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CULTURA - CARL ANDERSON 

San Giuda Superstar
di Enzo Romeo
  

Fu l’indimenticabile co-protagonista di Jesus Christ Superstar. Carl Anderson, afroamericano della Virginia, era Giuda. Che con Ted Neeley-Gesù stabilì sul set una profonda amicizia, durata fino alla sua morte, avvenuta nel 2004 a causa di una leucemia.
  

Gesù e Giuda amici per sempre. Anche dopo il tradimento e la crocifissione. Non è un vangelo apocrifo, è la storia vera di due uomini, due cantanti e attori. Ted Neeley, ovvero Gesù, un bianco texano; e Carl Anderson, ossia Giuda, afroamericano della Virginia. Magnifici protagonisti di Jesus Christ Superstar, il film diretto nel 1972 da Norman Jewison e tratto dall’opera rock di Tim Rice e Andrew Lloyd Webber.

Carl se n’è andato nel febbraio 2004. I medici gli diagnosticarono una leucemia mentre era in tournée nei teatri americani con l’ennesima versione di Superstar. Ted stenta ancora a farsene una ragione, sente di aver perso un fratello. Quando lo ricorda non riesce a trattenere le lacrime: «Mi manchi, Carl», sussurra guardando nel vuoto. Poi racconta l’ultima volta che lo vide nei panni di Giuda: «Accadde in luglio, sette mesi prima della sua morte, a Filadelfia. Carl fu magnifico, vibrante come non mai. S’era ancora migliorato. Ormai era entrato completamente dentro il personaggio, ne aveva compreso a pieno il tormento». Ai suoi funerali Ted cantò I Only Want To Say, il brano del Getsemani. «Ho provato la stessa emozione di quando lo cantai nel film», dice mentre si asciuga gli occhi umidi.

Carl Anderson in una scena di Jesus Christ Superstar.
Carl Anderson in una scena di Jesus Christ Superstar.

Jesus Christ Superstar cambiò la loro vita radicalmente. Ted aveva 28 anni, Carl 26. Frequentavano i templi del musical. Ted, in realtà, aveva fatto il primo provino per il ruolo di Giuda nella versione teatrale di Superstar, ma lo scritturarono nel coro, finché a Los Angeles non si resero conto che era la persona ideale per interpretare Gesù. Carl era il sostituto di Ben Vereen, attore e ballerino di colore ben più famoso di lui, chiamato al ruolo di Giuda nel Superstar di Broadway. Ma Ben si ammalò e così toccò a Carl andare in scena.

Jewison li convocò a Londra. Voleva vederli insieme prima di scritturarli. Fecero il viaggio in aereo uno accanto all’altro preparandosi mentalmente all’incontro decisivo col regista. Per Carl c’era un problema in più, era un ragazzo di colore. Che avrebbe detto la gente? Un Giuda nero sarebbe apparsa una provocazione? Norman Jewison ricorda: «Ero molto preoccupato per il ruolo di Carl e lo era anche lui. Non volevamo che il film fosse criticato dal punto di vista razziale. Carl disse: "Perché mi hai scelto?". Risposi: "Ti ho scelto per il tuo talento, non per il tuo colore". E lui: "Allora accetto"».

Senza quasi rendersene conto Ted e Carl vennero catapultati in Israele, sui luoghi della Bibbia. A Beersheba, nel deserto del Negev, tra le rovine della fortezza di Erode; lungo le rive del Mar Morto, nei pressi di Qumran; a Cesarea, in mezzo ai resti dell’antico porto romano. «Fu un’esperienza straordinaria», dice Neeley. «Per girare la scena iniziale, con il cast che arriva nel deserto, Norman prese in prestito il bus del mio rock-tour. Carl Anderson apparve con un berretto con la scritta Thedis, che voleva dire più o meno "il contrario di". Aveva la voce più incredibile del mondo». Ted ammette: «Carl fu il numero uno. Nel film è Giuda che tiene insieme tutta la storia e lega ogni personaggio. Ciò che osserviamo lo facciamo dal suo punto di vista, con i suoi occhi. Giuda considera Gesù – per l’appunto – una superstar e così si fa prendere dai problemi legati al successo terreno, dimenticando il vero messaggio».

Il regista pretese che durante le riprese il cast vivesse il più possibile diviso in clan, proprio come nella storia del film. C’era il gruppo di Giuda, quello degli apostoli, quello dei sacerdoti... Nelle pause un gruppo sfidava l’altro in accese partite di pallavolo. Eppure ci fu un’intesa perfetta fra tutti, attori e troupe. Neeley conobbe lì la donna che sarebbe divenuta sua moglie, Leeyan Granger. «Era una delle ballerine del gruppo di Giuda, perciò era difficile frequentarsi. Iniziammo a uscire insieme solo quando era tutto finito. Norman Jewison non mi permetteva di entrare troppo in confidenza con qualcuno del set, ero un sorvegliato speciale. E in più Leeyan faceva parte della fazione di Giuda».

La salita al Monte Calvario (UNIVERSAL PICTURES).
La salita al Monte Calvario (UNIVERSAL PICTURES).

Sul set, nel deserto, c’era un caldo formidabile: quando il sole era a picco la temperatura sfiorava i 50 gradi. Quei giovani recitavano e ballavano con incredibile energia nella polvere del Negev senza disdegnare a volte l’ausilio di qualche droga. Era una dimensione hippy, giovanilistica, ma non superficiale. Alla fine tutti restarono segnati da un’esperienza che aveva costretto ciascuno di loro a scendere nelle profondità della propria anima. Ricorda Jewison: «Il cast era un miscuglio di cristiani, ebrei, musulmani. Tutte le tre grandi religioni monoteiste erano rappresentate e c’erano anche due buddhisti. Dal punto di vista religioso, eravamo straordinariamente integrati. Molte persone le prendemmo sul posto. Gente di passaggio o che abitava nei dintorni. C’erano anche tre macchinisti italiani che manovrano una gru Atlas ed era fantastico il modo in cui la facevano muovere, con un ritmo e una tale grazia!».

Si procedeva in un perfetto e fecondo isolamento. «La gente che lavorava al film», spiega il regista, «non tornava a casa la notte, non parlava con gli agenti, non guardava la tv, niente. Eravamo da soli, in un Paese straniero. Fu questo, credo, che fece avvicinare le persone tra loro e che fece in modo che questo film diventasse la nostra vita, un’esperienza da affrontare tutti insieme». Aggiunge Neeley: «Tutti ci sentivamo coinvolti in quel che stavamo facendo. Eravamo dei nomadi, una tribù di artisti venuti a compiere la nostra missione nel deserto. Ed eravamo amici, come lo erano stati Gesù, Maria Maddalena, gli apostoli, Giuda. Persone che avevano attraversato la vita, preso le loro decisioni giuste o sbagliate. Quel che succede a ognuno, ogni giorno. Perciò Superstar ha funzionato».

In questo contesto così particolare, a metà tra un eremo e una comune, crebbe l’amicizia tra Gesù-Neeley e Giuda-Anderson. «Carl e io», racconta Ted, «durante la lavorazione andavamo spesso a rileggerci le pagine de L’ultima tentazione, il libro di Nikos Kazantzakis, da cui nel 1988 Scorsese trasse il film omonimo. Eravamo cresciuti entrambi nel sud degli Stati Uniti sotto lo sguardo della Chiesa battista e conoscevamo la Bibbia benissimo. Ma ci serviva un altro punto di vista, per individuare gli elementi umani, non solo religiosi».

Nel ruolo che gli era stato affidato, Anderson si era portato dietro tutta la sua storia. Era uno dei dodici figli di un operaio di acciaieria e di una cucitrice. Alla Dunbar High School, dove si diplomò, vigeva la segregazione razziale. «Carl aveva un volto, uno sguardo innocenti», dice Neeley. Ma anche tanta voglia di riscatto, di arrivare a realizzare i suoi sogni. Si iscrisse alla Howard University e divenne voce solista della rock band Second Eagle. Quando un produttore vide in Tv una clip della band suonare musiche da Jesus Christ Superstar, ancora mai eseguito negli Stati Uniti, scritturò Anderson e per lui fu la svolta.

«Con la scena del tradimento tra me e Carl iniziò qualcosa di profondo che durò nei trent’anni successivi». Ted Neeley si interrompe, riprende a piangere in silenzio e torna a sussurrare: «Mi manchi, Carl». Poi riannoda il filo dei ricordi: «Quante lacrime versammo recitando quella notte, nell’orto degli ulivi. Poi rimanemmo a discutere a lungo. Parlammo di ciò che ci attendeva il giorno dopo. Oh, l’intensità emotiva che provammo in quei giorni! Sperimentavamo qualcosa di profondo, ciò che la gente sogna di vivere in un rapporto tra due persone. La storia di Gesù e del suo tradimento ci univa e ci rendeva forti». Una forza che sfidava i pericoli e li superava. Come accadde nella scena dell’impiccagione, a Cesarea. «L’albero era vicinissimo all’orlo di un dirupo e al primo ciak la corda si ruppe. Carl stava per precipitare e io ero lì a guardare, anche se era una scena che ovviamente non prevedeva la mia partecipazione. Ma volevo viverla lo stesso, ed ero lì, da spettatore. Grazie a Dio ero lì! Perché allungai il braccio e Carl si aggrappò alla mia mano mentre cadeva. Ero proprio di fronte alla cinepresa». Insomma, sul set Gesù salvò Giuda e chissà che non sia andata così anche nella realtà.

Ma quello non fu l’unico episodio che fece riflettere durante la lavorazione del film. Ted parla lentamente, mette a fuoco fotogramma per fotogramma ciò che visse in quei giorni: «Sul set quando arrivavamo alla fine della giornata, e ci preparavamo per prendere il bus e tornare in albergo, ciò che mi opprimeva è che dovevo passare accanto al luogo della sequenza della crocifissione. Ero costretto a ricordare sempre quello che stava per succedermi. "Qualunque cosa accada – pensavo – ti appenderanno lì prima della fine". Per me vedere ogni giorno il Golgota era una specie di premonizione. Era duro ma serviva a meditare. Quel luogo mi ricordava costantemente cosa sarebbe accaduto. Probabilmente è la stessa esperienza che ebbe Gesù».

Durante le riprese della crocifissione il tempo cambiò improvvisamente. «In quella parte di Israele non pioveva da un’infinità di tempo e all’improvviso ci fu un vento fortissimo e si scatenò un temporale violento. Il regista disse a tutti di andare via perché era pericoloso, ma io ero piantato lì, sulla croce. Sentivo gridare col megafono: "Tiratelo giù, tiratelo giù!". Dopo, quasi crollai. Ma sono ancora qui, sebbene quella scena mi abbia cambiato dentro».

Jewison è più distaccato nel racconto, ma anche lui assistette a un fatto che gli ha lasciato un punto interrogativo e molta commozione. Riguarda le riprese dell’ultima scena del film, che si chiude con il sole che tramonta sul crocefisso. «Mentre stavo girando questa scena accadde qualcosa di assolutamente imprevisto. Apparve dal nulla una figura. Avrei dovuto interrompere le riprese e invece continuammo a girare. Mi accorsi allora che si trattava di un pastore e il gregge di pecore lo seguiva come si segue uno spirito, mentre il sole spariva. Fu una cosa che ci travolse tutti. E rimanemmo lì, in lacrime, senza sapere cosa fare. Dovevamo solo filmare un tramonto, invece...». I critici scrissero che con quel finale il regista ha voluto significare che Cristo è morto ma il suo messaggio non è stato perso. Solo che il pastore non era nel copione, era apparso dal nulla, così che alla troupe sembrò un segno o un presagio.

Regista e produttori temevano molto le polemiche che avrebbe potuto scatenare Superstar. In fondo, era la prima volta che si vedeva un Gesù cantare. La fede religiosa è sempre un nervo sensibile nel pubblico e i più fondamentalisti non avrebbero gradito l’impostazione molto "terrena" del film. Norman Jewison afferma di aver incontrato gli inviati del Vaticano a Londra: un monsignore non meglio identificato e un inviato de L’Osservatore Romano. Presso i Pinewood Studios li fece assistere in anteprima alla proiezione della pellicola. «Trattenni il respiro perché non sapevo quale sarebbe stata la loro reazione. Quando uscirono erano senza parole, travolti dall’effetto emotivo provocato dal film. Riferirono tutto a Roma, venni contattato e inviai una copia per farla proiettare a papa Paolo VI. Così ottenemmo l’appoggio della Chiesa cattolica». Pare che nei Sacri Palazzi fossero entusiasti anche dell’interpretazione degli attori. Ted Neeley ricorda: «Qualcuno a Roma disse: "Il ragazzo che fa Gesù dovrebbe essere canonizzato". Oggi risponderei: se c’è qualcuno da santificare, quello è Carl». Cioè Giuda.

Enzo Romeo

Jesus n. 6 giugno 2010 - Home Page