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EUROPA
Il Vaticano apre le porte agli anglicani tradizionalisti

Con un annuncio che ha colto di sorpresa buona parte della gerarchia cattolica e anglicana del mondo, il Vaticano ha rivelato lo scorso 20 ottobre l’imminente pubblicazione di una Costituzione apostolica che permetterà a «gruppi di chierici e fedeli anglicani» di entrare in «piena e visibile comunione» con Roma, non attraverso la conversione dei singoli ma in modo «corporativo», tramite l’istituzione di "Ordinariati personali". La decisione, illustrata in una nota della Congregazione per la dottrina della fede, arriva in risposta alle «numerose richieste che sono state sottoposte alla Santa Sede» da anglicani "tradizionalisti" preoccupati dall’apertura di alcune Chiese anglicane – in particolare negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Canada – all’ordinazione delle donne al sacerdozio e all’episcopato, alla consacrazione di preti e vescovi apertamente omosessuali e alla "benedizione" liturgica di coppie dello stesso sesso.

Tra questi gruppi, il più significativo sembra essere la Traditional Anglican Communion (Tac), cioè la federazione delle 15 Chiese che nel 1990 hanno rotto con l’arcivescovo di Canterbury – il primate della Chiesa d’Inghilterra, considerato primus inter pares all’interno della Comunione Anglicana – perché in disaccordo con l’apertura del sacerdozio alle donne. La Tac conterebbe circa 400 mila fedeli e da 20 a 30 vescovi. Nel 2007, aveva chiesto formalmente di rientrare in comunione con Roma e il suo primate, l’arcivescovo australiano John Epworth, ex-cattolico sposato due volte, si è detto «profondamente commosso dalla generosità del Santo Padre». Ma tra i possibili "destinatari" del provvedimento ci sarebbero anche sei vescovi della Chiesa d’Inghilterra, che negli ultimi mesi sono venuti a Roma manifestando il proprio disagio per la prossima, probabile introduzione delle donne vescovo: due di questi, Andrew Burnham di Ebbsfleet e Keith Newton di Richborough, in una lettera propongono il 22 febbraio 2010 come data di una «decisione iniziale» per «preti e fedeli» sulla risposta da dare all’offerta che arriva da Roma.

La Costituzione apostolica è stata presentata a una conferenza stampa in Vaticano dal prefetto della Congregazione della dottrina della fede, cardinale William Levada, e dall’ex-sottosegretario del Sant’Uffizio, monsignor Augustine Di Noia, oggi segretario della Congregazione del culto, senza però che il suo testo fosse disponibile, a causa – ha spiegato Levada – di alcune questioni di «diritto canonico» che avevano ancora bisogno di una limatura. Il decreto prevederà, comunque, la «possibilità dell’ordinazione di chierici sposati già anglicani, come sacerdoti cattolici», mentre i vescovi sposati non potranno restare tali, conformemente alla comune tradizione cattolica e ortodossa. I nuovi Ordinariati saranno quindi affidati o a un sacerdote o a un vescovo non coniugato. I seminaristi cattolico-anglicani studieranno nei seminari cattolici, «anche se l’Ordinariato potrà aprire una casa di formazione», per mantenere l’equilibrio tra la conservazione del «prezioso patrimonio anglicano liturgico e spirituale da una parte, e la preoccupazione che questi gruppi e il loro clero siano incorporati nella Chiesa cattolica». Gli Ordinariati personali saranno istituiti «previa consultazione con le Conferenze episcopali locali», di cui l’ordinario anglicano sarà membro, e le strutture «saranno in qualche modo simili a quelle degli Ordinariati militari».

Le conseguenze di questo passo sul dialogo ecumenico sono ancora difficili da valutare. La nota dell’ex-Sant’Uffizio afferma chiaramente che il provvedimento «è in linea con l’impegno per il dialogo ecumenico, che continua a essere una priorità per la Chiesa cattolica». Ma molti hanno notato l’assenza di un rappresentante del Pontificio consiglio per l’Unità dei cristiani alla conferenza stampa di presentazione, convocata per altro, contrariamente all’abitudine, con poche ore di anticipo: tanto il presidente, cardinale William Kasper, quanto il suo vice, monsignor Brian Farrell, erano «assenti giustificati», ha spiegato Levada, poiché impegnati in un incontro di alto livello a Cipro con i rappresentanti di tutte le Chiese ortodosse. Al momento di scrivere, il Pontificio consiglio per l’Unità non ha ancora commentato la vicenda. Il cardinale Kasper, tuttavia, pochi giorni prima dell’annuncio della Costituzione, aveva negato la possibilità di «conversioni in massa», aggiungendo che la Chiesa cattolica non intendeva «pescare nel lago anglicano».

L’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, e il primate cattolico d’Inghilterra, monsignor Vincent Nichols, arcivescovo di Westminster, in una inusuale dichiarazione comune, hanno sottolineato come la Costituzione apostolica sia un «riconoscimento della sostanziale coincidenza nella fede, nella dottrina e nella spiritualità della Chiesa cattolica e della tradizione anglicana». «Senza i dialoghi degli scorsi quarant’anni, questo riconoscimento non sarebbe stato possibile né si sarebbero nutrite speranze di unità piena e visibile». In tal senso, «questa Costituzione apostolica è una conseguenza del dialogo ecumenico fra la Chiesa cattolica e la Comunione anglicana». Ma lo stesso Williams, in una lettera inviata ai vescovi della Chiesa d’Inghilterra e ai primati anglicani del mondo, ha confessato di essere stato colto di sorpresa dalla mossa, di cui è stato informato solo «in fase molto avanzata», pur ribadendo che «questa nuova possibilità non vuole in nessun modo mettere in discussione le relazioni attuali tra le due Comunioni né essere un atto di proselitismo o aggressione».

Il reverendo William Franklin, delegato accademico dell’Anglican Centre di Roma e visiting professor all’Università Angelicum, interpellato da Jesus, ha detto che per un giudizio completo occorrerà attendere la pubblicazione della Costituzione, perché «mancano ancora troppi dettagli». «Il dialogo non si fermerà», ha aggiunto, «ma il contesto è cambiato, così come era cambiato quando gli anglicani hanno deciso di procedere con l’ordinazione femminile». Resta il fatto che questa decisione è sì «frutto del dialogo ecumenico, ma non il frutto che speravamo: non conseguenza di un dialogo teologico aperto, ma di un accordo segreto».

Alessandro Speciale
   

ITALIA
Fondazione Zancan: lotta alla povertà, 
senza ritardi

Il 2010 sarà l’anno europeo di lotta alla povertà e all’esclusione sociale. L’annuncio è stato dato dalla Fondazione Zancan, insieme con Caritas italiana, nel corso della presentazione , il 22 ottobre a Roma, del nono rapporto sul tema. Lo studio, emblematicamente intitolato Famiglie in salita (Il Mulino, pagg. 292), vuole essere un supporto per preparare l’evento che coinvolgerà il vecchio continente tra qualche settimana. Non solo un’analisi, ma il tentativo di fornire risposte concrete. Soluzioni che non possono «essere rimandate a un domani che non ci sarà, senza l’impegno di oggi», fa notare ancora la Fondazione Zancan.

Bando alla rassegnazione, dunque: occorre rimboccarsi le maniche. Perché il fenomeno dell’impoverimento, attraverso la crisi, ha colpito anche la cosiddetta «classe media» e travolto i nuclei familiari, in particolare quelli numerosi o fragili per mancanza di lavoro e di casa.

Il volume presenta i dati relativi alle attività svolte nel 2007 da un campione di 372 Centri d’ascolto (complessivamente sono circa 6 mila) in 137 diocesi. Se gli stranieri restano lo zoccolo duro di chi bussa alla porta delle Caritas, ben 5 mila famiglie – il 7,7 per cento del totale degli utenti – si sono rivolte a operatori e volontari, denunciando problemi di «reddito insufficiente rispetto alle normali esigenze della vita», rileva Walter Nanni, responsabile dell’Ufficio studi di Caritas Italiana. Le famiglie in difficoltà sono concentrate soprattutto in Sicilia, Basilicata e Sardegna, mentre il fenomeno è meno evidente nel Nord.

Caritas, istituzioni e territori, quindi, sono chiamati a lavorare insieme. Secondo monsignor Vittorio Nozza, diretotore della Caritas italiana, «è necessario uno sforzo congiunto, che sappia incrementare la capacità di intercettare le varie situazioni di povertà del territorio, anche prevedendo l’adozione di nuovi approcci, più attenti alla dimensione domiciliare e territoriale degli interventi». Le aree a cui dedicare un’attenzione particolare? A parte la famiglia, il Mezzogiorno, «dove», continua monsignor Nozza, «la crisi piove su un bagnato di povertà cronica, di non autosufficienza (specie quella che coinvolge gli anziani), di situazioni di povertà estrema, entro cui ricadono molti immigrati, spesso esclusi o poco considerati dalle politiche sociali». Il direttore della Caritas precisa che «il riferimento agli immigrati non suoni ideologico: in tempi di ristrettezze economiche, c’è infatti il rischio di dimenticare chi è più al margine, anche perché politicamente poco rappresentato o influente. Gli immigrati costituiscono un paradigma di questo tipo di rischio».

A completare la ricerca, una carrellata di testi sulla povertà scritti dai vescovi italiani negli ultimi tre anni: lettere pastorali, omelie, interventi che evidenziano come l’impoverimento sia ormai trasversale, toccando single e famiglie, stranieri e italiani, emarginati e cittadini, disoccupati e precari.

Laura Badaracchi
   

AMERICA DEL NORD
Nobel: congratulazioni a Obama, ma per i vescovi
resta il nodo aborto

Senza fretta, i vescovi cattolici degli Stati Uniti si sono uniti al coro di congratulazioni per il conferimento del Nobel per la pace al presidente Obama. Il premio è stato annunciato a sorpresa venerdì 9 ottobre, a Stoccolma. Qualche giorno dopo il presidente della Conferenza episcopale Usa, cardinale Francis Eugene George, ha diramato una nota. «Come ha simpaticamente dichiarato il presidente Obama», ha sottolineato il porporato, «gran parte del lavoro per realizzare un mondo più pacifico e giusto per tutte le persone e le nazioni deve ancora essere fatto. Tuttavia, il premio è stato assegnato perché, come presidente degli Stati Uniti, Obama ha già cambiato il dialogo internazionale. Nel nostro Paese la sua storica affermazione alle elezioni ha cambiato i rapporti tra gli uomini e le donne di tutte le razze».

Parole che fanno il paio con l’«apprezzamento» espresso ufficialmente dal Vaticano e che sono state rilanciate, a Roma, dall’Osservatore romano. In un corsivo di Lucetta Scaraffia di qualche giorno prima, tuttavia, il quotidiano della Santa Sede aveva dato voce alle perplessità che serpeggiano in Vaticano e tra i vescovi Usa nei confronti dell’inquilino della Casa Bianca. Dubbi dovuti non tanto al ricordo di Wojtyla, cui per un soffio non fu accordato il premio in riconoscimento della sua opposizione alla guerra in Iraq voluta da Bush. Il Nobel a Obama, ha sottolineato il giornale vaticano, «ha colto tutti un po' di sorpresa» perché «sarebbe difficile definire il presidente un pacifista a tutto tondo» alla luce anche della sua «politica oscillante nei confronti dei grandi temi bioetici» a partire dall’aborto, pratica che Madre Teresa di Calcutta, Nobel nel 1979, definì «la guerra più dura» e «col maggior numero di caduti».

Il riferimento, neppure così implicito, è alla riforma sanitaria voluta da Obama. Osteggiato da più parti e per svariati motivi, il progetto suscita la resistenza della Conferenza episcopale degli Stati Uniti principalmente perché non esclude la copertura dell’interruzione di gravidanza da parte del sistema sanitario pubblico, né assicura l’obiezione di coscienza ai sanitari cattolici. Se la legge «non corrisponderà ai nostri principi», hanno ribadito i vescovi Usa pochi giorni prima l’annuncio del Nobel, «saremo costretti a opporci con vigore».

Considerazioni che non velano le congratulazioni a Obama da parte di altre confessioni religiose. La National association of evangelicals ha espresso apprezzamento in particolare per l’impegno del presidente Usa contro il nucleare, mentre la Lutheran world federation ha messo in luce i suoi sforzi per il dialogo tra religioni. Sempre Oltreatlantico – ma con un occhio al conflitto israelo-palestinese – perplessità per il Nobel per la pace sono state espresse dal rabbino Brad Hirschfield del National jewish center or learning and leadership di New York.

Iacopo Scaramuzzi
   

AMERICA LATINA
Lula e la riforma agraria: serviva più coraggio

«La cosiddetta regolarizzazione delle terre beneficerà ancora una volta i grandi proprietari ed emarginerà i piccoli agricoltori. Io speravo che Lula ponesse il veto sull’intero provvedimento, ma l’ha fatto solo su due punti, migliorandolo leggermente. Sulla questione rurale Lula ha deluso i movimenti sociali. Quando era candidato aveva presentato un piano di riforma agraria, ma, pur avendo l’appoggio della popolazione, non ha avuto il coraggio di affrontare i conflitti coi latifondisti che sarebbero potuti sorgere dalla distribuzione delle terre». Così monsignor Ladislau Biernaski, vescovo di São José dos Pinhais e presidente della Commissione pastorale della terra (Cpt), ha confermato, anche dopo la ratifica del capo dello Stato, il giudizio negativo sulla Misura provvisoria 458/2009 varata dal Parlamento per "regolarizzare" l’occupazione di 67,4 milioni di ettari (pari alla superficie di Germania e Italia e al 12 per cento dell’Amazzonia) di terre dello Stato. Lula ha cassato, di questa norma, la possibilità di trasferire le terre a imprese e di riconoscere la legittimità di intestazioni a terzi non residenti (un modo usato per occultare la creazione di latifondi).

La Mp 458 prevede, fra l’altro, la donazione della terra a chi abbia fino a 100 ettari, la cessione a prezzo simbolico ai possidenti con tenute fino a 400 ettari e l’alienazione a valore di mercato di quelle fino a 1.500 ettari a chi le abbia occupate prima del 2004. Secondo il Governo si sanerebbe la situazione di circa un milione di famiglie contadine, si risolverebbe il "caos fondiario" esistente in Amazzonia (dove solo il 4 per cento delle terre ha una situazione giuridica chiara); si faciliterebbe il controllo per chi abbatta alberi abusivamente (i neoproprietari saranno tenuti a preservare l’80 per cento del manto boschivo).

«Non credo che chi vive della terra abbia possedimenti di 1.500 ettari», ha replicato il dirigente di Greenpeace Nilo D’Avila. E monsignor Biernaski ha parlato esplicitamente di «ufficializzazione del grilagem», cioè l’appropriazione illegale di terre demaniali da parte di latifondisti, poiché 8 milioni di ettari sarebbero bastati per soddisfare l’80 per cento dei posseiros, che avevano colonizzato piccoli lotti per vivere della loro coltivazione, mentre il resto della superficie regolarizzata è composta da grandi estensioni occupate a fini speculativi. «Secondo la Costituzione queste terre dovrebbero essere destinate a programmi di riforma agraria», ha aggiunto il presule, ma il provvedimento «legalizza possedimenti illeciti, aprendo la strada all’espansione del latifondo e dell’agrobusiness in Amazzonia».

Plinio de Arruda Sampaio, presidente dell’Associazione brasiliana per la riforma agraria, ha spiegato che «i grileiros venderanno le terre a grandi imprese nazionali e straniere, le quali produrranno soia e canna da zucchero, alleveranno bestiame e sfrutteranno il legname. I piccoli proprietari non sopravviveranno in una regione dominata dall’agrobusiness». Secondo dati dello stesso Governo, resi noti da Greenpeace, l’allevamento è responsabile dell’80 per cento della deforestazione dell’Amazzonia, ma relatrice della normativa è stata Katia Abreu, senatrice dei Democratici, un partito di destra, e soprattutto presidente della Confederazione dell’agricoltura e dell’allevamento del Brasile. Una trentina di magistrati amazzonici contrari al provvedimento hanno inoltre sostenuto che esso potrà mettere in pericolo i diritti alle terre collettive delle comunità indigene e quilombolas, i discendenti degli schiavi neri fuggiti dalle piantagioni, ignorate nel testo e la cui registrazione legale è lungi dall’essere conclusa. E hanno citato il caso della disputa sulla tenuta di 1.500 ettari nello Stato del Parà che portò nel 2005 all’omicidio di suor Dorothy Stang: dopo il delitto i grileiros imputati per l’omicidio della religiosa furono allontanati dall’area, assegnata a contadini senza terra, mentre se la nuova legge fosse stata in vigore ne avrebbero conservato legalmente il possesso.

Intanto la Cpt ha reso noto che nel primo semestre del 2009 i conflitti sociali nelle campagne si sono dimezzati rispetto al 2008, ma la violenza è aumentata con gli omicidi passati da 12 a 13 e le minacce di morte da 22 a 38. «Gran parte della violenza nelle aree rurali va attribuita ai latifondisti che vogliono impedire limitazioni all’estensione della proprietà agraria», ha detto monsignor Biernaski.

Mauro Castagnaro 
   

ASIA
Congresso missionario in India

A Mumbai 1.500 delegati delle 160 diocesi indiane hanno preso parte, dal 14 al 18 ottobre, al primo Congresso missionario nazionale, denominato Prabhu Yesu Mahotsav («Grande festa del Signore Gesù»). Il tema scelto per l’evento è stato "Fai risplendere la tua luce: diventa messaggio e messaggero" (ogni indiano poteva facilmente cogliere il rimando alla concomitante festa di Diwali, che per gli induisti celebra la vittoria della luce sulle tenebre).

Nella sua relazione d’apertura il vescovo di Pune, monsignor Thomas Dabre, presidente della Commissione teologica dell’episcopato indiano, ha sottolineato che quando il messaggio e il messaggero diventano una cosa sola si aprono nuove strade e la luce di Cristo può essere offerta a tutti. Nel suo saluto, il nunzio apostolico, monsignor Pedro Lopez Quintana ha invitato i cattolici a essere testimoni, mettendosi al servizio degli altri. La Chiesa in India serve la società in molti modi, ha ricordato l’arcivescovo di Mumbai, il cardinale Oswald Gracias. Con le sue scuole, ad esempio, è il più grande erogatore di istruzione dopo il governo. Importante anche la rete di dispensari e strutture sanitarie cattoliche, presenti nelle città e negli ambiti rurali.

Il congresso è servito a mettere in comune le esperienze maturate in questi ambiti e nell’evangelizzazione in generale. Nella Messa conclusiva il cardinale Gracias ha detto che si è vissuta «un’esperienza profondamente spirituale». Ai connazionali ha assicurato che, a differenza di un partito politico, la Chiesa non cerca i numeri di aderenti per ottenere il potere o il prestigio. Ha aggiunto che «la Chiesa cattolica non crede nelle conversioni forzate, perché una conversione forzata è priva di senso», perciò non c’è bisogno di leggi contro le conversioni. Il porporato ha però sottolineato che ognuno deve poter seguire Gesù Cristo se la sua coscienza glielo chiede. Infine un pensiero ai cristiani dell’Orissa duramente attaccati nell’autunno 2008: «Traiamo ispirazione dalle vostre storie di eroico martirio», ha detto Gracias.

Giampiero Sandionigi
   

AFRICA
Attacchi ai cristiani: il vescovo lascia il Sinodo
e corre a Bukavu

«Devo partire questa sera stessa, perché un’altra comunità è stata disturbata: questo mi obbliga a tornare». Con queste parole, lo scorso 6 ottobre, monsignor François Xavier Maroy Rusengo, arcivescovo di Bukavu, nell’est della Repubblica democratica del Congo, ha abbandonato i lavori del secondo Sinodo dei vescovi per l’Africa. Monsignor Maroy è tornato precipitosamente nella sua diocesi, dopo l’ennesimo attacco a una delle sue comunità cristiane.

Il vescovo, che vive al centro di una delle regioni più martoriate d’Africa, dove da quindici anni si combatte una guerra per lo sfruttamento delle materie prime, aveva parlato della difficile situazione della sua Chiesa anche durante i lavori del Sinodo. «Gli agenti pastorali nella nostra arcidiocesi continuano a essere attaccati dai nemici della pace. Una delle nostre parrocchie è stata incendiata il 2 ottobre, i sacerdoti sono stati maltrattati, altri presi in ostaggio da uomini in uniforme, che hanno preteso un grosso riscatto. Siamo stati costretti a pagarlo per risparmiare la vita dei nostri sacerdoti». Pochi giorni dopo, un altro attacco ha preso di mira, nella notte tra il 5 e il 6 ottobre, il convento dei fratelli Maristi di Nyangezi, a 25 chilometri da Bukavu, e il dormitorio scolastico dell’Istituto Weza, gestito dai religiosi. Anche in questo caso, secondo un comunicato della Conferenza episcopale del Congo, «la vita dei frati e degli allievi è stata gravemente messa in pericolo da uomini in divisa che hanno sottratto somme di denaro alla comunità».

Per quanto presa di mira a martoriata – si ricordi, un esempio per tutti, l’assassinio nell’ottobre del 1996 di monsignor Cristoforo Munzihirwa, arcivescovo di Bukavu – la Chiesa è rimasta l’unico punto di riferimento autorevole e credibile in un Paese allo sbando. «La nostra Chiesa», ha affermato lo stesso monsignor Maroy, alla vigilia della sua precipitosa partenza, «è rimasta l’unico sostegno di un popolo terrorizzato, umiliato, sfruttato, dominato, che si vorrebbe ridurre al silenzio».

Il ripetersi di questi attacchi contro le comunità cristiane indicano un ulteriore peggioramento di una situazione già incancrenita, dove tutti sono nemici di tutti e specialmente della società civile: esercito, polizia, gruppi armati, banditi... Chi ha un po’ di potere o di armi detta la sua legge. Legge della violenza e della forza, che ormai non risparmia più nessuno. «Queste azioni orribili», ha denunciato la Conferenza episcopale nazionale del Congo all’indomani degli attacchi nel Sud Kivu, «contro persone la cui vita è generosamente consacrata al servizio degli altri richiamano una forte disapprovazione. Perché attentando alla loro vita e alle strutture della Chiesa viene colpita la stessa popolazione, in quanto è noto cosa la Chiesa rappresenta a Bukavu e cosa fa per questa popolazione afflitta da violenze ingiuste e immeritate».

Anna Pozzi

Jesus n. 11 novembre 2009 - Home Page