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UNA CITTA', UNA DIOCESI - SASSARI

Fede antica speranza giovane
di
Vittoria Prisciandaro - foto di Alessia Giuliani/Cpp
  

La crisi ha colpito duro questo angolo di Sardegna, che pure è ricco di bellezze naturali, attrazioni turistiche e monumenti culturali. La comunità ecclesiale, ben radicata grazie anche a una profonda religiosità popolare, tenta di farsi carico del futuro socio-economico del territorio, puntando sulle nuove generazioni.
  

In piena estate la rena bianca, soffice e fina come borotalco, sparisce sotto teli da mare, ombrelloni, corpi oliati. Ma anche a metà ottobre, sferzata da un maestrale maligno, la spiaggia della Pelosa, a Stintino, registra bagnanti appassionati. Chi invece non si palesa più da anni, in questo lembo di terra all’estremità nord occidentale della Sardegna, sono i tonni. L’ultima mattanza è stata fatta nel 2000, ricorda don Salvatore Fois, parroco del paesino di mille abitanti che in estate diventano 50 mila. «I vecchi pescatori dicono che i tonni sono andati sparendo dopo l’apertura del petrolchimico di Porto Torres». Tra il paese fondato da pescatori e pastori che 120 anni fa furono sfrattati dall’Asinara per la costruzione prima del lazzaretto e poi del carcere, e la cittadina segnata dalle industrie e dal porto turistico e mercantile, corrono 30 chilometri di costa: ciminiere, impianti industriali e abusi edilizi, ma anche acque cristalline, natura fieramente selvaggia, aree archeologiche, basiliche monumentali.

Uno scorcio della città di Sassari.
Uno scorcio della città di Sassari.

«Lo sviluppo degli anni ’60 in questa zona è legato a una borghesia non endogena», dice Maria Lucia Piga, sociologa dell’Università di Sassari. L’arrivo delle grandi industrie ha significato la distruzione della tradizionale imprenditoria locale, dedita alla lavorazione del legno, della pelle oppure concentrata sull’industria agroalimentare. «Tutte le parti sociali e politiche ritenevano allora che l’industria potesse portare sviluppo, ma non ci si è mai inseriti in una competizione capitalistica con un aggancio serio alle risorse locali». Contadini, allevatori e pescatori, in cerca di un lavoro sicuro e di un salario più alto, diventarono operai dell’industria chimica trenta e più anni fa. Oggi la crisi ha falciato migliaia di posti di lavoro. Per scongiurare il peggio, il sindaco di Porto Torres qualche mese fa si è accampato al Petrolchimico chiedendo che si rispettassero i patti e non venissero chiusi anche gli ultimi stabilimenti. Anche i vescovi sardi sono intervenuti per chiedere serie politiche di sostegno contro lo crisi. «Alla nostra Caritas», dice don Mario Tanca, parroco della basilica dedicata ai santi martiri Proto, Gavino e Gianuario a Porto Torres, «ieri bussavano solo rom e persone di passaggio, oggi sono sempre più numerose le famiglie che chiedono aiuto». Una conferma arriva anche da don Francesco Soddu, direttore della Caritas di Sassari: in un anno, su circa 300 persone che si sono rivolte per un aiuto, solo 70 erano straniere. I dati dicono che due terzi degli utenti sono donne che chiedono beni e servizi per la famiglia. E che oltre la metà dei bisogni registrati riguarda problemi economici e necessità di un’occupazione.

Una veduta del Petrolchimico di Porto Torres.
Una veduta del Petrolchimico di Porto Torres
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Così la diocesi ha provato a ripensare un aiuto che vada oltre la denuncia e la prima assistenza. I primi passi si stanno muovendo intorno alle Basiliche di San Gavino, San Pietro in Sorres e Santa Maria di Saccarda, dove sono nate tre cooperative di servizi al turismo. In questa direzione intende investire anche la Pastorale giovanile, in collaborazione con il progetto Policoro della Cei. «Ai giovani che non hanno speranza nel futuro, oziano in piazza e non vogliono neanche più frequentare la scuola, dobbiamo offrire dei progetti concreti», dice don Felix Mahoungou, congolese incardinato a Sassari e responsabile della Pastorale giovanile. «Certo, dobbiamo curare la formazione spirituale attraverso la scuola della Parola e dare spazi di aggregazione, ma anche offrire opportunità di futuro, pensando a itinerari di formazione al lavoro». In questo ambito, a Porto Torres è partito da qualche anno un suggestivo progetto di recupero delle Cumbessias, le antiche case dei pellegrini. Le abitazioni furono costruite nel cortile accanto alla basilica del XII secolo per accogliere le centinaia di persone che si recavano nell’antica Turris Libissonis, la «città dei venti», per venerare le reliquie dei tre martiri cristiani. «Abbiamo una sessantina di posti letto e con la creazione della cooperativa cerchiamo di dare lavoro a una decina di giovani», spiega don Tanca, che negli spazi ancora da restaurare prevede di aprire un auditorium, sale riunioni e un ristorante. «Porto Torres è una zona di passaggio. Vorremmo invece che la gente si fermasse e da qui seguisse itinerari turistici che valorizzino gli scavi archeologici e gli altri beni dell’area».

Statue di santi all'interno della basilica di San Gavino, nella medesima cittadina sarda.
Statue di santi all’interno della basilica di San Gavino,
nella medesima cittadina sarda
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Non solo questa zona, ma l’intera diocesi a livello artistico e monumentale ha molto da offrire, al di là delle bellezze naturali. «I nostri monumenti», spiega monsignor Giancarlo Zichi, direttore dell’Archivio diocesano e dell’Ufficio beni culturali, «segnano i passaggi storici vissuti dalla regione: pochi resti di costruzioni bizantine a Bonorva, le splendide opere del romanico-pisano portato dai monaci benedettini, come San Pietro di Sorres e la chiesa di San Michele a Ploaghe, e quindi i periodi successivi, documentati dalle pietre della cattedrale di Sassari, San Nicola, che su un impianto romanico importa elementi medievali e di barocco coloniale». Una nuova opportunità per far conoscere il patrimonio culturale, dice monsignor Zichi, «può essere il protocollo d’intesa firmato il 18 settembre scorso tra la Provincia, le diocesi del nord Sardegna e la Sovrintendenza ai monumenti e al patrimonio archeologico, che ha tra i suoi scopi incrementare il turismo religioso».

Don Felix Mahoungou durante la Messa.
Don Felix Mahoungou durante la Messa.

Le pietre, d’altra parte, rimandano a tradizioni religiose ancora vive. Nella lingua sarda logodurese, per esempio, il mese di ottobre viene chiamato «Santu Aini», in onore di San Gavino, festeggiato il 25 del mese. A Porto Torres, diverse sono le manifestazioni in onore del soldato romano convertito al cristianesimo e martirizzato insieme con Proto e Gianuario, ma la più importante ricorre il tre maggio. In questo giorno le reliquie vengono trasportate nella chiesetta sul mare a «Balai vicino», nelle grotte dove furono conservate dopo il martirio. Da tutta la diocesi arrivano fedeli per rendere omaggio ai tre santi e, nella notte tra il sabato e la domenica di Pentecoste, centinaia di persone convengono in un pellegrinaggio notturno che parte da Sassari e paesi limitrofi.

Bagnanti sulla spiaggia della Pelosa, a Stintino.
Bagnanti sulla spiaggia della Pelosa, a Stintino.

Il giorno dopo è la «Festha Manna», la festa grande, con una solenne liturgia e la partecipazione delle autorità religiose e civili. «Il rapporto tra fede e folklore è pulito», commenta don Michele Murgia, giovane direttore di Libertà, il periodico diocesano che nel 2010 festeggia cent’anni dalla nascita. «La religiosità popolare è una tradizione sana, una ricchezza per la nostra diocesi», dice il sacerdote, talare e iPod. «Per me tradizione e innovazione vanno insieme, non c’è scontro». E, facendo riferimento all’abito, aggiunge: «Qui da noi la gente non si lascia incantare da un colletto, ti valuta per ciò che sei, ed essendoci ancora un legame familiare con il sacerdote, se non ti apprezza, te lo dice con schiettezza».

Don Mario Tanca davanti alla basilica di San Gavino.
Don Mario Tanca davanti alla basilica di San Gavino.

Il legame con la tradizione resiste soprattutto nei paesi, dove la parrocchia e le confraternite sono ancora oggi importanti luoghi di aggregazione. Le feste religiose diventano allora momento di ritrovo per l’intera comunità: tra le tante, la più importante è celebrata il 14 agosto, la festa dei Candelieri, durante la quale i ceri in legno alti dieci metri vengono portati dagli affiliati ai Gremi (le antiche corporazioni), che sfilano in costumi medievali, accompagnati da pifferi e tamburi. La religiosità popolare però non basta e va ripensata, ripartendo dall’abc della fede, afferma il piano pastorale quinquennale diocesano. La fede va coltivata nel profondo: approfittando di spazi di silenzio e preghiera, come quelli offerti dal monastero benedettino di San Pietro in Sorres, punto di riferimento in tutta l’isola. Alimentandola con lo studio e sostanziandola con la cultura, come sostiene il vicario episcopale monsignor Antonio Loriga, direttore dell’Istituto superiore di scienze religiose. La fede non deve aver paura della novità, anche se va contro consolidate abitudini: è il caso del corso di catecumenato che, dal prossimo anno, in alcune parrocchie pilota, proporrà un cammino di iniziazione cristiana che considera l’Eucaristia come ultima tappa, da ricevere quindi dopo la Cresima.

L'esterno del monastero di San Pietro di Sorres.
L’esterno del monastero di San Pietro di Sorres.

Ripartire dall’abc significa anche – spiega don Marco Carta, rettore del Seminario minore – ricercare nuovi linguaggi che realmente "parlino" ai giovani e alle famiglie. Due esperienze sono interessanti a questo proposito. La prima è quella quarantennale del Centro di preparazione alla famiglia in piazza sant’Agostino, a Sassari: voluto da un domenicano, padre Taddei, affidato a un’èquipe di laici, collegato al Punta Famiglia di Torino, la struttura e il relativo Consultorio negli anni hanno formato (e anche dissuaso dal formarsi, quando era il caso) centinaia di giovani coppie al matrimonio. E assistito le famiglie di neo sposi. «La Chiesa ha contenuti buoni ma manca di modalità di trasmissione», afferma padre Christian Steiner, presidente del Centro. «La vita di coppia è un’arte da conoscere, non si può improvvisare, bisogna imparare a trasformare l’amore iniziale in una relazione costante. Non è un problema di fede, ma di crescita umana», aggiunge la direttrice del Consultorio, Angelina Baio.

Un murale nel paese di Cheremule, in provincia di Sassari.
Un murale nel paese di Cheremule, in provincia di Sassari.

L’altra esperienza interessante è proposta da un paio di anni dalla Caritas, che ha inaugurato un’area di animazione giovanile, con attenzione alla parrocchia e alla scuola. «Un’analisi del territorio diocesano ha registrato la mancanza di ponti tra comunità parrocchiali, dedite per lo più a catechesi e liturgia, e vita cittadina, con scarse proposte per gli adolescenti», dice Mirko Casu, responsabile del servizio. Si è così pensato a progetti differenziati per diverse aree. A Stintino, per esempio, è nato «Il circo in parrocchia», un progetto che prevede una serie di laboratori di arti circensi – giocoleria, acrobatica, clowneria – per scoprire la propria identità, rapportarsi agli altri secondo i propri talenti, alla luce di alcune icone bibliche. In alcune scuole, invece, si è lanciato un progetto di educazione alla mondialità, «per mettere in relazione mondi che si ignorano», spiega Mirko. «I giovani sassaresi hanno incontrato giovani immigrati che frequentano corsi professionali e con loro si sono avuti momenti di scambio, studio e attività comuni».

Veduta panoramica della città industriale di Porto Torres.
Veduta panoramica della città industriale di Porto Torres.

La risposta è stata buona, in sintonia con la sensibilità sociale che la sociologa Piga individua come una delle caratteristiche del sassarese: «In questi anni si è capito che impresa non è solo profitto: sono nate cooperative con persone svantaggiate, i giovani si stanno indirizzando verso le professioni dell’aiuto e chiedono qualificazione». Il corso di laurea per servizio sociale, che Piga coordina, ha avuto richieste tre volte superiori ai 40 posti a disposizione: «Una domanda che è ricerca di opportunità di lavoro, ma è anche espressione di un bisogno di solidarietà. In un tempo di veline e di facili successi, vedere giovani che vogliono impegnarsi in questo tipo di lavoro significa che il territorio ha ancora i suoi fermenti civici».

Vittoria Prisciandaro

Un gruppo di ragazzi trascorre una serata di relax nel centro città di Sassari.
Un gruppo di ragazzi trascorre una serata di relax nel centro città di Sassari.

Dalle associazioni ai movimenti

Le origini della Chiesa di Sassari sono molto antiche e la prima evangelizzazione di Turris Libissonis, oggi Porto Torres, fino al 1441 sede della Cattedrale, si deve a persone di modesta condizione sociale provenienti da Ostia e da Ponza. Oggi la diocesi di Sassari si estende per circa 2 mila chilometri quadrati e la popolazione supera i 227 mila abitanti. Il territorio, che un tempo racchiudeva quattro diocesi, è diviso tra la zona urbana di Sassari e le foranie del Golfo, di Ploaghe e di Sorres. I sacerdoti secolari sono 93, i regolari 51, le parrocchie 61. Le aggregazioni tradizionali, come l’Azione cattolica e i Terz’ordini sono in calo, mentre sono abbastanza radicati i movimenti come Comunione e liberazione, i Focolari, il Rinnovamento nello Spirito e il Cammino neocatecumenale. Di recente è stata aperta la Cappellania universitaria, affidata ai padri Oblati di Maria vergine.

Segue: Dalla tradizione all’evangelizzazione

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