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INTERVISTA
MASSIMO BUBOLA

INTERVISTA - MASSIMO BUBOLA

Il poeta con la chitarra
di STEFANO GIROLA

Ha collaborato con grandi artisti come Fabrizio De André e Fiorella Mannoia. È autore di capolavori come Fiume Sand Creek e Il cielo d'Irlanda. Ora esce il suo ventesimo album da solista, in cui Bubola canta un'Italia ferita e umiliata, ma non sconfitta né rassegnata. Un'Italia che, nonostante tutto, riesce ad attingere forza dalle sue migliori energie spirituali.

Una scolaresca, in visita alla chiesetta di Santa Barbara, ammira il soffitto affrescato Spatari

Massimo Bubola (foto S. Manzato).

In alto i cuori è la nuova tappa del percorso artistico del cantautore e poeta Massimo Bubola, cominciato nel lontano 1976 (Nastro giallo). Il nuovo album dell'artista veronese, il ventesimo, contiene undici brani che lui stesso definisce delle instant songs, ossia delle ballate che prendono spunto da episodi accaduti durante l'anno e raccontati con il suo stile diretto e profondo allo stesso tempo. Convinto che la musica dovrebbe essere un'arte veramente «popolare», capace di raggiungere il cuore di tutti e di unire le generazioni, Bubola aveva già dimostrato questa capacità nelle sue celebri collaborazioni con artisti come Fabrizio De André e Fiorella Mannoia, in canzoni come Andrea, Don Raffaè, Fiume Sand Creek e Il cielo d'Irlanda. La vena poetica di Bubola si esprime altrettanto felicemente nei nuovi brani, ricchi di grande impatto emotivo e di autentica poesia. Prendendo spunto dall'Italia di oggi, l'album non offre molte immagini consolatorie o facili ottimismi; anzi, vi prevalgono toni amari e disillusi. Tuttavia, è significativo che siano le note di In alto i cuori a concludere l'album: un inno alla speranza che resterà impresso nella memoria degli ascoltatori. Lo abbiamo incontrato mentre sta per iniziare la tournée che porterà le sue nuove canzoni in molte piazze e teatri italiani.

Uno scorcio del MuSaBa, laboratorio d'arte e museo all'aperto fondato da Hiske e Nik Spatari

Una manifestazione pacifista a Roma. A sinistra: Massimo Bubola. Sotto: la copertina del suo ultimo album (foto D. Giagnori/Eidon).

Il titolo del suo nuovo album, In alto i cuori, è la traduzione dell'espressione latina «Sursum Corda», che rimanda a tradizioni antichissime della liturgia cristiana. Al di là del titolo, mi sembrano molto evidenti in questo album i richiami, a volte anche terminologici, alla tradizione e alla spiritualità cristiane. Che importanza hanno per lei queste fonti, come musicista e come uomo?

«La spiritualità e la presenza del divino nella quotidianità fanno parte della mia educazione familiare. Le canzoni riflettono il navigare sotterraneo del linguaggio nella sua completezza. È qualcosa che spesso esula da una conoscenza esatta delle fonti ispirative, ma che si crea su un terreno che si è reso fertile di parole e si è stratificato su un humus di immagini, di ricordi e di parabole. Le mani che lanciavano questi semi di spiritualità quand'ero bambino me le ricordo quasi tutte e non erano solo dei miei zii e nonni contadini. Vengo dalla bassa pianura veronese, la Mesopotamia d'Italia, vicino ai due grandi fiumi: l'Adige e il Po. In quella terra nel secondo dopoguerra era forte la presenza della povertà e di Dio, che venivano considerati con grande rispetto. Lì mi sono formato, lì si è abbeverata la mia sensibilità e il mio immaginario. Credo che il nostro imprinting alla vita si completi prima dei dieci anni e la gran parte di quello che facciamo o testimoniamo dopo venga da lì. Ho avuto un'infanzia felice in una famiglia patriarcale che oggi definirebbero allargata. Mi sono rapportato con nonni, cugini e zii e vicini, oltre che genitori e fratelli come accade ora, e questo mi ha dato un senso di vita collettiva e di condivisione di tutto, della vita e della morte».

Il Mondo, spaccato in due emisferi e ricoperto di lucide tessere di mosaico

 

Lei è nato in pianura, ma nelle sue canzoni si è ispirato frequentemente alla montagna, un argomento da lei definito «desueto». Da dove nasce questa sua grande passione per la cultura alpina?

«Mio nonno Silvio cantava le canzoni di montagna legate alla sua giovinezza di soldato della Grande Guerra, con la stessa intensità e devozione degli inni sacri. Nelle grandi feste della terra come la trebbiatura, dopo la grande cena e la musica da ballo, rimaneva seduto a capotavola della lunga tavolata e batteva le mani per chiedere a tutti un momento di silenzio e di rispetto per cominciare a cantare quelle struggenti e vecchie canzoni che aveva imparato al fronte sul Piave, finché i suoi occhi blu, poco a poco, non diventavano opachi di lacrime. La bellezza e la malinconia di quei canti hanno scavato dentro di me delle gallerie segrete e hanno deciso che io dovessi fare quel mestiere di scrivere canzoni e di cercare di toccare con la musica e le parole anche il cuore degli altri. Mio nonno, come tanti contadini della Bassa, aveva conosciuto la montagna per la prima volta con la guerra. Da ragazzo sono tornato spesso a fare camminate sui posti della Grande Guerra, dove si andava come a dei santuari, cantando le canzoni dei nostri nonni. Purtroppo oggi per i ragazzi cantare le stesse canzoni dei loro nonni sarebbe impensabile. Credo che un albero che ha radici non può rotolare come un cespuglio ai venti del marketing ed è per questo che molto marketing non ama questa cultura e queste canzoni che riempiono il cuore, alimentano i ricordi e allenano anime che non sono in vendita».

Nik Spatari

Un'immagine della Bassa padana negli anni Sessanta dell'Archivio Alinari (foto Raccolte museali Fratelli Alinari).

Il ritratto che emerge dell'Italia nelle canzoni dell'album è molto negativo, in alcuni tratti anche cupo. L'Italia «è un Paese che non brilla più», un «Paese finto», un «Paese di sciocchi». Che cosa in particolare motiva questo sguardo molto disincantato, pessimistico, verso l'Italia di oggi?

«Oggi l'Italia è un Paese in difficoltà sia dal punto di vista economico che culturale, ma quello che più preoccupa è la mancanza di prospettive concrete e di un progetto credibile, perché c'è una cultura diffusa dell'illegalità. L'Italia ha un livello di corruzione elevatissimo, come dimostrano anche le statistiche. Il nostro è un Paese atipico nel panorama europeo, l'unico in Occidente che ha visto un'egemonia televisiva per quasi vent'anni, in cui il capo del Governo per tanti di quegli anni ha avuto un'influenza enorme anche sui media. Quest'egemonia ha contribuito fortemente a creare una sottocultura molto diffusa, in cui il modello proposto dalla Tv sotto il profilo estetico ed eticocomportamentale ha mutato profondamente il nostro Paese. Il vero dramma è stata la perdita di spiritualità, anche nel senso laico del termine. C'è la cultura dell'essere vip e dell'essere al top e il disprezzo per quelli che vengono considerati perdenti. Quindi la mia visione di un Paese in cui tutto quello che è televisivo sembra più reale della vita vissuta non è poi così surreale. La poesia non è come la politica, che ama il compromesso e la mediazione, perché molto di quello che fa sorridere un politico fa piangere un poeta».

L'arca di Noè, particolare tratto dall'opera Stendardo di Ur

I concorrenti di una edizione del programma televisivo Il Grande Fratello racchiusi in una bolla a Ponte Milvio (foto A. Rossi/Eidon)

Nel brano Analogico-digitale, scritto con Beppe Grillo, queste due modalità tecnologiche sono rappresentate con una contrapposizione netta, in cui il «digitale» rappresenta il polo negativo. Non crede che le si potrebbe rinfacciare di essere troppo severo verso le nuove tecnologie, che hanno anche potenzialità positive?

«Questa canzone è il frutto di una riflessione e di un confronto fra una cultura del gesto e del segno che duravano nei secoli e una cultura digitale in cui tutto muta a una velocità esponenziale. Noi oggi conosciamo il linguaggio simbolico e le rappresentazioni di caccia dei nostri avi di 30 mila anni fa nei dipinti rupestri, conosciamo i riti dei mesi nelle sculture dell'arte romanica, le storie dell'Antico e Nuovo Testamento degli affreschi di mille anni fa e poi invece dobbiamo continuare a fare backup di tutto quello che scriviamo sul computer. L'azione più frequente è salvare quello che facciamo per non perderlo per sempre. Questo sono convinto che dia, anche in maniera inconscia, un senso di aleatorietà e di precarietà alla nostra testimonianza del vivere. Saremo capaci anche noi di lasciare delle testimonianze che saranno significative fra 30 mila anni? Il ritornello della canzone dice: "Dammi una leva, dammi un bastone, dammi una clava, dammi un piccone qualcosa che si possa bruciare, non un calembour!". In un mondo dominato dal touch screen, c'è bisogno di riprodurre gesti che richiedano un po' di movimento e fatica. Non si può avere tutto quanto sulla punta delle dita. Questo non è una canzone sulla tecnologia come perdita, semmai sulla tecnologia che perde l'anima, intesa anche come animalità, e che comprende quindi cose fondamentali come il gesto e la ritualità».

Un lucertolone preistorico denominato Sabalizard.

Massimo Bubola durante un concerto (foto P. D'Adda).

L'album contiene un brano su una generazione che aveva coltivato grandi ideali, aspettative e progetti di cambiamento della società e del mondo, per poi arrivare «al capolinea dei sogni». Oggi ci sono segnali di una rinascita di tensione civile e sociale, se non addirittura politica, fra i giovani italiani. Che consiglio vorrebbe dare a tutti coloro che ancora oggi sognano di cambiare il mondo e la società, alla luce della vostra esperienza?

«Credo che, più che dare buoni consigli, bisognerebbe dare i buoni esempi. E la mia generazione in questo è stata scostante. Come nella teoria dei corsi e ricorsi del filosofo napoletano Giambattista Vico, la nostra generazione ha immaginato e inseguito utopie di cambiamento sociale, frustrate da un mondo diviso allora rigidamente a metà, dove esistevano logiche di potere economico e militare e di pragmatismo puro. Ha creduto nella pace, nella giustizia sociale e nel cambiamento, ma ha poi dovuto lentamente deglutire i suoi sogni e le sue lacrime. In questo non trovo un senso di sconfitta e di frustrazione, ma quello di aver combattuto una grande battaglia perdendola, ma non per sempre. La stanchezza, l'indignazione e il nuovo vento che spirano nel nostro Paese fanno sperare in questo. Le nuove generazioni potranno assistere al cambio della guardia alzando anche le vecchie e sbrindellate bandiere delle nostre speranze tanto amate».

Il suo ultimo album si apre con una canzone bellissima e molto commovente, ispirata a un tragico fatto di cronaca. Come spesso accade nelle sue canzoni, la rilettura poetica dell'evento cronachistico ne porta in primo piano i significati eterni e universali...

«Si, la canzone Hanno sparato a un angelo in inglese si definirebbe una instant song e si rifà a un episodio realmente accaduto a Roma il 4 gennaio dell'anno scorso, quando due rapinatori hanno sparato e ucciso sotto il portone di casa il barista Zhou Zeng, 32 anni, e la figlioletta Joy di 9 mesi, che lui teneva in braccio. La madre che si è salvata era convinta che il marito con la bambina fossero solo inciampati e aveva addirittura inseguito gli assassini. Il ritornello dice: "Cosa possiamo dire se non abbiamo voce/ Noi che non sappiamo stare ai piedi della Croce/e non possiamo credere che morta sia Pietà/Hanno sparato a un angelo e a un po' d'Eternità". L'immagine che avevo in mente era quella di una Pietà moderna, laddove il Calvario era la piazza di una periferia romana, dove regnano la tragedia e lo strazio della madre. Scrivendo la canzone avevo negli occhi la crocefissione del pittore veneziano Lorenzo Lotto che avevo visto nella pala d'altare della chiesa di Santa Maria della Pietà a Monte San Giusto, una cittadina delle Marche. La figura di Maria ai confini dello svenimento, sostenuta da Giovanni e dalla Maddalena, mi aveva profondamente toccato. La riflessione che vorrei ispirare in chi ascolta questa canzone è: sappiamo ancora stare ai piedi della croce? Abbiamo ancora una comprensione del dolore e della Pietà?».

So che tra i suoi ricordi più cari c'è un medaglione che le aveva regalato il cardinale Carlo Maria Martini dopo un suo concerto all'Università del Sacro Cuore di Milano. Vuole rievocare quel dono e quella conversazione?

«Sì, il cardinale mi ricevette dopo un mio concerto tenuto all'Università Cattolica di Milano. Ho avuto con lui una lucente e consolante conversazione. Mi disse con semplicità che apprezzava le mie canzoni, che il padre gesuita Guido Bertagna, nostro comune e caro amico, gli aveva fatto avere. Mi raccontò che, durante le visite pastorali nella sua grande diocesi, gli piaceva ascoltare in auto queste canzoni e poi aggiunse sorridendo che facevamo una battaglia comune sulle coscienze, perché la poesia delle buone canzoni è un linguaggio teologico in sé. Credo di avere scritto molte preghiere in forma di canzone, senza neanche rendermene conto e che, in quel breve colloquio, padre Martini mi abbia dato come regalo, oltre al medaglione dell'arcidiocesi di Milano, questa intima consapevolezza. Di questo gliene sarò grato nei giorni».

 

Stefano Girola

Jesus n. 1 gennaio 2013- Home Page