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REPORTAGE - TOGO E BENIN

La culla del vodù
di Anna Pozzi - foto di Bruno Zanzottera/Parallelozero
  

Ouidah, cittadina del Benin meridionale, è uno dei centri mondiali più importanti del culto vodù. È qui che risiede il Daagbo Hunon, il "Papa" di questa religione africana, che sfugge a tutti i luoghi comuni. Ed è qui che il 10 gennaio di ogni anno si svolge un festival che attrae persone da tutto il mondo.

Sulla piazza di Ouidah, tra la cattedrale e il tempio del pitone, gli spiriti dei morti si librano in danze minacciose, vestiti con abiti sgargianti e scenografiche maschere. Ma non c'è nulla di folcloristico in questi rituali. Se non per il turista, che vede solo l'apparenza. Quel che si vede è solo la superficie di quel che è. Perché il vodù, che si celebra in questa piazza illuminata dai colori caldi del crepuscolo attraverso le danze dei revenant – gli spiriti dei morti –, è qualcosa di troppo complesso, articolato e pervasivo per lasciarsi scoprire da uno sguardo superficiale.

Certo, l'impatto è alquanto spettacolare e impressionante. I revenant, coperti da pesanti rivestimenti che lasciano a mala pena intuire l'individuo che li porta, corrono rabbiosi e provocatori da una parte all'altra della piazza, circondata da una folla di persone curiose ed eccitate.

Danze vodù ad Abomey.
Danze vodù ad Abomey.

C'è anche qualche turista, ma la maggior parte è gente del posto. Pare che una famiglia locale li abbia fatti "uscire". Tutti ne approfittano per godere lo spettacolo, che al di là delle apparenze, rinvia all'universo simbolico estremamente complesso della teologia vodù. E allora il divertimento si mischia alla paura, la provocazione alla soggezione.
Poco distante c'è il tempio del pitone, uno dei luoghi-simbolo di Ouidah. Questa cittadina del Benin, affacciata sull'Oceano Atlantico, è divenuta tristemente famosa per essere stata uno dei più importanti porti della tratta nel golfo di Guinea. Da qui partirono migliaia di schiavi, catturati tra le tribù vicine dal potente regno del Danxomé e rivenduti ai negrieri europei e brasiliani che li imbarcavano verso le piantagioni del "Nuovo Mondo".

Un'anziana donna di Ouidah.
Un'anziana donna di Ouidah.

Il tempio del pitone sacro, Dangbé, a cui il re Kpase aveva consacrato la città, è meta di turisti curiosi, che si affacciano titubanti alla porta di questa costruzione dove si ammassano centinaia di serpenti intorpiditi. La guida dice con fare convinto che una volta la settimana vengono lasciati liberi di andare in città a procurarsi il cibo e che poi tornano spontaneamente nel loro tempio. Inutile investigare oltre. È così e basta. Poi racconta di quando, una volta all'anno, viene fatta una cerimonia, una sorta di benedizione dell'acqua contenuta in un otre. Chiunque può immergervi la mano, fare un voto, un'invocazione o... il segno della croce. Ma perché un gesto, così carico di significato cristiano, con l'acqua benedetta da un sacerdote vodù? Anche in questo caso, il nostro accompagnatore è piuttosto perentorio nell'eludere le domande. O nel dare per scontate le risposte, che per lui appartengono a un'evidenza che ci sfugge. Del resto, la presenza, proprio lì di fronte, della cattedrale cattolica intitolata all'Immacolata Concezione – prima chiesa del Paese, consacrata nel 1907 – dice che le due cose non sono poi così distanti o rigidamente separate come vorrebbe la razionalità occidentale.

Offerte di conchiglie e monete alle vedove della cittadina di Cové.
Offerte di conchiglie e monete alle vedove della cittadina di Cové.

Ouidah, e in particolare questa piazza, sono lì a testimoniarlo con i simboli delle due religioni che si sfiorano e convivono pacificamente. Ancora oggi questa cittadina è un importante centro del vodù. Ma è proprio qui che è sorto il primo seminario cattolico, aperto nel 1914 e residenza del vicario apostolico di Ouidah, con giurisdizione su tutto il Dahomey; ed è da qui che si è irradiato il cristianesimo in Benin.

Il predecessore dell'attuale Daagbo Hunon di Ouidah, oggi defunto.
Il predecessore dell'attuale Daagbo Hunon di Ouidah, oggi defunto.

Poco distante dal tempio del pitone, il Daagbo Hunon – sacerdote o ministro sacro del Grande Serpente – ci riceve nel suo palazzo, dopo averci fatto togliere le scarpe all'ingresso e inginocchiare al suo cospetto. Si presenta come Sua Maestà Toamadjlehoukpon II, capo supremo mondiale della religione vodù. E precisa – forse per usare un'immagine a noi più familiare, ma con evidente malcelata modestia – di essere il «Papa di tutti i vodù dell'Africa e delle Americhe ». È l'undicesimo Daagbo Hunon di Ouidah. Sulla parete della sala delle udienze ci mostra i dipinti dei suoi predecessori e poi la sua foto con l'attuale presidente del Benin, Thomas Yayi Boni, venuto a rendergli omaggio dopo l'elezione dell'aprile 2006. Come a dire che il suo potere va ben oltre le cose dello spirito e dell'occulto, ma è anche molto concreto e reale, e si spinge sino alla vita politica e sociale del suo Paese.

Un particolare del portale istoriato del Museo del vodù a Porto Novo.
Un particolare del portale istoriato del Museo del vodù a Porto Novo.

«Il vodù è una concezione molto complessa, ricca di simboli e di ricerca della vita. È relazione e legame col tempo, la natura e l'universo», spiega padre Bruno Gilli, missionario comboniano e uno dei massimi esperti di questa religione. Originario di Albiano, provincia di Trento, ha oggi sessantasei anni, di cui quaranta passati in Africa. Gran parte della sua vita africana l'ha dedicata alla conoscenza e all'approfondimento delle culture e delle religioni locali, nonché allo studio di modalità di inculturazione del cristianesimo.

Padre Bruno, che ha fatto studi di antropologia ed etnologia in Francia, ha vissuto la sua avventura missionaria prevalentemente in Togo, dove non ha potuto fare a meno di interessarsi di vodù, che anche qui, non diversamente dal vicino Benin, è diffuso soprattutto nelle regioni del Sud. «In questo Paese», dice, «circa il trenta per cento dei sei milioni di abitanti è cattolico. In questi anni si stanno diffondendo rapidamente anche molte sètte evangeliche, mentre nel Nord del Paese è sempre più forte l'islam, che sta penetrando rapidamente. Ma la maggior parte della popolazione continua a professare la religione tradizionale».

Danze dei revenant.
Danze dei revenant.

In Benin, la situazione non è molto diversa. Su quasi nove milioni di abitanti, i cattolici sono il 27,1 per cento, i protestanti il 15,7 e i musulmani il 24,4, mentre gli appartenenti al vodù sono il 17,3 per cento. Qui il vodù è stato riconosciuto ufficialmente come religione a partire dal 1996. Ma le sue origini vanno fatte risalire al XVII e XVIII secolo, con la creazione e la successiva espansione del regno di Abomey. Nella religione vodù è possibile rilevare tracce delle tradizioni degli yoruba della Nigeria, dei fon del Benin e degli ewé del Togo. Lo stesso nome vodù contiene più anime linguistiche, essendo la traslitterazione dalla lingua fon di un parola yoruba che significa «Dio». Un Dio potente e distante – Mawu – a cui l'uomo, nella sua piccolezza, non può rivolgersi direttamente. Quindi fa appello a dei mediatori, i vodun, come Xu, il dio dell'acqua o il dio-serpente Dangbé, o ancora il potente Gu (Ogun in yoruba), dio della guerra e dei fabbri.

Fedeli pentecostali a Porto Novo.
Fedeli pentecostali a Porto Novo.

Quando si parla di vodù, dunque, si designa un complesso insieme di divinità e di forze invisibili di cui la natura è permeata e a cui gli uomini si rivolgono per ottenere benevolenza, favori, protezione e potere. La foresta e gli animali, l'oceano e le montagne, il sole come la luna, tutto incarna una forza sovrannaturale. Un mondo fatto di molteplici divinità, organizzate all'interno di un pantheon complesso e gerarchizzato, dove si incontrano, tra gli altri, il fulmine e la malattia, gli antenati e gli animali mitologici. I vodun sono più accessibili all'uomo. È attraverso di loro e per loro intercessione – grazie a riti, sacrifici e culti particolari – che l'essere umano si rivolge a Dio. Il quale, a sua volta, si manifesta generalmente per il tramite di queste divinità.

Il discendente dell’ultimo re di Danxomé con alcune mogli nel suo palazzo di Abomey.
Il discendente dell'ultimo re di Danxomé con alcune mogli nel suo palazzo di Abomey.

Approfondendo la conoscenza del vodù, lo si arriva ad apprezzare per la sua ricchezza e anche per i suoi valori positivi», dice padre Bruno, che sfata così tanti luoghi comuni e preconcetti, in base ai quali vodù è sinonimo solo di magia nera e di stregoneria, o peggio di satanismo, cannibalismo, sortilegi e malefici. Padre Gilli, tuttavia, resta piuttosto isolato sulle sue posizioni. I tentativi di dialogo tra cristianesimo e religione vodù esistono, ma sono ancora occasionali ed embrionali. Ciascuno, almeno a livello di autorità, va per la sua strada, anche se poi, nella vita quotidiana della gente, esistono molte commistioni, se non addirittura un certo grado di sincretismo. Non è difficile, infatti, vedere la stessa persona che esce dal tempio del pitone per poi recarsi ad accendere un cero in cattedrale, o mettersi in ginocchio davanti alla statua della Madonna e poi fare un sacrificio alla divinità protettrice. Oggi gli strumenti tipici della tradizione come i gong o i tamburi sono entrati nelle chiese, mentre chitarre e fisarmoniche possono accompagnare le processioni degli iniziati vodù. La gente indossa braccialetti di cauri e intanto sgrana il rosario.

Imbarcazioni di pescatori escono in mare dalla spiaggia di Senya Beraku.
Imbarcazioni di pescatori escono in mare dalla spiaggia di Senya Beraku.

«Quanto al dialogo interreligioso propriamente detto, qui non si muove niente», continua il comboniano. «C'è rispetto per la religione tradizionale, ma niente di più. Eppure Giovanni Paolo II aveva invitato ad Assisi nel 1986, per la Giornata mondiale di preghiera per la pace, con i rappresentanti delle grandi religioni mondiali, anche il responsabile del culto vodù della foresta sacra di Togoville. Dopo, però, mi sembra che non ci sia stato nessun altro contatto».

Alcune danze di ragazzi nel territorio del Benin centrale.
Alcune danze di ragazzi nel territorio del Benin centrale.

Padre Bruno, che ha scritto anche un volume dedicato al rito dell'Hufogbe (Bambini vodù. La nascita nella religione dei Wacì del Togo, Emi, 2004), ha provato a introdurre qualche elemento della tradizione vodù nella liturgia cristiana. «Io ho iniziato col rito del battesimo, ma sono praticamente il solo. La gente però è molto contenta; chiede perché non sia stato fatto anche in passato».

Qui il tema dell'inculturazione della fede è cruciale, se si vuole rendere più solida e coerente la formazione cristiana e dunque la testimonianza di fede. Significa proporre il cristianesimo con le categorie culturali del posto, tenendo conto della storia e delle tradizioni locali; significa introdurre nella liturgia e anche in qualche sacramento elementi tratti dal contesto culturale. «Non vedo perché dobbiamo imporre i nostri modelli occidentali », protesta il missionario. «Se l'obiettivo della Chiesa è quello di diffondere il messaggio evangelico, questo può essere fatto con strumenti diversi che tengano conto del contesto».

Danze dei revenant, che rappresentano gli spiriti dei morti che tornano sulla terra.
Danze dei revenant, che rappresentano gli spiriti dei morti che tornano sulla terra.

«Purtroppo», continua, «sul piano dell'inculturazione si sta facendo poco o niente. Sino ad ora, non si sa bene cosa fare rispetto ai culti tradizionali, specialmente per quanto riguarda quello del trono sacro delle famiglie. Si deve accettare in parte o rifiutare? In mancanza di uno studio serio e di un approfondimento, si dice semplicemente di rifiutarlo e non si va oltre». Il culto del trono sacro consiste nella venerazione degli antenati, con incontri familiari, sacrifici fatti al trono sacro della famiglia e con preghiere rivolte agli avi, perché intervengano contro i nemici del gruppo familiare. «Nel Togo», precisa il missionario, «si sta facendo qualcosa di più nella diocesi di Aneho, dove il culto vodù è più forte e ancorato alla tradizione; ma anche lì non trovo che ci sia davvero dialogo. Per certi riti legati alle nascite o alla vedovanza, si è fatto un percorso, ma ognuno si arrangia come può e vuole, "inventando" piccole cerimonie e preghiere, ma dai vescovi non arriva alcuna indicazione precisa».

La cattedrale di Lomè.
La cattedrale di Lomè.

La maggior parte della gente, tuttavia, non si pone neppure il problema. Spesso vive con naturalezza e spontaneità la propria appartenenza africana e cristiana. Come ad Abomey, dove si celebra il funerale tradizionale di una nan, una principessa della corte di Agoli Agbo, discendente dell'ultimo re, eletto con lo stesso nome, quando già i francesi avevano conquistato la capitale del regno.

Una adepta del culto di Sakpata.
Una adepta del culto di Sakpata, vodun della terra,
in occasione di un intervento presso una famiglia di Abomey.

La "nobildonna" ha già avuto un funerale in chiesa ed è stata sepolta circa nove mesi prima. Ora però comincia con la cerimonia dell'Avizilin la settimana di celebrazioni tradizionali che coinvolgono tutta la vasta famiglia allargata. Sotto due tendoni sono riuniti parenti, conoscenti, amici e autorità. Tutti indossano i coloratissimi pagne – tessuti con disegni tradizionali – scelti per l'occasione; il colpo d'occhi è alquanto scenografico. I griot cantano le lodi della defunta e intanto raccolgono fondi consistenti per tutte le cerimonie che si dovranno svolgere nei giorni successivi. Il tutto accompagnato da musiche e danze. Dopodiché solo i più intimi proseguono le celebrazioni all'interno del cortile dell'abitazione di famiglia. Lo spazio del pubblico finisce là dove comincia la dimensione degli iniziati.

Prospère De Souza.
Prospère De Souza ritratto vicino alla tomba del suo avo, Francisco Felix De Souza, avventuriero e trafficante di schiavi che divenne vicerè di Ouidah.

Non diversamente la sera, in uno spiazzo terroso alla periferia di Abomey, la gente del posto assiste a un'uscita degli spiriti della terra, gli Sakpata. Il luogo è piuttosto isolato. I turisti non arrivano sin qui. Ma anche gli abitanti del luogo possono assistere solo alla prima parte della cerimonia. Poi quella vera e propria di guarigione, per cui gli Sakpata sono stati fatti "uscire", si protrae negli spazi più intimi riservati ai sacerdoti e agli iniziati.

Danze durante una cerimonia dedicata alle vedove di Cové.
Danze durante una cerimonia dedicata alle vedove di Cové.

Basta tuttavia partecipare all'incredibile spettacolo di danze di questi "spiriti", chiamati in soccorso degli umani, per restare esterrefatti. Uomini, donne, e anche alcuni bambini si lasciano "abitare" dagli spiriti, ne incarnano i gesti e le movenze, danzando in maniera acrobatica, con un'abilità e una forza da apparire davvero sovrumani. La suggestione è grande, complice certamente la notte, il gioco di luci e ombre, i costumi, la musica incalzante... Per lo straniero è difficile capire sino in fondo quello che sta succedendo. Quello che si vede non è quello che è, quello che si sente rinvia a un universo occulto di significati inaccessibili. La notte di Abomey continua a celare gelosa molti misteri.

Una piroga nella laguna vicino a Grand Popo.
Una piroga nella laguna vicino a Grand Popo.

Un nobile di etnia fon durante una cerimonia ad Abomey.
Un nobile di etnia fon durante una cerimonia ad Abomey.

Anna Pozzi

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