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INCHIESTA - LO SCANDALO PEDOFILIA

Dalla parte delle vittime:
giustizia, non risarcimenti
di Alessandro Speciale
  

San Diego. Paul Livingston non è il genere di persona che ci si aspetta di vedere sul punto di piangere. Con i suoi due metri di altezza e oltre 120 chili di peso, questo gigante, biondo e abbronzato come ogni tipico californiano, «avrebbe potuto giocare nei San Diego Chargers», la locale squadra di football americano, secondo il San Diego Union Tribune. Eppure, quando racconta la sua storia, anche se circondato dalla sua compagna e da alcuni amici fidati, sembra oscillare alternativamente tra lo scoppiare in lacrime e l’esplodere di rabbia.

Nei primi anni ’70, quando avevano sei o sette anni, Paul e suo fratello vennero abusati a più riprese dal custode della St. Joachim’s Elementary Catholic School, la scuola cattolica legata all’omonima parrocchia che frequentavano a Costa Mesa, nella contea di Orange, in California. Il direttore della scuola, padre Nevin, non poteva ignorare gli abusi, che avvenivano nella roulotte del custode, parcheggiata sempre nel cortile della scuola. Quando, dopo decenni, Paul e suo fratello si recarono dal sacerdote per chiedergli notizie del custode molestatore – morto intanto per cause naturali nel 1985 –, padre Nevin arrivò addirittura a negare l’esistenza della roulotte.

Con l’inizio degli abusi, ricorda Paul, i suoi voti e quelli di suo fratello peggiorarono bruscamente; quindi, passati alle superiori, i due abbandonarono ben presto gli studi, iniziando a bere pesantemente e ad assumere droghe: «La mia prima sbronza l’ho presa a 11 anni», racconta. Non avrebbe smesso fino al 1999. Agli inizi degli anni ’90, i due fratelli Livingston dormivano ormai in un’auto rubata oppure sulle spiagge appena al di là del confine, in Messico.

Due vittime di un prete pedofilo messicano seguono il processo al loro aguzzino in tribunale.
Due vittime di un prete pedofilo messicano seguono il processo
al loro aguzzino in tribunale
(foto Verdugo/AP).

L’abuso, racconta oggi, dopo essere diventato un avvocato dei diritti delle vittime e direttore della sezione di San Diego del Survivors Network of those Abused by Priests (Snap), «danneggia la fiducia in sé stessi, cancella la stessa possibilità di fidarsi, e non c’è modo di ritrovarla. C’è un vuoto in me e non potrò mai riempirlo». Ma più che dell’abuso e delle sue conseguenze devastanti, Paul oggi preferisce parlare del processo di guarigione dalle violenze subite: un processo, dice, per il quale «una vita intera non è sufficiente. Non mi basterebbero forse tre vite. A chi mi dice di "superare" quello che è successo, di "andare avanti"», aggiunge, «rispondo che mi sembra di aver fatto un salto per superare un ostacolo altissimo, e non so ancora se riuscirò a passarlo, né quando atterrerò. E so che, comunque, non realizzerò mai tutto il mio potenziale».

Rispetto alla media dei sopravvissuti, il caso di Paul e di suo fratello – entrambi sobri da anni a questa parte, con un lavoro e una vita relazionale "normale" – rappresenta una «grande, grande eccezione», spiega James Byrnes, un avvocato che ha lavorato con decine di vittime di abusi: «In media, sei su dieci hanno problemi di alcol e droga, e raramente riescono a uscirne come hanno fatto loro». Non è un caso – aggiunge – se un’altra vittima di abusi, Keith A. Cecil, sempre sul punto di ricadere nell’alcolismo e nella droga, malgrado avesse promesso di incontrare la nostra rivista insieme a Paul, abbia cancellato l’appuntamento all’ultimo momento: «Ha ancora troppa rabbia dentro, non è in grado di parlarne».

Per Marianne Benkert, una psichiatra cattolica che ha avuto in cura centinaia di vittime di abusi subiti all’interno della Chiesa cattolica e delle sue istituzioni, subire abusi «distrugge il sistema dell’ego» di una persona, caricandola del «peso di una vergogna» che non riesce a sostenere. Una persona che ha studiato approfonditamente per decenni gli effetti sulle vittime degli abusi sessuali subiti nella Chiesa è Richard Sipe, uno psichiatra che per 18 anni è stato monaco benedettino prima di sposarsi e avere un figlio. Nel suo libro The Serpent and the Dove: Celibacy in Literature and Life del 2007, Sipe ha dedicato un capitolo alla questione, dal titolo Unspeakable Damage, ampliato e ripubblicato come saggio a sé stante l’anno scorso. Gli effetti degli abusi, scrive, vengono generalmente riassunti sotto la sigla Sad Trips («viaggi tristi»), acronimo che sta per «interferenza dello sviluppo sessuale, ansia, depressione, problemi di fiducia, relazioni distrutte, problemi di identità, paralisi della personalità e comportamenti autodistruttivi». Tutti problemi che si riscontrano, singolarmente o associati, in chi ha subito violenza sessuale in giovane età.

Sarebbe sbagliato considerare chi è stato abusato da preti o in istituzioni cattoliche come una "normale" vittima di pedofilia: «Quando chi abusa», sottolinea l’ex-monaco, «è una figura genitoriale che rappresenta anche Dio, il mondo spirituale e l’eterno, il tradimento non lascia alla vittima nessuna via di scampo. Tutte le persone e le istituzioni che dovrebbero essere sicure e degne di fiducia diventano sospette». I sopravvissuti all’abuso, scrive Sipe, «hanno un nucleo di solitudine che li isola da loro stessi e da tutti gli altri. Un nucleo inattaccabile perché intrappolato in una segretezza innominata e inimmaginabile. Le vittime non possono condividerlo perché spesso è nascosto anche a loro stesse... Le vittime, nel loro isolamento, pensano di essere le sole vittime... Non capiscono sé stesse: come possono credere in ciò che è accaduto loro in segreto quando la loro intera esperienza del mondo – famiglia, scuola, amici, chiesa – sembra inconsapevole e ignara della loro oscurità e del loro trauma?».

Paul Livingston ricorda con grande chiarezza il momento in cui è saltato il tappo del silenzio di un’esperienza per anni ostinatamente ignorata più che dimenticata, e mai condivisa con nessuno: «Era la prima domenica del 2003. Ho visto la notizia dell’arresto di un prete pedofilo a Costa Mesa e allora mi sono ricordato di tutto. Ho chiamato mio fratello e per la prima volta abbiamo parlato di quello che ci era successo. Gli ho detto di vederci da un avvocato di cui avevo sentito parlare in Tv. Dopo avergli raccontato la mia storia, sono andato in bagno e ho vomitato. Mi ero portato dietro una mazza da baseball, volevo andare a Costa Mesa e cercare quel custode. Non sapevo ancora che era già morto da decenni, in pace».

Da quel momento, Paul e suo fratello si gettarono in una lunga serie di ricerche per fare chiarezza sulla propria vicenda, per «rimettere assieme i pezzi»: «Ho speso quasi 40 mila dollari, sono arrivato persino a comprare delle foto aeree fatte per l’esercito in quegli anni, per poter dimostrare che quella roulotte esisteva. Ho distrutto tutti i miei ricordi dell’infanzia, foto, quaderni, disegni. Se non avessi avuto una figlia probabilmente avrei fatto qualche sciocchezza». Si è trattato di un processo indispensabile per arrivare a pensare a una possibile «guarigione», così come indispensabile è stato il lavoro con Snap, mettere in guardia le persone e spronarle a denunciare a loro volta: «Sto meglio perché posso parlare ad altri cattolici di quello che mi è successo», dice oggi.

Una donna vittima di abusi sessuali in corteo davanti alla cattedrale cattolica di San Diego.
Una donna vittima di abusi sessuali in corteo davanti
alla cattedrale cattolica di San Diego
(foto D. Poroy/AP/La Presse).

Nel lunghissimo cammino della guarigione, la Chiesa potrebbe avere un ruolo centrale: un ruolo – concordano tristemente vittime ed esperti – che nella maggior parte dei casi non è stata in grado di ricoprire. «Per la mia esperienza, la Chiesa non finanzia la terapia psicologica per le vittime», spiega l’avvocato Byrnes, «eppure ha speso milioni di dollari per difendersi, per gli avvocati, per risarcimenti extra-giudiziali. Spesso gli avvocati non permettono nemmeno alle vittime di avvicinarsi al vescovo, alle diocesi». Da questo punto di vista, la seconda ondata della crisi pedofilia, scoppiata in questi mesi sopratutto da questa parte dell’Atlantico, ha portato forse a una comprensione nuova del problema. I vescovi tedeschi hanno messo al primo posto della propria risposta allo scandalo il lavoro a fianco delle vittime, e gli incontri tra vescovi e abusati – a porte chiuse oppure pubblici e in un contesto liturgico, come voluto dall’arcivescovo di Vienna, cardinale Christoph Schönborn, durante le celebrazioni del Giovedì Santo – non sono più una novità.

Ma la strada è ancora lunga e la Chiesa lontana dall’aver capito pienamente il suo potenziale nel sanare le ferite che lei stessa ha aperto. Per Benkert, «se la Chiesa aiuta e finanzia le cure, legittima le vittime che spesso quasi non riescono a credere a loro stesse, di essere state davvero molestate». I soldi, malgrado le insinuazioni e i sospetti di molti nella Chiesa, sono solo l’ultima parte del processo di guarigione. E anzi, sottolinea Byrnes, la prassi di cercare un accordo monetario con le vittime per evitare l’imbarazzo di un processo pubblico – seguita per anni e costata fino a oggi, nei soli Usa, tre miliardi di dollari e la chiusura di centinaia di parrocchie – è spesso «controproducente per le vittime».

Paul, che ha ricevuto circa due milioni di dollari dalla diocesi di San Diego nell’ambito di un mega-accordo da 200 milioni di dollari nel 2007, racconta che una delle vittime «ha preso il suo assegno e si è impiccata». Non a caso, all’epoca dell’accordo, una delle preoccupazioni chiave degli avvocati delle vittime era quella di ottenere dalla diocesi la consegna dei documenti interni sui casi di abuso, da pubblicare poi su un sito web, per «mostrare ai fedeli cattolici che alle vittime non interessa far soldi, ma la verità, la giustizia e la protezione dei bambini».

È la denuncia, il processo di raccontare a tutti e rendere consapevole l’opinione pubblica della propria vicenda una delle parti-chiave del processo di guarigione dagli abusi. Ad alcuni, come all’irlandese Andrew Madden, violentato dal sacerdote a cui faceva da chierichetto nel 1977, quando aveva 12 anni, è servito scrivere un libro, non tanto per raccontare l’esperienza dell’abuso, quanto per ripercorrere la storia dei suoi tentativi di convivere con quell’esperienza e superarla. «La Chiesa», racconta oggi Madden che per anni, anche dopo le violenze, aveva cercato di diventare prete, fino a vedersi respingere poco prima dell’ordinazione, «potrebbe aver avuto una parte nel mio cammino, ma non è stata in grado di svolgere il suo dovere morale. Negli anni, non ha mai rivelato volontariamente nulla sugli abusi o sulle coperture dei molestatori, mentendo e contrastando le vittime a ogni passo».

Non sorprende, quindi, che Madden, come molte altre vittime, nutra una profonda sfiducia nei confronti della Chiesa, della sua gerarchia, della sua capacità di affrontare il problema al proprio interno. Di qui la richiesta, spesso avanzata dalle vittime, di riforme profonde, «strutturali», della Chiesa che impediscano alla radice il ripetersi di quanto accaduto a loro. I principali movimenti di riforma complessiva della Chiesa cattolica sono nati proprio sull’onda dell’indignazione e dello sconcerto suscitati da due grandi casi di copertura dei preti molestatori da parte dei massimi livelli della Chiesa, avvenuti durante il pontificato di Giovanni Paolo II: Noi Siamo Chiesa in Europa, dopo lo scandalo del cardinale Hermann Groer di Vienna, nel 1995, e Voice of the Faithful negli Stati Uniti, nel pieno della crisi nell’arcidiocesi di Boston che avrebbe portato, nel 2002, alle dimissioni del cardinale Francis Law.

Ma anche le associazioni, come Snap, che vedono il lavoro di vicinanza e assistenza alle vittime di abusi come il cuore della propria missione, hanno una "agenda" ben dettagliata e chiara di richieste e riforme, dettate dalla propria esperienza. Barbara Blaine, la fondatrice e presidente del movimento, abusata per la prima volta da un prete alla fine degli anni ’60, quando aveva 13 anni, le snocciola limpidamente e senza esitazioni. Al primo posto, sottolinea, c’è la necessità di «inchieste indipendenti», condotte dalle autorità laiche senza interferenze della Chiesa, come quelle che in Irlanda hanno scoperchiato il vaso di Pandora degli scandali e condotto ai Rapporti Ryan e Murphy. Solo così sarà possibile andare oltre alle singole denunce frammentarie delle vittime e costruire un quadro generale delle coperture e delle complicità, e mettere in un certo senso la parola "fine" al dolore di chi è stato abusato.

Quel che è certo, è che la Chiesa non può farcela da sola e «dovrebbe umilmente aprirsi alla collaborazione di laici corretti, non anticlericali, esperti del settore», chiede Roberto Mirabile, presidente della onlus La Caramella Buona che sta provando a far sentire la voce delle vittime in un Paese fino a oggi "impermeabile" allo scandalo come l’Italia. «Sono sicuro», spiega, «che la Chiesa non ha la forza e la capacità al suo interno di affrontare il problema pedofilia in ogni suo aspetto, quello dei preti abusanti e soprattutto quello altrettanto grave del favoreggiamento e dell’omertà di alcuni vescovi». La sezione tedesca di Snap aveva chiesto con una lettera aperta al Governo di Berlino di lanciare una inchiesta sulla falsariga di quelle irlandesi o dei Grand Jury in 12 diocesi statunitensi, invece della «tavola rotonda» per discutere della questione degli abusi alla fine decisa da Angela Merkel.

Il riconoscere le proprie colpe da parte della Chiesa, magari in modo proattivo, denunciando di propria iniziativa i molestatori, cercando le vittime, aprendo i propri archivi, avrebbe anche un ruolo positivo nel processo di guarigione e superamento del trauma da parte di chi è stato abusato. Per l’avvocato Byrnes, «fare i nomi è importante. Immaginate quanto avrebbe potuto aiutare le vittime vedere i nomi dei propri violentatori sul giornale in un rapporto ufficiale». C’è poi la questione della prescrizione, che in molti Paesi spesso impedisce di perseguire i preti pedofili dopo venti o trent’anni dal fatto: «Il Papa dovrebbe chiedere ai governi di cambiare queste leggi che proteggono i molestatori», sottolinea Blaine, sospendendo i termini della prescrizione. Poi la Chiesa dovrebbe «creare immediatamente un database mondiale online di tutti i preti che sono stati condannati, hanno ammesso o sono stati credibilmente accusati di abusi, per evitare che i molestatori possano spostarsi da un Paese all’altro»; dovrebbe accettare immediatamente le dimissioni dei vescovi complici di abusi o di copertura – e costringerli a dimettersi se questi non lo fanno spontaneamente – e, infine, «consegnare alle autorità tutti i documenti sugli abusi sessuali, invece di raccoglierli e far investigare su di essi la Congregazione per la dottrina della fede».

Ma c’è anche chi, dalla questione abusi, allarga ancora il discorso, come Noi Siamo Chiesa. Le «cause profonde» delle violenze, argomenta J. Georg Kohl, nel direttivo nazionale di Wir Sind Kirche in Germania, sono «la struttura rigidamente gerarchica della Chiesa, con la sua regola dell’obbedienza ai superiori senza possibilità di discussione o dialogo, la rigida dottrina morale con molti divieti e la società puramente maschile del clero, che porta a una comunità chiusa». Di qui la richiesta di abolire il celibato obbligatorio nella Chiesa latina – questione peraltro messa sul tappeto dai vescovi austriaci proprio all’indomani della crisi pedofilia – e di apertura del sacerdozio alle donne. Ma molte delle associazioni delle vittime preferiscono rimanere più vicine al problema concreto: Roberto Mirabile non pensa «sicuramente al celibato come la causa scatenante degli abusi», anche se «ogni istituzione storicamente molto chiusa in sé comporta problematiche interne di difficile lettura e comprensione... Se poi vogliamo discutere sul fattore della repressione sessuale, potremmo parlarne all’infinito senza alcun risultato apprezzabile».

Su una cosa, però, tutti concordano. La Chiesa deve affrontare di petto il problema, non può chiudersi dietro alle teorie del complotto né affidarsi all’iniziativa coraggiosa di singoli preti o vescovi. All’arcivescovo di Dublino, monsignor Diarmuid Martin, uno degli uomini di punta nella risposta alla crisi odierna, in grado di raccogliere plausi anche tra le vittime e i laici, che gli aveva scritto personalmente dopo la sua decisione di lasciare formalmente la Chiesa, Madden ha risposto a metà gennaio con una lettera rabbiosa e commossa: «Monsignor Martin, credo che lei sia un uomo buono. Credo che ci siano dei buoni preti, alcuni li conosco personalmente. Ma questo non vuol dire che creda che la Chiesa cattolica potrà mai cambiare o imparare da quello che ha fatto».

In un’istituzione come la Chiesa, l’impulso, se arriverà, non potrà che arrivare dal vertice: Benedetto XVI, ricorda Blaine, «ha un potere quasi illimitato» ma «fino a oggi non ha voluto agire se non in maniera limitata». Eppure, conclude, «potrebbe fare così tanto, e fare la differenza».

Alessandro Speciale

Segue: Il portavoce vaticano: rigore e rinnovamento

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