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UNA
CITTA', UNA DIOCESI
- ROMA Intervista
ad Agostino Vallini
Chiesa madre Chiesa
benigna
di
Vittoria Prisciandaro - foto di Alessia Giuliani/CPP
Il
vicario del Papa è un uomo che non ama apparire. Centellina i
comunicati e le dichiarazioni stampa. Alle auto blu, se può, preferisce
la sua utilitaria. Originario di Poli, diocesi di Tivoli, classe 1940,
una specializzazione in Diritto canonico, ha insegnato alla Lateranense
e alla Facoltà teologica di Napoli, di cui è stato anche decano. Dieci
anni da vescovo ausiliare a Napoli, cinque a capo della diocesi di
Albano e cinque come prefetto del Tribunale della Segnatura apostolica,
dal 27 giugno 2008 il cardinale Agostino Vallini guida a nome di
Benedetto XVI la diocesi di Roma. Tra le prime decisioni una volta
insediatosi al Laterano, quella di dedicare un giorno della settimana
all’incontro con i suoi preti. Il mercoledì dalle 8 in poi, chi
vuole, si mette in fila, senza appuntamento. A volte si va avanti
ininterrottamente fino alle due. «Sono consapevole che fare il parroco
oggi non è facile: il sacerdote deve trovare nel vescovo un punto di
riferimento, un fratello, un padre. È uno stile di vicinanza, fondato
sull’idea che il Signore li ha scelti e io non posso che essere loro
vicino nel cammino. Quanto più c’è relazione, tanto più c’è
comunicazione e intesa. E questo favorisce il governo».

Il cardinal Vallini.
- Su quali linee procede la pastorale diocesana?
«Si sta facendo una verifica pastorale che nasce da un’esigenza:
10 anni fa la Chiesa di Roma ha vissuto un momento di forte identità e
visibilità, con la missione cittadina che coinvolse oltre 10 mila
missionari in tutti gli ambienti. Negli anni successivi sono stati
affrontati grandi temi come la famiglia, i giovani, l’educazione.
Quando sono stato nominato, mi sono chiesto come inserirmi in questo
cammino di grazia e santità, per cercare di orientarlo. E mi è parso
di capire che la bussola dovesse essere il Sinodo diocesano già
vissuto. Così, con l’incoraggiamento del Santo Padre, abbiamo deciso
di fare una verifica: la realtà della città è cambiata e non si può
più dare per presupposta la fede. Partiamo da questa domanda:
"Come i nostri fedeli hanno coscienza di essere Chiesa e sentono la
responsabilità di annunciare Cristo?". Cinque sono i temi di
verifica: eucaristia domenicale, testimonianza della carità,
iniziazione cristiana, pastorale giovanile e familiare. I primi due
vengono affrontati quest’anno, non solo dalle parrocchie, ma da tutte
le realtà della diocesi».
- Quali sono i volti della sua diocesi?
«In centro, dove ci sono i palazzi delle istituzioni, la gente vive
ma non abita, e le parrocchie sono piccole. Spostandosi verso il
raccordo, le comunità vanno ingrandendosi, si arriva anche a 45 mila
abitanti, e c’è una ricca pastorale di insieme. Infine ci sono zone
dove si lavora da anni ma ancora non sono state costruite le chiese.
Abbiamo 8 cantieri aperti e dobbiamo aprirne altri 10. In questo anno e
mezzo ho visitato circa 90 parrocchie e ho trovato comunità vivaci,
significative per il territorio, anche grazie all’impegno della
pastorale degli oratori. In molte realtà di periferia la parrocchia è
l’unico punto di aggregazione e di proposta».

Le cupole della sinagoga e di San Pietro.
- Qual è il rapporto tra la diocesi, il vicario e il Papa?
«Roma, cuore del cristianesimo e sede del Successore di Pietro, ha
un respiro universale che altre diocesi possono avvertire meno. È
grande onore e anche consapevole responsabilità sapere di portare
avanti il lavoro in nome del Papa. Ho il privilegio di essere ricevuto
spesso dal Santo Padre, lo informo delle questioni più importanti,
delle linee pastorali e ne ricevo indicazioni. Ogni anno il Papa visita
alcune parrocchie, incontra i parroci all’inizio della Quaresima e
apre il Convegno diocesano con un discorso che orienta il cammino
pastorale».
- Universalità e grandi numeri non ostacolano il percepirsi
diocesi?
«La coscienza diocesana si è affermata soprattutto negli ultimi 50
anni, da Giovanni XXIII in poi. A questo obiettivo ha contribuito lo
stesso desiderio del Papa di trasferire la Curia qui in Laterano. La
grandezza della diocesi rende complesso il governo pastorale, ma la
struttura delle prefetture, i vicariati foranei previsti dal codice
canonico, compensa questo problema. La vita pastorale viene pensata nei
presbiteri parrocchiali e nelle prefetture, e poi a livello più alto
nei settori, a capo dei quali c’è un vescovo ausiliare. Le scelte
importanti del governo della diocesi le maturiamo nel consiglio dei
prefetti. Sono organismi di partecipazione vera».

Il cardinal Vallini dice Messa per i
detenuti di Regina Coeli.
- Un tempo si diceva Roma capitale della cristianità.
È ancora vero?
«C’è coscienza di essere Chiesa madre, con tutte le difficoltà
legate al tempo che viviamo: la partecipazione alla Messa domenicale ha
un tasso di frequenza intorno al 20%, le vocazioni sono poche rispetto
ai bisogni e ci si giova in qualche modo anche di sacerdoti stranieri
che studiano nelle Università pontificie. L’età media dei preti,
comunque, non è alta e si aggira sui 50 anni. Una ricchezza è la vita
comune del clero nelle parrocchie. Mi piace sottolineare che accanto ai
centri nazionali e internazionali di associazioni e movimenti laicali è
presente e cresce un qualificato laicato parrocchiale. Le parrocchie di
Roma elaborano proposte di evangelizzazione intorno al nucleo
fondamentale del progetto pastorale. In diocesi, inoltre, è forte la
coscienza di carità: don Luigi Di Liegro ha lasciato il segno! Circa
400 persone e alcune migliaia di volontari lavorano nelle cooperative
ispirate dalla Caritas, attive in ogni settore ».
- Di recente lei ha invitato il sindaco Alemanno a individuare «strumenti
alternativi e integrativi all’ordinanza contro i lavavetri».
Quale convivenza si respira in una città plurale come Roma?
«Con il sindaco c’è una cordiale collaborazione. Certo, bisogna
lavorare molto per aprirsi all’universalità e all’accoglienza. Non
c’è razzismo, ma talvolta qua e là qualche segno di intolleranza. È
necessario essere vigilanti per favorire la legalità e insieme avere
consapevolezza dei nostri doveri umani e cristiani di accoglienza. In un
recente comunicato deploravo i comportamenti di sfruttamento, di abusi e
di speculazioni ai danni degli immigrati e delle fasce deboli della
popolazione. Insomma, chiedere 500 euro per un posto letto non è da
cristiani!».
Vittoria Prisciandaro
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