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UNA CITTA', UNA DIOCESI - GORIZIA

Terra di confine "condannata" al dialogo
di
Alberto Laggia - foto di Diego Zanetti
  

Una comunità multietnica e plurilingue (italiano, sloveno e friulano), a cavallo tra territori diversi, con problematiche sociali e religiose complesse: questa è la diocesi di Gorizia, erede dell’antico patriarcato di Aquileia. Non è dunque un caso che la sua vocazione sia quella di tessere relazioni, abbattere i muri, stimolare incontri e promuovere solidarietà, al di là delle barriere.
  

Che non si tratti di una diocesi italiana come le altre, lo cogli ancor prima di entrare in Curia, leggendo quanto sta alla porta dell’edificio: accanto alla scritta «Curia arcivescovile», trovi la traduzione in sloveno, «Nadskofijski urad». D’altra parte, la piazza principale di Gorizia nel Settecento si chiamava «Traunik», oggi piazza Vittoria; uno dei più rinomati dolci tipici «presnitz», ma anche «gubana»; e il più elegante palazzo della città è l’Attems-Petzenstein.

Veduta notturna di piazza Vittoria.
Veduta notturna di piazza Vittoria.

Siamo in terra di confine, un confine aperto che, però, per molti decenni è stato cortina di ferro, armato fino ai denti, l’ultimo muro europeo. Ma iniziare ritornando ai sacrari e ai ruderi delle garitte, o seguendo magari l’assurda linea di frontiera tracciata oltre sessant’anni fa da ignari soldati alleati che separavano il giardino della medesima casa, le tombe dell’unico cimitero, le verdure dello stesso orto, sarebbe un errore di prospettiva per descrivere un territorio e una cultura dove non sono affatto morte le «antiche consuetudini di convivenza patriarcale» tra razze e lingue diverse, per dirla con Guido Piovene.

Gorizia è l’unico capoluogo italiano da cui si possano raggiungere in auto due capitali in un paio d’ore: Lubiana e Zagabria. È la città che può vantare lungo l’asburgica Linea ferroviaria transalpina il ponte in pietra a una sola arcata più grande del mondo, metafora di una civiltà capace di unire e non di dividere.

La mediateca provinciale della città friulana.
La mediateca provinciale della città friulana.

Città mercantile e borghese dal sapore un po’ decadente, Gorizia è oggi un capoluogo un po’ assonnato, che si alza non prima delle otto per portare i figli a scuola, tanto i negozi aprono un’ora dopo. Niente fabbriche, solo terziario, uffici e commercianti poco intraprendenti perché abituati troppo bene, quando le dogane erano ancora funzionanti. Ma questa strana città è anche un centro che custodisce una tradizione culturale di grande prestigio: due università con 3 mila studenti per una popolazione di 37 mila residenti e un associazionismo culturale pullulante di sigle e nomi.

In questo contesto la Chiesa goriziana sta svolgendo con autorevolezza, e non da ieri, un ruolo importante di dialogo e stimolo culturale: «La complessità e varietà linguistica che contraddistingueva l’antica diocesi patriarcale di Aquileia, madre di quella goriziana, si trasferì ben presto alla nostra diocesi che comprendeva in parti quasi uguali, caso unico nel continente, i tre maggiori ceppi linguistici europei: neolatino (friulano e italiano), slavo e tedesco», osserva lo storico dell’arte Sergio Tavano, insigne personaggio della cultura goriziana, promotore degli Incontri culturali Mitteleuropei e unico membro italiano dell’Accademia nazionale di Lubiana. «Sloveni, friulani e tedeschi furono tenuti assieme dal latino prima, e dal tedesco, la lingua della cultura alta, poi. Quindi la convivenza pacifica di cittadini di tre etnie era tradizione plurisecolare. Un’altra eredità aquileiese era la ricchezza culturale, che proveniva dall’ampia autonomia nei confronti di Vienna durata fino alla Prima guerra mondiale. La contea di Gorizia aveva come competenza finanze, scuola e polizia. Altro che il federalismo leghista», esclama lo storico.

Uno scorcio del campanile del duomo di Gorizia, visto dall'interno di un negozio che vende biciclette.
Uno scorcio del campanile del duomo di Gorizia, visto dall’interno
di un negozio che vende biciclette.

Volete un piccolo esempio ancor oggi tangibile di questo ruolo pacificatore? La Chiesa di Gorizia ha contribuito in modo determinante, sotto il regime di Tito, alla costruzione della chiesa parrocchiale del Redentore a Nova Gorica. Proprio dentro la "città modello" del comunismo, senza colpo ferire. Prima, i cattolici "di là" potevano riunirsi solo al santuario mariano di Castagnevizza.

«C’è un grande rispetto della Chiesa goriziana per le tradizioni della minoranza slovena», afferma Jurij Palik, direttore del settimanale della comunità slovena in Italia, di ispirazione cristiana, Novi Glas, che vanta 2 mila abbonati tra Gorizia e Trieste. Una ventina sono le parrocchie goriziane in cui è presente la minoranza slovena e alcuni dei parroci sono di madrelingua, sebbene la crisi vocazionale ora metta a repentaglio questa prassi consolidata. «In queste parrocchie le Messe sono sia nella nostra lingua che in italiano, oppure sono bilingui. Il clero in questi ultimi cent’anni è stato di altissimo livello e ha colto la specificità di questa terra. La Chiesa ha patito molto di più la divisione delle etnie rispetto alla riduzione territoriale», afferma Palik, concludendo con una nota di speranza: «Con la secolarizzazione odierna, siamo divenuti una minoranza della minoranza, ma è ormai partito un processo irreversibile per riunire genti che si sono odiate e combattute per decenni: i matrimoni misti, che sono sempre più frequenti», parola di chi ha sposato una friulana e si esprime in un ottimo italiano.

Il centro del mosaico che segnava il confine tra Italia e Slovenia in piazza della Transalpina.
Il centro del mosaico che segnava il confine tra Italia
e Slovenia in piazza della Transalpina.

«Già nel 1958, comunque, le idee di pacificazione e di un confine aperto circolavano per opera dei cattolici goriziani», ricorda Franco Miccoli, infaticabile animatore culturale, fondatore nel 2000 di Concordia et Pax, associazione che nasce proprio attorno al tema della convivenza e del dialogo sul confine come segno di civiltà e di comunione, per aiutare a «purificare la memoria» delle tragiche divisioni del secolo scorso tra le comunità del confine goriziano: «Dalla seconda metà degli anni ’80 fu recuperata la tradizione del pellegrinaggio mariano a Sveta Gora (Monte Santo) come incontro di due Chiese (Gorizia e Koper-Capodistria), di due città e di due decanati. E si fece strada l’idea di affrontare cristianamente il silenzio sul dramma delle foibe per eliminarlo come "ostacolo" grave nei rapporti tra genti sul confine. Per voltare pagina e guardare al futuro si deve porre fine alla spartizione ideologica della storia».

La Chiesa goriziana, comunque, non è solo un catalizzatore di dialogo, ma anche propulsore di solidarietà: «La Caritas diocesana è impegnata anzitutto a favore di quanti sono rimasti senza lavoro, con l’istituzione di un Fondo straordinario di solidarietà: 400 mila euro finora raccolti e un sistema di una quarantina di tutor che seguono i singoli richiedenti, dalla presentazione della domanda e durante tutti i dieci mesi di intervento del Fondo», spiega don Paolo Zuttion, direttore della Caritas goriziana. «Nel centro storico sta per partire anche l’Emporio della solidarietà, un negozio dove le famiglie in difficoltà economica potranno fare la spesa con una speciale tessera a punti». Nell’ente gestore sarà presente un’associazione di famiglie che comprende anche rappresentanti dei fruitori del negozio, per la maggior parte immigrati.

Il mercato della frutta di corso Verdi, a Gorizia.
Il mercato della frutta di corso Verdi, a Gorizia.

E proprio sul versante dell’accoglienza degli stranieri, Caritas ha profuso uno sforzo enorme in questi anni per far fronte alla discutibile gestione del Cie (Centro d’identificazione ed espulsione) e del Cara (Centro assistenza richiedenti asilo) di Gradisca d’Isonzo che ha creato, non più di tre anni fa, una situazione di seria emergenza: «A causa delle ripetute espulsioni, anche di venti, trenta immigrati al giorno, abbiamo dovuto approntare una struttura d’accoglienza in tempi rapidissimi per dare ricovero a queste persone altrimenti allo sbando», commenta don Zuttion, che ricorda momenti di tensione e di protesta contro la politica delle espulsioni: «In Italia, se lasci fuori casa un cane ti possono arrestare, ma se sbatti fuori venti immigrati si può fare: così scrissi al ministro degli Interni Maroni».

D’altra parte, Gorizia, proprio per essere sempre stata crocevia di popoli, è una città che non conosce il razzismo, ricorda Mauro Ungaro, direttore dal 2007 del settimanale diocesano Voce isontina, distribuito in 3.500 copie. «Anche queste presenze servono a far superare l’opprimente idea del confine che incombe da troppi anni sul nostro territorio e ne condiziona lo sviluppo. Qualcosa sta cambiando, però: oggi, finalmente, sulle rive dell’Isonzo si torna a investire in cultura, e tra i più impegnati ci sono i cattolici». Il centenario della morte di Carlo Michelstaedter (1887-1910), filosofo, poeta e artista goriziano, è una grande occasione per la città di tornare a essere uno dei "salotti buoni" per gli intellettuali che si incontrano tra Friuli e Slavia, Venezia Giulia e Mitteleuropea. Mondi diversi, ma "condannati" al dialogo.

Alberto Laggia

Il municipio della città friulana.
Il municipio della città friulana.

Un’arcidiocesi su tre province

L'arcidiocesi di Gorizia si stende sul territorio di tre province: Gorizia, Udine e Trieste. È divisa in dieci decanati e conta 91 parrocchie. Dieci sono le comunità religiose presenti nel territorio. I principali santuari sono quello del Monte Santo nei pressi di Gorizia e quello di S. Maria di Barbana a Grado.

Un centinaio sono i sacerdoti diocesani. L’arcivescovo di Gorizia è monsignor Dino De Antoni (15° dalla nascita della diocesi), che ha fatto il suo ingresso pastorale il 26 settembre 1999. Il sito ufficiale della diocesi è www.gorizia.chiesa cattolica.it. Dieci parrocchie sono presenti in internet.

Segue: Una Chiesa multiforme ma integrata

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