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UNA CITTA', UNA DIOCESI - MANTOVA

Intervista a Roberto Busti
La ricetta collegiale 
di un vescovo felice

di Annachiara Valle - foto di Alessia Giuliani/CPP

«Sono un vescovo fortunato». Lo ripete anche a noi, monsignor Roberto Busti, dopo averlo già dichiarato dagli schermi di Tele Mantova, nel corso della rubrica settimanale Pane spezzato che la Tv cittadina gli riserva ormai da qualche tempo. «Sono fortunato perché ho attorno una Chiesa attenta, vedo giovani che si domandano come uscire dalle banalità e cercare il senso della propria esistenza, laici impegnati che si chiedono come dare risposte concrete ai bisogni della città, fedeli che partecipano attivamente alla vita della parrocchia. Sì, sono fortunato e contento».

Monsignor Roberto Busti.
Monsignor Roberto Busti.

Monsignor Busti, classe 1940, già portavoce del cardinale Carlo Maria Martini, è stato nominato vescovo di Mantova il 13 luglio 2007 e consacrato il 22 settembre dello stesso anno. «Appena arrivato in diocesi», confida, «mi sono preso una sorta di anno sabbatico. Un po’ per capire il nuovo territorio nel quale mi trovavo, ma soprattutto per "imparare" a fare il vescovo».

  • E dopo questo anno di silenzio?

«Intanto ho cercato di entrare adagio in questa realtà, cercando di capire dove c’era necessità di intervenire e dove, invece, le cose camminavano già bene. Al termine di questo anno ho formato un Consiglio episcopale. Mi sembrava che il modo migliore di fare il vescovo fosse farsi aiutare dalle persone che, conoscendo meglio di me la diocesi, avrebbero composto insieme con me un organismo nel quale vedere i problemi, approfondirli e prendere delle decisioni. Per comporre questo Consiglio ho accolto anche i suggerimenti dei sacerdoti. Ho così nominato un vicario generale e quattro vicari episcopali in altrettanti ambiti: quello pastorale, quello di rapporto con le altre realtà civili e istituzionali del territorio, quello dell’amministrazione e quello delle unità pastorali. Quest’anno ho anche proceduto alla nomina del nuovo rettore del seminario, che fa parte del Consiglio episcopale».

  • Perché ha ritenuto di dedicare un apposito ambito alle unità pastorali, addirittura nominando un vicario?

«Le unità pastorali sono una necessità. Senza contare la provincia, qui ci sono 50 mila abitanti, 168 parrocchie, di cui 19 in città, e un clero composto da meno di 200 sacerdoti, di cui 150 attivi. Le vocazioni sono diminuite anche qui – attualmente abbiamo una quindicina di studenti in seminario – ma come ordinazioni siamo in linea con il resto della Lombardia. È dunque necessario lavorare insieme, affrontare con un impegno comune i diversi problemi che ci interpellano. Per questo abbiamo cominciato uno studio sulle unità pastorali. Non le abbiamo ancora istituite giuridicamente, ma abbiamo cominciato – non senza qualche difficoltà – il cammino. Il punto è che anche i centri più piccoli hanno sempre avuto il loro parroco residente e allora avere un unico sacerdote che si occupa di più parrocchie costituite in unità pastorali è difficile. Tanto più che il territorio di Mantova non è così omogeneo, avendo zone molto industriali e zone prettamente agricole. Siamo però convinti che sia la strada sulla quale dobbiamo procedere».

L’interno del santuario di Santa Maria delle Grazie.
L’interno del santuario di Santa Maria delle Grazie.

  • E dal punto di vista pastorale, quali novità ha introdotto?

«Innanzitutto ho voluto continuare un’antica tradizione, che si tiene in settembre, e che dura ormai da 40 anni: quella della settimana della Chiesa mantovana. La novità è stata quella di dare un inizio a questo appuntamento, ma non una fine. Abbiamo pensato quindi di affrontare un argomento che fosse poi discusso nei dieci vicariati per tutto l’anno pastorale. Il tema di quest’anno, in continuità con la settimana dell’anno scorso, è stato la liturgia della Parola e le sue conseguenze sul piano pastorale e pratico, in particolare con riferimento alla formazione degli adulti. Abbiamo anche cercato di coinvolgere il più possibile i laici con la nomina di delegati parrocchiali che partecipassero alla preparazione dei lavori della settimana».

  • La gente partecipa?

«Si fa coinvolgere. Dobbiamo anche dire che la pratica non è molto forte, in città. Il 15, massimo 20 per cento di chi si dichiara cattolico frequenta la Messa domenicale, in linea con il resto della Lombardia. Abbiamo però visto che su alcuni temi c’è una certa attenzione. In particolare abbiamo concentrato l’attenzione su cinque ambiti. Il primo è quello delle famiglie che chiedono i sacramenti dell’iniziazione cristiana. Quasi tutti i genitori, anche quelli che non sono praticanti, chiedono il Battesimo per i figli. Quello è un momento in cui si possono gettare le basi per un cammino di formazione che coinvolga tutta la famiglia. Il secondo ambito è quello dei giovani. Sono alla ricerca di persone credibili. Abbiamo visto che, se si parte dalla Parola di Dio, e se si danno delle testimonianze vere, i giovani sono interessati al messaggio evangelico. Un terzo settore di impegno è quello della preparazione al Matrimonio. Vorremmo che le famiglie che stanno per formarsi diventassero non oggetto di attenzione, ma soggetto di fede. Abbiamo la sensazione invece di una forte fragilità. In questo ambito il nostro impegno è anche verso le famiglie separate. Abbiamo alcune parrocchie che stanno lavorando con i divorziati, in particolare quelli risposati. L’idea è che nessuno debba essere lasciato solo o fuori dalla comunità».

Piazza Sordello.
Piazza Sordello.

  • E gli altri due ambiti?

«Di questi tempi non possiamo trascurare il lavoro, il problema di chi lo perde, la percentuale di immigrati che lavorano 365 giorni all’anno 24 ore su 24. Abbiamo anche istituito un fondo per sostenere economicamente chi è in difficoltà. Il punto più critico, però, è quello della fragilità. Stiamo lavorando molto sui temi del dolore, della malattia, della morte, della fatica a vivere. Su questo siamo convinti che la Chiesa per prima deve essere portatrice di speranza».

Annachiara Valle

Jesus n. 1 gennaio 2010- Home Page