img img img
img img img

img

Audio

Abbonamenti

img img Contattaci

  

UNA CITTA', UNA DIOCESI - TEANO - CALVI

Intervista ad Arturo Aiello
Se il vescovo insegna a non rassegnarsi

Non ha autista, segretario, né portiere. Cura personalmente giardino e piante, non vede la televisione da 40 anni, non lo trovate su Facebook. L'e-mail ce l'ha per obblighi di ufficio, ma non la usa. Se è in episcopio risponde al telefono fisso, altrimenti parte inesorabile la segreteria telefonica. Non scrive lettere pastorali, ma racconti.

Arturo Aiello non è un eremita e anzi ha fatto delle relazioni personali il fulcro del suo lavoro pastorale. Il segreto è racchiuso in una formula antica e, a quanto pare, ancora efficace: ascoltare l'altro, le parole e i silenzi, guardandolo negli occhi. «Ci sono modi diversi di comprendere, che non sono quelli di massa: di molti ragazzi conosco i nomi, alcuni mi scrivono e rispondo, li incontro personalmente... Forse è strano che un giovane vada a dire al vescovo "mi sono innamorato...", ma succede. In questo mi sono giocato molto. Quell'esercito di preti che magari sta ore e ore al computer, con l'idea di fare pastorale, sa veramente chi c'è dall'altro lato?».

Il vescovo di Teano-Calvi, monsignor Arturo Aiello.

Il vescovo di Teano-Calvi, monsignor Arturo Aiello.

Musica classica in sottofondo, riproduzioni di dipinti celebri, mobili intarsiati alla sorrentina: «Il vescovo Arturo», come lo chiamano i giovani, ha portato in questo angolo di Campania il gusto per la bellezza e per le cose di qualità al quale è stato educato durante la giovinezza. E la competenza acquisita con gli studi in teologia e in sociologia. «Non accetto l'idea che bisogna rassegnarsi al degrado», chiosa raccontando un aneddoto: «Quando sono arrivato in diocesi agli amministratori comunali ho detto che i palazzi fatiscenti della piazza sarebbero stati bellissimi se fossero stati restaurati. Qualcuno mi ha risposto: "Eccellenza, non si preoccupi, tra un po' non li vedrà più", nel senso che mi sarei abituato anche io a non vedere il brutto. Questa è una cosa che non accetto». Arturo Aiello è nato 56 anni fa nella penisola sorrentina, dove è stato parroco per 27 anni e dove ha avuto un padre spirituale pianista, compositore, poeta, che viveva a Villa Crawford, a picco sul mare. «Per me quel luogo è sacro, ho imparato più che a scuola». Le torri della villa, una stella e il mare di Sorrento ritornano nello stemma che si è scelto, con il motto: Custos, quid de nocte? (Sentinella, quanto resta della notte?). «Credo che il vescovo debba essere come quella sentinella, che ascolta, veglia e alla fine non dà risposta», dice.

  • Lei è qui da cinque anni. Che idea si è fatto della sua diocesi?

«È una diocesi piccola, a misura d'uomo. Una realtà povera, con una storia gloriosa alla spalle, ma da quarant'anni fuori da qualunque circuito. Una situazione che ha ricaduta sull'occupazione, con i paesi che si spopolano. La povertà è così forte che anche i poveri ci scansano. Vedo la differenza con la diocesi di Capua: siamo vicinissimi, ma da noi ci sono pochissimi immigrati, a parte alcuni dell'Est, badanti e muratori; lì invece sono tanti, perché c'è possibilità di lavoro. Una volta questa faceva parte della "Terra di lavoro", adesso c'è la terra ma non il lavoro. Tranne qualche azienda più intelligente, la campagna è abbandonata perché non rende. Chi resta vive di terziario. È una costellazione di paesini che non ha un'identità diocesana forte: se il vescovo non girasse come una trottola, i pezzi si potrebbero disancorare. Se dovessero unificarci con un'altra diocesi sarebbe la fine. La chiesa in certi luoghi diventa agenzia educativa, ci sono situazioni al limite della sussistenza. La vita parrocchiale associativa supplisce a tante cose che mancano. La chiesa è ancora la fontana del villaggio, ci si riconosce, il parroco sa chi sono i suoi parrocchiani».

I giovani che compongono la redazione del mensile Ghibli.

I giovani che compongono la redazione del mensile Ghibli.

  • Ogni mese per le sue lectio i giovani gremiscono la cattedrale. Come spiega il successo di queste iniziative?

«All'inizio ero un po' timoroso, andando in giro per le parrocchie non vedevo giovani. Così ho deciso di fare queste lectio dove uniamo un brano del Vangelo con una voce del mondo culturale giovanile, per lo più un cantautore, l'ultimo è stato Vecchioni, cercando di far emergere gli stessi interrogativi che la Parola di Dio suscita».

Una giovane monaca nel chiostro del monastero delle Clarisse dell'Immacolata a Pietravairano.

Una giovane monaca nel chiostro del monastero delle Clarisse dell'Immacolata a Pietravairano.

  • Cantautori, concerti, opere teatrali, cultura. Lei come legge il rapporto fedecultura, tema molto trattato dalla Cei?

«La domanda è seria: abbiamo una nostra cultura da proporre o dobbiamo entrare nei filoni culturali, anche più lontani, e leggervi delle attese? Sono sempre stato ispirato nella mia vita da Terenzio che diceva: Homo sum, humani nihil a me alienum puto. Mi sembra che questa formula sia cristiana: c'è un fenomeno umano, anche lontanissimo, che può non interessarmi? Credo che l'impegno culturale debba andare più in questa direzione che non verso una cultura che riguarderà una nicchia, ma non la massa».

 

  • Come ha trovato il modo giusto per parlare ai giovani?

«Sto attento ai loro linguaggi, trovo sia inutile utilizzare il nostro, che è anche un po' démodé. Non è un problema di moda, ma di comprensione e questo penso sia un nodo della Chiesa oggi. Non bisogna parlare sulla testa della gente, ma al cuore, facendo in modo che l'altro si senta in qualche maniera chiamato in causa, ma anche com-preso, nel senso dell'abbraccio. Riuscire a parlare facendosi capire, perché l'altro senta che stai parlando di lui, non di un Ufo. Una Chiesa che non sa parlare ai giovani non ha futuro. È vero, per gli incontri mensili la cattedrale è strapiena ed è motivo di speranza. Attraverso questo rapporto con i giovani c'è un cammino di identità vocazionale ed eventualmente di consacrazione: oggi ci sono sedici giovani in Teologia, che costituiscono un miracolo per la nostra terra».

  • Come vive il rapporto con il clero?

«La pastorale è essenzialmente parrocchiale, ci sono le foranie, ma essendo una realtà piccola è possibile camminare in modo globale. Con i preti abbiamo l'esperienza dei cenacoli, in Quaresima e in Avvento. Sono un patito del camino: li invito a casa, diciamo vespro, spegniamo le luci, preghiamo il Rosario e poi ceniamo insieme. Infine, la compieta. È un modo alternativo di incontrarli. È un clero buono, mi sento supportato sul piano affettivo. Molti sono anziani, non sono stati al passo con i tempi e quindi si sentono un po' in affanno».

  • Sono tutti preti locali?

«Sono contrario all'utilizzo del clero straniero, che spesso viene usato come colf e badanti. Vuol dire strumentalizzare le persone e far perdere al sacerdote la sua identità. La Chiesa deve avere un suo volto, legato alla storia e alla geografia. Senza queste coordinate, il rischio è che non ci sia più un presbiterio ma un'accozzaglia di persone. Se non riusciamo ad avere preti nostri, chiudiamo. Una Chiesa che non ha vocazioni, è una Chiesa che muore. È già successo, sono morte anche Chiese importanti, che oggi sono solo siti archeologici. Se non hai figli, non hai futuro e non puoi andare a prenderlo dove costa di meno».

vi.pri.

 

Jesus n. 5 maggio 2011 - Home Page