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UNA
CITTA', UNA DIOCESI
- BERGAMO Anima
biancofiore voto verde-Lega
di
Annachiara Valle – foto
di Alessia Giuliani/Cpp
Il numero dei
seminaristi tiene, il volontariato è forte, il sostegno al mondo
missionario robusto. Insomma, le radici cattoliche sono ben piantate in
terra bergamasca. Eppure cresce l’intolleranza, l’egoismo e la
percentuale di consensi del partito di Bossi: una contraddizione cui la
diocesi risponde, Vangelo alla mano.
A
Fontanelle di Sotto il Monte i passi risuonano nel silenzio. Il tempo
sembra essersi fermato. Qualcuno si gira a osservare i nuovi venuti: «L’abbazia
di Sant’Egidio è su in cima, andate dritti, non potete sbagliare». L’antico
monastero benedettino custodisce quiete e bellezza. A due passi da qui
è sepolto padre David Maria Turoldo. Vi era giunto sulla scia dell’amicizia
che lo legava a Giovanni XXIII e che lo aveva indotto, poco dopo la
morte del Papa bergamasco, ad avvicinarsi alla terra natale di Roncalli
e a ristrutturare, per la sua comunità servita, il convento. Divenne la
sede di Casa Emmaus, luogo di incontro per credenti di fedi diverse. Una
vocazione al dialogo quasi in anticipo sui tempi e che tutt’ora
informa queste terre. Terre di dialogo e di lavoro. Terre contadine.
Terre di fede. Bergamo non è lontana. La città alta e quella bassa
appellano i quartieri con i nomi delle parrocchie o degli oratori. «Nessuno
dice sono del centro, ma piuttosto sono di Sant’Alessandro o di borgo
Santa Caterina», spiega un bergamasco. È appena sceso dalla sua
macchina sportiva e ci indica le cose più belle da vedere in zona: la
porta di Sant’Agostino con l’omonima chiesa, Piazza Vecchia, il
Palazzo della Ragione con la famosa meridiana a indicare le ore, la
basilica di Santa Maria Maggiore...

Veduta di Piazza Vecchia, a Bergamo alta,
uno dei luoghi più suggestivi
della città. Sullo sfondo è ben visibile il Palazzo della Ragione.
La
gente sembra non avvertire la contraddizione tra la sobrietà che da
sempre è propria di questo popolo e le Ferrari che percorrono i
tornanti, tra il lamento per una crisi economica che costringe le
aziende a chiudere e le file per l’aperitivo nei caffè più
esclusivi. «Rischiamo una lacerazione tra ricchi e poveri, tra italiani
e stranieri», dice don Claudio Visconti, direttore della Caritas
diocesana. «Una società che è sempre stata coesa sta subendo spinte
alla disgregazione. Quando c’è crisi, chi ha dei soldi vive meglio
perché i prezzi calano. Cresce la paura del futuro, ma sul momento non
ci sono difficoltà, anzi. I problemi drammatici sono per chi perde il
posto di lavoro. All’inizio, quando la crisi è cominciata, non tanti
nutrivano timori perché a perdere il lavoro erano soltanto gli
immigrati, le persone con i contratti più deboli. Gli italiani, al
più, andavano in cassa integrazione, ma con la prospettiva di essere
ricollocati. Adesso, invece, il calo dell’occupazione tocca anche i
bergamaschi e chi finora ha usufruito degli ammortizzatori sociali ha
tristi prospettive. La crisi infatti non è passata e quella che doveva
essere una disoccupazione temporanea rischia di diventare vera e propria
perdita del posto di lavoro». Gli studi della Caritas, ai cui sportelli
nell’ultimo anno si sono rivolte 14 mila persone con altrettante
famiglie alle spalle, dicono che il 5 per cento della popolazione
bergamasca corre il rischio di una povertà strutturale.

L’orologio solare inciso sul pavimento
del porticato del Palazzo della Ragione.
«Un
altro pericolo», aggiunge don Visconti, «è quello di vedere la nostra
tradizionale sobrietà trasformarsi, in situazioni del genere, in
egoismo. Chi ha paura del futuro, anche se oggi è agiato, invece di
investire in solidarietà può essere tentato dall’individualismo e
dal "si salvi chi può"». La Chiesa bergamasca sta lavorando
su questo fronte, «non solo per assistere le persone in difficoltà»,
dice il direttore della Caritas, «ma per far crescere le comunità. Le
parrocchie stanno facendo lo sforzo di trasformarsi da "luoghi di
prossimità" in "luoghi di condivisione". Le nostre
parrocchie, in altre parole, cercano di contrastare questa separazione
tra ricchi e poveri e diventare degli spazi nei quali non solo si
ascolta e si aiuta l’altro, ma si condivide il cammino, così che la
fatica di alcuni diventa fatica portata insieme da tutti. Non si sta
solo accanto a, ma insieme con».

Una fedele nella chiesa di Sant’Agata
del Carmine.
Parrocchie e oratori sono le due realtà nelle quali la Chiesa
bergamasca investe maggiormente, secondo anche le indicazioni dell’ultimo
Sinodo celebrato in diocesi dal 2006 al 2007. Il vescovo Roberto Amadei,
che ha guidato la diocesi fino al 2009, nel suo ultimo anno ha
inaugurato oltre 100 oratori e altrettanti ne sta visitando il suo
successore, monsignor Francesco Beschi. «L’oratorio è un patrimonio
di tutta la città e istituzioni laiche e religiose, singoli cittadini e
fedeli, se ne prendono cura», sottolinea don Maurizio Chiodi, docente
di Teologia morale. «La ricchezza della Chiesa di Bergamo, le sue belle
strutture», continua, «non nascono da investimenti economici, ma sono
il frutto della generosità e del lavoro dei fedeli. La Chiesa è molto
radicata nel territorio e la gente, dal punto di vista pastorale, è
legata alla tradizione nel senso positivo del termine. C’è una grande
sensibilità religiosa e – seppure, come gli altri, siamo attraversati
da tutte le tensioni della post-modernità, dalle spinte
individualistiche, dalla difficoltà di creare legami – credo che qui,
come comunità cristiana possiamo giocarci la chance di riuscire
a raccogliere l’eredità traducendola nei modi corretti. È, in fondo,
quello che è stato fatto, negli anni Settanta con il seminario. Abbiamo
superato la crisi di quegli anni riformandoci nella direzione indicata
dal Concilio e assumendo un volto più adeguato ai tempi sia sotto il
profilo umano che cristiano».

La città vista dal punto più alto della
Rocca.
Con
i suoi 200 seminaristi, dei quali 70 studenti in teologia, Bergamo ha
uno dei seminari più grandi d’Italia. Da qui esce un clero numeroso e
giovane. Una presenza tale da «strutturare quasi naturalmente la Chiesa
attorno al sacerdote». Qualcuno lamenta un certo "clericocentrismo",
quasi una incapacità del laicato ad assumere decisioni e
responsabilità. «Pur formato e maturo», nota don Silvano Ghilardi, ex
assistente nazionale dei giovani di Azione cattolica e oggi parroco a
Zanica, la vicaria più grande delle 28 in cui è divisa la diocesi, «i
laici stentano ad agire in prima persona. Consigliano, dialogano,
intervengono. Ma poi, quando si tratta di decidere, si ricorre sempre al
sacerdote».
Una propensione sottolineata anche dal Sinodo, che non a caso ha
chiesto ai laici un maggior protagonismo dentro e fuori le mura della
chiesa. «Un’altra grande tentazione», aggiunge don Chiodi, «è
quella di rinchiudersi nello spazio del sacro. Il cammino sinodale,
invece, nel rimettere al centro la parrocchia, ha specificato che non si
tratta della parrocchia pensata dal concilio di Trento – che pure ha
avuto molti meriti – ma di quella del Vaticano II, vale a dire una
parrocchia missionaria, che ha anche il coraggio di porsi in forme nuove».

Vita notturna nella Bergamo alta.
Collaborazioni tra parrocchie, comunità presbiterali che operano in
un territorio più ampio, un sacerdote con dei laici a servizio di più
parrocchie, «una Chiesa estroversa che viva la fede e che la avverta
come qualcosa che si pone a servizio di tutti gli uomini, che sia capace
di andare oltre i confini – non solo territoriali, ma quelli dell’esistenza
e dell’esperienza umana –, sono tutte forme nuove da sperimentare»,
aggiunge monsignor Beschi. «La nostra è una Chiesa missionaria e non c’è
missione se non a partire dall’esperienza della comunità. Non
cerchiamo operazioni di architettura "aziendale", ma forme
nuove che sappiano renderci capaci di camminare in mezzo e insieme agli
uomini».
Missione
è un termine che ricorre
spesso nel vocabolario dei bergamaschi. «Grazie ai nostri missionari
che aprirono i loro centri in Bolivia abbiamo uno scambio molto profondo
con l’America latina», sottolinea Gilberto Bonalumi, segretario
generale della Rete Italia America latina. «Con poche parole e
molti fatti siamo intervenuti spesso nelle situazioni di conflitto di
quei Paesi». Personaggio di spicco della Bergamo bianca di
democristiana memoria, Bonalumi si rammarica oggi del modo in cui «la
Lega stia cancellando una cultura della solidarietà concreta e dell’accoglienza,
con proclami che danneggiano il tessuto sociale». Anche se poi –
spiegano a Bergamo – in realtà ai proclami non seguono i fatti, «perché
qui c’è bisogno degli immigrati, anche quando sono clandestini».

Portico in Piazza Vecchia.
Sui muri di un oratorio campeggia la scritta Meglio negri che
terroni. «I marocchini, anche irregolari», spiega senza tanti giri
di parole un passante, «vanno a vendere sulle spiagge di Rimini i
nostri manufatti. Mentre i finanzieri, quasi sempre meridionali, ci
bloccano le macchine e ci chiedono la bolla di consegna. Allora, anche
se chiediamo leggi contro gli immigrati, poi in realtà li aiutiamo a
restare».
Aggiunge
Ettore Ongis, direttore dell’Eco di Bergamo: «Anche noi ci
siamo accorti che un conto sono le dichiarazioni dei leghisti, e un
altro le loro azioni. È importante che non si diffonda una cultura dell’intolleranza,
ma i bergamaschi sono persone concrete e generose e non credo che alla
lunga possa reggere un atteggiamento di chiusura». Il giornale che
Ongis dirige è un piccolo miracolo: un quotidiano «di ispirazione
cristiana» che è una sorta di carta di identità per i bergamaschi di
tutto il mondo. Un giornale che, fin dalla sua nascita, il 1° maggio
1880, dichiarava di voler seguire tutto ciò che riguardava la vita
delle persone senza escludere l’agricoltura, l’industria, il
commercio. Con un obiettivo che è rimasto quello dell’intera diocesi:
perseguire «le esigenze di vero bene pubblico».
Annachiara Valle

Interno della basilica di Santa Maria Maggiore.
| Una
perla di seminario
Con
i suoi 2.450 chilometri quadrati, la diocesi di Bergamo copre otto
decimi dell’omonima provincia. Le 390 parrocchie servono una
popolazione di poco più di 950 mila abitanti. Di esse, una sorge
in territorio bresciano e 14 appartengono alla provincia di Lecco.
I sacerdoti secolari sono oltre 800, ai quali si aggiungono altri
180 sacerdoti regolari e 6 diaconi permanenti. Alto anche il
numero delle religiose, che arrivano a circa 2.500.

Interno della basilica di Santa
Maria Maggiore.
Il seminario vescovile, istituito
in applicazione del Concilio di Trento il 1° ottobre 1567, fu il
settimo eretto in Italia e nel mondo. Oggi intitolato a Giovanni
XXIII, accoglie oltre 200 seminaristi. La diocesi è guidata da
monsignor Francesco Beschi, che ha fatto il suo ingresso ufficiale
il 15 marzo 2009. È succeduto a monsignor Roberto Amadei, vescovo
della città per 18 anni. Monsignor Amadei, che aveva dato le
dimissioni il 22 gennaio per motivi di età, è morto il 29
dicembre del 2009.
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Segue: La
politica dell’egoismo? È anticristiana
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