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Dossier: Pentecoste africana

L’Africa a casa nostra:
sfida per la Chiesa e le società

di Anna Pozzi
  

Le comunità cattoliche del Continente nero chiedono agli episcopati del mondo occidentale una cooperazione che rispetti la loro specificità. Per dar vita a un nuovo rapporto che sia di reciproco scambio e aiuto.
   

Chiesa africana e Chiesa universale. Due dimensioni che si sono incontrate, confrontate, compenetrate durante i lavori della seconda Assemblea speciale dei vescovi per l’Africa. Lavori che, infatti, hanno visto la partecipazione di rappresentanti delle Conferenze episcopali degli altri continenti e di diversi delegati provenienti oltre che dall’Europa da America latina, Asia e persino uno dall’Oceania. Il carattere universale del Sinodo – sancito anche dalla presenza pressoché costante di Benedetto XVI – è stato sottolineato in termini positivi da molti partecipanti, come un «esercizio autentico di comunione e di democrazia nella Chiesa». Ma è stato solo in parte occasione per un approfondimento delle questioni legate alla cooperazione tra le Chiese. Una cooperazione rispettosa delle specificità, delle ricchezze e delle debolezze di ciascuno.

Un musulmano osserva le decorazioni di una chiesa cattolica a Lagos.
Un musulmano osserva le decorazioni di una chiesa cattolica a Lagos

(foto G. Osodi/
AP/La Presse).

Ai margini dei lavori, monsignor Luigi Bressan, arcivescovo di Trento e presidente della Commissione episcopale per l’evangelizzazione dei popoli e la cooperazione tra le Chiese della Cei (membro di nomina pontificia), riflette sulla necessità di un dialogo e di una collaborazione fondati sulla «corresponsabilità»: «Occorre riconoscere», afferma l’arcivescovo, «non solo quello che noi diamo, ma anche quanto ci sta dando la Chiesa d’Africa, tenendo conto del grande sviluppo che questa Chiesa sta conoscendo». Monsignor Bressan parla di «aiutare queste Chiese a essere autonome e capaci di gestione». Ma sottolinea che «anche noi siamo loro debitori, soprattutto di modelli di impegno e speranza».

Monsignor Bressan affronta anche un altro nodo "sensibile": «Se oggi in Africa ci sono 3.601 missionari italiani, molti dei quali in età avanzata, in Italia, ma anche in Europa, sono sempre più numerosi i sacerdoti africani. Una presenza significativa, spesso indispensabile, a volte problematica».

Per affrontare questi "nodi", proprio nei giorni del Sinodo, l’Ufficio nazionale per la cooperazione missionaria della Cei, ha organizzato a Roma un seminario sul tema "Le diocesi italiane e il servizio dei presbiteri non italiani".

Fedeli nigeriani in preghiera.
Fedeli nigeriani in preghiera
(foto G. Osodi/AP/La Presse).

«Attualmente», precisa don Gianni Cesena, direttore dell’Ufficio, «il numero di preti stranieri presenti in Italia supera le 1.500 unità. Tra questi ci sono 234 sacerdoti africani in servizio pastorale a tempo pieno e 366 studenti provenienti da 30 Paesi africani. Dal punto di vista pastorale, la collaborazione di un presbitero non diocesano non è un fatto privato, ma nasce da un attento discernimento. Come evento tra Chiese, domanda progettualità e corresponsabilità di tutta la Chiesa locale, al fine di evitare che lo scambio resti strumentale ai bisogni reciproci di Chiese o persone. Perciò ogni accordo deve chiarire motivazioni, progetto, percorsi formativi, impegni personali ed ecclesiali».

L’Africa, dunque, si presenta oggi non solo come terra di missione ma anche come terra di missionari, persino nel nostro Paese. Il continente, infatti, continua a registrare una crescita rapida e significativa del numero di fedeli (in trent’anni sono passati da 55 a 165 milioni, pari al 17 per cento della popolazione), ma allo stesso tempo dall’Africa cominciano a partire missionari inviati nel resto del mondo.

Monsignor Antoine Ntalu, arcivescovo di Garoua, Camerun, in una pausa dei lavori del Sinodo, conferma: «È tempo che partano anche nostri missionari. Il bene che una Chiesa particolare possiede è un bene che appartiene alla Chiesa universale». Durante il Sinodo, fa notare monsignor Ntalu, si è parlato spesso di cooperazione in termini negativi: «Ovvero di chi – Governi, agenzie internazionali, ong... – usa forme subdole di cooperazione per continuare a sfruttare l’Africa. Però ci sono anche esempi positivi», dice il vescovo, «che sperimento nella mia stessa diocesi. In passato, forse, non eravamo del tutto preparati ad accogliere e condividere progetti di cooperazione con le altre Chiese o con le organizzazioni non governative; spesso non erano concepiti a misura nostra e creavano problemi soprattutto al momento del passaggio di consegne a una gestione locale. Oggi le cose sono cambiate. È tempo di lavorare tutti insieme e, insieme, di guardare al futuro. Del resto, se la Chiesa è comunione, è necessario che ci siano legami anche attraverso la cooperazione».

L'ingresso di uno dei campi profughi allestiti in Ciad dalle Nazioni unite.
L’ingresso di uno dei campi profughi allestiti in Ciad dalle Nazioni unite

(foto Zuma/La Presse)
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In questa prospettiva di Chiesa africana, che condivide ricchezze e fatiche con la Chiesa universale, si situa con forza anche il tema dell’immigrazione. Tema che, inevitabilmente, è emerso a più riprese durante i lavori del Sinodo.

Particolarmente toccante la testimonianza di monsignor Giovanni Martinelli, vicario apostolico di Tripoli. «In Libia», ha detto, «viviamo tutta la tragedia di questo fenomeno. Venire in Libia per essere respinti dall’Europa... Vi sono migliaia di immigrati che entrano in questo Paese ogni anno, provenienti dall’Africa subsahariana. La maggior parte fugge dalla guerra e dalla povertà. Arrivano in Libia in cerca di un lavoro per aiutare la famiglia o di un modo per andare in Europa nella speranza di trovarvi una vita migliore e più sicura. Respingerli non è un segno di civiltà».

Anche l’arcivescovo di Addis Abeba, presidente della Conferenza episcopale etiope, Berhaneyesus Demerew Souraphiel, si è fatto portavoce di quella enorme massa di persone che fugge dal Corno d’Africa: «Spero che questo Sinodo per l’Africa sondi le cause che sono alla base del traffico di esseri umani, delle persone sfollate, dei lavoratori domestici sfruttati (specialmente le donne in Medio Oriente), dei rifugiati e dei migranti, soprattutto degli africani che giungono sui barconi e dei richiedenti asilo e che sortisca posizioni e proposte concrete per mostrare al mondo che la vita degli africani è sacra e non priva di valore, come invece sembra essere presentata da molti media».

Sulla stessa linea monsignor Charles Palmer-Bucale, arcivescovo di Accra, Ghana, che ha espresso la preoccupazione e l’indignazione di molti vescovi africani rispetto alle tendenze xenofobe e alle leggi anti-immigrazione approvate in diversi Paesi europei, per bloccare i flussi migratori, arrivando «sino al punto di rinnegare i loro diritti e farli morire in mare».

«Gli africani», ha aggiunto monsignor William Avenya, vescovo di Makurdi, Nigeria, «continueranno a venire in Europa con tutti i mezzi, anche al prezzo di morire nel deserto o per mare, finché l’equilibrio economico e ambientale tra Africa e resto del mondo non verrà ristabilito da chi ne ha la responsabilità, cioè l’Occidente».

Ma i partecipanti al Sinodo sono anche consapevoli che qualcosa va cambiato all’interno del continente e che la Chiesa africana ha un ruolo importante da giocare. Specialmente, come recita il titolo del Sinodo, in termini di promozione della giustizia, della pace e della riconciliazione.

Vita quotidiana in un campo profughi del Ciad.
Vita quotidiana in un campo profughi del Ciad
(foto Zuma/La Presse).

Secondo i padri sinodali, le ferite del continente devono essere curate attraverso «un doppio approccio: la denuncia e l’annuncio della Buona Novella», anche attingendo alla tradizione africana, specialmente per quanto riguarda i processi di riconciliazione. In questo senso, non mancano le esperienze positive in Africa. E se quello del Sudafrica resta un esempio emblematico, "esportato" anche in altre parti del mondo, pure altrove nel continente non mancano situazioni in cui la Chiesa cattolica – in collaborazione con altre Chiese cristiane e talvolta con i leader di altre religioni – sta dando un contributo significativo alla pace e alla riconciliazione. Un caso è quello della Sierra Leone, portato ad esempio da monsignor Giorgio Biguzzi, vescovo di Makeni, uno dei protagonisti del processo di pace che ha visto coinvolto il Consiglio interreligioso della Sierra Leone, di cui fanno parte cattolici, musulmani, anglicani e metodisti. Anche monsignor Jaime Pedro Gonçalves, arcivescovo di Beira, Mozambico, è stato impegnato in prima persona nel processo che ha messo fine alla guerra nel suo Paese nel 1992.

Esperienze come quella del Mozambico e altre iniziative in Africa, secondo l’arcivescovo, devono essere ulteriormente approfondite: «Sono una speranza per un futuro di pace dell’Africa. Ma la Chiesa deve continuare a formare riconciliatori e pacificatori per la risoluzione dei conflitti, coinvolgendo specialmente i giovani nelle pratiche di riconciliazione». Questo è particolarmente importante oggi in un panorama africano, dove, secondo monsignor Gonçalves, si registrano passi indietro in termini di democrazia, consolidamento di dittature, ritorni di violenze e persecuzioni politiche. Il cardinale Wilfrid Fox Napier, arcivescovo di Durban, Sudafrica, parla di un «mostro che usurpa il potere ed è contrario alla democrazia. Un mostro che non è affatto scomparso, piuttosto ha cambiato aspetto e modus operandi». Il cardinale lo identifica in quei partiti politici o élite che «prendono il potere assoluto» e lo consolidano con discorsi demagogici, per poi arricchire vergognosamente i loro membri o una piccola minoranza, allargando enormemente – com’è il caso del Sudafrica – il divario tra i ricchi e i poveri.

Divario che è spesso il riflesso delle sperequazioni che esistono tra Nord e Sud del mondo, tra una piccolissima fetta della popolazione ricca o ricchissima e la grande massa di poveri sempre più poveri. Questa sfida chiama in causa non solo le Chiese d’Africa, ma la Chiesa universale, affinché, come dice il cardinale Napier, si operi «un miracolo che porti a una liberazione autentica e sostenibile».

Anna Pozzi

Segue: Turkson: la giustizia rinasce dalla famiglia

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