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ATTUALITÀ - CHIESA E POLITICA

I vescovi ai laici: avanti tutta
di Vittoria Prisciandaro e Annachiara Valle
foto di Alessia Giuliani/Catholic Press Photo

  

Preoccupati per le sorti del Paese e per lo stato della democrazia, i vescovi tornano a chiedere un rinnovato impegno dei cattolici in politica. All’ordine del giorno soprattutto i temi del lavoro e della legalità intesa anche come coerenza morale della classe dirigente.
  

Hanno a cuore il lavoro, la democrazia, la lotta alle povertà, l’accoglienza, la costruzione di una casa comune dove sia rispettata la vita. Non solo nel momento del suo inizio e della sua fine, ma anche durante. Parlano con libertà i vescovi italiani. E non ci stanno a farsi strumentalizzare da chi vorrebbe tirarli da una parte o dall’altra, da chi vuole fregiarsi del titolo di "cattolico" per acquistare voti e potere, da chi si richiama all’identità solo per lasciare fuori gli ultimi e i più deboli. Il cardinale Angelo Bagnasco, nella prolusione alla 62ª Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana, tenutasi ad Assisi dall’8 all’11 novembre, si richiama esplicitamente a quei «valori essenziali intrinsecamente dotati di una forza unitiva che si esprime a più livelli e in più ambiti». E cita, come esempio, «il principio di uguaglianza tra tutti i cittadini».

A più riprese i vescovi e Benedetto XVI hanno richiamato i cattolici a un rinnovato impegno nella politica, proprio per tutelare il bene comune e incidere positivamente nello sviluppo del Paese. Qualcuno fa anche il mea culpa su come in passato i laici che si sono impegnati siano stati lasciati troppo soli e su come non sempre la voce dei pastori sia arrivata – con la stessa chiarezza – su tutte le questioni che riguardano la dignità umana. «I problemi», diceva ancora ad Assisi il presidente della Cei, «hanno oggi obiettivamente una dimensione preoccupante: famiglie in difficoltà, adulti che sono estromessi dal sistema, giovani in cerca di occupazione stabile anche in vista di formare una propria famiglia. È necessario inoltre che le riforme in agenda siano istruite nelle maniere utili, perché non si indebolisca la rappresentatività politica».

I vescovi italiani nel corso di una delle sessioni della 62ª Assemblea generale della Cei, svoltasi ad Assisi dall’8 all’11 novembre.
I vescovi italiani nel corso di una delle sessioni della 62ª Assemblea
generale della Cei, svoltasi ad Assisi dall’8 all’11 novembre.

Preoccupato per «la stabilità per il Paese intero», il cardinale ha sottolineato come «si aggiunge a livello della scena politica una caduta di qualità, che va soppesata con obiettività, senza sconti e senza strumentalizzazioni, se davvero si hanno a cuore le sorti del Paese, e non solamente quelle della propria parte. Se la gente perde fiducia nella classe politica, fatalmente si ritira in sé stessa, cade lo slancio partecipativo, tutto diventa pesante e contorto, ma soprattutto viene meno quella possibilità di articolata e dinamica compattezza che è assolutamente necessaria per affrontare insieme gli ostacoli e guardare al futuro del Paese». Sono i temi emersi anche nella recente Settimana sociale dei cattolici, tenutasi a Reggio Calabria, dove gli oltre mille delegati si sono confrontati su prospettive concrete legate al mondo del lavoro, dell’immigrazione, della partecipazione, della legalità.

E sono questioni antiche. Il politologo Franco Monaco, ex presidente dell’Azione cattolica di Milano e nostro collaboratore, nel 2003 indicava cinque questioni che interpellavano con urgenza la Chiesa italiana e i suoi pastori. Partendo proprio dalla legalità: «Principio-valore, già storicamente fragile nella coscienza collettiva italiana, è oggetto come mai in passato, di dispregio e persino di aperte, sistematiche violazioni da parte di settori cospicui della classe dirigente». Inoltre, scriveva, «c’è una lacerante divisione tra le istituzioni, tra gli attori politici, tra le forze sociali. Un conflitto endemico che lacera il tessuto sociale e intacca i princìpi democratici». E c’è una «vistosa discontinuità nel ruolo e nell’azione dell’Italia nello scenario internazionale». Inoltre, sottolineava «la dilagante religione del mercato, il pensiero unico, l’approccio aziendalistico ai problemi e ai bisogni delle persone e delle comunità che mettono a rischio i diritti sociali dei soggetti più deboli, generano smagliature nella rete di sicurezza sociale, mettono in discussione l’idea stessa del carattere universalistico dei diritti di cittadinanza». E, infine, chiedeva una risposta dei vescovi sulla «comunicazione e la cultura di massa. La concentrazione patologica del potere mediatico in poche mani fuori da ogni regola posta a presidio dell’interesse generale e tutta informata all’imperativo dell’audience e della pubblicità, che rappresenta non solo un problema per libertà, pluralismo, democrazia, ma anche un decisivo fattore di degrado morale e del costume».

Questioni mai risolte che, anzi sono andate aggravandosi e aggravando lo stato del Paese. E che i vescovi, oggi, mettono all’ordine del giorno. Con qualche segno di speranza. Cambiano le parole d’ordine, alcune mal interpretate da chi ha pensato di avere un salvacondotto proclamando a parole la difesa della vita e della famiglia e tradendo poi, con i fatti pubblici e privati, i valori che avrebbe dovuto tutelare. Non cambiano i princìpi, ma la formula "non negoziabili" appare usurata e gravida di possibili cattive interpretazioni. I vescovi chiedono la difesa della vita, tutta intera e in ciascun momento, dentro e fuori il grembo materno. Si interpellano sull’Europa. Chiedono ai laici di farsi avanti, con più formazione e forza. Ricordano quella generazione di cattolici cristianamente formati che fu capace di prendere in mano le sorti del Paese nell’immediato dopoguerra e darci una Costituzione che, come ricorda anche padre Sorge, celebra – laicamente – quegli stessi princìpi che sono i caposaldi della dottrina sociale della Chiesa. A cominciare, appunto, dall’uguaglianza degli essere umani.

Vittoria Prisciandaro e Annachiara Valle

Segue: Ritorno alla politica ardua impresa

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