ATTUALITÀ - IL CORTILE DEI GENTILI
Parigi e il senso della vita
di PIERO PISARRA
Si è tenuto nella capitale
francese il primo forum
del «Cortile dei Gentili»,
l'iniziativa di dialogo tra
credenti e non credenti
voluta da Benedetto XVI
e organizzata dal cardinale
Gianfranco Ravasi,
presidente del Pontificio
consiglio della cultura.
Un primo esperimento,
ancora da mettere a punto
forse. Ma la cui importanza
è davvero indiscutibile.
«Ho indagato i contorni di un'isola e ciò che alla
fine ho scoperto sono le frontiere
dell'oceano». Il cardinale Gianfranco Ravasi
cita Wittgenstein.

La facciata della cattedrale
di Notre-Dame durante
lo spettacolo per la chiusura
del «Cortile dei Gentili», il 25
marzo scorso (foto P. RAZZO/CIRIC).
Dalla tribuna dell'Unesco,
sintetizza con le parole del filosofo austriaco
il compito del primo «Cortile dei Gentili»: compito immenso
e tuttavia indispensabile per una Chiesa che voglia abbattere
il muro dell'indifferenza e dialogare con quelli che una
volta si chiamavano i lontani, agnostici o atei, le masse anonime
che a Parigi affollano altri cortili, in francese parvis, la spianata
della Défense, il quartiere degli affari, le università e i laboratori
di ricerca high-tech, un mondo che sembra poter fare a meno
di Dio e che della fede cristiana sa ormai poco o nulla.
Presidente del Pontificio consiglio della cultura, Ravasi
non propone scorciatoie, bensì un cammino irto di ostacoli,
sui «sentieri di altura», dove le domande ultime sui dostoevskiani
problemi maledetti – Dio, il bene, il male – affiorano in
tutta la loro urgenza e la loro nudità, senza troppe cautele.
Un cammino sotto la guida di tre stelle. La prima, secondo il
cardinale, è quella del dialogo, in greco diálogos, un colloquio
che suppone la presenza di almeno due interlocutori e di due
«parole». La seconda stella è il mistero dell'esistenza, il Grande
Enigma che riguarda tutti, credenti e non. La terza, infine, è
quella dell'essere, in tutte le sue dimensioni, fisiche e spirituali:
ciò che i credenti chiamano Dio e gli altri natura o ragione.
Il «Cortile dei Gentili», voluto da Benedetto XVI, non
ha altro scopo se non questo dialogo nella verità. «Una verità
che secondo la saggezza orientale», ricorda Ravasi, «è come
un diamante: una, ma dalle molte sfaccettature». A Gerusalemme,
il «Cortile dei Gentili» designava lo spazio riservato,
all'esterno del tempio, alle genti, ai goyim, un luogo di incontro
e, nello stesso tempo, di separazione, tra sacro e profano,
puro e impuro.
«Quello spazio aperto permetteva a tutti coloro
che non condividevano la fede di Israele di avvicinarsi al
tempio e di interrogarsi sulla religione», ha spiegato Benedetto
XVI. «In quel luogo, essi potevano incontrare degli scribi,
parlare della fede e anche pregare il Dio ignoto.

Video-messaggio del Papa (foto J. M. GAUTIER/CIRIC).
Nelle intenzioni del Papa, il «Cortile
» o l'«Atrio dei Gentili» dovrebbe
essere il luogo del dialogo,
un forum ideale e itinerante, in cui
mettersi in ascolto di ciò che la modernità
secolarizzata ha da dire alla Chiesa (e
la Chiesa al mondo).
Parigi è la prima tappa.
Seguiranno Stoccolma, Tirana, Praga,
Chicago e il Québec. Perché ormai, come
già notava Paolo nella lettera ai cristiani
di Efeso (2, 16), il muro è caduto,
ogni separazione è abolita e «le genti sono
chiamate, in Cristo Gesù, a condividere
la stessa eredità, a formare lo stesso
corpo e ad essere partecipi della stessa
promessa per mezzo del Vangelo».
Dibattito al Collège des Bernardins (foto: J. JUNG/CIRIC).
A Parigi, dunque, dal 24 al 25 di
marzo, l'esperimento ha avuto inizio,
con due giorni di dialogo e di domande
nei luoghi che simboleggiano l'universalismo
della Ville Lumière: all'Unesco, l'organizzazione
delle Nazioni Unite per l'educazione,
la scienza e la cultura; alla Sorbona, antica università cattolica, ora tempio
laico del sapere; all'Institut de France, dove siedono i cosiddetti «immortali»,
accademici delle scienze, della letteratura,
delle arti. Senza dimenticare il Collège
des Bernardins – il centro culturale
della diocesi che per tutto l'anno svolge
il ruolo di «Cortile dei Gentili» – da cui il
Papa ha rivolto nel suo ultimo viaggio in
Francia un memorabile discorso agli intellettuali.
Il pubblico assiste allo spettacolo conclusivo del «Cortile dei Gentili» sul sagrato di Notre-Dame. (foto J. M. GAUTIER/CIRIC).
E la cattedrale di Notre-Dame,
con il suo parvis, il sagrato, che si
apre sull'Île-de-la-Cité, il cuore di Parigi.
Che questo ritorno alle genti o ai
gentili fosse necessario, è dimostrato
non soltanto dal risorgere dell'ateismo
militante, in forme rozze o becere, nelle
versioni del filosofo Michel Onfray (autore
di un caricaturale Trattato di ateologia)
o del matematico Piergiorgio Odifreddi,
ma anche dall'ateismo inconsapevole, diffuso,
di massa, dall'indifferenza che relega
tra le domande irrilevanti quelle sul
senso della vita e sull'esistenza o la non
esistenza di Dio.
Un sondaggio del quotidiano
La Croix, pubblicato alla vigilia del
forum parigino, offriva un dato sconfortante:
per la stragrande maggioranza dei
francesi (il 60 per cento) la questione
del senso della vita non si pone più, se
non in rarissime occasioni. E per il 55 per
cento è molto difficile parlare di Dio.
Sarà forse il frutto di ciò che il filosofo
canadese Charles Taylor, studioso
dell'età secolare, chiama «l'escarnazione
della fede» all'opera nelle società occidentali,
processo inverso rispetto all'incarnazione
e all'inculturazione del cristianesimo.
Sarà il materialismo pratico di chi
considera irrilevante l'ipotesi di un essere
trascendente. Sarà il «politeismo dei valori
» di cui parlava Max Weber, cioè la disponibilità
sul mercato dei beni simbolici
di proposte disparate e contraddittorie,
ma che tuttavia possono coesistere nella
stessa storia personale.
«Il fatto è che ci
troviamo oggi di fronte a un nuovo ateismo
», sintetizza padre Dominique Fontaine,
vicario generale della Mission de France.
«Un ateismo in senso proprio, cioè
"privo di Dio"». Un ateismo senza oggetto.
Perché se Dio non è morto, si è assentato,
allontanato dal nostro orizzonte. E
nello stesso tempo, per paradosso, si sono
moltiplicate le offerte di sacro, di esperienze
religiose che poco hanno a che fare
con la fede in un Dio rivelato.

Un gruppo di vescovi francesi
sul sagrato della cattedrale parigina. (foto J. JUNG/CIRIC)
La diagnosi è largamente condivisa.
Ma la prima sorpresa degli incontri parigini
è che un'inquietudine speculare affiora
nell'altro campo, tra i gentili di oggi.
«Spesso noi laici non abbiamo esaminato
ciò che l'esperienza religiosa ci insegna
dell'uomo né abbiamo considerato i benefici
della fede, della vita interiore, della
preghiera», dice Julia Kristeva, semiologa
e psicanalista che da anni ormai indaga la
fede e il linguaggio dei mistici, a cominciare
da Teresa d'Avila alla quale ha dedicato
una bella biografia.
Allora, forse più
che sulle risposte, è necessario concentrarsi
sulle domande. Perché – come ricorda
nel grande anfiteatro della Sorbona
il filosofo cattolico Jean-Luc Marion –
noi abbiamo «troppe risposte e poche
domande»: le risposte «congelano» la ricerca,
la trasformano in ideologia; le domande
ci aiutano a non adagiarci e a dubitare.
Dalle risposte – pur necessarie –
nascono la separazione e l'esclusione, dalle
domande la fraternità.
Citando il poeta Pierre Reverdy,
amico di Modigliani e di Picasso, il cardinale
Ravasi ricorda che «esistono degli
atei temibili, che si interessano a Dio più
di tanti credenti frivoli e leggeri. Ed esistono
anche dei credenti ferventi che si interessano
dell'uomo, del mondo, della storia
più di certi atei superficiali e indifferenti
». La qualità degli uni e degli altri dipende
forse dalle domande, dalla capacità di
interrogarsi e di interrogare.
Ecco allora
Fabrice Hadjadj, un giovane intellettuale
che ha preso sul serio la celebre frase di
Charles Péguy, «le spirituel est lui-même
charnel», «lo spirituale è esso stesso carnale
», e che nei suoi libri – compreso l'ultimo,
Le paradis à la porte, Seuil, 2011 –
si interroga su quanto siano profonde,
come avrebbe detto Péguy, le radici
dell'albero della Grazia, su quanto siano
incarnate, innestate nella nostra umanità.
Scongiurando il pericolo dell'unanimismo
e il sopore di simili incontri ufficiali,
Hadjadj ha gettato all'Unesco il classico
sasso nello stagno. Prendendola alla
lontana: «Quando si pretende di fondare
l'umanesimo sull'uomo stesso, accade
la stessa cosa di quando si vuole
costruire un edificio senza alcun appoggio
esterno: l'edificio crolla. Perché si innalzi,
l'edificio ha bisogno di un suolo.
Perché l'uomo si innalzi, ha bisogno di
un Cielo, di una speranza». E poi lanciando
la stoccata contro Julian Huxley, fratello
dello scrittore Aldous Huxley e primo
direttore generale dell'Unesco.

La facciata di
Notre-Dame durante lo spettacolo di luci
e suoni conclusivo dell'iniziativa. (foto P. RAZZO/CIRIC).
Biologo, Huxley coniò nel 1957 il
sostantivo «transumanesimo»
per non usare un'altra parola,
«eugenismo», ormai squalificata, dopo gli
esperimenti (eugenisti, appunto) del nazismo.
Ma, secondo Hadjadj, quel sostantivo
nuovo cela la stessa realtà: «È la stessa
cosa che si vuole: la redenzione dell'uomo
attraverso la tecnica». Il giovane studioso
cita le parole di Huxley: «La qualità
delle persone, e non la sola quantità, è
ciò che dobbiamo ottenere: di conseguenza,
una politica concertata è necessaria
per impedire all'ondata crescente della
popolazione di sommergere tutte le
nostre speranze di un mondo migliore».
E conclude: «Il "mondo migliore" di Julian
non è così lontano dal "Nuovo mondo"
del fratello Aldous. Si tratta appunto
di migliorare la "qualità" degli individui,
come si migliora la qualità dei prodotti, e
dunque, probabilmente, di eliminare o di
impedire la nascita di tutto ciò che apparirebbe
come anormale o deficiente».
Accuse eccessive? Forse. Ma la posta
in gioco è alta. Ne va della stessa definizione
dell'uomo, aggiunge Hadjadj.
«L'uomo cerca un aldilà. È per essenza
"transumano".
Ma come si realizza il
"trans" del transumano? Con la cultura e
l'apertura al trascendente? O con la tecnica
e la manipolazione genetica?». Dopo
aver citato Pascal («l'uomo supera infinitamente
l'uomo»), il filosofo ricorda che
c'è un altro modo di superare la propria
umanità, rispetto al modello prometeico
della tecnica moderna, ed è il «trasumanar» di cui parla Dante, «un grido verso il
Cielo», l'apertura «verso ciò che ci trascende
realmente». Parole che il filosofo
Rémi Brague, assertore di un ritorno alla
metafisica, e lo storico dell'arte Jean Clair,
protagonisti di un altro dibattito della
due giorni parigina, approverebbero.
Nel suo intervento, Clair indica anche
un altro elemento di incontro tra
credenti e non, il dialogo sul potere
dell'arte e sul ruolo della bellezza, perché
«la religione cattolica è invincibilmente
una religione del visibile, della carne
e del corpo: essa è necessariamente
una religione della bellezza».
Un "cortile" animato, come si vede,
forse troppo. Troppo vasti
gli argomenti e troppo forte il rischio
della genericità. Ma l'esperienza parigina
è una tappa importante, un banco
di prova, da cui trarre insegnamento per
le necessarie correzioni: un maggiore
coinvolgimento delle Chiese locali già
impegnate nel dialogo con i non credenti,
l'apertura alle molteplici sensibilità del
cattolicesimo (plurale per definizione),
la rinuncia agli spettacoli giovanilistici (come
quello per la chiusura del «Cortile»,
sul sagrato di Notre-Dame), una maggiore
cura della comunicazione.
Queste piccole
riserve, tuttavia, nulla tolgono al valore
dell'iniziativa. Quella di Parigi doveva
essere, secondo il cardinale Ravasi, la
prima tappa di «un viaggio attraverso i
deserti e le foreste del mondo, alla ricerca
del punto ultimo dove insieme, credenti
e non credenti, ci ritroveremo». E
così è stato. Con una ricchezza di suggestioni,
di stimoli, di domande di cui è impossibile
dar conto compiutamente. E
con un atteggiamento che il priore di Bose,
Enzo Bianchi, ha ben sintetizzato nel
suo intervento conclusivo al Collège
des Bernardins, quando ha ricordato il significato
primo della parola «fede», e
cioè fiducia, una fiducia fondamentale
nell'altro e nelle sue ragioni.
Cominciato nel segno del dialogo,
il «Cortile dei Gentili» ha posto al centro
della sua riflessione un'altra parola greca
citata dal cardinale Ravasi: methorios, che
in Filone Alessandrino indica la frontiera
e il suo superamento. «Superare ogni
esclusivismo e ogni fondamentalismo, così
come ogni sincretismo, per un dialogo
nella chiarezza, senza confusione e senza
facili irenismi: ecco il compito dell'intellettuale
in ricerca». Perché l'intellettuale,
per definizione, dovrebbe essere uomo
di frontiera o, come dicono i francesi, un
traghettatore, un passeur.
Piero Pisarra
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