DOSSIER - CAMALDOLI, MILLE DI QUESTI ANNI
Monaci tra cielo e terra
a cura di GIOVANNI FERRÒ - foto di BRUNO ZANZOTTERA
Un'esperienza
cristiana nata mille
anni fa nel segno
del dialogo tra
eremo e cenobio,
tra eternità e storia,
tra Dio e uomini:
questo è, in fondo,
Camaldoli. Una
tradizione che si
rinnova ogni giorno
e che è capace di
parlare agli uomini
del nostro tempo.

Camaldoli, scene di vita quotidiana.
C'è una bella immagine che aiuta
a capire Camaldoli e il suo
segreto. Ma non è un segreto
qualunque: è il cuore, il tesoro
della vita cristiana. L'immagine
è riprodotta in un'antica incisione: in primo
piano c'è un piccolo borgo: una costruzione
solida, quasi fortificata, dove si vedono uomini
e animali domestici, dove si prega e si lavora.
È il monastero, in mezzo alla foresta, con
un piccolo campanile e locali per gli uomini,
gli animali e i frutti della natura. Poco sopra,
in mezzo alla foresta di pini e larici, faggi e castagni,
attraversata da un sinuoso sentiero,
c'è un singolare villaggio: casette in fila e una
piccola chiesa, circondate da un muro. È l'eremo.
Accanto a esso, a partire dalla cappella,
ecco una scala tra una cornice di nubi, lungo
la quale salgono e scendono uomini e angeli,
su, su... fino al volto di Dio. È la scala che sognò
Giacobbe e che spera ogni credente e
ogni uomo che cerca il dialogo con Dio. È
l'unità, la comunicazione fra cielo e terra.
Questa litografia è una fotografia
dell'invisibile: offre l'immagine della realtà
vera, sebbene non sempre evidente. Una
realtà così importante da essere decisiva
per la vita di ogni uomo. Certo non è soltanto
Camaldoli: in molti luoghi del mondo e
della storia, cielo e terra si toccano e gli uomini
camminano con gli angeli e ascoltano
la voce di Dio e parlano con lui. Di più: ciò
avviene nelle religioni e nelle coscienze di
tanti uomini e donne che cercano la verità
e l'amore in tutto il mondo. Ma qui, in luoghi
come Camaldoli tutto ciò acquista una
luminosa trasparenza. Qui sembra quasi di
sperimentare quel che spesso si cerca di
credere, ma si fa fatica... Direi con poche parole:
qui si vede che cielo e terra, creatore e
creature, fede e storia si toccano; ed è possibile
farne esperienza e ragione di speranza.
Quello che siamo e che facciamo non è
condannato al silenzio, alla fine, all'inutilità,
ma è un dono di gioia e salvezza per sempre,
per tutti.

Sereno colloquio tra i monaci.
Per arrivare a Camaldoli, alla base di
questa «scala di Giacobbe» aperta
verso l'eternità, si può venire da molte
strade, tutte interessanti e istruttive. Salendo
da est, dalla Romagna, al passo dei Mandrioli
si passa accanto al monte Fumaiolo e
alle sorgenti del Tevere. Da ovest invece, al
passo della Calla, si toccano le bocche d'Arno
sul Falterona.
Terra di foreste e di sorgenti,
e non solo d'acqua: anche di arte e di fede.
Da una parte c'è la grotta di San Francesco
e il Santuario della Verna, ma anche Pieve
Santo Stefano con Piero della Francesca
e Caprese Michelangelo; e dall'altra parte
Vicchio di Giotto e Cimabue e la chiesetta
di Sant'Andrea a Barbiana con la scuola e la
profezia di don Milani... E guardando un poco
a sud c'è Poppi, dove si rifugiò Dante e
non lontana la grande abbazia benedettina
di Vallombrosa.
Insomma, terra di sorgenti e
di incontri: di acque, di arte e di spirito, e di
fede creativa. Soprattutto terra di dialogo
tra cielo e terra. Questo è Camaldoli: una
esperienza cristiana nata mille anni fa nel segno
dell'«et et» anziché sotto il motto, più facile
e diffuso ieri e oggi, dell'«aut aut».
Francesco, Benedetto, Romualdo e i
loro seguaci non hanno fatto battaglie e crociate;
ma hanno parlato con Dio e con gli uomini
nel segno dell'amore; e si sono posti al
loro servizio. L'esperienza cristiana incominciata
mille anni fa da Romualdo e dai «cinque
fratelli» affiancava infatti la tradizione benedettina
della vita comune con l'esperienza
della vita eremitica; l'idea della preghiera con
quella dell'incontro e del dialogo.
Questa tradizione,
naturalmente con fasi diverse, secondo
lo spirito dei tempi e il carisma delle
persone, è tuttavia durata nei secoli ed è anche
oggi un riferimento forte, quasi un carattere
distintivo dello spirito camaldolese. Si inserisce
nella storia della Chiesa che riconosce
non una contrapposizione manichea tra
Dio e il mondo, ma un dialogo d'amore, una
convergenza e una sinergia che nasce dalla
creazione e si compirà nella pienezza del
tempo, con la parusìa. Ma intanto i credenti
sono chiamati a riconciliare, a riunire, a gettare
ponti.
La preghiera si è congiunta con il lavoro
(anche oggi i monaci lavorano: chi nello
studio, chi nei campi, chi nella preparazione
di cibi e bevande, chi nell'ospitalità, chi nella
creazione artistica o musicale...). E la passione
per la parola di Dio, lo studio della
Scrittura e della teologia, si unisce alla passione
per il dialogo con la cultura laica.

I monaci in
preghiera nel coro.
È tradizione antica: a Camaldoli nella
stessa sala «del Landino» in cui si
svolgono oggi i convegni e le settimane
teologiche ed ecumeniche, al tempo
di Lorenzo il Magnifico colloquiavano monaci
e umanisti. E quando Giovanni Battista
Montini, allora giovane assistente nazionale
della Fuci, pensò di proporre agli studenti
universitari un'educazione alla riflessione
teologica e sociale, li portò a Camaldoli, cominciando
così una tradizione che continua
ed è fiorente tuttora. E poi: nel luglio 1943,
quando un gruppo di intellettuali cattolici si
incontrò di nascosto per preparare idee e
proposte per la nuova Italia che stava nascendo
dalle rovine della dittatura e della
guerra, scelse ancora Camaldoli.
Nacque
qui appunto quel Codice di Camaldoli al quale
tanto deve la nostra Costituzione. Converrà
ricordare che quel testo, così importante
e sostanzioso benché preparato in
tempi e circostanze difficilissime, si presentava
umilmente come un'offerta di idee «Per
la comunità cristiana», indicando «Princìpi
dell'ordinamento sociale a cura di un gruppo
di studiosi amici di Camaldoli».
«Et et» significa dunque vita solitaria
(eremitica) e vita comune (cenobitica). Ma
anche vita attiva e contemplativa; preghiera
e ospitalità; studio e meditazione, e anche
attenzione e partecipazione agli avvenimenti
e alla vita del mondo, alle gioie e alle sofferenze
degli uomini.
Negli anni recenti tutto
ciò si è illuminato nelle figure straordinarie dei padri Anselmo Giabbani (1908-2004) e
Benedetto Calati (1914-2000), il primo
priore generale della Congregazione dal
1951 al 1963, il secondo dal 1969 al 1987.
La loro opera è stata decisiva per il rinnovamento
di Camaldoli e delle altre comunità
camaldolesi. Opera non facile ma resa possibile,
dicevano essi stessi, dal dialogo e dal
contributo dei laici e dallo svolgimento del
provvidenziale Concilio Vaticano II.

Veduta notturna dell'ingresso
del monastero di
Camaldoli.
Così a Camaldoli sono stati ospitati incontri
di Teologia e spiritualità anche
organizzati da laici di gruppi e movimenti
cattolici ed ecumenici. Tra questi, le
settimane della Fuci, i dialoghi ecumenici del
Sae, i convegni del Movimento laureati cattolici,
gli incontri promossi dalla rivista Il Regno;
ma anche dibattiti e seminari che studiano la
realtà e i progetti per la società civile: gran
parte delle personalità politiche di ispirazione
cristiana (da Aldo Moro a Amintore Fanfani,
da Giuseppe Dossetti a Giorgio La Pira, da
Romano Prodi a Maria Eletta Martini a Rosy
Bindi, da Beniamino Andreatta a Mino Martinazzoli...)
sono passati da qui. E la scuola del
dialogo camaldolese si è poi via via allargata
alla chiesa di San Gregorio al Celio a Roma,
al monastero di Fonte Avellana nell'Umbria,
all'eremo di Monte Giove nelle Marche. E così
il dialogo si è aperto anche a temi e persone
in ricerca, provenienti da esperienze culturali
e politiche diverse (come Mario Tronti,
Pietro Ingrao, Rossana Rossanda...), ma attenti
e desiderosi di un confronto approfondito
e ardito con l'esperienza cristiana.

La
fontana con il simbolo
dei camaldolesi,
due colombe che si
abbeverano alla stessa
coppa.
Conviene poi ricordare che negli anni
recenti la tradizione camaldolese si è aperta
anche a nuove esperienze nei vari continenti:
dagli Stati Uniti al Brasile, dall'Africa
all'Asia, sempre alla ricerca di un rapporto
positivo e reciproco con diverse esperienze
umane e religiose.
È un cammino magnifico:
quello che parte dal monastero, attraversa
la foresta, sale sul monte e poi sale ancora...
fino al volto di Dio. E anche quello che parte
dal Casentino, in Toscana, e cerca di raggiungere
tutti i continenti. Ma non è certo un
cammino facile. E grandi sfide attendono nel
prossimo futuro la comunità di Camaldoli,
tutti i religiosi e tutta la Chiesa; a cominciare
dalla capacità di presentare un volto di Cristo
autentico e credibile alle giovani generazioni.
Vivere al cospetto del Signore, cercare
la sua volontà, ascoltare la voce degli uomini
e leggere i segni dei tempi non è affatto facile;
non mancano le delusioni, la stanchezza,
le divergenze. Anche le tentazioni, come
quella di gettarsi incontro alle novità senza la
prudenza e l'umiltà necessarie; oppure, ancor
più frequente, quella di ritrarsi nel recinto
delle abitudini, delle forme collaudate, delle
devozioni rassicuranti. Ma vale per la vita
monastica quello che vale per la società civile,
per la vita delle famiglie e per tutta la Chiesa:
quello che conta è la consapevolezza che
nessuno è un'isola, che viviamo tutti in una
(o più) comunità e che dunque bisogna dialogare
e decidere assieme. È la koinonia che
aiuta a superare le difficoltà e a trovare la
strada giusta, sono il colloquio, la comprensione,
la solidarietà, l'amicizia che costituiscono
la legge della vita comune.

Veduta della valle che
circonda il monastero.
Tante cose sono
importanti: l'intelligenza, la bontà, il coraggio,
lo zelo, la devozione, il sacrificio... Ma
l'amore è la cosa più grande, l'unica veramente
importante. Il primato dell'amore era
la parola che più stava a cuore da padre Calati
negli ultimi anni della sua vita. E proprio forse
perché la vita monastica cerca di essere
soprattutto un segno trasparente di amore
per Dio e per i fratelli, i vescovi italiani avevano
chiamato un monaco camaldolese (Franco
Mosconi, all'epoca priore dell'eremo di
San Giorgio a Bardolino) a offrire la meditazione
introduttiva al Convegno delle Chiese
italiane a Verona il 17 ottobre 2006.
Don
Franco aveva detto: «Il cristiano non è tale
se non è uomo di speranza e così diventa
grazie all'opera dello Spirito che abita in lui
che, prima ancora di renderlo capace di
compiere un gesto di speranza, lo fa speranza,
depositando nel suo cuore un germe di
vita nuova che, secondo il progetto di Dio, riceverà
un compimento».

Abiti monastici
stesi ad asciugare.
Diventato speranza, il cristiano vive e
testimonia nella sua vita una speranza.
Egli non spera soltanto per sé
ma anche per il mondo, affermando che,
anche nelle situazioni più disperate, c'è una
via d'uscita, c'è un riferimento che porta a
una meta che è al di là dell'apparente vuoto
e del non senso: è l'amore, la vittoria finale
dell'amore. Il fondamento della vita cristiana,
nei monasteri come nelle città, le
strade, le valli del mondo, è uno solo: il primato
dell'amore. Anzi: per chi intuisce la verità
profonda dell'uomo e della storia, già
oggi è l'amore che vince. Anche nelle difficoltà,
contraddizioni, dolori, incertezze: solo
l'amore è degno di fede, solo l'amore
apre al futuro, nella storia degli uomini e nel
futuro assoluto di Dio.

Portone di ingresso
della tenuta di Soci,
vicino Camaldoli.
Il cristiano spera per
sé e per il mondo anche quando la realtà
che lo circonda sembra opporre tutto il
contrario. Ma tale speranza è possibile soltanto
se si rimane uniti a Cristo e si riceve il
suo Spirito, capace di ribaltare le tombe nelle
quali ci siamo rifugiati pieni di paura e di
sospetti.
Per questo si può sperare. «Essere
Chiesa», scriveva Benedetto Calati, «significa
immergersi nella Parola, lasciandosi compenetrare
dallo Spirito. La crescita nella carità
del singolo fedele si sviluppa in proporzione
all'approfondimento della Parola di Dio,
grazie all'identico Spirito che anima le Scritture
e che dirige ogni credente verso la pienezza
dell'amore».
Questa certezza è il miglior
contributo che l'esperienza monastica
camaldolese può dare anche oggi, dopo mille
anni, alla vita della Chiesa e degli uomini,
a cominciare dai giovani.
Angelo Bertani
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