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CULTURA - DON LUIGI STURZO

L’eredità contesa
di Annachiara Valle
  

A cinquant’anni dalla morte del fondatore del Partito popolare, molti se ne dicono eredi. «Il seme di quella storia non lo vedo da nessuna parte», dice Mino Martinazzoli, «anche se sono sicuro che non sia diventato infecondo e un giorno tornerà a germogliare».
   

Le mani fanno scorrere le pagine di un libretto bianco e bordeaux non molto spesso: Luigi Sturzo; Gaetano Salvemini. Carteggio (1925-1957). Mino Martinazzoli spegne la sigaretta e inforca gli occhiali per citare le frasi più fulminanti dello scambio di epistole tra il prete siciliano e lo storico pugliese, entrambi esuli durante gli anni del fascismo. Il testo, pubblicato in maggio da Rubbettino in occasione dei 50 anni dalla morte di don Luigi Sturzo, è quasi introvabile nelle librerie di Roma e Milano. Ed è quasi sconosciuto persino a Catania e a Caltagirone, terra natale del fondatore del Partito popolare, dove pure si è appena celebrato un convegno internazionale di studi. Una "tre giorni", tenutasi agli inizi di ottobre, che ha visto dibattere – convocati dal Rinnovamento nello spirito – politici, storici e uomini di Chiesa. «In molti lo citano e pochi lo studiano, per questo i testi su don Sturzo li prendiamo solo su ordinazione», spiegano in una delle librerie cattoliche della capitale, che si affaccia su piazza San Pietro.

Don Luigi Sturzo, in un ritratto del dopoguerra.
Don Luigi Sturzo, in un ritratto del dopoguerra
(foto Istituto Luce/Archivi Alinari).

Non lontano dal Lungotevere, in via dell’Umiltà, a novembre del 2005 Silvio Berlusconi aveva fatto apporre una targa, ancora oggi visibile, che recita: «In questo palazzo, il 23 novembre 1918, don Luigi Sturzo dava vita, insieme a un gruppo di coraggiosi amici, al Partito popolare italiano. Noi ci sentiamo continuatori di quell’affascinante avventura...». C’è chi nel Pdl si spinge fino a considerare Sturzo «protoberlusconiano». Al contrario, l’Udc, i Democristiani per le autonomie guidati dal ministro Gianfranco Rotondi, e gli altri ex Dc sparsi un po’ ovunque rivendicano per sé quell’eredità. «Ma sarebbe inutile leggere Sturzo per una pretesa di annessione», sottolinea Martinazzoli, ultimo segretario della Democrazia cristiana e il primo del nuovo (si era nel 1994) Partito popolare.

  • Dunque, a chi spetta quell’eredità? Dov’è finito il seme di quella storia?

«Quel seme non lo vedo, anche se sono sicuro che non può essere diventato infecondo. Vedo invece una mancanza. Oggi, al nostro Paese, manca il talento che è stato della tradizione cattolico democratica e della Democrazia cristiana. Quando parlo di ispirazione cristiana ricordo che, con la Dc, siamo stati gente che sapeva che la politica conta, ma che la vita conta di più. Voglio dire, cioè, che c’era una interpretazione moderata della politica dalla parte del potere, la capacità di questo potere di autoregolarsi».

Manifesto elettorale del Partito popolare affisso a Roma negli anni Venti.
Manifesto elettorale del Partito popolare affisso a Roma negli anni Venti

(foto A. Bruni/Archivi Alinari)
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  • Intervenendo al convegno di Caltagirone, il presidente dell’Udc Rocco Buttiglione ha spiegato che Sturzo voleva un partito che parlasse con la gente e ne rappresentasse i valori. E ha aggiunto che oggi i cattolici non hanno rappresentanza e la democrazia è entrata in crisi perché mancano valori forti. Cosa ne pensa?

«Credo che ci sia qualcosa di vero. Peccato però che le scelte di Buttiglione siano andate in senso diverso da quel che oggi dice. Credo che lui avesse l’idea del partito sturziano, ma poi ha fatto altro, coltivando l’illusione che si potesse trasformare Berlusconi nella nuova Dc. Adesso tanti, che non hanno contribuito a salvare quella tradizione quando ancora si poteva preservarla, tornano a Sturzo. Ma non credo sia un processo che si possa fare in fretta, buttando una cosa e passando subito all’incasso con un’altra. Perché rinasca davvero qualcosa di positivo bisogna essere disposti a sacrificare il proprio potere».

  • E per quanto riguarda i cattolici? Sono davvero così poco rappresentati?

«Credo che il problema sia mal posto. Sono convinto che il cattolicesimo politico sia stato importante, in Italia, quando si è voluto porre non come rappresentanza del soggetto cattolico, ma come la presenza del cattolicesimo nella vicenda democratica in Italia».

Lavoratori a Treviso, nel 1912
Lavoratori a Treviso, nel 1912 (foto Raccolte Museali Fratelli Alinari).

  • Lei ha cambiato il nome della Dc. Riprendere il nome del Partito popolare di Sturzo era un guardare indietro o un guardare in avanti? E verso dove?

«Ero convinto che si potesse essere meno democristiani e più popolari. Con il crollo del muro di Berlino erano cambiate le condizioni politiche e anche noi dovevamo cambiare. Continuo a credere che quella era la scelta da fare. Siamo stati intempestivi nel capire che, venuti meno il comunismo europeo e la guerra fredda, veniva meno il fuoco della idea degasperiana. De Gasperi costruisce la Dc con una fulminea illuminazione. Vede lucidamente come si configurerà l’Europa del dopoguerra e attrezza a questo fine un partito che ha come compito ineluttabile quello di governare a ogni costo perché non c’è un’alternativa democratica. Nel venir meno del compito storico della Dc, a me sembrava giusto che il cattolicesimo politico, nella sua esperienza maggiore, potesse essere reinventato nel solco di Sturzo: meno il nostro potere di più le nostre idee e il nostro programma».

  • Per De Gasperi una Dc che deve governare a tutti i costi. E per Sturzo?

«Il Partito popolare non è la Democrazia cristiana. Non perché i fondamenti siano difformi, anzi qui vi è una fedele continuità. Sono però diverse le condizioni. A differenza di quanto farà più tardi De Gasperi, quando Sturzo fonda il Partito popolare non vuole unire i cattolici, ma vuole dividerli. La sua idea, in sostanza, era di distinguere la presenza clericale del cattolicesimo italiano dall’esigenza di evocare i cattolici ad assumere una responsabilità laica in una pareggiata competizione con tutti. L’avventura di Sturzo è più una provocazione alla gerarchia che non un corollario di un postulato ecclesiastico. Tant’è che quando arriva il momento drammatico delle scelte definitive, la Chiesa non ha dubbi che val la pena, per salvarsi tutti, di sacrificare uno. Per questo Sturzo viene invitato ad andare in esilio. Vedo che non è molto ricordato, ma a me piace quello Sturzo che va in esilio. E che, nel lasciare l’Italia, scrive una lettera al cardinale Gasparri per dire che la Chiesa sta sbagliando. E invita a stare attenti perché "questo vostro contatto così ravvicinato con il fascismo", sostiene, "vi schiererà tra i conniventi e quando ci sarà la resa dei conti – perché Sturzo era democratico e non aveva dubbi che la democrazia sarebbe tornata a vincere – la Chiesa rischierà di essere appesantita da questa ipoteca". E, tuttavia, dando questo giudizio politico al quale si riteneva legittimato in quanto politico, aggiungeva che non aveva dubbi su un ché di provvidenziale nei Patti lateranensi. Finalmente, secondo Sturzo, veniva superata una questione storicamente così pesante. Ed è però lo Sturzo in esilio e i popolari rimasti in esilio in patria che, nel 1943, consentiranno a De Gasperi di fondare la Democrazia cristiana».

Pio X con il segretario di Stato Merry Del Val.
Pio X con il segretario di Stato Merry Del Val.

  • Cos’è la laicità per Sturzo?

«Sturzo ricordava che la politica per sua natura è parziale, che la religione per sua natura è universale e quindi sono due piani che non possono incontrarsi. Confonderli e comprometterli è un rischio. Per gli uni e per gli altri. La laicità non è una separatezza rispetto al mondo cristiano ma, come spiegherà poi anche Moro, un correre da soli il proprio rischio senza coinvolgere nel rischio della politica ciò che non andava assolutamente coinvolto. D’altra parte anche il Partito popolare e la Democrazia cristiana non nascono su indicazione della gerarchia ecclesiastica».

  • E sul federalismo?

«La visione sturziana era quella di un autentico regionalismo. Sento oggi citare Sturzo, citare Cattaneo per accreditare l’idea del federalismo. Ma se chi cita Cattaneo lo avesse anche studiato saprebbe che lì si parla di federalismo in chiave europea. E anche per quanto riguarda Sturzo, egli vedeva nelle Regioni la sintesi politica delle energie sociali, delle valenze economiche, culturali e civili che nell’ambito regionale vivono e competono. L’ente Regione, nella visione sturziana, non ha la gonfiezza burocratica e l’avidità gestionale proprie delle Regioni così come si vanno espandendo in grazia della moda federalista. Nel pensiero di Sturzo, il regionalismo significava la rottura del centralismo con una reale esaltazione delle autonomie locali e più in generale di tutte le autonomie, ora mortificate dall’invasiva onnipotenza della Regione-governatorato. Questa Regione, nell’immaginazione sturziana, avrebbe arricchito lo Stato di una diffusa e controllabile articolazione politica e istituzionale rendendolo prossimo ai cittadini, amichevole e vicino piuttosto che minaccioso e lontano. Oggi, invece, le Regioni dei governatori e della devolution adombrano rischiosamente la dissoluzione dello Stato, la chiusura nei localismi, l’affievolirsi dell’unità nazionale. La parola del federalismo andrebbe sottratta alla cabala delle convenienze e restituita alla sua virtù. In una visione aperta, vicina a quella che sognava Cattaneo quando, nella dissoluzione degli Imperi centrali, vaticinava un’Europa federale di popoli liberi».

  • Diceva che il seme non può essere rimasto infecondo. Tornerà a fiorire?

«Sturzo diceva che gli uomini passano e che le idee restano. Purtroppo constato che oggi sembra piuttosto il contrario: che le idee passano e gli uomini restano. Non escludo però che con il tempo possano rinascere le condizioni favorevoli alla ripresa di quella storia. Occorre però che ci sia una generazione nuova che veda quelle cose per la prima volta. Nell’ultima pagina del Grande Gatsby si evoca la meraviglia dei vichinghi per il mare di Long Island. Anche noi abbiamo bisogno di vedere per la prima volta quella baia, abbiamo bisogno di un fulgore mattutino, di una visione. Allora il seme potrà tornare a fiorire e si potrà riparlare di Sturzo non in modo postmoderno, ma riprendendo in mano le sorti del cattolicesimo politico italiano».

Annachiara Valle

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