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REPORTAGE
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INTERVISTA
MICHELA MURGIA

INTERVISTA
PADRE MARCELO BARROS

INTERVISTA - MICHELA MURGIA

Maria oltre l'archetipo
di ROBERTO CARNERO
  

Scrittrice brillante e di successo, Michela Murgia proviene dal mondo dell'Azione cattolica ed è socia del Coordinamento teologhe italiane. Con il suo recente Ave Mary si interroga sul ruolo delle donne nella Chiesa e sull'influenza di una certa visione mariana nel ruolo "ancillare" che l'universo femminile ha avuto nella comunità ecclesiale.

Il titolo dell'ultimo libro di Michela Murgia, Ave Mary (Einaudi, 2011, pagine 170, euro 16,00), è stato ampiamente frainteso. Non si tratta, infatti, di un libro su Maria, la Madonna, la madre di Gesù. Dunque quel «Mary» non è stato messo lì con un intento dissacrante. «Mary», ci spiega la scrittrice, «è un'ipotetica donna dei nostri giorni. Perché il mio libro vuole interrogarsi su quanto c'è della narrazione mariana, tradizionalmente promossa dalla Chiesa cattolica, nelle donne di oggi».

Trentanove anni, sarda nativa di Cabras, a lungo animatrice in Azione cattolica e insegnante di religione nelle scuole, nel 2010 Michela Murgia ha vinto il Premio Campiello con il romanzo Accabadora (pubblicato l'anno prima da Adelphi), un racconto ambientato nella sua Sardegna. Ma come scrittrice si era fatta conoscere già nel 2006 per il romanzo Il mondo deve sapere (Isbn Edizioni), da cui Paolo Virzì ha tratto il film Tutta la vita davanti. Ora con Ave Mary (sottotitolo: E la Chiesa inventò la donna) firma un vivace pamphlet a metà strada tra i ricordi personali (le esperienze nella vita di parrocchia) e la riflessione teologico- pastorale (oltre ad aver compiuto studi teologici, l'autrice è socia onoraria del Coordinamento teologhe italiane).

Michela Murgia (foto C. SCAVOLINI/LAPRESSE).

Michela Murgia (foto C. SCAVOLINI/LAPRESSE).

Come è nata l'idea di questo libro e con quali intenti l'ha scritto?

«Ho iniziato idealmente a scriverlo molti anni fa, quando cioè ho cominciato a riflettere sui modelli offerti dall'educazione cattolica a proposito di rapporto tra i sessi. Mi sono decisa a completarlo e a pubblicarlo oggi, sollecitata dal riaccendersi del dibattito pubblico sulla condizione femminile. Mi sembra un momento propizio per una riflessione seria su questi temi, perché finalmente si può discutere senza il condizionamento di posizioni ideologiche che in passato sono state spesso troppo rigide».

Cioè?

«Voglio dire che negli anni Settanta il movimento femminista ha portato avanti delle forti azioni di rottura, anche con una contrapposizione frontale alla Chiesa cattolica, vista come una forza conservatrice, ostile a ogni progresso, fautrice di immutabili modelli patriarcali. A sua volta la Chiesa si è irrigidita, respingendo le donne, anche quelle credenti, vicine al femminismo e alle sue rivendicazioni. È stato un peccato, perché il rinnovamento iniziato attraverso il Concilio Vaticano II avrebbe sicuramente guadagnato molto dall'apporto di queste intelligenze costruttive».

E oggi?

«Oggi invece si può parlare di femminismo anche all'interno della Chiesa. Mi ha fatto piacere che questo mio libro, che presenta più di una critica alle posizioni ufficiali delle gerarchie ecclesiastiche, sia stato accolto bene, nei mesi scorsi, anche da organi di stampa istituzionali come l'Osservatore romano o Avvenire. Il primo ha intitolato una recensione "Cattoliche e femministe": un titolo impensabile negli anni Settanta».

La Madonna dei poveri di Aldo Carpi (1886-1973), Collezione d'arte moderna, Città del Vaticano.

La Madonna dei poveri di Aldo Carpi (1886-1973), Collezione d'arte moderna, Città del Vaticano (foto SCALA, FIRENZE).

Spesso si sente dire che un certo pregiudizio antifemminista che ha allignato nella storia della Chiesa sia nato non con Gesù, che anzi nei Vangeli mostra sempre sensibilità e rispetto nei confronti delle donne, ma con san Paolo. Lei però nel libro smonta questa interpretazione…

«Sì, perché bisogna capire una cosa fondamentale: Paolo di Tarso non scrive dei trattati teorici di teologia o di morale, ma delle lettere pastorali indirizzate a precise comunità con specifici problemi. Perciò non si possono leggere questi scritti decontestualizzandoli. L'errore è stato quello di assolutizzare alcune affermazioni paoline. Del resto la Chiesa, almeno negli ultimi secoli, ha sempre attuato una lettura contestuale dei testi biblici. Temo però che non l'ab-bia fatto abbastanza quando si parla di rapporto tra maschile e femminile».

Una pastora protestante nella sua parrocchia del Massachusetts

Una pastora protestante nella sua parrocchia del Massachusetts (foto G. HIGGINS/LAPRESSE//AP).

A un certo punto lei ricorda una frase di Giovanni Paolo I. Nell'Angelus del 10 settembre 1978 Papa Luciani disse che Dio «è papà, ma più ancora mamma». Un'affermazione che scandalizzò alcuni monsignori di curia…

«Eppure l'immagine è biblica, presente nel libro di Isaia. Ma si trattava di un'espressione decisamente forte per una cultura maschilista come quella italiana. A far accettare l'immagine di un Diomadre concorre anche un problema simbolico e di rappresentazione iconografica. Tradizionalmente il Dio-padre è raffigurato come un anziano con la barba bianca. Da vecchio l'uomo è percepito come autorevole. Invece la donna anziana è vista, tutt'al più, come tenera, ma forse anche come una sorta di befana. Sono condizionamenti culturali che poco hanno a che fare con la ricerca teologica seria, ma che purtroppo finiscono, talora inconsciamente, con l'influire sui modi di pensare di coloro che hanno responsabilità in seno alla Chiesa».

A chi si riferisce?

«Ad esempio all'allora cardinale Joseph Ratzinger, che nel 1984, rispondendo alla domanda di un'intervista di Vittorio Messori, affermò che il simbolismo del divino paterno usato da Gesù è "irreversibile". In questo Ratzinger era sulla stessa linea di pensiero di Giovanni Paolo II, il quale in una lettera indirizzata ai sacerdoti in occasione di un giovedì santo chiuse decisamente ogni possibilità di dibattito intorno al sacerdozio ministeriale per le donne, sostenendo che affinché i sacramenti siano validi occorre "la pienezza del segno". E poiché il sacerdote agisce "in persona Christi" e Cristo era un uomo, occorre che il sacerdote sia di sesso maschile».

Lei non è d'accordo?

«No, perché mi sembra un ragionamento illogico: illogico sulla base dello stesso catechismo della Chiesa cattolica. Faccio solo un esempio: nel matrimonio i ministri del sacramento sono gli sposi stessi. E uno dei due, fino a possibili modifiche del diritto canonico, è una donna, o sbaglio? In questo caso ad agire "in persona Christi" è, appunto, una donna. Ma nessuno per questo metterebbe in discussione la "pienezza del segno"».

Annunciazione di Artemisia Gentileschi, Museo di Capodimonte, Napoli

Annunciazione di Artemisia Gentileschi, Museo di Capodimonte, Napoli (foto MINISTERO BENI E ATTIVITÀ CULTURALI/SCALA, FIRENZE).

Nel suo libro lei mostra di non apprezzare del tutto neanche l'enciclica dedicata da Giovanni Paolo II alla questione femminile, la Mulieris dignitatem…

«Riconosco che si tratta di un documento innovativo. Ad esempio fa piacere vedere che il Papa conosceva le rivendicazioni delle donne e che in parte le condivideva. Quello che non mi piace del tutto è l'affermazione che la donna ha una "naturale vocazione sponsale". Tradotto più semplicemente significa una chiamata alla relazione. Ma questo, dico io, non vale anche per gli uomini? Temo che si volesse affermare sottilmente un'altra cosa: cioè che la donna, in quanto tale, non è completa senza la presenza o il riferimento a una controparte maschile. Insomma, implicitamente l'affermazione di una minorità ontologica».

Una concezione – lei afferma – molto diffusa nel clero…

«Purtroppo sì, spesso anche in sacerdoti colti e per altri versi illuminati. Temo che questo derivi dalla formazione che i candidati al sacerdozio ricevono nei seminari. La donna viene caricata di simbologie negative perché rappresenta una minaccia alla promessa di celibato che i futuri preti saranno chiamati a fare nel giorno dell'ordinazione. Dietro a ciò ci sono secoli di storia, e di stereotipi, difficili da rimuovere nel breve periodo. In tali condizioni talora è difficile maturare un rapporto sereno con l'altro sesso e con la propria stessa sessualità. Ma c'è anche un altro problema».

Quale?

«Sono convinta che non si sia riflettuto abbastanza sulle conseguenze negative che ha la struttura gerarchica della Chiesa in termini di dominio e di sottomissione. Il Concilio Vaticano II aveva proposto un modello diverso: a quello della piramide, aveva sostituito quello del cerchio, con Cristo al centro. Ma quella proposta, che richiamava le origini fondative della Chiesa stessa, è stata presto archiviata. Temo che all'interno della Chiesa non sia possibile discutere il rapporto tra i generi se prima non si mette seriamente in discussione l'impianto gerarchico».

Una giovane donna durante una veglia di preghiera in piazza San Pietro (foto D. GIAGNORI/EIDON).

Una giovane donna durante una veglia di preghiera in piazza San Pietro (foto D. GIAGNORI/EIDON).

Veniamo alla figura di Maria. Lei critica il modo in cui la Chiesa l'ha predicata nel corso dei secoli. Perché?

«Perché della Madonna è stato fatto un archetipo, sottraendola alla sua verità e alla sua storicità. Un archetipo che comincia dopo le Scritture. I quattro evangelisti dicono di Maria soltanto quello che è funzionale al racconto della vita e delle opere di Gesù. Anche san Paolo, le cui Lettere sono ancora più antiche degli stessi Vangeli, per parlare dell'incarnazione di Cristo lo definisce "nato da donna", ma non enfatizza l'identità di questa donna. Tutto è cominciato dopo».

Giovanni Paolo I

Giovanni Paolo I (foto ANSA).

In che cosa consiste questo archetipo di cui lei parla?

«Nella smaterializzazione della sua persona. Ad esempio non si parla mai della morte della Madonna, ma caso mai della sua "dormizione". Un eufemismo che sottrae realtà all'esperienza umana di Maria. È come se all'incarnazione di Cristo corrispondesse, per contrasto, una sorta di "disincarnazione" di sua madre. Ciò comporta la diffusione di un modello femminile falsato e dunque per la maggior parte delle donne irraggiungibile. Restituire a Maria la sua femminilità significa rendere percorribile per le donne la sua strada».

Lei che idea si è fatta di Maria?

«L'idea che se ne può ricavare dai Vangeli, se letti senza pregiudizi. Comunemente nella predicazione si parla di Maria come di un modello di docilità e quasi di passività rispetto alla volontà di Dio. Invece si tratta di una ragazza che compie una scelta in piena responsabilità. L'angelo porta l'annuncio a Maria e non a suo padre o a chi l'aveva sotto tutela. Duemila anni fa in Palestina una ragazza dell'età di Maria era completamente soggetta al volere dei genitori. Lei invece si assume la responsabilità di rispondere a Dio in prima persona, aggirando, per così dire, la normale "catena di comando". E con Dio Maria discute, vuole saperne di più di fronte a una proposta decisamente fuori da ogni logica umana. Dunque Maria è assolutamente protagonista, accetta di corrispondere al disegno divino, non è affatto passiva».

Mostra fotografica sulle donne in Italia

Mostra fotografica sulle donne in Italia (foto P. V. TERSIGNI/EIDON)

Nel suo libro, lei scrive a un certo punto: «La Chiesa subisce l'ingiusta fama di essere un corpo inamovibile e rigido, ma basterebbe studiarne la storia con occhio darwiniano per scoprire con quanta intelligenza quel corpo abbia attraversato i secoli». Vede questa intelligenza anche nella Chiesa di oggi?

«Purtroppo oggi vedo nella Chiesa soprattutto una grande paura. La paura di perdere terreno, di essere messa all'angolo. Quando alcuni "atei devoti" brandiscono il crocifisso come stemma identitario o come "oggetto contundente", mi piacerebbe che le gerarchie ecclesiastiche prendessero le distanze. Invece, a parte qualche apprezzabile eccezione, tutto tace. Una Chiesa della paura, della sfiducia, del complesso di accerchiamento, non è la Chiesa aperta, inclusiva, capace di infondere speranza, che ho vissuto negli anni della mia formazione».

Il suo libro intreccia queste e altre riflessioni con il racconto di alcune sue esperienze nell'Azione cattolica. Che cosa ha imparato da questa militanza in una delle principali associazioni cattoliche?

«All'Azione cattolica sono grata fondamentalmente per due motivi. Il primo è che dopo la Cresima ho trovato in questa organizzazione una proposta educativa valida e stimolante, adatta alle esigenze prima di un'adolescente e poi di una giovane adulta. Una proposta al passo con i tempi, che ha evitato che abbandonassi la Chiesa come è capitato e capita a molti ragazzi del post-Cresima. La seconda ragione è che in Ac ho imparato che cosa significa discutere e confrontarsi senza pregiudizi e senza preclusioni. Ho trovato un ambiente capace di accogliere anche il dissenso. Lì ho imparato ad avere il coraggio di esprimere le mie idee, anche quando magari sono controcorrente o corrono il rischio di irritare qualcuno. Ho trovato, insomma, un'autentica scuola di democrazia. Il fatto che ogni tre anni si voti per il rinnovo delle cariche impedisce che tutto ruoti, come accade in altri movimenti ecclesiali, attorno a leader carismatici che dettano dall'alto la linea a tutti i membri. Non è un caso che dalle file dell'Azione cattolica siano usciti politici come Oscar Luigi Scalfaro, Rosy Bindi, Romano Prodi…».

Roberto Carnero

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