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REPORTAGE
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INTERVISTA
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INTERVISTA
PADRE MARCELO BARROS

INTERVISTA - PADRE MARCELO BARROS

Se Dio Ŕ ecologista
di LAURA FERRARI

Monaco benedettino brasiliano, padre Marcelo Barros è uno dei più noti esponenti della Teologia della liberazione. Nel suo ultimo libro, il teologo e biblista coniuga spiritualità e impegno per la salvaguardia del Creato. In questa ampia intervista ci spiega perché.

Un gruppo di indios aymara boliviani in marcia verso La Paz

Un gruppo di indios aymara boliviani in marcia verso La Paz (foto M. ALIPAZ/ANSA).

«Le radici di tutti gli esseri viventi sono intrecciate. Quando un maestoso albero viene abbattuto, cade una stella dal cielo. Prima di tagliare un albero, si dovrebbe chiedere il permesso al guardiano delle stelle». Sono le parole di Chank'in, un anziano indigeno lacandon, che il teologo della liberazione brasiliano padre Marcelo Barros cita nel suo ultimo libro, Ecologia e spiritualità. L'amore feconda l'universo. In questo libro la teologia si fa poesia, canto, inno. E pianto. Ma anche speranza e gioia: pensiero vivo e vibrante, capace di dialogare in maniera rigorosa con la nostra ragione e, a un tempo, di penetrare nel nostro cuore, nello spirito per parlare con il linguaggio qui più consono: il linguaggio dell'amore, dell'empatia, della comunione/cooperazione sinergica. «Fare teologia», ce ne dà un'ennesima dimostrazione padre Barros, «non significa assolutamente salire in cattedra o sedere in un banco o stare chiusi in biblioteca avulsi dalla vita reale (pregiudizio che resiste tuttora), ma camminare insieme nel mondo, con gioia e piacere».

Invitato da numerose associazioni a presentare questo libro, scritto insieme a padre Alex Zanotelli e pubblicato nel 2010, padre Barros ha recentemente percorso il nostro Paese. Monaco benedettino originario di Recife, biblista oltre che teologo, Barros ha 66 anni e da trenta vive nel monastero dell'Annunciazione di Goiás, nel centro del Brasile. Il suo pensiero e il suo "sentire" teologico si è oggi concentrato su un tema di importanza vitale per l'umanità intera e per ciascuno di noi singolarmente: l'ecologia. «Ma ecologia», puntualizza il religioso, «non significa solo "studio dell'ambiente" o "rispetto della natura": in senso ben più profondo, e come la intendo nella prospettiva della Teologia della liberazione, è ecologia il dare risposte alle domande sul senso della vita, è occuparsi del rapporto tra tutte le forme di vita, dell'incontro tra etica, filosofia, spiri-tualità e impegno ambientalista, al fine di sviluppare l'unione di un'intensa esperienza individuale di contatto con la natura, con un atteggiamento critico e impegnato nella lotta per la giustizia. Ecologia è la forma stessa di vivere, di pensare il lavoro, lo stile di vita dell'intero pianeta. Quando parliamo di ecologia pensiamo subito all'ambiente, ma un'ecologia ambientale richiede una "ecologia sociale", una società inclusiva, che senta di avere bisogno di tutte le particelle che la compongono, anche di quelle che un sistema fondato sul denaro come quello che abbiamo costruito finora ha emarginato, rifiutato e negato. Ad esempio, una società che considera delle persone come extracomunitarie, è essa stessa, paradossalmente, "extracomunitaria", cioè si considera fuori dalla comunità degli uomini, che è una e unica».

Che cosa intende per «spiritualità», in questo contesto?

«È la capacità di discernere lo Spirito presente in tutto quello che esiste, quell'energia di relazione cosmica di cui tutti gli esseri sono espressione e che le religioni riconoscono come l'amore divino alla base di questa grande comunità che è l'universo. Alcuni anni fa il teologo Raimon Panikkar ha coniato il termine "cosmoteandrico". Noi non siamo stati abituati a unire la spiritualità e la contemplazione con la natura, con gli elementi, con il cielo fisico. Ad esempio, la cappella che c'è a Cuernavaca, in Messico, gli indios l'hanno voluta senza il tetto perché dicono che non riescono a pregare Dio senza vedere nemmeno il cielo sopra di loro».

Lei è un importante esponente della Teologia della liberazione. Ci può fare il punto di questa Teologia oggi in America latina e, in particolare, in Brasile?

«La Teologia della liberazione negli ultimi anni ha assunto una prospettiva più mondiale. Dal 2003 l'Associazione ecumenica dei teologi e delle teologhe del Terzo mondo (Asett) partecipa a diversi forum mondiali di teologi della liberazione, dove vengono affrontati temi di portata planetaria a partire dalla lettura che questa teologia fa delle Sacre Scritture. Oggi la Teologia della liberazione è molto più ampia e comprende la teologia femminista, l'ecoteologia, la teologia degli indios, la teologia dei neri e diverse altre teologie contestuali. In Brasile la Teologia della liberazione dopo gli anni '80 ha avuto un cammino quasi indipendente dalle comunità di base: ha, sì, approfondito il suo impegno nelle comunità di base, ma si è aperta anche ai movimenti popolari ecclesiali e non ecclesiali, come ad esempio il Movimento bolivariano, non ecclesiale ma nel quale siamo inseriti».

Padre Marcelo Barros

Padre Marcelo Barros.

Quali sono i principali punti in comune che la Teologia della liberazione ha con il Movimento bolivariano?

«Il punto comune fondamentale è l'opzione per i più poveri del continente, specialmente gli indios e i neri; un altro è l'opzione per l'educazione come cammino di liberazione rivoluzionario, non attraverso la lotta armata né attraverso le lotte politiche elettorali. Questo è un aspetto importante. Per "educazione" non intendo solo la scolarizzazione, che pure è molto importante e che oggi dobbiamo democratizzare. Nei Paesi dove il Movimento bolivariano è riuscito ad andare al Governo, questo processo di democratizzazione sta funzionando bene: il Venezuela è stato dichiarato tre anni fa dall'Unesco Paese libero – uso non a caso questo termine – dall'analfabetismo. In Brasile invece gli adulti analfabeti sono ancora il 15%. Troppi. Ma io intendo "educazione" nel senso più ampio, come quel processo che aiuta le persone adiventare e a essere indipendenti, ad avere uno sguardo critico. Paulo Freire dice che "analfabeta è colui che non può parlare, al quale non sono riconosciuti i diritti alla cittadinanza, alla giustizia e alla pace". Anche la teologia femminista è stata assunta dalla Teologia della liberazione. Pur essendo un uomo, io mi considero un teologo femminista: sono convinto che il peccato più grosso, più strutturale di questa società è il sistema patriarcale, da cui nasce anche il "patriarcato religioso ecclesiale" imposto in nome della Parola di Dio».

Come teologo della liberazione, che cosa pensa del nuovo Codice forestale recentemente approvato dalla Camera brasiliana, che autorizzerebbe l'ulteriore deforestazione dell'Amazzonia?

«Ovviamente penso che si tratta di una norma pessima. In Brasile questa legge ha suscitato molti dibattiti e fomentato anche diverse uccisioni di attivisti ambientalisti. Se la presidente Dilma Rousseff firmerà questa legge (e attualmente io non so che cosa deciderà), soltanto negli Stati del Nord del Brasile questa disposizione causerà la perdita di circa 71 milioni d'ettari di foresta vergine e la perdita di metà delle aree protette. In nome del cosiddetto "capitalismo produttivo" e degli interessi miliardari di multinazionali e di privati, il disboscamento dell'Amazzonia priverà il pianeta di uno dei suoi polmoni più importanti, rappresenterà una vera tragedia per 4 milioni di famiglie che verranno espulse dalle loro terre (si pensi che l'1% dei proprietari rurali è padrone del 50% del territorio brasiliano), le piccole e medie proprietà saranno spazzate via e sarà irrimediabilmente intaccata anche la più vasta e ricca rete idrica della Terra: si stima che nel solo Brasile vi sia oltre un decimo delle riserve mondiali di acqua dolce. Inoltre in Brasile stanno costruendo 17 dighe nel Sud e altre dighe nel Nord. È una cosa orribile. Dicono che è una questione di fabbisogno energetico, ma gli stessi tecnici sostengono che sarebbe più utile fare progetti più piccoli. Il Codice forestale brasiliano attualmente in vigore impone ai latifondisti di mantenere una sorta di "riserva legale" di foresta pari all'80% della copertura forestale delle loro proprietà che non può essere abbattuta, anche se la maggior parte degli agricoltori di fatto non rispetta questa norma. In tre decenni è stata abbattuta un'area di foresta grande quanto la Francia. Io, anche come cristiano e come teologo, appoggio le organizzazioni dei contadini e degli indios. Tutti i campesinos sono contrari a questa legge e i latifondisti sono tutti a favore: io allora so già da che parte stare…».

 

Blocco ferroviario durante un corteo del Movimento dei Sem terra, in Brasile

Blocco ferroviario durante un corteo del Movimento dei Sem terra, in Brasile (foto V. DO RIO DOCE/AP/LAPRESSE).

Nei suoi scritti ha tracciato un parallelo interessante e originale tra mondo naturale, mondo umano e mondo divino: come nella natura troviamo la "biodiversità" – che oggi in Italia come altrove pare "riscoperta" e tutelata con varie iniziative – così la biodiversità dovrebbe essere il principio secondo cui instaurare rapporti corretti tra gli esseri umani, tra i popoli e con lo stesso mistero di Dio. Può sintetizzare questa idea?

«Ho parlato di "biodiversità" in Dio stesso, di una "iero-diversità". Così come la vita esiste se c'è la comunità delle specie e quando non c'è biodiversità in natura si creano squilibri molto grandi, così se non c'è "biodiversità" tra gli esseri umani nella società, e cioè interdipendenza, si creano malessere sociale, incomprensione, conflitto, ingiustizia. La stessa realtà divina, la "struttura", per così dire, della Vita divina si rivela così: come iero-diversità. Le religioni e le tradizioni religiose si fondano su un solo aspetto o su alcuni aspetti del mistero di Dio, ma nessuna ne coglie completamente l'essenza. È solo dal dialogo e dall'accoglienza reciproca delle singole rivelazioni che le diverse religioni propongono che l'uomo può forse avvicinarsi a questo Mistero».

 

L'ombra della cattedrale di San Cristóbal de Las Casas, in Messico

L'ombra della cattedrale di San Cristóbal de Las Casas, in Messico (foto D. ENGLE/AP/LAPRESSE).

Allora se tutte le religioni sono uguali, l'una vale l'altra? In questa prospettiva, non c'è il rischio di cadere nell'indifferentismo, una sorta di qualunquismo religioso?

«Il Dalai Lama in diverse occasioni ha detto che la religione "più vera" è quella che "ti fa più bene". Certo, questa è una semplificazione. Intendeva dire che non c'è una religione oggettivamente "migliore" e un'altra "peggiore". Io penso che non c'è un'unica religione "vera", ma tutte le religioni lo sono, in quanto sono vive e sono testimonianze vere e sincere di una particolare e peculiare rivelazione divina. Per appartenenza, sono cristiano cattolico, ma come cristiano voglio imparare anche dalle altre religioni».

 

a favela Rocinha, a Rio de Janeiro

La favela Rocinha, a Rio de Janeiro (foto MOTTA/ZUMAPRESS/LAPRESSE).

Che cosa suscita in lei la parola "tolleranza" applicata alla religione?

«È una parola pericolosa, a doppio taglio: tollero ciò che non posso evitare, cioè lo sopporto. Le religioni non possono avere un rapporto di tolleranza, in questa accezione, tra loro. Se invece per tolleranza si intende un atteggiamento di collaborazione, di rispetto, di accoglienza reciproca e di cooperazione fraterna per affrontare insieme le grandi cause umanitarie, è certo auspicabile. Nel 1992 l'Assemblea popolare di Quito, in Ecuador, è giunta a elaborare il concetto di "macroecumenismo", allargando la spiritualità ecumenica che fino ad allora si limitava all'ecumenismo cristiano. Noi in America latina vogliamo far cooperare le Chiese al fine di affrontare le enormi sfide che toccano tutti i popoli di questo continente. Non si punta a una unificazione, ma alla cooperazione».

 

Donne di etnia kamaura, in Brasile

Donne di etnia kamaura, in Brasile (foto E. PERES/AP).

Il Concilio Vaticano II secondo lei è superato? Le società, il progresso tecnologico, il grande movimento di singoli e di interi popoli da un emisfero all'altro e altre questioni stanno imprimendo alla vita una velocità mai vista prima e ponendo nuove sfide. È d'accordo con chi suggerisce che nella Chiesa cattolica ci sarebbe bisogno di un nuovo Concilio?

«Il Concilio Vaticano II non è stato solo l'assemblea dei vescovi di cinquant'anni fa, ma con questa definizione si intende anche il vissuto concreto dei vescovi e tutto il processo successivo di ricezione dei documenti conciliari. C'è stato un primo momento di entusiasmo, di accoglienza, di grande fermento (i "segni dei tempi", l'attenzione alle comunità ecclesiali locali, al laicato, ai problemi del mondo…) e qui la Chiesa universale è riuscita a prendere uno slancio. Poi la Curia romana ha cominciato a imprimere un rallentamento e a frenare il dinamismo che era iniziato all'interno della Chiesa. Oggi, io penso, la Curia romana interpreta il Vaticano II in modo tale da impedire ogni cambiamento: il processo prima fecondo della ricezione dei documenti conciliari è stato soffocato. Giovanni Paolo II – secondo la mia opinione – ha avviato questo processo di "frenata", anche se ha dimostrato una grandissima apertura verso il mondo e tutti i popoli e una straordinaria capacità di ascolto. Oggi invece, dal punto di vista ecumenico ecclesiale e teologico, stiamo vivendo un inverno, una stasi, una sorta di asfissia».

 

Mostra fotografica sulle donne in Italia

Un gruppo di indios nella città brasiliana di Altamira (foto I. CANABRAVA/ANSA).

Secondo lei, da cosa dipende questo «inverno» della Chiesa cattolica?

«È frutto della paura: paura del mondo, della vita, della sessualità, del comunismo (anche se la storia ci insegna che ben altri sono i rischi oggi)».

Lei è della diocesi di Recife, ha conosciuto bene ed è stato stretto collaboratore di dom Helder Camara, il vescovo dei poveri, uno dei prelati più amati e illuminati del Brasile. Cos'è rimasta dell'eredità di dom Camara oggi?

«Dopo un lungo e rigido inverno, dovuto alla pastorale dell'arcivescovo precedente che l'aveva impostata in maniera del tutto diversa, quasi opposta a quella di Camara, da quando è arrivato monsignor Antonio Fernando Saburido (cioè da un anno e mezzo), le cose sono migliorate. Monsignor Saburido ha mostrato una grande umanità, è aperto ai contatti umani e al dialogo; non è un teologo, non prende posizioni profetiche ma è vicino alla gente».

Laura Ferrari

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