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INCHIESTA - LO SCANDALO PEDOFILIA

Golser: esame di coscienza
per la Chiesa italiana

di Vittoria Prisciandaro
  

Karl Golser è lo "straniero" della Conferenza episcopale italiana. Il vescovo di Bolzano-Bressanone ha l’aspetto, lo stile e l’accento austro-germanico. E nelle strategie pastorali la sua diocesi, che ha come lingue ufficiali anche il tedesco e il ladino, guarda con interesse all’esperienza delle Chiese del Nord Europa. Così Golser, 67 anni, presidente dell’Associazione teologica italiana per lo studio della morale, è stato il primo vescovo italiano a prendere provvedimenti molto concreti nei confronti dei casi di sacerdoti pedofili, istituendo un telefono dedicato alle denunce di abusi commessi in diocesi da consacrati ai danni di minori.

  • La portata dell’intera vicenda "Chiesa e pedofilia" a livello mondiale, e il risalto avuto sui media, l’hanno sorpresa o, dopo i fatti americani, si aspettava che prima o poi si sarebbe scoperchiata anche la pentola europea?

«Dopo i casi americani, nella nostra diocesi abbiamo istituito un ufficio diocesano per presunti casi di molestie sessuali a cui potevano rivolgersi tutti coloro che volevano segnalare eventuali abusi oppure avevano domande da porre al riguardo. A proposito dei media vorrei sottolineare che gran parte di essi, con i loro articoli, non hanno fomentato una campagna di odio contro la Chiesa, ma hanno messo a tema i suoi errori. Senza la pressione dei media, questa crisi non sarebbe stata esaminata così a fondo. Ci potranno essere anche dei media che hanno abusato del tema, ma molti servizi d’informazione hanno contribuito a creare un clima costruttivo di dialogo».

La sede dell'Istituto Provolo, a Verona. Molti dei religiosi dell'istituto sono stati accusati di abusi sessuali su minori.
La sede dell’Istituto Provolo, a Verona. Molti dei religiosi dell’istituto
sono stati accusati di abusi sessuali su minori (foto L. Bruno/AP).

  • A suo parere, in Italia cosa occorre fare nei prossimi mesi?

«Un esame di coscienza. "Le vittime hanno la priorità": questo deve essere il motore e il nucleo del nostro agire. Le vittime non sono nostri nemici, ma coloro per i quali siamo responsabili. Intendiamo assumerci la responsabilità e parlare con le vittime. Occorre esaminare a fondo le accuse. Questo è necessario e doloroso allo stesso tempo, ma lo dobbiamo fare per chi ha subito violenza. Talvolta si è detto che in Italia non è stato dato molto peso alle vittime di abusi. Non sono d’accordo: lo ha fatto il Santo Padre, il quale ha affrontato questo tema senza compromessi già dal suo viaggio in America e ha richiesto assoluta trasparenza per far piena luce sulla verità e per poter aiutare sia le vittime che i colpevoli; lo hanno fatto diversi vescovi diocesani e anche la Conferenza episcopale italiana, che è intervenuta con chiarezza e ha invitato ad agire di conseguenza. Adesso il compito dei vescovi sarà soprattutto quello di impegnarsi maggiormente per riconquistare la credibilità della Chiesa e la fiducia perduta».

  • Fino a ieri questo della pedofilia sembrava un argomento tabù, nessuno ne parlava. Oggi invece tutti dicono la loro. È cambiata in questi anni la percezione della gravità del fenomeno e del reato? In passato si è sottovalutato il problema?

«Negli anni passati si è affrontato in modo diverso il problema degli abusi sessuali e dei colpevoli, anche perché si era convinti di risolvere il problema spostando il diretto interessato. Oggi è chiaro che questa soluzione non va bene né per la vittima né per il colpevole. Inoltre ciò che è cambiato decisamente è il clima nel quale si parla degli abusi. A tale riguardo la Chiesa ha contribuito molto a creare un clima di dialogo. Molte vittime, per anni, non sono riuscite a esprimere ciò che hanno subìto, non hanno avuto il coraggio di parlare con qualcuno del loro dolore. Con l’intervento delle diocesi che hanno offerto a vari livelli la possibilità di farlo, le vittime hanno avuto l’opportunità di parlare del loro dolore interiore. È sempre stato il compito della Chiesa quello di sostenere i poveri, gli ammalati e gli oppressi, di incontrarli e offrire loro un aiuto. Questo è ciò che sta facendo la Chiesa. Dobbiamo mettere al primo posto le vittime. Pertanto dobbiamo chiederci se adesso non sarebbe meglio predicare di meno e dialogare di più».

  • C’è chi mette l’accento più sui singoli peccatori e chi sottolinea la dimensione ecclesiale del problema. Lei che cosa pensa? L’istituzione ecclesiastica ha sbagliato in qualcosa in passato? E dove?

Foto A. Giuliani/CPP/Periodici San Paolo.«Abbiamo sbagliato e abbiamo chiesto perdono. Lo hanno fatti i colpevoli, lo hanno fatto vescovi, lo ha fatto il Santo Padre. Ma non dobbiamo soltanto guardare al passato. Il nostro sguardo deve essere rivolto in avanti per parlare con tutti quelli che hanno segnalato presunti abusi, poiché le vittime ne hanno il diritto! Inoltre, dobbiamo promuovere un’azione di prevenzione perché non avvengano più tali fatti. Questo è ciò che possiamo fare e che faremo, ben consapevoli che gli abusi sessuali non sono soltanto un problema della Chiesa; tuttavia è anche un nostro problema, da prendere estremamente sul serio».

  • Che cosa sta emergendo dal centralino che la diocesi di Bolzano ha istituito?

«Il responsabile diocesano e il difensore civico indipendente collaborano con un team di esperti (psicologi, psicoterapeuti e giuristi) per aiutare le vittime. Nella nostra diocesi abbiamo affrontato concretamente il problema per creare un clima di dialogo. Al momento predomina l’approfondimento dei casi, lavoriamo più in profondità. Seguiranno dei colloqui con tutte le persone che si sono rivolte a noi. È necessaria questa pausa, poiché le vittime ne hanno il diritto».

  • Esiste una via italiana nel trattare la questione, diversa dalla via tedesca?

«Esiste la via della Sacra Scrittura. Questa via rende evidente il compito della Chiesa, vale a dire quello di dare priorità alle vittime. Anche il tema del perdono non è una tematica a livello nazionale, ma dà testimonianza della nostra visione di Dio e dell’uomo».

  • Quale lezione come Chiesa si è imparata da tutto questo per il futuro?

«Questi eventi ci hanno insegnato molto: come collaboratori nell’ambito della Chiesa, in particolar modo noi sacerdoti, siamo chiamati a vivere quello che annunciamo. Questa ondata di casi di abusi sessuali è avvenuta durante l’Anno sacerdotale e può essere che abbia fatto passare in secondo piano le iniziative dedicate a questo anno, tuttavia noi siamo chiamati a svolgere il nostro incarico, che è quello di annunciare colui che è la nostra pace: Gesù Cristo. Se prendiamo sul serio che Lui è la via, la verità e la vita, allora sappiamo anche quali sono i passi da fare e i nostri compiti da svolgere: "Convertitevi e credete nel Vangelo" può essere il punto centrale del nostro operare futuro a Suo servizio. Auspichiamo che in futuro non si arrivi a una pastorale sterilizzata, in cui ogni contatto e ogni accompagnamento di minori da parte di sacerdoti siano visti con diffidenza. Un’ossessiva paura di abusi sessuali non porterebbe a un sano rapporto con il corpo e la sessualità, ma a nuovi blocchi psicologici».

vi.pri.

Segue: Prete psicanalista: e ora quale prete per il futuro?

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