Contattaci

  


 

REPORTAGE - R.D. CONGO

Nella foresta dei piccoli grandi uomini
di I
Anna Pozzi – foto di Bruno Zanzottera/Parallelo Zero
  

Nella regione orientale della Repubblica Democratica del Congo c’è una remota missione cattolica, immersa nell’inaccessibile foresta dell’Ituri. È la terra dei Bambuti, gli ultimi pigmei di questo tormentato Paese africano. Qui padre Silvano Ruaro, dehoniano originario di Vicenza, si batte da anni per la sopravvivenza di questo piccolo gruppo etnico, minacciato dalla violenza della guerra e dagli sconvolgimenti culturali della modernità.
  

In cima alla collina, la grande casa di pietra domina la valle e una vasta regione collinare: poi foresta, foresta, foresta. Non c’è nient’altro che foresta all’orizzonte: solo una distesa ininterrotta e fitta di vegetazione. Un mondo verde e lussureggiante, rigoglioso e impenetrabile, misterioso e incontaminato. È il cuore pulsante del Congo. L’immensa foresta pluviale. Un tesoro inestimabile, che tanti hanno cercato di profanare brutalmente.

La grande casa in cima alla collina è la missione di Nduye. Venne costruita da padre Bernardo Longo, missionario del Sacro Cuore (dehoniano), storico pioniere della presenza della Chiesa cattolica in una regione remota e impenetrabile: la foresta dell’Ituri, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, dove sopravvivono gli ultimi pigmei di questo Paese. Ora la missione attende di essere nuovamente abitata. Mentre la vita tutt’intorno ha ripreso lentamente il suo corso. Ma qui nulla sarà più come prima. Prima che la guerra e la violenza seminassero morte e orrore. Prima che venissero sconvolti gli equilibri millenari che regolavano il delicato e mirabile rapporto tra l’uomo e la natura.

Una veduta della foresta.
Una veduta della foresta.

Ottobre 2002. Padre Silvano Ruaro, vicentino settantenne, infaticabile punto di riferimento della missione di Mambasa, se li ricorda bene quei giorni. Così come tutti gli abitanti di quella cittadina e dei villaggi che punteggiano l’asse che sale a Nduye e continua verso nord. Fu lui il primo, insieme al vescovo di Butembo, monsignor Melchisédek Sikuli Paluku, a denunciare al mondo l’orrore nell’orrore. «Le truppe di Jean Pierre Bemba», ricorda, mostrandoci la missione completamente ristrutturata, mentre intorno rimangono i tanti segni della guerra, «si erano impossessate in marzo della città di Isiro. Poi sono scese verso Mambasa, distruggendo i villaggi lungo la strada, uccidendo gli abitanti e violentando le donne. Il 12 ottobre hanno attaccato Mambasa e ne hanno preso il controllo. Siamo fuggiti tutti verso Beni. E per la prima volta ho visto i pigmei fuggire con gli altri. Non era mai successo. I pigmei, di fronte al pericolo, si rifugiano in foresta. Ma quella volta neppure la foresta era abbastanza sicura per loro».

Le Nazioni Unite parlano, a proposito dell’attacco a Mambasa, di una «escalation di violenze senza precedenti, caratterizzata da operazioni premeditate durante le quali saccheggi, violenze ed esecuzioni sommarie sono serviti come strumenti di guerra». I responsabili sarebbero essenzialmente i ribelli del Movimento di Liberazione del Congo (Mlc) di Bemba, attualmente sotto processo alla Corte penale dell’Aja, per analoghi crimini commessi nella vicina Repubblica Centrafricana. Uccisioni, violenze, saccheggi, ma non solo. Quello che padre Silvano aveva denunciato andava ben oltre: aveva fatto emergere qualcosa che altri non avevano voluto vedere o dire: veri e propri atti di cannibalismo, di cui furono particolarmente vittime i pigmei della zona. Il missionario ha raccolto numerose testimonianze. Racconti atroci, di cui la Missione Onu per il Congo (Monuc) è riuscita a ricostruire solo dodici casi.

Raccolta del miele sugli alberi.
Raccolta del miele sugli alberi.

«La gente», dice il missionario, «porta due spiegazioni: la credenza nei poteri magici dei pigmei, di cui i ribelli si sarebbero voluti appropriare, ma anche la volontà di annientare un popolo che secondo loro avrebbe messo a disposizione del nemico le proprie conoscenze. Quel che è certo è che la violenza e la brutalità hanno superato ogni limite dell’umano e dell’immaginabile». L’operazione era stata denominata dagli stessi ribelli Effacer le tableau, «cancellare la lavagna», che tuttavia – secondo una rete locale di associazioni pigmee – stava per Effacer les pygmées, «cancellare i pigmei». Si sarebbe trattato, insomma, di un «genocidio» perpetrato contro le più antiche popolazioni autoctone della regione.

Oggi, a uno sguardo superficiale, è difficile rendersi conto di tutto ciò che è stato e riuscire a scovare le tracce di quella tragedia. La gente non ne parla volentieri. Tanto meno i pigmei. Qualche accenno agli assalitori, alla fuga, a come sia stato duro quel periodo. Ma il passato è passato, sembrano voler dire i più. E oggi l’assillo quotidiano della sopravvivenza pare essere l’assoluta priorità. Specialmente in foresta, dove i pigmei sono tornati alla loro vita di sempre, fatta di riti e ritmi ancestrali, in un mondo che appare antichissimo e incontaminato. E soprattutto immutato e immutabile.

Per certi versi lo è. Testimonianze egizie – che parlano dei «danzatori di Dio» – attestano della presenza dei pigmei Bambuti nella foresta dell’Ituri da oltre quattromila anni. Una presenza che ha mantenuto molte caratteristiche inalterate, al punto che i Bambuti sarebbero una delle rarissime civiltà ad aver conservato la propria identità culturale praticamente intatta attraverso i millenni.

Musica, canti e danze in occasione di un funerale nell'accampamento di Bataka.
Musica, canti e danze in occasione di un funerale
nell’accampamento di Bataka.

Nonostante tutto. Nonostante la guerra, ma soprattutto nonostante l’avvicinamento alle vie di comunicazione, che li ha messi in relazione con le popolazioni bantu. Un rapporto problematico e asimmetrico, fatto spesso di sfruttamento e sottomissione dei pigmei, che fuori dalla foresta perdono i loro punti di riferimento e sono facili vittime di soprusi e ingiustizie. In foresta, però, restano imbattibili. È la loro casa, la loro vita, il loro universo di riferimento. La foresta è madre e talvolta severa matrigna, dà e toglie, è benevola e generosa di doni, ma chiede che siano rispettate le sue regole. I pigmei le conoscono bene. Da millenni vivono in simbiosi con questa natura potente e vitale, che li accoglie nel suo grembo.

Nduye è una sorta di avamposto della missione e una porta di ingresso alla foresta e al mondo dei pigmei. Dopo la guerra non è rimasto nessun missionario. Prima c’erano i Dehoniani e, sulla collina di fronte, le suore Comboniane. Padre Silvano, però, è ottimista. Lui stesso si prepara a tornare. E ha già trovato delle religiose congolesi disponibili a riaprire l’altra casa e la scuola. Ma non è facile. Innanzitutto arrivarci. La strada è a malapena una pista, che si riduce in alcuni tratti a un sentiero impraticabile, specialmente se piove. Moto e biciclette sono gli unici mezzi di trasporto che riescono a transitarvi, ma spesso occorre scendere e spingere. E allora quei sessantacinque chilometri che separano Mambasa da Nduye possono trasformarsi in un incubo di molte ore. «Pare che una Ong straniera sistemerà la strada», dice fiducioso padre Silvano, che per il momento è costretto a muoversi lui stesso in moto. Come, del resto, chiunque altro. Il che rende tutto difficile da trasportare e tutto molto costoso, per una popolazione che non ha nulla, e vive dei prodotti dei campi e di pochi commerci.

Scende la sera sull'accampamento di Adikanga e i vari gruppi familiari si radunano intorno alle loro capanne.
Scende la sera sull’accampamento di Adikanga e i vari gruppi familiari
si radunano intorno alle loro capanne.

Anche la presenza cristiana a Nduye è ridotta all’essenziale e mantiene la sua vitalità grazie soprattutto alla presenza di un anziano catechista, che vive nella missione con la famiglia, anima la funzione della domenica, partecipa ai numerosi funerali; è un punto di riferimento per la piccola comunità cattolica che abita nel villaggio.

Attorno, ci sono gli accampamenti dei pigmei, popolo di cacciatori-raccoglitori, che si mantiene ai margini della strada e dell’abitato. Realtà che si sfiorano, si toccano, si contaminano, ma che mantengono ancora caratteristiche proprie ben distinte. Innanzitutto gli accampamenti: non case, ma capanne, a forma di igloo, realizzate con rami e foglie dalle donne. Non più di otto-dieci per ogni gruppo, formato solitamente da una ventina di adulti e moltissimi bambini e ragazzi. Le capanne sono collocate a semicerchio, addossate alla foresta. Di fronte, un ampio spiazzo, con al centro una catasta di legna per il fuoco. È il luogo della danza e dei canti, di cui i pigmei sono maestri abili e originalissimi. Nonché instancabili. Specialmente in occasione di lutti o cerimonie particolari.

Papà Bruxelles, che si dice il capo dei pigmei di Nduye, ci accompagna in un accampamento, dove è appena avvenuto un decesso. Per entrare nello spazio segreto delle danze, occorre ricoprirsi la testa con un telo, che cela il passaggio dal mondo della vita comune a quello sacro del rito. E occorre anche lasciarsi iniziare, con disegni tracciati sul volto con la fuliggine, e con la «prova del sangue»: un piccolo taglietto sul polso da cui deve scaturirne almeno una goccia. Dietro questi arbusti, al limitare della foresta, si apre il luogo del simbolo, dove tutto quello che avviene ha un significato.

Donne e bambini attraversano la foresta.
Donne e bambini attraversano la foresta
.

Un gruppo di suonatori, con tam tam e una sorta di flauti, esegue una musica ritmata, girando attorno al fuoco. In un cerchio più largo, uomini e donne, ragazzi e ragazze danno vita a canti e danze. Entrambi con ritmo sincopato. Non c’è una vera e propria melodia, non ci sono parole. I canti sono fatti di suoni particolarissimi, che creano un insieme polifonico. Così come polifonica è la musica, che ha mantenuto nei secoli una propria peculiarità, rinviando ai suoni della foresta, che in qualche modo permea anche queste espressioni della vita dei pigmei. Viceversa, musica, canti e danze servono, a loro volta, a rinsaldare i legami con la natura. Secondo alcuni studiosi, la musica dei pigmei rappresenta il più antico fondo di sonorità artistica creato dall’uomo.

Questa simbiosi con la foresta appare evidentissima e stupefacente, seguendo una battuta di caccia. È questa, ancora oggi, la principale attività degli uomini Bambuti, che realizzano nella caccia non solo un’attività legata alla sopravvivenza, ma l’espressione massima del loro senso della vita e della loro relazione con la natura. Caccia significa innanzitutto fusione con il mondo ricco e misterioso della foresta, dove i pigmei si muovono con straordinaria familiarità. Chiunque altro, dopo pochi passi, perde l’orientamento. Loro, a piedi scalzi e con un semplice telo in vita, vi camminano sicuri e spediti, individuando invisibili punti di riferimento.

Il fuoco sempre in mano, segno propiziatorio e di difesa, il piccolo arco e le frecce in spalla, camminano per ore in cerca di non facili prede. Uomini, ragazzi e bambini condividono unanimi e con gioia l’essere insieme nella foresta. A vederli così, sembrano proprio un popolo felice. Anche se poi la battuta di caccia si conclude con un nulla di fatto o la raccolta del miele – non meno faticosa in cima ad alberi altissimi e perfettamente lisci – dà appena di che sfamare il piccolo gruppo di cercatori. Eppure è proprio in foresta, all’interno di questo mondo di verde e di ombre, che i pigmei sembrano stare davvero bene, perfettamente a loro agio, decisamente a casa loro.

Un cacciatore Bambuti torna trionfante all'accampamento con una piccola preda.
Un cacciatore Bambuti torna trionfante all’accampamento
con una piccola preda
.

Avvicinandosi alla strada, però, la prospettiva cambia. Lo sa bene padre Franco Laudani, missionario comboniano che da vent’anni si dedica alla pastorale dei pigmei, prima nella cittadina di Mumbere, poi come responsabile per la diocesi di Wamba. Pastorale che significa innanzitutto istruzione, salute e riconoscimento dei diritti.

«In passato», spiega padre Franco, che oggi sta a Maboma, «i pigmei venivano sfruttati come manodopera dai bantu, per la caccia e l’agricoltura, in cambio di un po’ di cibo. Erano in una situazione di totale sudditanza. Oggi la situazione sta lentamente cambiando, grazie soprattutto al grande lavoro che si è fatto nelle molte parrocchie della diocesi». E grazie, anche, all’infaticabile impegno di padre Franco. Attualmente nel territorio di Wamba ci sono tre scuole elementari per i pigmei e, dal 2004, una scuola secondaria per una trentina di studenti, da cui sono usciti anche cinque insegnanti. Nel marzo 2009 è stata creata anche una scuola di arti e mestieri per ragazzi e ragazze. «Complessivamente», dice il missionario, «seguiamo circa cinquemila studenti pigmei. Il che significa che un po’ alla volta le famiglie si sono rese conto dell’importanza dell’istruzione. E per renderle più partecipi chiediamo che contribuiscano con il loro lavoro alla costruzione delle classi».

Un altro importante fronte di impegno è quello sanitario, per garantire non solo l’accesso alle cure, ma anche educazione all’igiene e sanitaria. Ancora oggi il 40 per cento dei bambini pigmei muore prima dei cinque anni. E l’età media supera di poco i quaranta.

Infine, è stato fatto un importante sforzo nel settore agricolo, affinché, spiega padre Franco, «i pigmei non vengano semplicemente sfruttati come manodopera dai bantu, ma possano coltivare campi propri al fine di garantirsi la sicurezza alimentare. È una strada per favorire l’autonomia economica e l’integrazione alla pari, promuovendo il pieno riconoscimento dei diritti dei pigmei».

Un giovane pigmeo assaggia il miele faticosamente estratto da un'arnia.
Un giovane pigmeo assaggia il miele faticosamente estratto da un’arnia.

A Nduye, padre Silvano si prepara a fare la sua parte. L’obiettivo è quello di proseguire qui l’opera di padre Franco e soprattutto quella del suo confratello e predecessore, padre Bernardo Longo. È il sogno di tutta la vita, da quando, nel 1970, mise piede in Congo e, dopo un anno passato a Kisangani, nel 1971 riuscì finalmente ad andare a Nduye, dove rimase per cinque anni. Ora, dopo svariati incarichi in diverse parti del Congo e una lunga permanenza a Mambasa, è pronto a tornarci. Il progetto ce l’ha già ben chiaro in testa: «Non mandarci cibo, mandaci a scuola!». Ovvero l’educazione innanzitutto.

L’edificio della scuola è stato completamente ristrutturato. Ma manca la parte più impegnativa: formare insegnanti pigmei che insegnino ai bambini pigmei. «L’idea di fondo», spiega padre Silvano, «è che questo popolo così emarginato e sfruttato possa, attraverso l’istruzione, avere piena consapevolezza della propria dignità umana e dei propri diritti. E, al contempo, migliorare le proprie condizioni di vita, oggi così povere e difficili». I problemi logistici e culturali non mancano. Ma padre Silvano è fiducioso: «È una scommessa!», dice. E dopo quasi quarant’anni di Congo – e tutto quello che è successo – se ci crede lui, allora vuol dire che prima o poi sarà vinta.

Anna Pozzi

Il fiume che attraversa Nduye.
Il fiume che attraversa Nduye.
 

L’arte dei pigmei nei dipinti "murumba"

Al di fuori della danza e dei canti polifonici non veniva riconosciuta ai pigmei alcuna altra forma «artistica». Niente maschere, statue, dipinti o altri oggetti ornamentali, come si trovano presso altri popoli africani. Almeno sino alla scoperta di una vasta produzione di pitture realizzate su cortecce battute, chiamate murumba. Una prerogativa che appartiene unicamente ai pigmei Bambuti dell’est della Repubblica Democratica del Congo e che non esisterebbe presso altre popolazioni pigmee come i Cwa del centro-sud del Congo, i Baka e Kola del Camerun, i Bongo del Gabon, gli Aka e Mbenzele del Congo-Brazzaville e del Centrafrica, e i Twa del Rwanda.

I Bambuti dell’Ituri sarebbero a loro volta divisi in cinque gruppi, con qualche piccola distinzione, legata essenzialmente all’utilizzo dell’arco e delle frecce (prerogativa degli Efe) piuttosto che delle reti per la caccia. Complessivamente, sono ormai ridotti a poche decine di migliaia.

I manufatti dei Bambuti sarebbero arrivati in Europa alla fine del XIX secolo, portati da esploratori, medici e missionari. Gli studiosi sono tuttora divisi. «Questi pezzi», analizza la direttrice del Museo Dapper di Parigi, «secondo alcuni, sono recenti, addirittura di ispirazione straniera; secondo altri, sono la manifestazione di tradizioni ancestrali che rimonterebbero all’alba dell’umanità e che sarebbero state una fonte di ispirazioni per altri popoli, talvolta molto lontani». Sta di fatto che il prestigioso Museo Dapper, uno dei luoghi imprescindibili per avvicinare e conoscere l’arte africana, ha dedicato un’importante esposizione alle cortecce dipinte dei pigmei dell’Ituri.

Un cacciatore Bambuti porta con sé nella foresta un tizzone ardente propiziatorio.
Un cacciatore Bambuti porta con sé nella foresta
un tizzone ardente propiziatorio.

Dal canto loro, i pigmei di Nduye le trattano ancora oggi come normalissimi oggetti d’uso. Certo, vengono utilizzate solo per particolari cerimonie rituali. Ma tutti gli accampamenti ne conservano diversi pezzi, e all’occorrenza ne vengono prodotti di nuovi. Specialmente in vista della cerimonia che segna la fine dell’iniziazione delle ragazze, che dura ben sei mesi e che avviene all’interno di una capanna completamente oscurata. Qui la luce viene fatta filtrare solo per permettere alla ragazza di decorare la sua corteccia con fili di perline, certamente un’innovazione, propria di quei gruppi che si sono avvicinati ai villaggi bantu.

L’intero procedimento di realizzazione, tuttavia, è rimasto immutato. E mentre all’interno della capanna, l’adolescente si dedica agli ultimi ritocchi della sua corteccia, fuori, l’anziana del villaggio si appresta a dipingerne una nuova. Seduta su uno sgabello, si posa sulle ginocchia una striscia di corteccia (generalmente del «fico strangolatore») messa a bagno nell’acqua, sbiancata e ripetutamente battuta (dagli uomini) per darle una consistenza morbida, quasi come un tessuto. Sono solo le donne, invece, a occuparsi della pittura. Una in particolare, spesso la più anziana o, come capita a Nduye, la moglie del capo, assistita da altre donne e ragazze. Alcune preparano i colori, tutti rigorosamente naturali, estratti da una tavoletta di legno (nel caso del rosso) o da una radice (per il giallo), mentre il nero è fatto col carbone.

Quando tutto è pronto, l’anziana comincia a intingere un bastoncino nel nero e a tracciare segni geometrici sulla corteccia, simili a rombi. Alcuni vengono riempiti di linee parallele, mentre altri vengono colorati con le dita di giallo o di rosso. Assomigliano molto ai disegni che i pigmei tracciano sui loro visi.

Secondo alcuni studiosi, musica, canti polifonici, danze e pitture su corteccia o corporali attingerebbero alla stessa ispirazione e a un medesimo universo spirituale, impregnato di elementi simbolici tratti dalla natura e dalla foresta con cui i pigmei vivono in simbiosi.

a.p.

Jesus n. 2 febbraio 2010 - Home Page