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Dossier: Pentecoste africana

Incarnare il Vangelo in Africa:
questione non solo rituale
di Anna Pozzi
  

Inculturazione della fede significa saper «discernere quali valori della tradizione culturale siano compatibili con il cristianesimo». Stesso discorso era stato fatto al Sinodo celebrato 15 anni fa. Ma questa volta non si è puntato solo sulla liturgia.
   

Nel 1994 il volume Inculturation et conversion riprendeva esattamente il tema centrale del primo Sinodo per l’Africa. Nel frattempo, il suo autore, l’abbé Joseph Ndi-Okalla, teologo e missiologo, direttore di studi presso il Seminario maggiore di Yaoundé, in Camerun, di libri ne ha scritti altri due: D’un Synode africain à l’autre (Da un Sinodo africano all’altro), uscito nel 2007, e Le deuxième Synode africain face aux défis socioconomiques et éthiques du continent (Il secondo Sinodo africano di fronte alle sfide socio-economiche ed etiche del continente). Già nei titoli è evidente il cambiamento di prospettiva all’interno della Chiesa africana, che Ndi-Okalla, presente al Sinodo in veste di esperto, ha saputo cogliere con lucidità nei suoi volumi. Ovvero, «come dall’accento posto sul tema dell’inculturazione, specialmente nella liturgia, si sia passati alla dimensione socio-econiomica ed etica del messaggio evangelico». È lui stesso ad affermarlo, in un incontro a Roma, mentre commenta la sua seconda pubblicazione, realizzata proprio in vista del Sinodo. C’è una consonanza di temi e di ispirazione: «Collocando i temi sociali, politici ed economici al cuore del Sinodo», afferma l’abbé Ndi-Okalla, «i vescovi d’Africa hanno voluto porre l’attenzione sugli elementi fondamentali dell’insegnamento sociale della Chiesa, ricordando particolarmente i valori del bene comune, della buona governance e l’attenzione per i poveri e gli ultimi».

Famiglie di profughi ospitati temporaneamente in una chiesa a Kibati, a nord di Goma (Congo).
Famiglie di profughi ospitati temporaneamente in una chiesa a Kibati,
a nord di Goma (Congo
- foto K. Prinsloo/AP/La Presse).

L’accento, insomma, in questi quindici anni intercorsi da un Sinodo all’altro si è spostato sulla «dimensione sociale dell’evangelizzazione». Del resto, lo fa notare anche la Relatio post disceptationem di questo Sinodo, tenuta dal relatore, il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson. A proposito del «settore socio-religioso», che analizza i rapporti tra fede e vita nei credenti, si afferma che «la paura e l’incertezza caratterizzano la vita di fede in molte popolazioni africane», facendo riferimento in particolare alla diffidenza e al sospetto, all’autodifesa e all’aggressività diffuse specialmente nei contesti urbani, ma anche alla magia, all’occultismo e al sincretismo. Aggiunge il cardinale John Njue, arcivescovo di Nairobi: «Se vogliamo essere cristiani non possiamo scegliere i valori secondo i quali camminare». Inculturazione della fede significa «discernere quali valori della tradizione culturale africana siano compatibili con il cristianesimo».

A dire il vero, c’era già chi lo sosteneva quindici anni fa. Come monsignor Peter K. Sarpong, oggi arcivescovo emerito di Kumasi (Ghana), che ricordava che «le culture vengono sfidate quando si passa dall’individuale al sociale». O come padre Francesco Pierli, comboniano, fondatore dell’Institute for Social Ministry a Nairobi: «Il messaggio sociale della Chiesa è la cartina di tornasole dell’inculturazione», sostiene. «Se la fede arriva a toccare le culture e i modi di vivere, questo significa che è stata realizzata un’autentica inculturazione. Qualcosa in effetti è cambiato nelle Chiese d’Africa, e assistiamo a un passaggio dall’inculturazione ristretta alla celebrazione liturgica all’inculturazione come cambiamento sociale. Il Vangelo in un certo senso "sfida" le culture. Tutte, non solo quella africana. Ad esempio su alcuni temi importanti come la concezione della donna, il ruolo tra le classi sociali o il senso del bene comune».

Suore del Sud Sudan rifugiate al Cairo, in Egitto, durante una celebrazione per la pace.
Suore del Sud Sudan rifugiate al Cairo, in Egitto,
durante una celebrazione per la pace
(foto H. Jamali/AP/La Presse).

Già alla vigilia del primo Sinodo, padre Pierli insieme con un gruppo ecumenico di teologi e studiosi africani aveva provato a sensibilizzare i padri sinodali su questi temi. «Per me è evidente che in Africa esiste un divorzio fra fede e vita. Vita intesa innanzitutto come vita sociale. Oggi le cose stanno un po’ cambiando, ma occorre continuare ad approfondire la riflessione su fede e trasformazione sociale. Una fede che non trasforma, non solo a livello personale, ma anche di cultura, mentalità e strutture, che fede è?». Padre Pierli ne è così convinto che, in occasione dell’ultimo corso che ha tenuto presso l’Istitute for Social Ministry, ha insistito proprio su fede e scienza per la trasformazione sociale, con un’attenzione particolare al contesto pluralistico e globale in cui fede e cultura si trovano oggi a confrontarsi anche in Africa.

Se il primo Sinodo, dunque, ha posto un forte accento sulla fede ma con un discorso sull’inculturazione molto assorbito nel mondo celebrativo, con questo secondo Sinodo lo sforzo è quello di portare la fede fuori dalla Chiesa e collocarla in una dimensione sociale. È d’accorso monsignor Louis Portella, vescovo di Kinkala e presidente della Conferenza episcopale del Centrafrica: «Dobbiamo assumerci le nostre responsabilità», dice in una pausa dei lavori del Sinodo, «per trasformare dal di dentro le realtà africane. Certo, non possiamo dimenticare i retaggi del passato: schiavismo, colonialismo e neocolonialismo o la situazione presente di un’Africa che si trova in un contesto di globalizzazione che spesso la sfrutta e la marginalizza o impone modelli culturali estranei alla nostra cultura. È una questione di cultura e di mentalità. E di cambiamento di questa cultura di cui anche la Chiesa deve farsi carico, affinché gli africani prendano davvero in mano il proprio destino. Dobbiamo fare appello alle nostre energie per cambiare le cose. Tutti abbiamo delle responsabilità e dobbiamo agire».

Un ragazzo in cerca di diamanti, in Sierra Leone.
Un ragazzo in cerca di diamanti, in Sierra Leone
(foto L. Stone/Zreportage/La Presse).

Secondo monsignor Victor Tonyé Bakot, arcivescovo di Yaoundé, c’è un preciso filo rosso che lega il primo Sinodo a quello che si è da poco concluso. Sia nell’Instrumentum Laboris sia nei lavori sinodali si è insistito sulla perdita di identità delle culture africane e sulla necessità di recuperarne alcuni valori, anche approfondendo la fede. A suo avviso il processo di inculturazione è andato avanti e ne sono testimonianza «le piccole comunità cristiane che ormai fanno parte del panorama ecclesiale africano. Dopo il primo Sinodo, però, è emersa subito l’esigenza di approfondire altre tematiche di carattere socio-economico e politico. È quanto è stato fatto in questa seconda Assemblea, che ha permesso anche a noi padri sinodali di riflettere su questioni che riguardano tutto il continente».

Tra queste, più volte evocata, ma mai veramente approfondita, quella della condizione della donna nella società e nella Chiesa africana. Lo si vede chiaramente anche in una statistica stilata dall’agenzia Zenit, che ha "calcolato" la ricorrenza di alcuni temi nei primi 150 interventi. E se non stupisce che "pace" e "giustizia" siano ai primi posti (con, rispettivamente, 402 e 345 citazioni), lascia un po’ perplessi che il tema "donna" sia stato preso in considerazione solo 20 volte. Eppure tra gli interventi più lucidi e interessanti c’è stato quello di suor Elisa Kidané, comboniana, presente al Sinodo come uditrice. La quale ha chiesto con forza che sia data alle donne «la possibilità di esercitare il loro ruolo di educatrici, di promotrici, di protagoniste della vita».

Uno scorcio di vita quotidiano in un campo profughi in Ciad.
Uno scorcio di vita quotidiano in un campo profughi in Ciad

(foto Zuma/La Presse)
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«È chiaro che un Sinodo non cambia certamente, dall’oggi al domani, il corso della Storia», ammette suor Kidané, «ma siamo certe che potrebbe iniziare a rendere fattibile, reale, quello che fino a ieri era forse un sogno». Le donne, secondo la missionaria eritrea che conosce bene molte realtà africane, hanno bisogno di «un chiaro riconoscimento del proprio ruolo all’interno della Chiesa. È tempo di un effettivo cambio di mentalità nei nostri riguardi». Per questo chiede più spazio in tutti i settori, nei luoghi in cui si «cucinano» progetti per lo sviluppo e leggi di qualsiasi genere e a tutti i livelli, nonché maggior partecipazione alla formazione, anche all’interno dei seminari, «perché si ampli la visione della donna, non solo compresa come madre o sorella, ma come insegnante, docente, teologa...». «Le sacrestie», dice suor Kidané, «iniziano a starci troppo strette».

Purtroppo dal Sinodo sono emerse – pur legittimamente e comprensibilmente – soprattutto voci critiche rispetto alle politiche di genere portate avanti da istituzioni internazionali e Ong. L’arcivescovo Robert Sarah, segretario della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, è intervenuto duramente contro l’ideologia di genere, definendola una teoria «irrealistica e disincarnata», persino «assassina» ed estranea ai valori africani. Questa nozione, ha aggiunto monsignor Tony Anatrella, consultore del Pontificio consiglio per la famiglia e del Pontificio consiglio per la pastorale della salute, «è molto problematica perché banalizza la contraccezione e l’aborto e mette in discussione i valori familiari, escludendo l’uomo dalle relazioni di cooperazione con la donna e dalla procreazione».

Fedele cattolico nella canonica di una chiesa in Nigeria. Alle sue spalle, i ritratti di vari vescovi locali.
Fedele cattolico nella canonica di una chiesa in Nigeria.
Alle sue spalle, i ritratti di vari vescovi locali
(foto G. Osodi/AP/La Presse).

Secondo l’arcivescovo di Ouagadougou, monsignor Philippe Ouédraogo, «le nostre comunità umane e religiose in Africa, in generale, respingono la pratica giuridica codificata in molti Paesi occidentali; valorizzano la promozione dei valori collegati alla famiglia e alla vita». Certo l’Africa può dare ancora oggi un esempio positivo al mondo intero in termini di promozione dei valori legati alla vita e alla famiglia, ma qualcosa va cambiato anche all’interno della società e della Chiesa d’Africa. Le donne, mette chiaramente in evidenza suor Kidané, «hanno lottato, e continuano a farlo, contro leggi avverse, contro tabù, contro mentalità misogine... Ma la storia ci dice che non basta, abbiamo bisogno di essere confermate in questo ruolo e riconosciute». Pure dalla Chiesa.

Anche questo sarebbe un bel segnale concreto per un cambiamento di mentalità e di società. Ovvero un passo avanti anche per l’inculturazione della fede.

Anna Pozzi

Segue: L’Africa a casa nostra: sfida per la Chiesa e le società

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