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UNA CITTA', UNA DIOCESI - CREMA

Intervista a Oscar Cantoni
Giovani e disoccupati al primo posto

di Sara Laurenti - foto di Diego Zanetti
  

Dai modi informali e affabili, il vescovo di Crema ha un po’ di fretta, anche se lo fa solo intuire: di sabato pomeriggio di solito confessa in duomo. «Ci tengo a mantenere il contatto con le persone, con la mia comunità, a capire come gira il fumo». È un uomo sempre in movimento monsignor Oscar Cantoni, comasco, classe 1950, e lo è stato anche prima di diventare pastore. Nella diocesi di Como ha contribuito alla nascita e allo sviluppo dell’Ordo Virginum e nel 2003 è stato nominato vicario episcopale per il clero. Nel corso degli anni ha predicato numerosi ritiri spirituali a sacerdoti, consacrati e laici in varie diocesi italiane. È entrato a Crema come vescovo nel marzo 2005, ma dice di non essersi ancora abituato ai grandi spazi del palazzo vescovile.

Monsignor Oscar Cantoni, vescovo della diocesi lombarda.
Monsignor Oscar Cantoni, vescovo della diocesi lombarda.

  • Qual è la sua preoccupazione maggiore da quando è alla guida della diocesi?

«Ciò che mi sta particolarmente a cuore sono i giovani. Oggi i praticanti hanno oltre 50 anni. Come diocesi siamo alla ricerca di linguaggi nuovi: certe espressioni della fede hanno fatto il loro tempo e dovrebbero lasciare il posto ad altre manifestazioni. Solo in questo modo si incoraggiano e si coinvolgono i giovani nella Chiesa. C’è quindi l’esigenza di una testimonianza di fede che "parli al loro cuore". Proprio per questo, nel mese di luglio, con 100 giovani della diocesi andremo in Terrasanta. E a settembre ci sarà una "Missione Giovani". Vogliamo raggiungere quelli che sono "lontani" nei loro stessi ambienti: quelli del divertimento e della scuola».

  • Ha in mente, a questo proposito, qualche esperienza significativa?

«Sì, un’esperienza significativa l’abbiamo vissuta di recente con il gruppo "Sentinelle del mattino". Grazie a loro, che invitavano giovani di passaggio a entrare in chiesa, molti si sono accostati alla confessione: siamo rimasti insieme a loro fino alle 2 di notte. Dal 2006 ci tengo a predicare gli esercizi spirituali ai diciottenni della diocesi. Mandiamo un invito ai ragazzi delle quarte superiori sia nelle parrocchie sia nelle scuole. Fra poco ci sarà un ritiro di tre giorni per chi ha aderito al nostro appello. Poi li seguiamo per tutto l’anno e la Domenica delle Palme pronunciano la loro professione di fede. Quest’anno hanno aderito 15 ragazzi che si impegneranno solennemente nella vita cristiana in parrocchia o altrove. In realtà ho pensato anche agli universitari e in questi cinque anni ho rimesso in piedi la Fuci. Per gli adulti, invece, abbiamo creato il gruppo dell’Ucid (imprenditori cattolici) e sto lavorando anche con i medici e gli insegnanti statali credenti. Oltre ai giovani, è importante dire ai genitori che la vita cristiana è realizzante. Ma cerco di non dimenticarmi di nessuno. Da giovedì a domenica mi dedico alle visite pastorali e incontro anche anziani e malati. Li vado a trovare anche in casa, se c’è bisogno».

Il parco del Campo di Marte.
Il parco del Campo di Marte.

  • La diocesi come ha affrontato la crisi economica che ha colpito la zona?

«Nella nostra Chiesa si sta facendo molto per venire incontro alle sempre più numerose richieste di aiuto. Chi ha ricevuto di più, ha il dovere di impegnarsi di più in qualche scelta di carità, per esempio, aderendo all’iniziativa della "decima mensile", che propone la destinazione di una quota stabile del proprio reddito per chi vive situazioni di disagio. Anche i nostri preti diocesani hanno donato una percentuale del loro stipendio per questa causa. A oggi il progetto "Fondo Famiglie Solidali", proposto dalla nostra Caritas diocesana, grazie alla collaborazione di tutti, ha raggiunto 300 mila euro, a favore delle famiglie che hanno perso il posto di lavoro».

  • Qualcuno sostiene provocatoriamente che a volte in diocesi si fa molto, ma si pensa poco...

«A volte si decide poco, direi. Io dico sempre che l’ottimo è nell’al di là e che qui bisogna fare il possibile. Ma non sono d’accordo con chi dice che non si pensa molto. Bisogna imparare a faticare insieme, a pensare non da soli, ma come comunità. Questa è la sfida».

Un'anziana donna in preghiera all'interno della chiesa della SS. Trinità.
Un’anziana donna in preghiera all’interno della chiesa della SS. Trinità.

  • Nell’ultimo consiglio pastorale diocesano è stato discusso il ruolo del prete nella Chiesa locale anche in vista della drastica diminuzione del numero dei sacerdoti nei prossimi 10-15 anni...

«Il problema è reale, ma è importante partire dal concetto dell’indispensabilità dei preti. Certo, il laicato deve assumersi sempre di più delle responsabilità all’interno della Chiesa locale, ma non deve mai porsi in concorrenza ai presbiteri. L’ultima volta al Consiglio pastorale ho posto questa domanda: come vedete i vostri preti e come li vorreste? Nei prossimi anni bisognerà formare delle figure ministeriali dedicate, negli oratori, tra la gente. E in questa prospettiva si pone l’esperienza del diaconato permanente che stiamo avviando in questi mesi: sarà importante tuttavia trovare al diacono sposato la giusta collocazione».

  • Che cosa vuol dire essere vescovo della più piccola diocesi lombarda?

«Significa poter fare il padre, creare relazioni, essere punto di riferimento per la propria comunità avendo sempre uno sguardo di verità, ma nello stesso tempo di compassione e tenerezza. Per amore della verità, devo anche dire che mi sento un vescovo educato dal mio popolo. Essere pastore in un territorio dalle distanze così ridotte vuol dire poter incontrare tutti. Di contro, c’è il rischio di una certa chiusura che bisogna invece rifuggire. Qui la qualità di vita è alta, non c’è aggressività diffusa come altrove. Negli ultimi anni è cambiato lo scenario sociale del territorio: l’hinterland è diventato un po’ il dormitorio di molti che gravitano su Milano e anche di molti immigrati che fanno fatica a inserirsi nel tessuto sociale cittadino. Io sprono sempre i cristiani a offrire amicizia e a compiere gesti concreti di carità: siamo chiamati a umanizzare la società, a essere i motori di un vero laboratorio di pace e convivenza. Solo se saremo capaci di condividere con i poveri, quelli lontani ma anche quelli vicini (se pure dignitosamente non lo danno a vedere), saremo in grado come singoli, come famiglie, come comunità, di narrare la storia d’amore di un Dio che non ha vergogna di abitare in mezzo a noi, per poterci arricchire con la sua povertà. E in questi anni c’è anche la nuova prospettiva della convivenza con le altre religioni, in particolare con gli ortodossi, sempre più numerosi grazie alle molte badanti presenti in città. Da poco ho dato in gestione la chiesa di Santa Maria Stella a Crema a due comunità ortodosse: i russi e i rumeni, che devono imparare a convivere. La chiesa della Madonna di Lourdes è stata resa disponibile invece per i cattolici rumeni di rito greco».

Sara Laurenti

Jesus n. 7 luglio 2010 - Home Page