli ad Addis Abeba
(foto P.A. PETTERSSON/CORBIS).

Decisamente più controversa la figura di Meles Zenawi. Se da un lato ha saputo dare forte impulso alla modernizzazione del poverissimo Paese e alla sua credibilità internazionale (l'Etiopia è diventata un alleato di ferro degli Stati Uniti, specie nella lotta al terrorismo), dall'altro porta la responsabilità di aver gestito il potere interno col pugno di ferro, emanando leggi liberticide ed epurando l'opposizione. Nel 2005, quando alle elezioni l'opposizione si era assicurata circa il 25 per cento dei consensi, all'indomani del voto ha scatenato una campagna repressiva che ha portato in carcere quasi 40 mila persone in meno di 72 ore, azzerando non solo le controparti politiche ma anche il mondo dell'informazione, le associazioni per i diritti umani e il sindacato. Il che spiega il risultato dell'ultimo voto del 2010: su 547 seggi, la coalizione di Governo (Frdpe) guidata da Zenawi se n'è assicurati 545, con il 99 per cento dei suffragi. Sono innegabili, d'altro canto, i dati di crescita del Paese: il Pil nel 2011 – in piena crisi globale – è salito del 7 per cento; la povertà assoluta, sotto il suo Governo, è passata dal 45 al 30 per cento. L'Etiopia è il secondo produttore di caffè in Africa ed è divenuto negli ultimi anni il secondo produttore di fiori recisi. Ma l'altro lato della medaglia è che il Paese ha aperto le porte a forme di liberismo senza regole che ne hanno fatto terreno di conquista degli investitori stranieri, specie cinesi. E continua a dipendere pesantemente dall'aiuto internazionale, di cui è il primo beneficiario con 4 miliardi di dollari l'anno. Dei quali 800 milioni solo dagli Stati Uniti.

Luciano Scalettari

Un passaggio tra le rocce che conduce alla chiesa di Bieta Abba Libanos, nel complesso monastico di Lalibela.

Un passaggio tra le rocce che conduce alla chiesa di Bieta Abba Libanos, nel complesso monastico di Lalibela (foto C. BOISVIEUX/CORBIS).

Drammi e meraviglie di un'antica cristianità

«Ferenji, ferenji!»: stranieri, stranieri. Ci chiamano così i bambini etiopi che corrono a fianco del nostro pulmino, bianchi per la polvere delle strade sterrate. A nord della capitale Addis Abeba, quasi al confine con l'Eritrea, tutto è rimasto come al tempo in cui questa terra era una colonia italiana chiamata Abissinia. Sembra impossibile che, su questi altipiani vulcanici di 2 mila metri, con cime che superano i 4 mila, la mano dell'uomo abbia operato con così grande abilità: si passa dalla natura primordiale ai luoghi di raccoglimento più reconditi, senza soluzione di continuità. Ci sono le steli di Axum, i castelli di Gondar, le chiese nascoste dalla vegetazione sul lago Tana, quelle monolitiche di Lalibela, quelle rupestri del Tigray, tutte opere riconosciute dall'Unesco come patrimonio dell'umanità. Intorno, un mondo duro e aspro, martoriato dal sole. In Etiopia la terra parla. Sarà forse perché a Hadar, in Dancalia, sono stati ritrovati i resti fossili di Lucy, l'ominide che, con i suoi tre milioni di anni, rappresenta la nostra più lontana parente. Allora, sulla Rift Valley, non si può non sentire un afflato universale, pensando che da questa enorme spaccatura, che parte dal mar Rosso e arriva al Mozambico, tutto è cominciato. In questo «regno di pietra», le pietre sono vive e raccontano la storia di un Paese dall'identità plurimillenaria, citato nell'Iliade e nell'Odissea, e ben 78 volte nella Bibbia. Benvenuti nella «contrada remota della cristianità antica», dove ogni sasso «interpella profondamente la Bibbia, la Parola di Dio e quindi la fede», come spiega don Raimondo Sinibaldi, direttore dell'Ufficio diocesano pellegrinaggi di Vicenza. Una fede che si differenzia dalla nostra anche nelle sue espressioni liturgiche. Le funzioni iniziano alle 4, 4.30 del mattino e durano dalle 4 alle 8 ore, con un picco di 12, il giorno di Pasqua.

La chiesa di San Giorgio nel noto complesso monastico di Lalibela

La chiesa di San Giorgio nel noto complesso monastico di Lalibela (foto K. NOMACHI/CORBIS).

Il prete (abba, padre) ripete all'infinito un salmodiare ipnotico, in ge'ez, suonando il tamburo o il sistro. La gente non capisce nulla, perché l'antica lingua liturgica è appannaggio solo dei sacerdoti; i fedeli, rigorosamente scalzi, assistono in piedi, uomini e donne separati, i più anziani o acciaccati appoggiati al bastone, o a qualche colonna, collocati a varia distanza, a seconda del peccato che si sentono dentro. Il sacerdote, avvolto in tessuti sgargianti, non nega mai la benedizione, neppure allo straniero. Ma non gli chiedere che cosa pensa del Vaticano, semplicemente perché non ne pensa nulla, forse non ha nemmeno chiaro dove si trovi. Qui il tempo si è fermato e nessuno sembra aver voglia che riprenda a scorrere. Però qualcosa sta cambiando, specie tra le nuove generazioni. Così, per impedire che i giovani coltivino altri miti, c'è il prete di famiglia che osserva e controlla. «Ai giovani non piacciono i preti di famiglia, perché carpiscono tutti i segreti. Considerano questa Chiesa vecchia e vorrebbero venisse riformata», dice Ashu, la nostra guida. Anche l'Etiopia, insomma, è destinata a non essere più la stessa. E così, a fianco del vecchio aratro di legno, cominciano a comparire i trattori made in China. E cinesi sono le ruspe che asfaltano le strade. Nonostante questi timidi segni di una modernità incombente, il Paese dalle «facce bruciate» continua a parlare soprattutto la lingua del cuore. Lo fa con le sue chiese, realizzate in luoghi impervi per impedirne la distruzione a opera dei musulmani, ma anche con la sua gente, la cui sopravvivenza dipende dal raccolto, spesso soggetto ai capricci del tempo, ma altera, dignitosa, combattiva.

Piccoli alunni di una scuola per sordomuti di Addis Abeba usano il linguaggio dei segni per interagire con la maestra

Piccoli alunni di una scuola per sordomuti di Addis Abeba usano il linguaggio dei segni per interagire con la maestra (foto A. RICHTER/AURORA PHOTOS/CORBIS).

Che cosa ne pensa di possibili elezioni? ho chiesto a un contadino. Ha risposto: «Spero che domani piova». L'acqua quest'anno ha tardato e gli animali al pascolo non trovavano erba. E poi c'è la zolla, durissima: aspetta che piova il contadino, perché la terra si impregni d'acqua e diventi malleabile, per seminare il teff, il cereale da cui si ricava farina con cui si impasta l'injera, il tipico pane che è alla base dell'alimentazione in Etiopia. La terra qui è proprietà dello Stato, retaggio del regime comunista di Menghistu, che nel 1975 nazionalizzò tutti i terreni agricoli e li redistribuì a fittavoli. Una terra reale, quella del duro lavoro dei campi, e una terra simbolica, quella delle origini e delle radici. Quest'ultima è rappresentata dalle chiese e dai monasteri: in Etiopia ce ne sono 127 mila (e 258 mila preti). Le più famose si trovano a Lalibela, antica capitale della dinastia Zagwe, situata sulle montagne del Lasta, a 2.600 metri sul livello del mare. Re Lalibela, venerato come santo, fece costruire la città a beneficio dei pellegrini etiopi impediti a recarsi in Terra Santa, dopo la conquista di Gerusalemme da parte dei musulmani di Saladino. Le chiese monolitiche della «nuova Gerusalemme», risalenti al XII secolo, sono interamente scavate nelle rocce. Sono tutte denominate Bet (in ebraico, casa) e sono collegate tra loro da gallerie e cunicoli, in una sorta di percorso iniziatico dalle tenebre alla luce. La più suggestiva è quella dedicata a San Giorgio, che sprofonda per 13 metri nella roccia madre e che porta inciso sul tetto il segno di una croce greca. Non è un caso, in fondo: in nessun altro Paese al mondo esiste una così grande varietà di croci. Se ne trovano dappertutto: sulle case, tatuate sulla fronte o sulla mano, sui vestiti della gente, sui manoscritti, sui bastoni dei pellegrini. E i sacerdoti le tengono in mano per offrirle al bacio dei fedeli.

Un villaggio di pastori nell'Etiopia centrale.

Un villaggio di pastori nell'Etiopia centrale (foto P.A. PETTERSSON/CORBIS).

Tra i cristiani etiopi, la festa liturgica più importante dell'anno, curiosamente, non è il Natale (che quest'anno cade il 7 gennaio) ma il Timkat, cioè l'Epifania copta, che si celebra a partire dal 19 gennaio, dura tre giorni e commemora il battesimo di Cristo nel Giordano. Per l'occasione, a Gondar, che è considerata la «Camelot d'Africa» per i suoi castelli secenteschi, i pellegrini arrivano da ogni angolo del Paese apposta per immergersi nella piscina fatta costruire da re Fasilidas nel 1635. Oltre a Gondar e Lalibela, un altro scorcio imperdibile di questa cristianità etiope antica e pulsante è la zona del lago Tana, sulle cui isolette sorgono una ventina di chiese di epoca tra il XIII e il XVI secolo. Il lago, con i suoi 3.600 chilometri quadrati, una lunghezza di circa 75 chilometri e una larghezza di 60, è il più ampio del Paese. Nella penisola di Zeghie si trovano i monasteri di Ura Kidane Meheret (chiesa del Perdono) e Bet Mariam (casa di Maria), entrambi a pianta circolare. Gli interni vantano cicli pittorici dai colori splendidi: scene bibliche, ma anche vite dei santi, con gli angeli dagli occhioni neri – gli stessi della popolazione – che ti guardano da ogni angolo e svolgono silenziosi la loro missione di protettivi custodi.

Nel monastero di Debre Mariam, che sorge su una delle isole del lago Tana

Nel monastero di Debre Mariam, che sorge su una delle isole del lago Tana.
(foto A. McCONNELL/R. HARDINGWORLD IMAGERY/CORBIS).

Puntando verso nord si arriva ad Axum, che secondo il Kebra Nagast (il Libro dei re) nel X secolo a.C. era il luogo di residenza della mitica regina di Saba. Dal I all'VIII secolo d.C. quello axumita fu uno dei regni più potenti dell'umanità, crocevia fondamentale fra Africa e Asia per quasi mille anni. Axum è considerata una città sacra, perché, secondo la leggenda, Menelik, figlio della regina e di re Salomone, vi portò l'Arca dell'Alleanza, con dentro le tavole della legge, consegnate da Dio a Mosè sul Monte Sinai, e oggi conservata in una cappella accessibile solo ai monaci custodi. Patrimonio dell'Unesco è anche il «Parco delle steli», monumenti funerari a forma di obelischi: ci sono quello di re Ezana (IV secolo d.C.), 23 metri di altezza e 150 tonnellate di peso e, sdraiato, il più grande obelisco monolitico che l'uomo abbia mai tentato di erigere: 33 metri di altezza per 572 tonnellate. Cadde probabilmente mentre veniva innalzato; simbolicamente, rappresenta il crollo della Babele etiopica. Continuiamo verso nord, sempre affiancati dall'«Africa che cammina»: processioni interminabili di esseri umani, avvolti in shamma e gabi (pesanti mantelli di cotone tradizionale) laceri. Le donne, cariche come bestie da soma, barcollano, piegate sotto un fardello quotidiano da venti chili o con, in testa, il peso di grossi contenitori d'acqua. Guadagnano 10 euro al giorno, trascinando fascine di legno su dislivelli di mille metri. Hanno gambe rachitiche e visi rugosi; dimostrano cento anni, ne avranno trenta. Dopo il passo di Alequà, a 3.010 metri, si scende di 1.000, fino a Yeha, patria della prima civiltà etiopica, dove si trovano le rovine di un tempio pagano del V secolo a.C., dedicato alla luna, probabilmente eretto da una popolazione sabea (proveniente dalla vicina penisola arabica). Nel villaggio sottostante, un funerale si svolge in un clima di serenità e raccoglimento. Qui la morte fa parte della vita, è un fatto naturale; si piange il giusto, poi si ricomincia. Mentre il nostro viaggio si avvicina al termine, ci passano in mente le tanti croci artistiche di magnifica fattura che adornano chiese e monasteri. Ma saltano agli occhi anche quelle crudelmente metaforiche che si chiamano povertà, malattie e mancanza di istruzione. Un abitante su 10 in Etiopia necessita di assistenza alimentare dalle organizzazioni umanitarie, soprattutto nei periodi di siccità. La sanità è a pagamento: chi non può pagare, muore. La vita media per le donne è 50 anni, per i maschi 48. Specie al Sud, nella valle dell'Omo, i bambini muoiono come mosche, di malaria e di dissenteria. Qui la cerimonia più importante è l'onomastico, perché i genitori assegnano il nome al figlio solo dopo che ha compiuto sei anni, prima lo chiamano semplicemente bambino. In tutto il Paese, poi, si allarga la piaga dei bambini di strada: ne sono stati censiti 150 mila, 60 mila nella sola Addis Abeba. La scuola non è obbligatoria e solo il 25 per cento la frequenta; il 60 per cento degli uomini e il 70 per cento delle donne è analfabeta. La vita delle donne è durissima: l'80 per cento nei villaggi è soggetta a «mutilazioni », perché solo così viene considerata una brava moglie. La pratica viene imposta alle ragazzine all'età di 7-8 anni, quando non sono in grado di ribellarsi. La dote per una donna è di 30 mucche. Se si tratta di una vedova, invece, ne bastano cinque.

Romina Gobbo

Negozietto di un sarto a Harar

Negozietto di un sarto a Harar (foto J. HICKS/CORBIS).

 

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