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Dossier: Pentecoste africana

Turkson: la giustizia
rinasce dalla famiglia

di Vittoria Prisciandaro
  

Il cardinale ghanese che ha svolto la relazione al Sinodo dei vescovi e che è stato scelto dal Papa quale presidente di Giustizia e pace guarda con speranza al futuro. E chiede ai governi africani e alla comunità internazionale di fare la loro parte.
   

In 21 giorni per ben tre volte i confratelli hanno festeggiato con lui: l’11 ottobre perché compiva 61 anni; il 17, perché la sua nazione, il Ghana, ha battuto il Brasile nella finale dei mondiali di calcio under 20; e, infine, il 24, alla vigilia della chiusura del Sinodo, per la nomina a presidente del pontificio Consiglio giustizia e pace. Peter Kodwo Appiah Turkson, il più giovane cardinale africano, è stato uno dei protagonisti di quest’assise. In qualità di relatore del Sinodo ha trascorso molte notti a rivedere proposizioni e sintetizzare emendamenti, dedicando i pochi momenti di pausa all’incontro con i confratelli, lo scambio di esperienze, la costruzione di reti di amicizia. Ispira ottimismo e simpatia, quest’uomo energico che porta nel nome la tradizione della sua terra: Kodwo, lunedì, il giorno in cui è nato; Appiah, il nome della nonna, antenata illustre; e il cristiano Peter («ma da noi non lo usa nessuno»).

Il cardinale ghanese Peter Kodwo Appiah Turkson, relatore al Sinodo.
Il cardinale ghanese Peter Kodwo Appiah Turkson, relatore al Sinodo
(foto P.P. Cito/AP)

Quarto di dieci figli, tanti parenti che appartengono anche ad altre confessioni religiose, uno stuolo di nipoti e una passione per il calcio anche praticato (gioca con il numero 5), il cardinale Turkson ama il parlar chiaro, condito da una buona dose di humour. Il suo curriculum di studi parte dal Ghana, passa per New York, approda in Gregoriana con un dottorato al Biblico che si chiude nel ’92, per l’inattesa nomina a vescovo di Cape Coast, dopo la morte improvvisa del suo predecessore. A suo agio con le lingue – inglese, francese, italiano e tedesco, oltre a greco, ebraico e latino – il nuovo presidente di Giustizia e pace si sottopone di buon grado a una lunga intervista, nonostante una nottata di lavoro e una mattinata intensa, tra l’ultima plenaria del Sinodo, la conferenza stampa di chiusura, il pranzo con il Papa e le centinaia di foto ricordo.

  • Eminenza, qual è la cosa che più l’ha colpita di questo Sinodo?

«La fraternità tra tutti i vescovi. Condividendo l’uno la situazione dell’altro, ci siamo dati coraggio a vicenda. Ognuno, chiuso nel guscio della sua diocesi, può sentirsi solo, ma qui si è sentito consolato dalla solidarietà vissuta».

Un'insegnante ispeziona i danni a una scuola devastata a Nairobi, in Kenya.
Un’insegnante ispeziona i danni a una scuola devastata a Nairobi, in Kenya
(foto B. Curtis/AP/La Presse).

  • Quali proposte concrete le Proposizioni finali fanno rispetto all’Instrumentum laboris?

«Questo Sinodo è partito con l’idea di tradurre in programma quanto era emerso dal primo Sinodo sull’Africa, dove si era celebrata la Chiesa come famiglia di Dio: si tratta di un’espressione di natura identitaria, che però deve avere un progetto di attuazione. Essere famiglia, vivere la comunione e la comunità – si è detto – richiede come prima cosa la riconciliazione. È questo il primo dono che Gesù ha dato ai suoi seguaci: "Pace a voi". Una volta che si crea la comunità, bisogna riconoscere che la logica del vivere insieme è la giustizia: ognuno rispetti i diritti, ciò che la relazione richiede. Infatti la Bibbia definisce malvagio colui che con le sue azioni distrugge la comunione».

  • In quali campi la giustizia va perseguita con più forza?

«Prima di tutto in famiglia. Lì comincia tutto, nella relazione uomo-donna, e con i figli: se non c’è pace, se non c’è rispetto reciproco, non c’è una buona educazione. E questo è un discorso che interessa tutta la società, perché sono questi ragazzi che poi diventeranno politici... Quando parlo di famiglia penso anche alla tribù che, in Africa, è una famiglia allargata, tanto che non esistono parole per definire i cugini e i nipoti: da noi mio cugino è mio fratello».

Nel distretto di Torit, sudanesi in procinto di lasciare la regione.
Nel distretto di Torit, sudanesi in procinto di lasciare la regione
(foto S. Morara/La Presse).

  • Questo Sinodo cosa dice alla comunità internazionale?

«Abbiamo denunciato il fatto che in Africa viviamo con Governi che spesso non tutelano le persone. In Europa sembra roba del passato: da voi, anche se possono esserci critiche ai politici, certe necessità di base sono assicurate. Voi per esempio avete un’assistenza sanitaria per tutti. In Africa chiediamo ai nostri Governi di essere sensibili ai problemi del popolo e di resistere alle pressioni che vengono dall’esterno. La Banca mondiale dice che per crescere nello sviluppo dobbiamo privatizzare l’elettricità, l’acqua... Ma la gente non può permettersi di comprare questi servizi. I salari sono bassi e le riforme strutturali sono fatte sotto pressioni di questo tipo. I nostri governi però devono avere il coraggio di non subire imposizioni».

  • Un suo confratello ha detto che i politici cattolici si sono rivelati corrotti come e più degli altri e che in questo campo la Chiesa ha fallito. Il Sinodo ha chiesto dei cappellani per i politici. Potranno aiutare a migliorare le cose?

«Non è la Chiesa che ha fallito, direi piuttosto che alcuni politici (non tutti) si sono dimostrati corrotti e hanno messo in imbarazzo la Chiesa perché non si sono comportati da cattolici. Se la fede diventa solo un’etichetta e non è un vera scelta di vita, è un tradimento. In Ghana abbiamo visto che i cappellani, sia i cattolici sia i protestanti, possono aiutare i politici, li radunano per la preghiera. Non vogliamo che questo sia uno show ma qualcosa di profondo che influisce sul loro pensiero e le loro decisioni. I politici a volte fanno delle scelte non per convinzione intima, ma costretti dal loro partito. Ebbene, se quel programma non corrisponde alla loro fede, devono lasciare il partito, altrimenti cadono nel compromesso. Noi vogliamo essere loro vicini. Le sfide, comunque, ci sono per tutti. È lo stesso per i sacerdoti: sanno che devono essere poveri, ma a volte, anche per aiutare la famiglia, rischiano di compromettere ciò in cui credono».

Una donna del distretto di Kolmerek, in Sud Sudan. L'aspetto religioso è molto importante per la popolazione dei Dinka, il gruppo etnico più numeroso della regione.
Una donna del distretto di Kolmerek, in Sud Sudan. L’aspetto religioso
è molto importante per la popolazione dei Dinka, il gruppo etnico
più numeroso della regione
(foto M. Albert/Zuma/La Presse).

  • Il tema del celibato e della formazione dei sacerdoti è stato trattato più volte. Quali sono le priorità?

«La motivazione: i preti devono essere persone seriamente motivate, con tutti i sacrifici che la vocazione richiede. Essere sacerdoti non vuol dire solo celebrare la messa, è innanzitutto uno stile di vita, una testimonianza che è efficace se è pura e genuina, altrimenti meglio lasciar perdere perché provoca un effetto contrario. Basti pensare quanto ha sofferto la Chiesa negli Stati Uniti per la pedofilia: uno scandalo che è diventato controtestimonianza. Quante persone hanno lasciato la Chiesa a causa di questi scandali?».

  • Il Sinodo – lei ha detto – ha raccolto il grido della donna. Il messaggio conclusivo propone di inventare strutture per permettere alle donne di partecipare. Cosa significa in concreto? E come mai nelle Proposizioni si invita a creare una commissione di studio per la donna nel Pontificio consiglio per la famiglia e non in quello dei Laici?

«Il Consiglio per la famiglia si occupa dell’uomo e della donna nei diversi stati di vita: mariti, padri, mogli, mamme, mentre quello dei Laici pensa piuttosto all’apostolato. Noi volevamo parlare soprattutto della dignità della donna, non di ciò che fa nella società. Questa dignità si realizza, e va tutelata, a partire soprattutto dall’ambito della famiglia, per tutte le donne, anche quelle non sposate. Per ciò che riguarda la partecipazione alla vita della Chiesa, moltissime donne sono catechiste, ma vanno aiutate sempre più a partecipare ai consigli parrocchiali e alla vita della diocesi, come econome, avvocate, ricoprendo ruoli di responsabilità».

I padri sinodali fanno il loro ingresso nella basilica di San Pietro il 4 ottobre, giorno di apertura dell'assemblea sinodale sull'Africa.
I padri sinodali fanno il loro ingresso nella basilica di San Pietro il 4 ottobre, giorno di apertura dell’assemblea sinodale sull’Africa (foto G. Giglia/AP).
  

  • Dialogo interreligioso: quale modalità di dialogo con l’islam?

«In Africa cristiani e musulmani hanno sempre vissuto insieme senza problemi, rispettandosi reciprocamente. Il punto è che, per i musulmani, religione e Stato non sono ambiti diversi: fino a oggi non è stato un problema, perché la presenza di altre confessioni è stata riconosciuta e l’islam non è stato imposto con la forza. Di recente però vediamo dei cambiamenti, si sta sviluppando una certa aggressività. Come vescovi non siamo contro la crescita dei musulmani, ma pensiamo che, come avviene per il cristianesimo, anche l’islam debba inculturarsi. Faccio un esempio: in passato c’era bisogno di dare un segnale che richiamasse i fedeli alla preghiera, ma adesso che tutti abbiamo un orologio, che bisogno c’è di svegliare un’intera città all’alba con un richiamo che a volte è solo per poche persone? Può sembrare una provocazione e sarebbe meglio cambiare, perché se anche noi suonassimo le campane a ogni preghiera non ci sarebbe più pace. Va anche detto che dall’estero stanno arrivando finanziamenti insieme con l’idea che l’islam debba essere purificato: se sono predicatori che arrivano dall’Iran si pensa all’islam sciita, se dall’Arabia Saudita al wahabismo. Tutti vogliono esportare la loro versione dell’islam, dove "puro" sta per meno tollerante, in un modo di imporsi non pacifico, conflittuale».

  • Nella proposizione sulla pace si invita il Consiglio di Giustizia e pace a sostenere un progetto comune sulla riconciliazione, coordinato dal Secam, l’organismo continentale che riunisce gli episcopati cattolici delle varie nazioni. In che cosa consisterà?

«Abbiamo suggerito l’istituzione di un centro affidato al Secam che lavori per mantenere la pace, per monitorare e intervenire in situazioni a rischio. Ho in mente quanto abbiamo fatto in Ghana: il National Peace Council, che presiedo, è composto da cinque capi religiosi e da personalità del mondo culturale, economico, sociale. Siamo undici persone. Prima delle elezioni abbiamo incontrato tutti i partiti, li abbiamo assistiti per aiutarli a risolvere i problemi interni. In questo modo abbiamo guadagnato il loro rispetto e la loro fiducia, cosa che ci ha permesso di intervenire in modo autorevole quando si sono create situazioni conflittuali. Il nostro gruppo ha sempre parlato alla gente e le tensioni sono rimaste sotto controllo. Speriamo che esperienze del genere si possano creare in tutti i Paesi. Ne parlavo proprio in questi giorni con i vescovi del Togo, dove si terranno le elezioni in febbraio. Non si possono lasciare i politici da soli, devono sentire che c’è qualcuno che veglia sul loro operato».

Vittoria Prisciandaro

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