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DOSSIER - BOSE

Enzo Bianchi: vita fraterna
antidoto a una Chiesa depressa

di VITTORIA PRISCIANDARO

Il priore di Bose fa il punto sulla vita della sua Comunità: «È diventata una realtà più grande di quella che pensavo». Sulla vita religiosa: «Oggi è più difficile la perseveranza che non la vocazione». E sulla Chiesa: «Ho vissuto la falsità sulla mia pelle». Ma resta sereno: «Il Signore mi ha mandato tanta gente in gamba. Posso tornare alla mia solitudine».

Manifestazione in difesa delle donne

Il priore Enzo Bianchi sul sentiero tra i boschi che conduce dalla sua cella agli altri edifici della Comunità.

Il priore arriva a piedi attraverso i sentieri tra gli alberi. Oppure in auto, se ha qualche borsa da portare con sé. Prega con i fratelli, incontra qualche ospite che è salito fin quassù per incontrarlo, saluta i convegnisti di turno, ritira la posta e poi, appena può, scappa via e ritorna al suo orto e alla sua cella tra i boschi, leggermente discosta dagli altri edifici della Comunità, «rifugio e possibilità di quiete» per un uomo che, con i suoi 68 anni, ha attraversato le più entusiasmanti e, insieme, tempestose stagioni della storia recente della Chiesa: Concilio, post-Concilio, riflusso.

Un gruppo di fratelli di Bose riunito in uno dei cortili del monastero.

Un gruppo di fratelli di Bose riunito in uno dei cortili del monastero.

Enzo Bianchi, il monaco che tanti non credenti tengono da conto con rispetto, che preti e laici stimano, qualche monsignore guarda ancora con sospetto, gli editori corteggiano e gli amici apprezzano per la simpatia e la raffinatezza dell'arte culinaria («la cucina è modo di dare qualcosa di sé agli altri»), è diventato in questi decenni una delle rare voci cattoliche "significative" del panorama italiano. I talk show farebbero carte false per ospitarlo nei loro studi, le richieste di interviste e conferenze si sprecano.

Una sorella nei locali dell'accoglienza del monastero.

Una sorella nei locali dell'accoglienza del monastero.

Enzo però cerca di centellinare la sua presenza: «Da qualche anno ho deciso di fare un massimo di due interventi in televisione all'anno. Ma vorrei essere ancora più nascosto. Per strada mi hanno fermato dicendo: "L'ho vista, lei è padre Bose". Insomma, in televisione ho paura che conti di più la mia faccia che quello che dico. Preferisco la radio e la carta stampata.

A parte qualche appuntamento cui sono fedele, come Jesus, qualche intervento su La Stampa, e in Francia Panorama, cerco di non essere troppo presente. Ho paura del "personaggio". Se avessi voluto avere "successo", bastava che accettassi di essere ordinato sacedote e avrei potuto far carriera ecclesiastica. Quando ho deciso di essere un semplice monaco, ho scelto di non fare carriera...».

Enzo Bianchi in chiesa

Enzo Bianchi in chiesa.

Era partito da solo, poco più di quarant'anni fa. Oggi si ritrova una comunità di 80 monaci, che ha dato vita ad altre fondazioni ed è indubbiamente considerata un punto di riferimento nella Chiesa italiana e all'estero. Come vive questa situazione? «La reazione iniziale, quando ci penso, è di stupore, quasi di sorpresa. Ma devo anche dire che mi sento fortunato, perché si è realizzato quello che intravedevo già con chiarezza nella mia mente più di quarant'anni fa: una comunità monastica che avesse al cuore la Parola di Dio in tutto, nella liturgia, nella nostra vita con la lectio divina, nella proposta agli ospiti. Così come oggi è effettivamente.

La sorpresa mi viene invece dal fatto che Bose è diventata una realtà molto più grande di quello che pensavo. Pregavo sovente, soprattutto tra il 1966 e il 1968, che il Signore mi concedesse qualche fratello: "Sei-sette sono più che sufficienti", pensavo. Usavo una formula presa in prestito da dom Colombàs, un monaco che aveva scritto un piccolo opuscolo intitolato Per un monastero semplice e attuale. Nella mia ingenuità pensavo a un monastero semplice, che fosse fedele nei contenuti alla tradizione e che rispondesse alla novità del Concilio Vaticano II. Era la nostra vita come la facciamo ora, ma non ne supponevo la dimensione, oggi assai più grande di quella che pensavo e che desideravo. Da un lato c'è dunque una conferma dell'intuizione iniziale, d'altro lato la sorpresa, ma anche lo spavento. A volte nel mio intimo quasi non riconosco la Comunità e mi domando se in futuro riusciremo a rimanere fedeli ad alcune cose che abbiamo scelto e che finora sono confermate: la vita semplice fra di noi, l'accoglienza semplice con gli ospiti, una vita di lavoro che tuttora facciamo... Conosco abbastanza la storia del monachesimo per nutrire queste paure».

Uno dei viottoli che congiunge i diversi edifici della Comunità

Uno dei viottoli che congiunge i diversi edifici della Comunità

  • Bose è un'esperienza monastica nuova, ma profondamente agganciata alla storia della Chiesa. A quali fonti si è ispirato?

«Ai segni dei tempi e alla tradizione: con questa volontà siamo andati avanti e, talvolta, l'abbiamo anche pagata a caro prezzo. Pochi lo ricordano, ma tra il 1965 e gli anni Ottanta c'è stata una forte contestazione del celibato: "Voi che potete, perché fate una scelta di questo tipo?", ci dicevano anche dei presbiteri. E c'era chi voleva buttare via la preghiera dei Salmi e ci rimproverava la fedeltà alla Liturgia delle ore. Abbiamo resistito, anche perché io ho avuto alcune grazie nella vita. La prima di queste è la mia formazione "tridentina doc", maturata nella Chiesa di prima del Concilio. A me hanno insegnato latino a 7 anni, ho fatto un percorso classico: chierichetto, parrocchia, Azione cattolica dalle Fiamme bianche fino alla Fuci.

Il mio parroco era un raffinato liturgista: per esempio, mi faceva leggere il Vangelo in italiano, quando la Messa era in latino e la gente non capiva nulla. Un'altra grazia che ho avuto durante gli anni dell'università è stata la vicinanza del cardinal Pellegrino, che ebbi modo di conoscere già prima che diventasse vescovo, come stimato docente universitario di Patrologia, cosa che mi ha anche consentito di approfondire la mia affinità con i Padri della Chiesa e il monachesimo antico. A 14 anni avevo iniziato a leggere le regole di san Basilio, un libro che ha segnato la mia giovinezza insieme con l'Imitazione di Cristo. Non conoscevo monasteri reali quando sono venuto a Bose.

Il primo dove sono andato, mentre ero ancora da solo, nel 1967, è stato il monastero trappista di Tamié, dove sono rimasto tre mesi. Poi ho vissuto una forte vicinanza con la Pierre-qui-Vire, un grande monastero benedettino francese. Ho sentito il bisogno che la vita della nostra Comunità fosse innestata nella grande tradizione monastica. Non posso dimenticare, ad esempio, che l'abate del monastero di Bellefontaine un giorno mi diede la cocolla trappista, l'abito che indossiamo ancora adesso in coro. Insomma, ho avuto questa eredità, ho ricevuto il "mantello di Elia" dai monaci. È significativo che Bose sia uno dei pochi monasteri in Occidente dove vengono volentieri i monaci ortodossi dell'Athos. I riformati qui si trovano a casa loro.

I benedettini e i trappisti percepiscono noi di Bose quasi come una loro comunità. Anche con i monaci più tradizionalisti abbiamo dei buoni contatti. Abbiamo un debito grande verso i benedettini e i trappisti francesi: ci sono stati vicini e ci hanno capito anche quando c'era qualche diffidenza nei nostri confronti da parte di altri. Tutto questo ci ha permesso di essere innestati nella tradizione monastica con una grande libertà: una volta che hai i contenuti, capisci che le forme puoi mutarle a seconda dei tempi e delle esigenze delle persone. Non può esserci soltanto un ascolto del passato. Un monaco francese, che è un grande teologo e nostro amico, Ghislain Lafont, ci ha detto: "Voi siete il primo monachesimo nella società secolare". L'ha ripetuto più volte: "È come se voi aveste imparato la lezione di Bonhoeffer". Credo sia vero».

I campi e l'orto della Comunità.

I campi e l'orto della Comunità.

  • Eppure lei, nel suo ultimo libro intitolato Una lotta per la vita (Edizioni San Paolo), scrive che Bose e tutto il resto, forse, non ci sarebbero stati se avesse conosciuto prima quella falsità che negli ultimi anni l'ha tanto ferita. Un'affermazione forte…

«Sì, anche questa è stata una grazia: conoscere la falsità molto tardi. Se l'avessi provata prima, non so se avrei avuto la possibilità di avere così tanta fiducia negli altri. Sin da piccolo ho imparato, grazie alla mia maestra delle elementari, quanto è importante che qualcuno abbia fiducia in noi. E invece negli ultimi anni ho avuto l'esperienza della falsità, innanzitutto nella Chiesa: sia chiaro, fin dall'inizio ho avuto anche inimicizie e ho vissuto incomprensioni, si sa che non fummo molto accettati. Ma più di recente è accaduto che qualcuno mi sorridesse e poi spargesse calunnie su di me. Mi ha fatto un male terribile. È un personaggio di Chiesa, che mi ha fatto conoscere una falsità che non mi attendevo. Poi c'è stata falsità anche qui al nostro interno, non verso di me in particolare, ma verso tutta la Comunità. Non pensavo di poter vivere, passati i 60 anni, una tale destabilizzazione interiore da restare in alcuni momenti profondamente confuso. Non avevo mai provato questa esperienza: la cattiveria sì, la si può capire, ma la falsità non è nel mio orizzonte. È stata la prova più dura che ho sofferto nella mia vita nella Chiesa e nella vita monastica».

Il teologo Giancarlo Bruni, padre servita e membro "storico" della Comunità di Bose.

Il teologo Giancarlo Bruni, padre servita e membro "storico" della Comunità di Bose.

  • «La fedeltą del "per sempre" in una comunitą monastica che cosa richiede?

«È veramente difficile. E mi stupisco, per ora, della percentuale di perseveranza che c'è ancora nella nostra Comunità, dove attualmente su quattro che iniziano il cammino monastico se ne perde un po' più di uno, con una percentuale del 35-36 per cento. Oggi siamo 79 e in noviziato sono passate 112-115 persone. Si è fatta più difficile la fedeltà che non le vocazioni. In passato, infatti, il problema era la mancanza di vocazioni, adesso è la perseveranza: sono cioè molti più quelli che se ne vanno di quelli che entrano normalmente in tutta la vita religiosa. È un cambiamento antropologico e culturale: in questa situazione di precarietà, la vita si è allungata e negli anni, con i cambiamenti, è difficile la fedeltà, nel matrimonio come nella vita monastica. In più la nostra Comunità è aperta, non c'è la clausura, fa parte della società, senza esenzioni. Vedo lo sforzo anche su di me. La nostra Comunità è iniziata con tre-quattro persone, poi per lungo tempo siamo stati poco più che una decina. Da allora a oggi la vita nostra è cambiata, non nei contenuti, ma nella forma: da un'unità sociologica primaria, 12 persone, a 80; da mille ospiti all'anno a più di 17 mila; dall'essere pressoché sconosciuti alla notorietà. Quanto alla mia vicenda personale, un tempo avevo molte ostilità, ero incompreso; adesso ci sono alcuni che non dicono bene di me, ma tanti altri mi danno segni di riconoscenza. In un tale cambiamento, la perseveranza diventa difficile. Al punto che, qualche volta, sarei quasi tentato non di retrocedere, ma di cercare una vita più consona a quello che sentivo dentro. Ma, anche qui, si tratta di prestare obbedienza alla realtà: siamo cresciuti, siamo diventati una famiglia, si inizia in due, poi a un certo punto ci sono i figli e la famiglia non è più quella di prima. Nella vita si cambia lavoro, situazioni di vita... Bisogna fare un vero esercizio e una disciplina alla perseveranza. E nei momenti di crisi – questo lo dico a me stesso e anche a tante coppie sposate che mi incontrano in momenti difficili – bisogna stare fermi, non muoversi e tenere i piedi saldi, aspettare che passi la nebbia. Perché se ci si muove in quei momenti di oscurità interiore, si fanno dei disastri, dei passi da cui non si può più tornare indietro. Oggi la fedeltà è a caro prezzo. L'ideologia regnante dell'effimero, del cambiare, dell'assommare esperienze, influisce su tutti, non solo sulla società: noi Chiesa, anche noi monaci, siamo all'interno della società. Non possiamo essere quelli che guardano la città come Abramo guardava Sodoma, dall'alto. Noi abitiamo Sodoma e Gomorra, ci siamo dentro, condividiamo la fatica di tutti gli uomini e le donne del nostro tempo».

Fratel Lino Breda, altra "colonna" del monastero.

Fratel Lino Breda, altra "colonna" del monastero.

  • Com'è la Chiesa vista da Bose?

«La Chiesa tutta vive in uno stato di depressione, in cui le convinzioni forti appaiono solo quando sono contro gli altri, in una guerra continua di fazione. Altrimenti, sembra che nessuno sia convinto di niente. La cosa più grave è che il cuore di tutto questo scontro è l'Eucaristia: i servi della comunione ne fanno luogo di divisione. Per ciò che riguarda la Chiesa italiana, in particolare, vedo due mali. Il primo è l'afonia del laicato: i cristiani in politica è come se non ci fossero più, c'è stata sovente una forma di sconfinamento, per cui la voce che spettava loro l'hanno assunta alcuni vescovi.

Tutto questo ha provocato nell'ultimo ventennio una situazione un po' desolata, non c'è più soggettività laicale. Forse oggi si intravede un risveglio. Spero sia un nuovo inizio dopo un tempo di depressione. L'altra cosa è che vorrei si capisse che ci sono urgenze molto forti. È significativo che si sia scelto di parlare dell'educazione negli Orientamenti pastorali del decennio. Secondo me, però, è inutile pensare di trasmettere una fede alle future generazioni senza fornirle di una grammatica umana: hanno bisogno di sapere cosa la fede gli dice nel quotidiano, nella vita, negli affetti, nelle storie d'amore, nel lavoro, nell'incontro con gli altri. Da queste due urgenze dipende il futuro. Dobbiamo smettere di pensare che abbiamo un cattolicesimo popolare che tiene. La Chiesa in Belgio aveva questa situazione venti anni fa, adesso è il Paese più scristianizzato d'Europa. Bisogna essere meno sicuri, meno autogarantisti, meno autoreferenziali».

Fratel Guido Dotti, che oggi ricopre l'incarico di economo della Comunità.

Fratel Guido Dotti, che oggi ricopre l'incarico di economo della Comunità.

  • «La Comunità di Bose si è sempre giocata nella scommessa evangelica dell'unità dei cristiani. Da alcuni anni, però, l'ecumenismo è in crisi. Eppure questa resta la scommessa del futuro. Come vede questo momento?

«Sin dall'inizio ho capito una cosa: non ho voluto, come alcuni suggerivano, che l'ecumenismo fosse una specie di quarto voto della Comunità. Noi non celebriamo la Settimana di preghiera per l'unità, perché abbiamo sempre detto che o la si vive tutti i giorni o non vale la pena. Gesù ha chiesto l'unità: quindi, o il cristiano vive l'ecumenismo o contraddice Gesù Cristo. Oggi non c'è coraggio, tutte le Chiese non ci credono molto. E nella Chiesa cattolica c'è chi lavora contro l'ecumenismo, attaccando il Concilio, proponendo il ritorno a un'identità cattolica chiusa, dura, autoreferenziale. Si vuole il "ritorno dei fratelli separati", come si diceva prima del Concilio. Nella Chiesa non si vuole l'unità. Quando si continua a dire che "sarà quando lo Spirito vorrà", allora vuol dire che non si vuole prendere le responsabilità qui e ora, e non si vogliono fare passi di comunione»

  • Cambiamo argomento. A volte sembra che il rischio di identificazione tra Enzo Bianchi e Bose sia forte. Oggi la Comunità quanto è "sua" e quanto, invece, è frutto di ciò che hanno "portato" gli altri fratelli e sorelle che sono venuti dopo di lei?

«La Comunità in realtà è molto autonoma da me. Ho iniziato tutta la vicenda, ma oggi faccio davvero poco. Gli ultimi anni sono sempre via, voglio che la Comunità cammini per conto suo. Abbiamo un capitolo al mattino dove si decidono le cose e io da cinque-sei anni non vado, proprio perché si abituino a decidere per loro, a misurare il loro quotidiano. Il Signore mi ha mandato tanta gente in gamba, di grande qualità intellettuale, umana, organizzativa. Finché la Comunità era nelle mie mani, fino al 1992-93, non ho mai organizzato un convegno. Sono stati possibili da quando c'è soprattutto un fratello che lo sa fare molto bene. E a livello intellettuale ci sono persone più raffinate di me. Molte cose vanno avanti come se io non ci fossi. Non determino più molte cose, nei capitoli le decisioni si prendono votandole a maggioranza, e ci sono persone che possono sostituirmi nel priorato. Appena darò le dimissioni, il vicepriore radunerà il capitolo. Entro 40 giorni ci sarà l'elezione del nuovo priore che reggerà la Comunità per due anni. Dopo di che, si richiederà un'altra votazione: se è positiva, il priore continua per 12 anni, altrimenti se ne sceglierà un altro. Insomma, quando me ne andrò, la Comunità continuerà benissimo. Non ho timori al riguardo».

L'attuale vicepriore di Bose, Luciano Manicardi.

L'attuale vicepriore di Bose, Luciano Manicardi.

  • Dalle sue parole sembra trasparire quasi una voglia di eremo...

«No, non ho vocazione eremitica. Ma la voglia di tornare a una certa solitudine, questo sì. D'altronde, già adesso vivo da solo, in mezzo al bosco».

Le sorelle riunite in chiesa durante una celebrazione.

Le sorelle riunite in chiesa durante una celebrazione.

 

Vittoria Prisciandaro

Jesus n. 9 settembre 2011 - Home Page