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Jesus n. 12 dicembre 2010 - Home Page


Editoriale.

 
Natale, un’esperienza sempre nuova
di Antonio Tarzia
  

Natale non è solo una ricorrenza da calendario che rotola sotto il sole con il ciclo delle stagioni, non è nemmeno solo una memoria storica di un fatto del passato. Natale è un evento vivo, un accadimento, un incontro con Dio che si fa bambino per rinnovare il creato e far ringiovanire la storia dell’umanità.

La liturgia cattolica per prepararci a questo incontro organizza quattro settimane di preghiera e meditazione (tempo di Avvento), poi una novena di attesa vigile immediata e fa seguire un ottavario di approfondimento, di gioiosa presa di coscienza perché l’iniziativa del Signore è un evento che ferma il tempo all’incrocio con l’eternità. Noi non avremmo mai pensato o osato chiedere tanto... come re Acaz avremmo detto: «non voglio tentare il Signore». Ma Isaia parla ancora a noi nel nostro tempo: «Il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele: Dio con noi».

La genealogia di Gesù dataci da Matteo 1,117 innesta il Natale e il tempo nuovo nell’antichità della storia ebraica risalendo fino a Davide, il re profeta, fino ad Abramo nostro padre nella fede.

La promessa antica e il compimento della promessa sono i due binari su cui marcia l’evento che diventa presente inedito per ciascuno di noi. «L’incarnazione di Dio è la certezza che la nostra carne in qualche sua radice è santa, che la nostra storia, in qualche sua pagina è sacra. E guardando il fratello nessuno potrà più dire: qui finisce Dio, qui comincia l’uomo, perché Creatore e creatura sono abbracciati. Finito e infinito sono dentro di noi in miscela prodigiosa per intensità di progetti, per vigore di trasformazione. Dio si è fatto uomo perché l’uomo si faccia Dio. Non potevamo desiderare avventura maggiore. Natale è davvero l’estasi della storia». (Ermes Ronchi, Sciogliere le vele, p. 19, San Paolo, 2004).

Ma perché questo accada noi dobbiamo lasciarci coinvolgere, impegnare il nostro sentimento, la nostra responsabilità di cristiani aperti al Regno, alla Parola efficace di Dio, di cui siamo destinatari e testimoni. Scrive monsignor Tonino Bello: «Tommaso da Celano racconta che Francesco d’Assisi, nella notte in cui a Greggio allestì il primo presepe, mentre cantava il Vangelo durante la Messa di Natale, ogni volta che pronunciava il nome di Gesù, "si passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quel nome". Francesco che si lecca le labbra mi sembra una splendida simbologia. Deve farci capire che per annunciare Gesù non basta la conoscenza puramente intellettuale, accademica, esprimibile con i concetti raffinati della teologia. Con lui occorre un contatto che scavalchi l’approccio teorizzante, e si traduca in relazioni che facciano perno sullo spessore dell’esperienza» (Briciole di pane sapido, p. 20, Ed Insieme, 2010).

Antonio Tarzia