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Dossier: Pentecoste africana

Democrazia e buon governo
antidoti alla povertà
di Luciano Scalettari
  

I mali dell’Africa, conflitti, corruzione, sfruttamento delle risorse, sono stati denunciati nel corso del Sinodo. Insieme, però, sono stati sottolineati i passi positivi compiuti da alcuni Paesi sulla strada di una cittadinanza attiva.
   

Se fosse possibile visualizzare l’Africa degli ultimi anni attraverso uno di quei filmati a sequenza accelerata, potremmo cogliere alcuni dei principali fenomeni che stanno accadendo nel Continente. Il filmato mostrerebbe, in molti dei suoi 54 Paesi, milioni di persone che alla spicciolata lasciano le aree rurali per trasferirsi ai margini della città, a ingrossare le baraccopoli della periferia. Le immagini mostrerebbero altre centinaia di migliaia di persone che dalle regioni subsahariane – dalla Nigeria fino alla Somalia – intraprendono la "marcia della speranza" (e della disperazione) per attraversare il deserto, entrare in Libia, Marocco, Tunisia, avvicinarsi alla costa del Mediterraneo, tentare di attraversarlo, magari morendo poi in mare o venendo respinti sulle coste africane. Farebbero vedere, ancora, tante fasce del Continente passare dal colore verde della vegetazione al giallo della desertificazione. E ancora, si vedrebbero centinaia di migliaia di persone spostarsi – profughi ambientali vengono definiti – rincorrendo l’acqua e le aree fertili. Un brulicare di persone in movimento, dove quasi mai lo spostamento è una scelta.

Profughi in Congo.
Profughi in Congo
(foto K. Prinsloo/AP/La Presse).

Ciò che non sarebbe visibile sono altri fenomeni non meno gravi di questi: lo sfruttamento delle ingenti materie prime e risorse naturali, la corruzione di tanti uomini politici e dirigenti, l’azione parassitaria di aziende e multinazionali occidentali e cinesi, le attività di intimidazione e repressione messe in atto da diversi regimi dispotici, il lavorìo silenzioso e discreto di quanti cercano di carpire i segreti della ricchissima biodiversità africana o di diffondere quelle colture di varietà geneticamente modificate che l’Europa e altre aree del pianeta rifiutano.

I vescovi africani hanno puntato il dito soprattutto su questo: ciò che non si vede o che più si vuole celare, e che spesso è causa, o concausa, delle principali tragedie del Continente. Nel corso dei 20 giorni dei lavori molti dei nodi problematici di carattere sociale, politico, economico, ambientale sono stati toccati dai padri sinodali e dagli esperti, così come sono stati rilevati i segnali positivi provenienti da alcuni Paesi africani.

Non poteva essere diversamente, dato che già l’Instrumentum laboris del Sinodo li aveva messi a fuoco. Conflitti, corruzione, questione ambientale e di sfruttamento delle risorse: «L’impressione generale che ho avuto, già fin dalla prima settimana di lavori, è che i vescovi africani abbiano imboccato la strada della profezia. Con grande lucidità e coraggio, i pastori d’Africa hanno analizzato i mali del continente e hanno indicato la strada per uscirne», dice padre Alex Zanotelli, noto missionario comboniano. Sul piano socio-economico è un’analisi realistica delle piaghe africane, ma attenta anche al positivo, in particolare alla maturazione dei processi di democratizzazione in diversi Paesi africani, che in taluni casi – sottolineano i vescovi – hanno mostrato di saper gestire l’alternanza al potere senza ricorso alla violenza, o che hanno mostrato forti segni di crescita nella capacità di governance, nella libertà di informazione, nel rispetto delle minoranze. Così come hanno rilevato l’impatto positivo delle nuove tecnologie, che stanno creando per l’Africa l’occasione di riagganciare il mondo industrializzato.

Siccità in Darfur.
Siccità in Darfur
(foto Zuma/La Presse).

Il Sinodo è stato anche momento di bilancio rispetto a qualche tratto di strada già percorso. Come, ad esempio, in Repubblica democratica del Congo. Proprio in uno dei Paesi più flagellati dalla guerra (che dal 1997 al 2002 ha provocato oltre 4 milioni di vittime), con una pesante storia dittatoriale alle spalle, la Chiesa ha saputo svolgere un capillare lavoro di educazione, anzi di alfabetizzazione alla democrazia, accompagnando attraverso le Commissioni Giustizia e Pace la gran parte della popolazione al suo primo voto democratico dopo 30 anni. Paese simbolo, il Congo-Kinshasa, non solo per gli spaventosi livelli di povertà in cui si trova, ma anche per l’emblematica "alleanza" perniciosa fra leadership politiche locali e società multinazionali. «Partendo dalle guerre e violenze subite dalla Repubblica Democratica del Congo», ha detto monsignor Nicolas Djomo Lola, vescovo di Tshumbe, «siamo obbligati a condannare i sotterfugi usati dai predatori e mandanti di queste guerre. Il tribalismo evocato per giustificarle non è altro che un paravento. La comunità internazionale si limita a occuparsi delle conseguenze, invece di affrontare le cause: il saccheggio delle risorse naturali».

Anche sul versante dei processi di riconciliazione, i padri sinodali hanno sottolineato la positività delle soluzioni messe in atto da diversi Paesi, quali Sud Africa, Sierra Leone, Ruanda, Liberia. «Diversi Paesi d’Africa hanno seguito la via delle Commissioni per la verità e la riconciliazione, spesso integrandola con le altre», spiega suor Teresina Caffi, missionaria in Rd Congo. «Hanno tentato di curare le ferite per costruire con gli oppressori rinsaviti un futuro comune. Il fondamento di queste Commissioni è porre al centro non il colpevole ma le vittime e giungere, non a una punizione che pacificherebbe le vittime, ma a una restaurazione delle relazioni tramite l’ammissione della colpa e la riparazione. Intendono dunque fare piena luce sui crimini compiuti, offrire alle vittime la possibilità di raccontare in pubblico il loro dramma, individuare le responsabilità personali e strutturali e restaurare relazioni positive mediante il dialogo. Tali commissioni attingono ai valori africani della restaurazione delle relazioni e ai valori biblici della riconciliazione nella verità e nella giustizia».

Pastore masai in Kenya.
Pastore masai in Kenya
(foto S. Azim/AP).

Segnali positivi, ma non sufficienti per pensare a un’inversione di tendenza rispetto alla marginalizzazione e alla "dimenticanza" di cui soffre il Continente. Il Segretario generale della Fao, Jacques Diouf, invitato speciale al Sinodo, ha fornito un quadro allarmante: «Nonostante gli importanti progressi realizzati in tanti Paesi», ha detto, «lo stato di insicurezza alimentare è molto preoccupante. Il Continente conta 271 milioni di persone denutrite, ovvero il 24 per cento della popolazione, con un aumento del 12 per cento rispetto all’anno precedente. Inoltre dei 30 Paesi al mondo in stato di crisi alimentare, che hanno bisogno di un aiuto urgente, 20 si trovano in Africa».

Sono tanti i Paesi attanagliati dalla povertà, dall’assenza di sistemi sanitari e scolastici adeguati e di infrastrutture. E quasi sempre queste realtà coincidono con regimi totalitari o pseudo-democrazie: dalla Somalia all’Eritrea, dalla Costa d’Avorio al Sudan, dalla Nigeria allo Zimbabwe. Ma tutto ciò non è sempre conseguenza dei conflitti, come dimostra lo Zambia. Un Paese che non conosce guerra da decenni, ma che si trova in disastrose condizioni economico-sociali a causa sia delle politiche imposte dagli Istituti finanziari internazionali, sia delle scelte dissennate dei governi che si sono succeduti. Da "granaio dell’Africa australe" è divenuto un Paese che soffre la fame, costretto a svendere le proprie ricche miniere di rame a investitori occidentali e cinesi. Con il risultato di una preoccupante disoccupazione.

Depredazione delle risorse. È questo il tema che ritorna. Pesante la denuncia dei vescovi del Ciad, Michele Russo ed Edmond Djitangar, che hanno definito senza mezzi termini «ricchezza rubata» la politica petrolifera del Paese: «Se prima la popolazione viveva nella povertà», hanno detto, «oggi vive nella miseria. I proventi del petrolio sono serviti ad acquistare armi, alimentando interminabili conflitti», mentre le aziende petrolifere «non rispettano i diritti dei residenti». In Ciad si estrae petrolio dal 2003, ma il Paese è ancora fra i dieci più poveri del mondo, il 54 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà, l’1 per cento ha accesso all’energia elettrica e il 29 all’acqua potabile. Il petrolio come sciagura sembra essere una costante: basti pensare alla situazione dell’Angola, del Sudan, del Delta del Niger in Nigeria, del Camerun, della stessa Somalia che ha importanti riserve di greggio non ancora sfruttate.

Un ragazzo cerca diamanti in una delle miniere della Sierra Leone.
Un ragazzo cerca diamanti in una delle miniere della Sierra Leone
(foto L. Stone/Zreportage/La Presse).

L’attenzione dei vescovi africani si volge sempre più alle cause profonde della povertà, ossia all’attuale sistema economico. Il cardinale Peter Turkson, arcivescovo di Cape Coast (Ghana), è intervenuto a proposito del debito estero di 230 miliardi di dollari. «Questo continuo finanziamento dei bilanci nazionali facendo ricorso ai prestiti», ha detto, «non fa altro che accrescere un opprimente debito nazionale». «L’uscita dell’Africa dalla sua agonia economica», ha aggiunto, «deve essere opera degli africani e guidata da loro stessi. Per questo i cuori devono essere convertiti e gli occhi aperti per trovare nuovi modi di utilizzare la ricchezza pubblica per il bene comune. Questa è la missione evangelizzatrice della Chiesa».

Nell’ambito della promozione umana la priorità è quella di andare alla rimozione delle cause della povertà e della sudditanza economica e politica dell’Africa rispetto ai Paesi ricchi. La via indicata è quella dell’educazione, di un sistema scolastico-formativo e informativo (con la necessità di un forte impulso dei media) che permetta di creare una futura classe dirigente preparata e portatrice di una diversa etica della politica e del senso del bene comune.

«È vero che dal Sinodo del 1994 abbiamo avuto pochi colpi di Stato in Africa, ma il Mostro che tenta di usurpare il potere non è sparito», ha dichiarato l’arcivescovo sudafricano di Durban, Wilfrid Fox Napier. «Piuttosto ha cambiato il suo aspetto e modus operandi. Non ci saranno individui che si proclamano "presidenti a vita", ma sempre più partiti politici assumono quel ruolo». Gli esempi? Botswana, Angola, Zimbabwe, Mozambico. «La forza politica», ha aggiunto Napier, «in questi casi ha già fatto un effettivo colpo di Stato, che talvolta ha l’aggravante che, mentre il partito si dichiara a favore dei poveri, i suoi rappresentanti si arricchiscono in maniera spudorata». «Preghiamo per un miracolo», ha concluso l’arcivescovo, «e cioè la liberazione non dai colonizzatori, ma dalla dittatura del potentissimo Partito-Stato».

Luciano Scalettari

Il conflitto in Darfur ha obbligato circa due milioni di persone a lasciare le proprie case per trovare rifugio nei campi profughi allestiti dalle Nazioni Unite.
Il conflitto in Darfur ha obbligato circa due milioni di persone a lasciare
le proprie case per trovare rifugio nei campi profughi allestiti 
dalle Nazioni Unite (foto Zuma/La Presse).

La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace

Credo che il titolo del Sinodo sull’Africa sia già di per se stesso significativo del ruolo e delle priorità a cui deve fare fronte la Chiesa in Africa. Riconciliazione, giustizia e pace sono infatti i passi indispensabili per un riscatto di questo continente rimasto tagliato fuori da ogni ondata di progresso e di sviluppo. L’Africa è un continente di divisioni, di lotte etniche e tribali e di strutture statuali deboli o inesistenti. È un continente di conflitti senza fine, fino a pochi anni fa soprattutto fra diversi Paesi e ora soprattutto all’interno dei diversi Paesi, fra tribù, etnie e clan in lotta mortale fra di loro.

Ancora prima che di aiuto economico (di cui ha pure tanta necessità), l’Africa ha davvero bisogno di pace, giustizia e riconciliazione senza cui non vi può essere alcuno sviluppo. Questa constatazione di partenza non toglie certo valore all’enorme quotidiano e preziosissimo lavoro di migliaia e migliaia di volontari che, attraverso le strutture laiche o religiose, cercano di ricostruire le radici di una solidarietà e di una convivenza troppo spesso in situazione di vero e proprio collasso. Questo fiume di generoso impegno non può infatti dare frutti duraturi, se la politica e la società organizzata africana si muovono in direzione opposta, verso un’accentuazione delle separazioni o delle divisioni.

Romano Prodi.
Foto E. Betz/AP/La Presse.

La realtà è infatti impressionante. In Africa vi sono 53 Paesi che collaborano fra di loro in modo marginale e sporadico. Il commercio fra Paesi africani è quasi trascurabile, le comunicazioni fra di loro spesso inesistenti. Nessuna nazione è abbastanza grande da poter organizzare al suo interno produzioni moderne ed efficienti. Ognuno rimane debole e dipendente verso l’esterno. I Paesi più ricchi hanno naturalmente tutto l’interesse nel mantenere o addirittura nell’accentuare queste divisioni. La loro politica africana è perciò una politica rivolta ai singoli Paesi e ai singoli Governi. Anche quando, come nel caso di Cina e Stati Uniti, il rapporto politico ed economico comprende tutto il continente, esso si concretizza in una relazione puramente bilaterale, nella quale il Paese africano è naturalmente il partner più debole. I Paesi africani diventano per definizione dipendenti e vengono semplicemente utilizzati come fornitori di energia, materie prime o prodotti agricoli. Il riscatto dell’Africa passa attraverso la fine di questo rapporto bilaterale, per definizione iniquo e asimmetrico. Il futuro dell’Africa passa attraverso la fine di questo bilateralismo erede dei vecchi colonialismi e figlio dei nuovi colonialismi.

La Chiesa può fare molto per permettere all’Africa di incamminarsi verso un futuro più cooperativo, più pacifico e più solidale. Lo può fare perché, per definizione, la Chiesa non può essere legata ad alcuna delle potenze coloniali (vecchie o nuove) e perché i suoi princìpi e i suoi insegnamenti non possono essere limitati da alcun confine. Lo può fare con la parola, la carità e la promozione individuale e sociale delle comunità in cui opera, ma lo deve fare anche a livello politico, aiutando la difficile e complessa (e spesso troppo debole) azione pacificatrice delle Nazioni Unite. Lo può fare aiutando gli sforzi ancora incompleti e parziali che l’Unione Africana sta compiendo per spingere i diversi Paesi a collaborare. Lo può fare premendo sui Paesi ricchi che continuano a dividere i popoli africani, per tenerli sottoposti ai loro interessi. Questi ultimi sono gli stessi Paesi che, prendendo come pretesto le ovvie insufficienze dell’Unione Africana, ne rallentano il rafforzamento e la crescita. Gli stessi che, constatando la debolezza delle Nazioni Unite, ne negano risorse e mezzi perché diventino più forti.

La Chiesa può fare molto, anche spingendo l’Unione Europea (che, forte della propria storia, ha più di tutti compreso la necessità di rafforzamento dell’Unione Africana) a moltiplicare risorse e aiuti al continente africano. Ed è solo questo sforzo unitario che può permettere il dialogo fra le diverse tribù e le diverse etnie, frammentate e segnate dai confini artificiali in cui l’Africa è stata divisa.

Ho voluto accentuare tutte le mie riflessioni su un solo concetto e cioè la necessità di una rete di cooperazione che si estenda in tutto il continente. L’ho fatto anche perché debbo constatare che in questi mesi di crisi, il continente africano, pur apparentemente fuori dai meccanismi finanziari che hanno dato origine alla crisi, ha enormemente sofferto e tutt’ora si trova in una situazione ancora più tragica. L’Africa divisa non può approfittare dei periodi prosperi ed è ferita mortalmente negli anni di crisi.

Qualche speranza di cambiamento nasce dai recenti discorsi del presidente Usa Barack Obama sull’Africa. Essi parlano davvero di unità del continente. Per questo motivo aprono la prospettiva di un vero cambiamento, anche se le decisioni politiche concrete debbono ancora iniziare. E dobbiamo fare di tutto perché comincino davvero.

Per questo motivo il Sinodo sull’Africa, oltre che a operare sui valori etici e religiosi, deve spingere verso l’unità di un continente che, diviso, non potrà mai preparare un futuro più umano per i suoi figli.

Romano Prodi
(presidente del Gruppo di lavoro Onu-Unione Africana
sulle missioni di peacekeeping in Africa)

Segue: Incarnare il Vangelo in Africa: questione non solo rituale

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