img img img
img img img

img

Audio

Abbonamenti

img img Contattaci

  

DOSSIER - Il lato femminile di Dio

La carica delle religiose: discrete e combattive
di Laura Badaracchi e Iacopo Scaramuzzi

Soltanto in Italia sono oltre 80 mila. Apprezzate per il loro impegno silenzioso, ma talvolta anche incomprese dalle stesse gerarchie. Come si è visto negli Stati Uniti dove, nonostante le rassicurazioni vaticane, la recente visita apostolica ha creato un pesante clima di tensione.

In Italia sono oltre 80 mila, tre volte più dei preti. Solo a Roma, sede di Pietro e centro della cattolicità, sono 23 mila. Ma, in una Chiesa dal volto maschile ben visibile, le suore e le monache svolgono un ruolo il più delle volte discreto, silenzioso, lontano dai riflettori. Tanto che quando salgono sul proscenio del pubblico dibattito – è stato il caso, da ultimo, di suor Eugenia Bonetti, intervenuta alla manifestazione in difesa della dignità delle donne, in piazza del Popolo a Roma, o di suor Giuliana Galli, membro del consiglio di amministrazione della Compagnia San Paolo, comparsa in tv da Fazio e Saviano in Vieni via con me a spiegare perché è giusto costruire una moschea a Torino – fa notizia la loro stessa presenza. Quasi che fosse anomalo che il loro posto, nella società e nella Chiesa, non sia solo quello di animare i canti della domenica o condurre il catechismo dei bambini. Eppure le religiose ci sono, eccome: in Italia, in Occidente e nelle cosiddette "terre di missione". Impegnate in umile servizio presso le parrocchie e le case religiose di tutto il mondo, concentrate sulla cura delle anime nei chiostri di clausura, ma anche attive nelle Facoltà di teologia e negli uffici delle diocesi, presenti nelle favelas delle megalopoli sudamericane, in prima linea contro la tratta delle donne nelle città dei Paesi "sviluppati". Apprezzate e sostenute nelle loro diverse attività, ma anche, a volte, guardate con sospetto se non osteggiate dalle gerarchie ecclesiastiche. L'ultimo caso eclatante è stato quello della visita apostolica decisa dal Vaticano per le suore degli Stati Uniti. Avviata nel 2008 dalla Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, l'iniziativa, guidata da suor Clare Millea, ufficialmente mirava a indagare gli «stili di vita» delle religiose statunitensi. Già così la vicenda ha suscitato i primi sospetti nei conventi americani, ma il malumore si è trasformato in aperto sconcerto quando il cardinale Franc Rodé, all'epoca prefetto del dicastero vaticano, ha citato il «femminismo» tra i motivi dell'inchiesta. Ora la visita, giunta nella sua ultima fase, sembra avviata verso una soluzione conciliante. Di recente, infatti, il porporato sloveno è andato in pensione ed è stato sostituito dal focolarino brasiliano João Braz de Aviz. Quale numero due del dicastero è stato nominato lo statunitense Joseph Tobin che, appena insediato, ha assicurato che l'indagine non aveva intenzioni punitive e che la Santa Sede avrebbe preso in considerazione le obiezioni delle suore. In attesa di vedere l'esito dell'indagine, una religiosa di primo piano, suor Mary Ann Cunningham, ha accolto con favore la presa di posizione, sottolineando che le visitatrici erano «cordiali, amichevoli, recettive».

Sinodo dei giovani

Il chiostro del monastero delle clarisse a Otranto (foto CLARISSE OTRANTO).

Motivi di frizione tra le suore americane e i vertici della Chiesa, tuttavia, non sono infrequenti. Oltre a quella della Congregazione dei religiosi, ad esempio, è in corso una seconda, più silenziosa visita apostolica, decisa dalla Congregazione per la dottrina della fede nei confronti della Leadership Conference of Women Religious (Lcwr), l'organismo che riunisce i vertici del 95 per cento delle congregazioni di religiose d'Oltreatlantico e che rappresenta 15 mila donne che indossano l'abito. In una lettera del 2009, il cardinale prefetto dell'ex Santo Uffizio, William Levada, motivò l'indagine richiamando alcune preoccupazioni che la Santa Sede aveva già espresso nel 2001 sulla Lcwr. In particolare, l'organizzazione non avrebbe promosso sufficientemente la dottrina cattolica sull'omosessualità, il sacerdozio esclusivamente maschile e i rapporti con le altre confessioni cristiane. Particolare fastidio avevano provocato, in Vaticano, le affermazioni su queste materie della suora domenicana Laurie Brink. Sorpresa la reazione della Lcwr che, in una nota di un paio di anni fa, espresse «delusione» per il fatto di avere appreso che a richiedere l'intervento vaticano erano stati «alcuni vescovi cattolici e/o membri del Comitato per la dottrina della Conferenza episcopale statunitense». E non è la prima volta che la Lcwr finisce nel mirino. Nata nel 1956, l'organizzazione decise alcuni aggiustamenti di rotta – nonché il nome attuale – nel 1971, in modo da recepire meglio il Concilio Vaticano II. Questa decisione indusse un gruppo di superiore – spalleggiate da alcuni ambienti vaticani e dell'episcopato a stelle e strisce – a creare una nuova federazione, il Consortium Perfectae Caritatis (Cpc), che accusò la Lcwr di deviare dagli insegnamenti «autentici» della Chiesa cattolica. Una querelle simile si sviluppò, negli stessi anni, ma a livello globale, tra le carmelitane scalze. Tra strappi, polemiche e interventi della Santa Sede, l'Ordine fondato da santa Teresa d'Avila adottò, alla fine, delle nuove Costituzioni, al prezzo di una scissione interna che portò un centinaio di comunità a optare per il mantenimento delle Costituzioni pre-conciliari. Per venire ad anni più recenti, poi, uno scontro robusto, ancorché felpato, si è verificato, sempre Oltreatlantico, sulle tematiche della salute riproduttiva.

Lidia Di Pietro nella casa di accoglienza Giubileo.

La cucina delle clarisse a Bouar, in Centrafrica (foto CLARISSE BOUAR).

Prima è stata la volta delle polemiche sulla riforma sanitaria voluta dal presidente Obama: bocciata in modo categorico dai vescovi per le norme relative all'aborto e all'obiezione di coscienza, la riforma è stata sostenuta – con il fastidio dei vescovi – dalla Catholic Health Association, la più grande associazione cattolica di assistenza sanitaria, guidata dalla combattiva suor Carol Keehan, per il fatto che allarga la copertura sanitaria a decine di migliaia di poveri e indigenti. Il secondo round del confronto è avvenuto quando suor Margaret McBride, dell'ospedale cattolico Saint Joseph di Phoenix (Arizona), ha partecipato alla decisione di far abortire una donna malata e a rischio di sopravvivenza in caso di parto. La scomunica comminata dal vescovo locale, monsignor Thomas Olmsted, e il successivo scambio di lettere pacificatrici tra la Catholic Health Association e la Conferenza episcopale Usa guidata dall'arcivescovo di New York, Timothy Dolan, hanno chiuso una polemica che, però, sembra riproporsi ciclicamente, e sotto le forme più disparate, tra l'universo femminile e quello maschile, all'interno di Santa Romana Chiesa. Nel corso degli anni, tuttavia, sono andati emergendo dati e tendenze che, nel lungo periodo, potrebbero modificare tanto gli equilibri interni alla Chiesa quanto il profilo della vita religiosa femminile. Sono ancora gli Stati Uniti, per certi versi, che registrano per primi gli elementi di novità: le donne statunitensi che scelgono la vita religiosa, oggi, sono molto più istruite che in passato. Un'indagine, condotta dal Center for Applied Research in the Apostolate della Georgetown University e commissionato dalla Conferenza episcopale Usa, ha rilevato che nel 2010 un quarto delle donne entrato in un ordine o istituto religioso aveva una laurea e nove consacrate su dieci hanno svolto un lavoro prima di optare per la vita religiosa. Le vocazioni sono state poche e l'età media delle nuove religiose è di 43 anni. La scelta di diventare suore, complessivamente, dipende sempre meno dal milieu sociale e sempre più da un percorso personale maturato nel corso della vita. Per altro verso, a livello mondiale, le religiose vivono lo stesso trend dei monaci e dei preti per quanto riguarda il calo delle vocazioni. In controtendenza rispetto ad Africa, Asia e America latina, la flessione è molto evidente in Occidente. Il caso italiano è significativo: in 13 anni il numero delle religiose è diminuito di un terzo, passando da 121.183 (in 645 congregazioni) nel 1988, a 81.723 (in 627 congregazioni) nel 2001, anno dell'ultimo censimento. L'età media, conseguentemente, è sempre più alta. Il 53 per cento delle suore italiane ha infatti più di 60 anni, il 21 per cento fra i 70 e i 79 anni, mentre solo il 7 per cento ha meno di 30 anni. Con il riconoscimento di un ruolo sempre più centrale del Sud del mondo – ma con il rischio di usare i Paesi in via di sviluppo come una sorta di serbatoio di vocazioni non sufficientemente vagliate o formate – aumenta il numero di religiose straniere in Italia. Attualmente sono già 3.200 le suore e le monache presenti nel nostro Paese, che provengono principalmente dalle Filippine, dall'India, dalla Romania, dall'Albania e dall'Africa.

a cattedrale di Avezzano dedicata

Monsignor Joseph William Tobin, segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica (foto R. SICILIANI).

Nel nostro Paese, d'altronde, è capillare e variegata la presenza di suore e monache nella vita ecclesiale e sociale di questi anni. Le religiose si trovano al cuore di problemi d'attualità anche nei monasteri di clausura. Apparentemente silenti e nascoste, le claustrali – dalle clarisse alle benedettine, dalle carmelitane alle agostiniane, alle trappiste – oltre che con paramenti sacri e rosari, ostie e icone, si cimentano con posta elettronica, blog e siti per far conoscere la propria spiritualità ultracentenaria e mettersi in contatto con il mondo. La vita contemplativa «continua ad affascinare per la sua radicalità», dice suor Diana Papa, un passato da vicepresidente dell'Azione cattolica a Brindisi, ora alla guida di un monastero di Otranto e coordinatrice delle presidenti delle Federazioni dei monasteri delle clarisse d'Italia. Suor Diana spiega con un esempio semplice la piacevole sorpresa sperimentata dai giovani che si recano in monastero per un'esperienza di ritiro: «Alcuni ci dicono: "Non avevo mai ascoltato il silenzio"». Nel nostro Paese, nonostante defezioni e difficoltà, i numeri raccontano una presenza ancora significativa delle clarisse: 1.131 professe solenni, 64 monache di voti temporanei, 34 novizie e 31 postulanti. Non mancano nuove fondazioni, a Iglesias, Rende, Lecce. Diverse, poi, le nuove case in altri Paesi. In Albania, ad esempio, le claustrali sono arrivate nel 2003 e si sono installate in un ex studentato dei Frati minori, trasformato durante il regime comunista in luogo di tortura. «La gente non voleva che le sorelle si stabilissero in quella casa degli orrori. Oggi musulmane, ortodosse e cattoliche bussano alla nostra porta, perché sanno di trovare altre donne che le ascoltano», racconta suor Diana. La liturgia viene celebrata in lingua albanese e molti poveri, che attendono la fine della preghiera per ricevere un panino, vengono poi indirizzati per l'accoglienza stabile alle Missionarie della carità di Madre Teresa, con cui le clarisse hanno instaurato una collaborazione fattiva, ognuna rispondendo al proprio carisma.

La redazione del giornale diocesano Il Velino.

Alcune clarisse in un monastero del Centrafrica (foto CLARISSE BOUAR).

Sono innumerevoli le forme di presenza delle religiose nella vita pubblica del nostro Paese. Da oltre sette anni, ad esempio, una quindicina di suore – diverse le congregazioni, così come le età, le lingue parlate e i Paesi d'origine – visitano ogni sabato pomeriggio il Centro di identificazione ed espulsione per immigrati di Ponte Galeria. Si dividono a seconda della lingua conosciuta, per incontrare africane ed europee dell'Est, albanesi, cinesi e latinoamericane: vittime di tratta, lavoratrici in nero, prostitute. «Puntiamo sulla vicinanza e l'ascolto, per farle sentire amate e accolte: sono azzerate dalle violenze e dagli abusi subiti», spiega la coordinatrice del servizio, suor Maria Rosa Venturelli, missionaria comboniana. «Proponiamo anche momenti ecumenici tra le cristiane e comunque invitiamo tutte a pregare il loro Dio, qualsiasi sia la loro fede». Nascono legami, amicizie: «Ci evangelizzano con il loro coraggio e le loro speranze, anche con frustrazioni e tristezze senza ritorno. Ci insegnano ad amare con più discrezione e delicatezza, a esercitare un ministero spirituale di consolazione». In questo solco – donne che aiutano altre donne – si colloca anche Casa Rut, aperta a Caserta nel '97 dalle Orsoline per dare un'alternativa alle ragazze che vogliono uscire dalla vita di strada. La struttura si inserisce nella rete promossa dall'Ufficio tratta donne e minori dell'Usmi (Unione superiore maggiori d'Italia): 250 suore di 70 istituti gestiscono un centinaio di case-famiglia per le vittime trafficate. Nel condominio al centro della città dove si trova Casa Rut è stata allestita anche la cooperativa sociale di sartoria etnica NeWhope, che dà un futuro lavorativo alle ospiti in un territorio ad alto tasso di disoccupazione. Vicentina, infermiera e sindacalista prima di entrare in convento, suor Rita Giaretta è la responsabile e l'anima di Casa Rut. Nel 2007 è stata insignita dell'onorificenza di Ufficiale della Repubblica italiana dal presidente Giorgio Napolitano. Il protagonismo femminile – suor Rita ne è convinta – non ha confini: «Ho lanciato, un po' in sordina, l'idea di chiedere al Papa un Sinodo delle donne: i tempi sono ormai maturi...».

Laura Badaracchi e Iacopo Scaramuzzi

 

Jesus n. 5 maggio 2011 - Home Page