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INCHIESTA - LO SCANDALO PEDOFILIA

Pagina nera della comunità cristiana
di Vittoria Prisciandaro e Alberto Laggia
  

Decine di rivelazioni su abusi sessuali commesi da sacerdoti cattolici. Dimissioni di vescovi accusati di aver "coperto" i colpevoli. Misure straordinarie da parte del Vaticano. Lo scandalo pedofilia sembra un’onda inarrestabile. E Benedetto XVI chiede perdono e incontra le vittime: la sua opzione è "tolleranza zero".
   

Tre volte in quattro giorni. Florida, Irlanda, Belgio: il 20, il 22, il 23 aprile il bollettino della Sala stampa vaticana ha dovuto fare riferimento al "famigerato" paragrafo 2 del canone 401 del Codice di diritto canonico. Tre vescovi sono stati costretti a rassegnare le loro dimissioni. E non per motivi di salute o di età. «Il vescovo diocesano che per infermità o altra grave causa risultasse meno idoneo all’adempimento del suo ufficio, è vivamente invitato a presentare la rinuncia all’ufficio». La «grave causa» per John C. Favalora, di Miami, e per James Moriarty, di Kildare and Leighlin, è stata la copertura garantita ai preti delle loro diocesi accusati di pedofilia; Roger Joseph Vangheluwe, di Bruges, si è invece dimesso per aver abusato più volte di un minore, prima e dopo l’ordinazione episcopale. La vicinanza dei tre eventi colpisce, ma non sorprende. Perché la mappa dello scandalo che si è disegnata in questi decenni non risparmia nessun Paese. E prima di questi, altri vescovi avevano presentato le dimissioni per gli stessi motivi.

In questi ultimi mesi, però, la raffica di denunce ha subito un’accelerazione. Come se la linea della «tolleranza zero», delineatasi come strategia di Benedetto XVI nonostante alcune resistenze interne alla Curia romana e agli episcopati, avesse fatto esplodere vicende rimosse, represse e "dimenticate" per quieto vivere, per senso di colpa, per un clima omertoso e di costrizione psicologica.


Foto M. Probst/AP/La Presse
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«La prima inchiesta l’abbiamo fatta 25 anni fa, su un prete della Louisiana, Gilbert Gauthe, accusato di aver molestato decine di ragazzi. Oggi la vicenda ha raggiunto i vertici della struttura ecclesiastica, sfiorando papa Benedetto XVI», racconta Thomas Fox, direttore del National Catholic Reporter. Testata di punta del cattolicesimo americano, il Ncr ha seguito in questi anni con costanza i casi di abuso a 360 gradi, senza farsi intimorire da chi lo accusava di «gettare fango» sull’istituzione, su una Chiesa che oggi paga un conto salatissimo per vicende che hanno portato alla bancarotta diverse diocesi e alla riduzione allo stato laicale di numerosi sacerdoti. 

«I fatti pubblici cominciano negli anni ’80, in ambito canadese, e poi diventano un problema irlandese, inglese e di tutta l’Europa del Nord. È una stagione che dura almeno da venti anni e ha come punti focali il caso americano, dove sono state prese le decisioni più importanti con la riduzione allo stato laicale degli interessati, e il caso irlandese», spiega padre Lorenzo Prezzi, dehoniano, direttore del periodico Il Regno, che in questi anni ha seguito con puntualità la vicenda. Se negli Usa si è partiti prima e già adesso si può parlare al futuro, in Italia le denunce sono invece piuttosto recenti e, secondo padre Prezzi, si può ragionevolmente presumere che «dovrebbe succedere qui come è successo altrove: quando alcuni si sono esposti, e questo ha trovato consenso nell’opinione pubblica, si è innestata una sorta di ondata di denunce, che riguardano fatti recenti ma anche molto lontani nel tempo. Anche da noi mi attendo che la cosa non venga risolta rapidamente. Bisognerà attrezzarsi con scelte operative per evitare di cascare dentro l’emergenza con ingenuità. La Chiesa italiana forse ha qualche mese di tempo per mettere in esecuzione una serie di ipotesi e per assumere le modalità di comunicazione più efficaci in ordine all’immagine della Chiesa per l’opinione pubblica».

Far venire alla luce il "cosa" è successo e capire il "perché" sono le due linee di analisi che gli episcopati locali stanno tentando di seguire, mettendo in atto strategie di azione che in questi ultimi mesi vengono indicate con determinazione da parte del Vaticano. La prima nazione a essere stata travolta dagli scandali sono gli Stati Uniti, verso le fine degli anni ’90. Sacerdoti e religiosi denunciati, vescovi e superiori di congregazioni accusati di «copertura». La figura più eminente, che riconosce i suoi «errori di valutazione», sospende otto sacerdoti diocesani per abuso sessuale contro minori, ed è costretto a dimettersi, il 13 dicembre 2002, è il cardinale Bernard Francis Law, arcivescovo di Boston (oggi arciprete della basilica pontificia di Santa Maria Maggiore). Nel giugno dello stesso anno, dopo una convocazione straordinaria a Roma, i 285 vescovi degli Stati Uniti votano un testo contro la presenza dei preti pedofili nella Chiesa. Secondo un’indagine commissionata dalla Conferenza episcopale Usa al John Jay College of Criminal Justice, dal 1950 al 2002 i sacerdoti accusati di relazioni sessuali con minorenni sono stati 4.392.

Il cardinale Sean Brady benedice un bambino.
Il cardinale Sean Brady benedice un bambino (foto P. Morrison/AP).

Nella cattolica Irlanda lo scandalo parte nel 1994, con il caso del religioso premostratense Brendan Smith, condannato a quattro anni di prigione per violenze su ragazzi dell’Irlanda del Nord e poi scappato nell’Eire. Nel 1999 un documentario della giornalista Mary Raftery, poi diventato libro, illustra le migliaia di violenze commesse per decenni negli istituti statali dati in gestione a religiosi e destinati a orfani e ragazzi con famiglie a rischio (Industrial schools) o a minori condannati per reati (Reformatory schools). La Chiesa d’Irlanda pubblica nel febbraio 2005 il documento Our children, our Church, che stabilisce l’istituzione di uno speciale servizio religioso in ogni parrocchia a protezione dell’infanzia, ma nel 2009 due rapporti governativi, il Ryan Report e ilMurphy Report, documentano gli abusi commessi nella scuole e negli istituti cattolici irlandesi, in particolare a Dublino, a partire dagli anni ’30 del secolo scorso. Il Murphy Report rivela inoltre che sei vescovi, nonostante le denunce delle vittime o delle loro famiglie, hanno coperto i colpevoli per oltre trent’anni. Dei sei accusati, quattro presentano le dimissioni, e al momento tre sono state accettate (si sono dimessi: John Magee, ex segretario di Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II, già sospeso dalla diocesi di Cloyne; Donal Murray, vescovo di Limerick; e James Moriarty, di Kildare and Leighlin). Hanno rassegnato le dimissioni, ancora non accettate dal Papa, Raymond Field e Eamonn Walsh, vescovi ausiliari di Dublino. Non si dimette, invece, Martin Drennan, vescovo di Galway e Kilmacduagh, mentre monsignor Dermot O’Mahony è già in pensione.

Dopo aver chiesto già nel 2006 ai vescovi irlandesi di ristabilire la verità dei fatti e mettere in campo delle misure di sicurezza, Benedetto XVI, nel dicembre del 2009 incontra il primate di Irlanda, Sean Brady, e in febbraio i 24 vescovi del Paese. Poi il 19 marzo pubblica un’annunciata Lettera ai cattolici irlandesi. Va aggiunto che il 17 maggio la Chiesa d’Irlanda ha reso noto il secondo Rapporto annuale della Commissione nazionale per la difesa dei minori. Dal 1° aprile 2009 al 31 marzo 2010, si legge, sono state raccolte 200 nuove denunce di abusi, tutte riportate alle autorità civili. Presentando il rapporto, il primate Sean Brady ha annunciato la formazione di 2.356 persone che nei prossimi anni si dedicheranno alla salvaguardia dell’infanzia nelle parrocchie di tutto il Paese. «Negli anni che mi restano da arcivescovo di Armagh», ha aggiunto Brady, «mi dedicherò interamente a quell’opera di guarigione, pentimento e rinnovamento indicata alla Chiesa irlandese da Benedetto XVI». Un annuncio che, dunque, smentisce le voci di dimissioni del primate per presunte coperture.


Foto R. De Luca/AP/La Presse.

Il "caso Irlanda" è significativo non solo per le sue proporzioni, ma anche perché la lettera del Papa ai cattolici irlandesi costituisce un testo chiave per la gestione della comunicazione della Santa sede sull’argomento. Nel testo Benedetto XVI sostiene: «Solo esaminando con attenzione i molti elementi che diedero origine alla presente crisi è possibile intraprendere una chiara diagnosi delle sue cause e trovare rimedi efficaci. Certamente, tra i fattori che vi contribuirono possiamo enumerare: procedure inadeguate per determinare l’idoneità dei candidati al sacerdozio e alla vita religiosa; insufficiente formazione umana, morale, intellettuale e spirituale nei seminari e nei noviziati; una tendenza nella società a favorire il clero e altre figure in autorità e una preoccupazione fuori luogo per il buon nome della Chiesa e per evitare gli scandali, che hanno portato come risultato alla mancata applicazione delle pene canoniche in vigore e alla mancata tutela della dignità di ogni persona».

Parole che hanno fatto del documento una sorta di magna charta destinata agli episcopati di tutto il mondo. Infatti, oltre ai casi eclatanti di Stati Uniti e Irlanda, altre Chiese stanno soffrendo per l’intera vicenda. Tra l’incontro del Papa con il primate irlandese e la pubblicazione della lettera scoppia in gennaio il "caso Germania". È padre Klaus Mertes, il rettore del collegio Canisius, retto dai Gesuiti a Berlino, che denuncia fatti accaduti negli anni Settanta e Ottanta. L’avvocato Ursula Raue, incaricata dai gesuiti di investigare sui fatti che riguardano la Compagnia, parla di 160 possibili vittime e 12 presunti autori, tra religiosi e laici. Lo scandalo riguarda anche altri ordini e diocesi tedesche. Secondo Der Spiegel, quasi un centinaio di preti e laici è sospettato di atti di pedofilia compiuti dal 1995 a oggi nelle 27 diocesi tedesche. Il 2 aprile monsignor Robert Zollitsch, presidente della Conferenza episcopale tedesca e vescovo di Friburgo, in una lettera ufficiale parla di «ferite che non sono più rimarginabili» e chiede che «le autorità pubbliche vengano adite il prima possibile e che i pubblici ministeri abbiano accesso a ogni possibile elemento informativo».

In questi ultimi mesi un crescente numero di cattolici tedeschi ha chiesto la cancellazione dalle liste parrocchiali, mentre vanno registrate le dimissioni del vescovo di Augusta, Walter Mixa, indagato per violenze sui minori e pedofilia. Lo scandalo coinvolge anche istituzioni educative protestanti e laiche. Il Governo tedesco ha incaricato tre ministri donna, responsabili dei dicasteri della Giustizia, della Famiglia e dell’Istruzione, di occuparsi del problema. Inoltre ha nominato difensore civico delle vittime Christine Bergmann, ex ministro della Famiglia nel Governo di centro-sinistra. In una tavola rotonda con i rappresentanti della scuola e delle Chiese, tenuta il 23 aprile, sono state definite procedure di intervento per le scuole e una campagna di sensibilizzazione tra gli studenti. Inoltre il ministro della Giustizia ha aperto la discussione sui risarcimenti alle vittime.

Vittima di abusi sessuali durante un corteo a Los Angeles.
Vittima di abusi sessuali durante un corteo a Los Angeles
(foto D. Dovarganes/AP/La Presse).

Nella vicina Austria – dove vanno registrate le dimissioni di Bruno Becker, padre superiore dell’abbazia Sankt Peter a Salisburgo, che ha ammesso di avere abusato di un giovane austriaco 40 anni fa – il cardinale Christoph Schönborn ha deciso di costituire una Commissione indipendente, presieduta da una donna, Waltraud Klasnic, e senza preti al suo interno, per far luce sui casi denunciati.

In una lettera aperta diffusa il 22 aprile chiedono perdono per gli abusi commessi da consacrati e da laici che hanno responsabilità nella Chiesa i vescovi della Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles. Stessi toni nella nota dei presuli svizzeri, diffusa il 30 marzo. In Belgio, oltre al caso del vescovo di Bruges, secondo quanto denunciato dal primate André-Joseph Léonard, arcivescovo di Bruxelles, sarebbero una ventina i casi che coinvolgono ecclesiastici all’esame di un’apposita Commissione istituita dalla Conferenza episcopale. In Norvegia tocca invece all’ex vescovo di Trondheim, Georg Mueller, finire sulle prime pagine dei giornali: vent’anni fa, quando era parroco, abusò di un bambino del coro. Poi, diventato vescovo, confessò il reato nel 2009, dopo che la notizia era venuta a galla e il reato era caduto in prescrizione. La Santa Sede lo sospese senza però dare pubblicità alla cosa né denunciarla, per volere della vittima. Notizie di abusi e richieste di perdono arrivano dal Messico, dal Sudafrica, dall’Australia, e dalla Cedoi, la Conferenza episcopale che raggruppa le isole dell’Oceano indiano.

La gravità delle accuse che hanno investito la Chiesa cattolica ha fatto vacillare la credibilità dei vertici. Alcuni casi, riportati dalla stampa, hanno lasciato senza parole per come sono stati gestiti dai vescovi locali o da Roma, senza che il colpevole fosse allontanato e messo in condizione di non nuocere dopo ripetute denunce. È il caso, per esempio, delle vicende di padre Lawrence Murphy in una scuola per sordi nel Wisconsin o di padre Stephen Kiesle nella diocesi di Oakland. Benedetto XVI è stato contestato per episodi accaduti mentre era arcivescovo di Monaco, poi come capo della Congregazione per la dottrina della fede, organismo che dal 2001, sulla base del motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela, ha la competenza esclusiva sui casi di pedofilia, sottratta così alla giurisdizione delle diocesi. La Santa Sede ha puntualmente risposto alle accuse e il 12 aprile ha pubblicato sul suo sito una sorta di vademecum che fa chiarezza sulla procedura seguita da Roma quando deve affrontare casi di abusi sessuali.


Foto P. Morrison/AP.

Se il Papa ha dimostrato di aver comunque chiaro l’obiettivo «tolleranza zero-assistenza alle vittime», negli episcopati e in Vaticano si sono scontrate, anche a muso duro, linee diverse. Alcuni eventi sono stati chiarificatori: la sconfessione ufficiale del cardinale Darío Castrillón Hoyos, che in un’intervista alla Cnn aveva confermato l’opportunità di una sua lettera di plauso, inviata nel 2001, quando era alla guida della Congregazione per il clero, al vescovo Pierre Pican, di Bayeux-Lisieux, perché si era rifiutato di denunciare un prete della diocesi, Rene Bissey, condannato a 18 anni di prigione per aver violentato un bambino e aver abusato di altri dieci giovani. L’altro episodio è stato il duro attacco dell’arcivescovo di Vienna, il cardinale Schönborn, al decano del collegio cardinalizio, l’ex segretario di Stato vaticano Angelo Sodano, accusato di aver offeso le vittime degli abusi sessuali, definendo la vicenda «un chiacchericcio», e di aver insabbiato a suo tempo l’inchiesta sugli atti di pedofilia compiuti dall’ex arcivescovo della capitale austriaca, Hans Hermann Groer.

Questa chiarezza con cui Schönborn, allievo di Ratzinger, si è espresso ha in qualche modo riallineato anche il dibattito sul ruolo della stampa: se in un primo momento sembravano aver diritto di cittadinanza anche i fautori dell’ipotesi del «complotto mediatico» ai danni della Chiesa, oggi questa linea sembra tacitata da prese di posizioni a senso unico: per citarne una soltanto, quella del segretario della Cei, monsignor Mariano Crociata, che alla riunione della Commissione presbiterale italiana ha dichiarato: «Ogni generalizzazione è indebita: sia nel far credere che dietro ogni prete si cela un potenziale pedofilo, sia all’opposto, che le accuse di pedofilia siano soltanto il frutto di un complotto architettato contro la Chiesa (...), soltanto una montatura mediatica».

Thomas Fox, direttore del National Catholic Reporter, in un recente editoriale tenta di rispondere alla domanda che in tanti si stanno ponendo: «Quando finirà tutto questo?». Prima che finisca, scrive Fox, occorre che un bilancio aperto e trasparente venga tracciato. «Ma ciò richiede azioni senza precedenti nella Chiesa cattolica, perché se oltre al "cosa" non si capisce il "perché", qualunque riforma sarà a breve termine. Un esame delle strutture della Chiesa, del tipo di governo e di pari passo dell’insegnamento e dell’atteggiamento verso la sessualità sono tutti temi da investigare. Resistere, come alcuni vorrebbero, prolungherà soltanto l’agonia».

Vittoria Prisciandaro

Alcune vittime dell'Istituto Provolo di Verona.
Alcune vittime dell’Istituto Provolo di Verona
(foto A. Tarantino/AP).

  

I Legionari, travolti dallo scandalo Maciel

Non è stata una passeggiata l’ispezione dei commissari vaticani nella vita e nelle opere del fondatore dei Legionari di Cristo. I cinque vescovi incaricati da Benedetto XVI hanno appurato che la condotta di padre Marcial Maciel Degollado, morto due anni fa, «ha causato serie conseguenze nella vita e nella struttura della Legione, tali da richiedere un cammino di profonda revisione». Tre figli accertati, abusi su minori, consumo di cocaina e operazioni finanziarie poco chiare sono alcune delle accuse verificate. Nel comunicato che la Santa Sede ha diffuso il primo maggio scorso, si dice che «i gravissimi e obiettivamente immorali comportamenti di padre Maciel, confermati da testimonianze incontrovertibili, si configurano, talora, in veri delitti e manifestano una vita priva di scrupoli e di autentico sentimento religioso. Di tale vita era all’oscuro gran parte dei Legionari, soprattutto a motivo del sistema di relazioni costruito da padre Maciel, che abilmente aveva saputo crearsi alibi, ottenere fiducia, confidenza e silenzio dai circostanti e rafforzare il proprio ruolo di fondatore carismatico».

I cinque visitatori apostolici – Ricardo Blázquez Pérez, arcivescovo di Valladolid; monsignor Charles Joseph Chaput, francescano, arcivescovo di Denver; monsignor Ricardo Ezzati Andrello, salesiano, arcivescovo di Concepción; monsignor Giuseppe Versaldi, vescovo di Alessandria; monsignor Ricardo Watty Urquidi, vescovo di Tepic – hanno incontrato personalmente più di mille legionari e vagliato diverse centinaia di testimonianze scritte. Si sono recati in quasi tutte le case religiose e in molte delle opere di apostolato dirette dalla congregazione. Hanno ascoltato, a voce o per iscritto, il giudizio di molti vescovi diocesani dei Paesi in cui la congregazione opera. Alla fine della visita, i cinque hanno relazionato al Segretario di stato e direttamente a Benedetto XVI. Le decisioni prese dal Santo Padre sono fondamentalmente tre: la nomina di un delegato pontificio, che avrà l’autorità per governare e dovrebbe essere esterno alla Congregazione (il nome che gira è quello del cardinale José Saraiva Martins); la creazione di una commissione di studio che affianchi il delegato e che dovrà realizzare gli obiettivi indicati dal comunicato vaticano: «Ridefinire il carisma della congregazione dei Legionari di Cristo, preservando il nucleo vero, quello della "militia Christi", che contraddistingue l’azione apostolica e missionaria della Chiesa e che non si identifica con l’efficientismo a qualsiasi costo; rivedere l’esercizio dell’autorità»; la cura, infine, di un’adeguata formazione soprattuto dei giovani. Una nuova ispezione è inoltre annunciata per il movimento Regnum Christi, che era rimasto fuori dalla prima visita. Sul loro sito (http://www.regnumchristi.org/italiano/), dove il 25 marzo per la prima volta hanno preso le distanze e condannato la condotta del fondatore, si legge: «I Legionari ringraziano il Santo Padre per la sua paterna sollecitudine e accolgono le sue disposizioni con fede e obbedienza».

vi.pri.

Giovanni Paolo II con un gruppo di Legionari di Cristo.
Giovanni Paolo II con un gruppo di Legionari di Cristo
(foto A. Mari/Osservatore Romano/AP/La Presse).

La solidarietà al Papa tra la piazza e la curia

Le lettere di solidarietà e le manifestazioni di affetto sono arrivate da tutto il mondo. In Italia, oltre alla Cei e alle dichiarazione di singoli vescovi, si è mobilitata l’intera Consulta delle aggregazioni laicali, scesa in piazza San Pietro il 16 maggio per essere accanto a Benedetto XVI. Da un lato gli organizzatori hanno ribadito che non c’è nessuna scusa per quanti si sono macchiati di crimini orrendi verso i minori, dall’altra hanno voluto essere vicini al Papa in un momento di obiettiva difficoltà. Gli attacchi al Pontefice che si sono susseguiti in questi mesi sono stati collegati a momenti diversi della sua vita: come arcivescovo di Monaco prima, con l’accusa di non aver preso provvedimenti verso Peter Hullermann, un sacerdote accusato di abusi su minori; poi come prefetto della Congregazione della dottrina della fede, con l’accusa di aver fatto passare, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, la prassi del "silenzio" e della non collaborazione con la giustizia civile; e infine come successore alla cattedra di Pietro, accusato di non avere avuto pugno fermo sin dall’inizio sull’intera vicenda. «Crediamo che al cuore dei tanti attacchi rivolti in questi giorni a Benedetto XVI non ci siano intenzioni moralizzatrici ma essenzialmente ragioni politiche e ideologiche. In molti tentano di approfittare di questa vicenda per liberarsi della Chiesa che avvertono come una presenza ingombrante e fastidiosa», ha commentato Francesco Belletti, presidente del Forum delle associazioni familiari, presente alla manifestazione del 16 maggio.

Sull’idea di un attacco deliberato mosso da ragioni diverse dallo scandalo degli abusi si sono ritrovati in tanti, a partire dal segretario di Stato, Tarcisio Bertone, che ha dichiarato che «dietro gli attacchi al Papa ci sono visioni della famiglia e della vita contrarie al Vangelo». Numerose testimonianze di solidarietà sono arrivate al Pontefice dagli episcopati di tutto il mondo: «Dobbiamo opporci a coloro che sfruttano questi dolorosi casi per vantaggi personali e per attaccare la Chiesa e i suoi rappresentanti: nessuna istituzione al mondo ha fatto tanto nella lotta contro il peccato e per la protezione degli innocenti quanto la Chiesa cattolica», hanno dichiarato i vescovi cechi. Manifestazione di stima e invito a pregare per il Papa rivolto alle assemblee diocesane arrivano da monsignor Malcom Ranjith, arcivescovo di Colombo, e da quello Washington, monsignor Donald W. Wuerl. Molti degli attestati di vicinanza al Pontefice sono stati accompagnati da commenti positivi sulla Lettera ai cattolici irlandesi, che, per esempio, dal cardinale di Cracovia, Stanislao Dziwcsz, viene considerata «un intervento importante, necessario, delicato e coraggioso che farà tanto bene alla Chiesa cattolica e alla società civile, perché farà chiarezza e pulizia». "Irrituale" l’attestato del decano dei cardinali, Angelo Sodano, che durante la liturgia di Pasqua, rivolgendosi a Benedetto XVI aveva dichiarato: «Caro Papa la Chiesa è con te». Un gesto offuscato nelle settimane successive dalle aspre critiche che hanno investito lo stesso Sodano.

vi.pri.

 

Italia: meno denunce, stesso scandalo

Quanti sono in Italia i casi di pedofilia in cui sono coinvolti sacerdoti e religiosi? Impossibile quantificare con precisione. Le ragioni sono molteplici, tra queste la caduta in prescrizione dei reati commessi, il mancato obbligo di denuncia all’autorità giudiziaria da parte delle gerarchie ecclesiastiche e la paura delle vittime.

Secondo don Fortunato Di Noto, fondatore dell’Associazione Meter che si occupa di lotta alla pedofilia, in una decina d’anni si possono contare dagli 80 ai 100 casi di preti coinvolti. Per fare un confronto con il fenomeno in generale, secondo una ricerca del Censis in Italia si registrano annualmente 21 mila casi di pedofilia e un migliaio di processi. Un’inchiesta di Ap (Associated Press) conferma più o meno il dato di Meter: per l’agenzia di stampa statunitense, in dieci anni sarebbero 73 i casi di presunti abusi sessuali su minori da parte di preti cattolici in Italia, per un totale di 235 vittime. Il computo è basato sulle cronache della stampa e sulle denunce apparse in siti e blog delle vittime. Dati irrisori, commenta Ap, rispetto all’entità del fenomeno negli Usa (4 mila preti coinvolti), sebbene il numero di consacrati nel nostro Paese sia maggiore (50.800) di quelli negli Usa (44.700). Anche dal punto di vista pecuniario vale la stessa considerazione: la Chiesa italiana sarebbe stata costretta a risarcire fino a ora poche centinaia di migliaia di euro, contro i 2,6 miliardi di dollari sborsati dalle diocesi americane.

Le pene comminate ai sacerdoti condannati vanno dai due anni con la condizionale agli otto anni di carcere. In genere, dai dati delle procure italiane, non si tratta quasi mai di abusi su minori con meno di 12 anni, e molte volte non s’è consumato l’atto sessuale completo. In passato l’intervento delle autorità ecclesiastiche si è sempre limitato, al massimo, al trasferimento del presbitero colpevole. Un caso che, in questo senso, destò scalpore fu quello che coinvolse don Bruno Puleo, che nel 2004 patteggiò una condanna a due anni e sei mesi per abusi sessuali nei confronti di sette ragazzi che frequentavano il seminario d’Agrigento. Il vescovo della città siciliana non aveva preso altri provvedimenti se non il cambiamento di parrocchia.

A scuotere l’opinione pubblica e a imbarazzare non poco la Chiesa italiana è stato, poi, il caso di don Lelio Cantini, ex parroco della chiesa Regina della Pace di Firenze, oggi 87enne. Dopo una prima condanna inflittagli dal tribunale ecclesiastico nel 2007, a seguito di circostanziate e ripetute denunce d’abuso, partì un’inchiesta della Congregazione della dottrina della fede. Alla fine il Papa ha deciso di ridurre allo stato laicale il sacerdote ritenuto colpevole di «abuso plurimo e aggravato nei confronti di minori» perpetrato tra il 1973 e il 1987. Nei suoi confronti è stata anche aperta un’inchiesta penale dalla procura di Firenze.

Assai controversa e tutta da chiarire, invece, è la vicenda di presunti abusi pedofili che più di recente ha coinvolto l’istituto per sordomuti "Antonio Provolo" di Verona, scoppiata in seguito alle dichiarazioni di alcuni ex alunni dell’istituto raccolte dal settimanale l’Espresso nel gennaio dello scorso anno. Le accuse sono pesantissime: per oltre trent’anni, dal 1950 al 1984, 25 religiosi della congregazione della Compagnia di Maria avrebbero commesso abusi e sevizie ai danni di un centinaio di minori ospiti della struttura che da un secolo gode di ottima fama in città.

Per ora l’iniziativa assunta dalla diocesi di Bolzano che ha invitato a segnalare presunte molestie o abusi di sacerdoti e offerto tutela, non è stata ancora ripresa da altre diocesi. Intanto le vittime dei preti pedofili hanno deciso di associarsi e si sono date appuntamento per un primo incontro a Verona il 25 settembre prossimo.

a.l.

Segue: Dalla parte delle vittime: giustizia, non risarcimenti

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