|
CULTURA
- CAMILLO DE PIAZ Ribelle
per amore
di Annachiara Valle – foto di Matilde Gattoni
Religioso
dei Servi di Maria, compagno di avventure di padre David Maria Turoldo,
membro della Resistenza al nazifascismo, prete scomodo prima del
Vaticano II, padre spirituale di tanti credenti postconciliari: tutto
questo è stato padre Camillo De Piaz, scomparso il 31 gennaio a quasi
92 anni d’età.
Camminava
ritto indovinando i passi con il bastone. Io arrancavo dietro di lui
pregandolo di rallentare. «Sono un uomo di montagna, abituato a
passeggiare», mi aveva risposto divertito. Prima, attorno al tavolo di
casa, il mio grosso cane si era accoccolato sui suoi piedi mentre
parlavamo di tutto. Padre Camillo aveva chiesto alla signora Rosa, che
lo assisteva ormai da anni, di portare dell’acqua per Zooey e del
caffè per me. Avevamo chiacchierato a lungo, quasi tutto il pomeriggio.
Gli anni della Resistenza, l’amicizia con Turoldo, l’esperienza
della Corsia dei Servi, l’impegno nelle carceri, la Chiesa di oggi.
Camillo De Piaz andava indietro nella memoria, raccontando aneddoti e
speranze, per nulla rassegnato davanti alle difficoltà del presente. E
ascoltava le mie vicende personali con la pazienza e la saggezza che
tante volte gli era capitato di usare con gli uomini e le donne che
aveva incontrato nelle più diverse situazioni di vita. Migliaia di
persone con cui era entrato in contatto in tutta Italia, un’umanità
che di colpo, alla notizia della sua morte, da tanti rivoli si è
ricompattata attorno a lui, per dargli l’ultimo saluto nella grande
chiesa di Madonna di Tirano. Chi era padre Camillo De Piaz, morto
domenica 31 gennaio a quasi 92 anni, lo si è visto guardandosi attorno
durante i funerali celebrati il 2 febbraio. Alpini, ex brigatisti rossi,
avvocati, suore, gente comune. Seduti, in piedi, dentro e fuori la
chiesa c’erano tutti, a scandire le tappe della sua articolata e
impegnativa vita.

Padre Camillo De Piaz per le vie del
paese.
La sua esistenza era partita da queste montagne, da Piazzo – come
tradisce il suo cognome –, una borgata appena sopra Tirano, da una
casa di legno e pietra, a ridosso della roccia. Davanti al santuario il
piccolo Camillo aveva trascorso l’infanzia per poi andare a studiare a
Monte Berico, in provincia di Vicenza, nello studentato dei Servi di
Maria. «Era l’11 settembre 1929», aveva raccontato in una intervista
a Jesus tre anni fa, «un giorno memorabile: incontrai Davide
Turoldo e, da quel momento, ebbe inizio la nostra vita insieme». Con
padre Davide, padre Camillo condividerà tutte le esperienze più
importanti per la vita del nostro Paese e per quella della Chiesa. A
cominciare dalla guerra, dalla lotta per la liberazione.
In quel giorno d’estate, l’ultima volta che lo avevo incontrato,
si era divertito a immaginare, ormai quasi completamente cieco, come
potesse essere oggi Milano. Raccontava del convento che i Servi di Maria
avevano in centro, a piazza San Carlo, di corso Vittorio Emanuele, che
una volta si chiamava proprio Corsia dei Servi. Qui erano nate tante
cose, a cominciare dal Centro culturale che riprendeva il nome antico
della strada. «Vai a vedere qualche volta se ti capita», mi aveva
esortato con il suo "tu" affettuoso e autorevole a un tempo.

Padre Camillo De Piaz nella sua casa di
Madonna di Tirano.
«C’era la guerra», raccontava dando le spalle alla finestra, «e
noi ci eravamo impegnati nel Comitato di liberazione nazionale dell’Alta
Italia e avevamo cominciato a pubblicare una rivista clandestina, l’Uomo.
Erano anni in cui non si poteva scegliere. O ci si nascondeva, o si
riparava in Svizzera, o si andava in campo di concentramento, oppure si
faceva la Resistenza. La lotta armata era una via obbligata, a meno di
non volersi arrendere alla Repubblica di Salò e accettarne tutte le
conseguenze».
Avevo
portato un registratore, anche se non si trattava di un’intervista.
Padre Camillo lo sapeva e aveva voglia di raccontare: «Mi è capitato
spesso di ripensare alla scelta delle armi quando mi sono trovato, anni
dopo, a incontrare in carcere coloro che avevano fatto la lotta armata
negli anni Settanta. Molti di loro si richiamavano alla Resistenza, ma
si trattava di una semplificazione. Negli anni della guerra ho condiviso
la lotta armata perché si trattava di difendere la libertà del Paese.
Sono stato dalla parte di chi ha preso le armi e anche di chi si era
rifiutato di arruolarsi nella Repubblica di Salò. Più del 90 per cento
dei detenuti nei campi di concentramento cui la Repubblica Sociale aveva
offerto la liberazione in cambio dell’arruolamento hanno rifiutato.
Questa è stata la Resistenza. L’ho vissuta in prima persona. Il Cln
dell’Alta Italia ci aveva incaricato di seguire le famiglie dei
perseguitati politici e avevamo con loro frequenti incontri. Anche per
questo non posso che avere un giudizio negativo sulla lotta armata degli
anni Settanta e il loro richiamo alla Resistenza. Il problema però non
è il giudizio, è cercare di capire cosa è successo in quel periodo e
cercare di non perdere le persone che hanno fatto quelle scelte. Persone
quasi sempre di grande valore».

Padre Camillo De Piaz in diversi momenti
della giornata trascorsi
nel piccolo paesino di Madonna di Tirano, dove viveva oramai da anni.
Durante la Seconda guerra mondiale, grazie alla rivista clandestina
fondata con padre Turoldo, la Corsia dei Servi era diventata occasione
di incontro tra persone di varia estrazione culturale. «Avevamo
conosciuto Curiel», mi raccontava padre Camillo, «l’uomo nuovo del
Pci italiano senza alcun legame con il retroterra della Russia
sovietica. Con lui e altri avevamo fondato il Fronte della gioventù –
nome, anni dopo, purtroppo ripreso dai missini – che era l’equivalente,
a livello giovanile, del Cln dell’Alta Italia». Sono anche gli anni
in cui nasce l’amicizia con Giuseppe Lazzati, cui la Corsia resta
vicina prima e dopo il suo internamento in Germania. «Lazzati è uno
dei nostri punti di riferimento, così come lo erano Giuseppe Dossetti e
tutto il gruppo che poi confluì nella Democrazia cristiana, la
cosiddetta "base". Furono anni duri, ma anche di grande
speranza. Io e Davide eravamo sempre su posizioni molto esposte, si può
dire di avanguardia. Restando però sempre dentro la Chiesa e fedeli ai
nostri superiori. Anche quando chiesero a Davide di allontanarsi dall’Italia
e successivamente a me, nel 1957, di lasciare Milano e la Corsia dei
Servi».
Posizioni di avanguardia che anticipano, in molti casi, il Concilio.
Anche se non sono sempre ben viste all’interno della stessa Chiesa. «Ci
veniva contestato», raccontava padre Camillo, «il dialogo e anche l’apertura
verso il mondo comunista. Durante l’epoca della clandestinità c’era
stata la costituzione di questo Fronte della gioventù che
convogliava i giovani dei vari partiti che avevano fatto parte del
fronte della resistenza. In quelle occasioni avevo anche conosciuto
Enrico Berliguer». Una antica foto ricorda quell’incontro. Accanto al
leader del Pci, un giovanissimo padre Camillo e il futuro regista Gillo
Pontecorvo. L’occasione è una riunione del direttivo del Fronte
della Gioventù. Anni dopo Berlinguer si ricorderà di quel
colloquio e premierà padre Camillo per la sua fedeltà alla democrazia.

«Democrazia:
una parola che faceva fatica a farsi largo all’interno della Chiesa,
ma per la quale avevamo lavorato molto anche durante il periodo
fiorentino», chiariva padre Camillo. "Esiliato" a Firenze,
Turoldo era venuto in contatto con Giorgio La Pira, con padre Ernesto
Balducci, con don Lorenzo Milani. Erano gli anni del Concilio ed
entrambi i serviti vivevano una grande stagione. Padre Camillo era a
Roma, ma spesso lasciava la capitale per raggiungere il confratello nel
capoluogo toscano. «Eravamo nel mirino del Sant’Uffizio», mi
raccontava dondolandosi sulla sedia, «ma il Papa ci voleva bene. Papa
Montini, intanto succeduto a Giovanni XXIII, a un certo punto mi aveva
chiamato a Roma per affidarmi la cura del testo italiano della Populorum
Progressio. Per la prima volta i testi non sarebbero stati solo in
latino. Il testo originario era in francese perché il Papa l’aveva
commissionata a un gruppo a lui molto vicino. Mi ricordo l’esultanza
con la quale me ne andavo in giro per Roma con l’enciclica sotto
braccio e con le annotazioni a penna di Paolo VI. Fu un testo
importantissimo perché metteva in primo piano le tre liberazioni: delle
classi oppresse, dei popoli oppressi e della donna. Quelli del Concilio
e del post-Concilio erano proprio i nostri anni».
Di quel periodo ne parlava al passato, ma senza amarezze. Anche
quando ammetteva che «oggi un po’ tutti stanno cercando di mettere in
ombra il Concilio o di darne una lettura addomesticata», non indulgeva
alla disperazione. Lui, che aveva già passato la soglia dei novant’anni,
spiegava a me «che non si deve perdere la speranza perché il Concilio
non si può cancellare e lo Spirito Santo opera sul serio». Per
spiegarmelo mi aveva detto: «Pensa un po’ alla genesi della Lumen
Gentium, il documento sulla Chiesa. Certo, è una Costituzione che
aspetta ancora di essere sviluppata nelle sue conseguenze, ma guarda da
dove siamo partiti. Per arrivare a questo documento si è stati capaci
di rivoluzionare da cima a fondo il progetto preparatorio, mettendo al
centro non la gerarchia, ma il popolo di Dio, anzi la Chiesa come popolo
di dio. Siamo lontani dall’aver tratto tutte le conseguenze di questo,
c’è ancora molto da fare, ma il Concilio è lì, non si può far
finta che non ci sia stato».

Il
punto – insisteva ancora – è che «per essere fedeli al Vangelo
bisogna fare come Davide, essere capaci di soffrire non solo pour l’Eglise,
ma par l’Eglise, per mano della Chiesa. E devo dire che da
questo punto di vista non ci è stato risparmiato quasi niente».
Considerato uno dei discepoli di don Primo Mazzolari, padre Camillo
raccontava come sia importante restare sempre dentro la Chiesa anche
quando sembrerebbe più facile abbandonarla: «Tanti di noi, che dopo
sono stati riabilitati, hanno avuto problemi con le gerarchie. A
cominciare proprio da don Primo, al quale per un periodo venne vietato
di predicare fuori dalla sua diocesi. Con padre Turoldo eravamo andati a
trovarlo, quando era già un po’ famoso. Lui era molto padano e dunque
espansivo, capace di grandi amicizie. Andavamo alla sua canonica. Lo
trovavamo spesso alla sua scrivania, che era un accumulo di libri,
disordinata, con appena un angolino sul quale si sistemava per scrivere.
Parlavamo di tutto».
Anche da quell’esempio padre Camillo De Piaz aveva tratto il dono
di cercare di capire, prima di giudicare e di intervenire: «Capire
tutto, anche il terrorismo. Anzi, se proprio devo essere sincero, sarei
cauto a usare la parola terrorismo per quello che è avvenuto negli anni
Settanta. Il terrorismo è una cosa che colpisce le masse. Le stragi
sono un atto terroristico, non le uccisioni singole, anche se ovviamente
non sono da giustificare in alcun modo. Resta da capire come sia potuta
accadere una cosa simile visto che non è un mistero per nessuno che
stesse per avviarsi una qualche forma di lotta armata. Il nostro
impegno, come Corsia dei Servi, è però soprattutto successivo: quando
si cerca di rompere il muro di silenzio che c’è tra carcere e
società, ci viene affidato il compito di entrare in contatto con i
leader della lotta armata che erano stati arrestati. Con noi c’erano
tante persone, tra le quali Mario Cuminetti. Da quegli incontri sono
nate grandi amicizie».

Nello
stabile dove abitava padre Camillo c’è una porta che separa la sua
abitazione da quella della comunità Il Gabbiano. «Scrivilo,
scrivilo», mi diceva, «parla con Cecco Bellosi, che ne è il
responsabile». Bellosi, negli anni Ottanta in carcere, proprio a padre
Camillo aveva consegnato il suo kalashnikov. «Adesso si occupa di
recupero di tossicodipendenti. Come molte delle persone arrestate in
quegli anni è attento a fare qualcosa per gli altri. Certo, resta tutto
l’errore di aver cercato nella lotta armata una via d’uscita
semplificatrice per problemi che sono complessi».
Nella cappella del primo piano, comunicante proprio con la comunità Il
Gabbiano, è allestita la camera ardente. C’è Cecco Bellosi, ci
sono Giorgio Semeria, Franco Bonisoli, Sergio Segio, Lauro Azzolini,
Maria Grazia Grena... Padre Camillo è deposto in una bara semplice. Sul
feretro, quando arriva in chiesa, è appoggiata una stola che lui stesso
aveva commissionato a una cooperativa di donne del Bangladesh. La
piccola folla lo accompagna fino al cimitero. La banda musicale suona
per lui, fedele e contestatore. Una voce femminile recita una poesia di
Teresio Olivelli, il sunto della sua vita: «Sui monti ventosi e nelle
catacombe della città, dal fondo delle prigioni, noi Ti preghiamo: sia
in noi la pace che Tu solo sai dare. Signore della pace e degli
eserciti, Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di
noi, ribelli per amore».
Annachiara Valle
|