|
Dossier:
Pentecoste africanaUn
continente in cammino
di Vittoria Prisciandaro
Riconciliazione, giustizia e pace: è alla luce di
questi tre grandi valori che i vescovi africani riuniti al Sinodo in
Vaticano hanno riletto la vita quotidiana del Continente nero. Si è
trattato di un’occasione preziosa per denunciare a voce alta i mali e
le sofferenze delle loro nazioni, ma anche per annunciare la "buona
novella" di interi popoli che – pur tra mille contraddizioni –
con l’aiuto delle Chiese stanno tentando di alzarsi in piedi per
riprendere in mano il proprio destino e il proprio futuro.
Acqua
e terra, sangue e armi, speranza e morte. L’Africa che per tre settimane
ha raccontato se stessa nei palazzi vaticani ha usato le parole della vita
vera. Non serve l’ecclesialese per dire di bambini soldato, di donne
mutilate, di giovani costretti a morire nel Mediterraneo per fuggire da
Paesi affamati da politici corrotti e multinazionali straniere. Né
occorrono le arti della diplomazia per rivendicare potenzialità di
sviluppo, capitale umano e vitalità religiosa. Buona parte dei vescovi
riuniti a Roma, dal 4 al 25 ottobre, per la seconda assemblea speciale per
l’Africa del Sinodo dei vescovi, ha scelto di raccontare la storia della
sua gente, leggendola attraverso le categorie indicate dal documento
preparatorio: riconciliazione, giustizia e pace. Un lavoro intenso in cui
gli spazi ristretti per la discussione in aula – cinque minuti di
intervento a testa, e i tempi contingentati per i confronti nei circoli
linguistici – hanno costretto i 244 padri sinodali a esercitare il dono
della sintesi. I contributi elaborati dai circoli sono confluiti in 682
Proposizioni poi sintetizzate nelle 57 presentate al Pontefice per l’elaborazione
del documento finale.

Un campo profughi nel Ciad
(foto Zuma/La Presse).
Rispetto al primo Sinodo, tenuto 14 anni fa, «quando la tragedia del
Rwanda aveva creato un clima di tensione e di sospetto, quest’assise si
è svolta in un clima di serenità», ha rilevato uno dei due segretari
generali, monsignor Edmond Djitangar, vescovo di Sarh. Eppure l’instabilità
e la violenza che segnano alcuni Paesi africani si sono fatte sentire:
attraverso l’assenza dell’arcivescovo di Niamey, in Niger, monsignor
Michel Christian Cartatéguy, «impegnato in un’opera di mediazione per
la riconciliazione in collaborazione con l’imam della moschea di Niamey
e il sultano di Agadez, a causa della grave situazione politica tra
governo e opposizione», ha spiegato in aula il segretario del Sinodo,
monsignor Eterovic; per l’improvvisa partenza dell’arcivescovo di
Bukavu, della Repubblica democratica del Congo: il 6 ottobre aveva
riferito che si erano ripetute, ai danni di una comunità parrocchiale, le
violenze avvenute quattro giorni prima in un’altra chiesa della diocesi,
dove «è stato appiccato un incendio, i sacerdoti sono stati maltrattati
e presi in ostaggio da uomini in uniforme che hanno preteso un grosso
riscatto»; e anche nella lettera di solidarietà inviata dall’assise ai
vescovi della zona dei Grandi Laghi, «dove perdurano azioni belliche che
producono distruzioni, violenze, morte tra la popolazione innocente e
centinaia di migliaia di persone, per salvare la propria vita, sono
costrette ad abbandonare le loro case e a rifugiarsi nei Paesi limitrofi
in condizioni di estrema precarietà».
Ma
non è solo l’Africa della disperazione quella che in queste tre
settimane è emersa dal Sinodo. Ai cattolici di altre latitudini l’Africa
ha mostrato la vivacità di una Chiesa che invia sempre più missionari
nel vecchio continente; e alla comunità internazionale ha parlato con i
numeri del suo potenziale di sviluppo: a partire dalla forza
demografica, con un miliardo e mezzo di abitanti previsto nel 2050 (che,
a più corto raggio, vuol dire che quasi una persona su cinque nel 2030
sarà africana) e una popolazione di gran lunga la più giovane del
mondo (nel 2005 il 65 per cento della popolazione subsahariana aveva
meno di 25 anni, contro il 30 per cento dell’Europa). Cifre, queste,
che potrebbero rivelarsi opportunità preziose, se incanalate in
progetti di sviluppo rispettosi della vocazione del continente e dei
diritti della sua gente.

Fedeli in Nigeria
(foto G. Osodi/AP
/La Presse).
I nodi da sciogliere perché le opportunità si realizzino sono
emersi dal dibattito sinodale e confluiti nelle proposizioni finali. Il
tema della pace, per esempio, declinato con l’impegno ecologico, fa
denunciare che «in complicità con coloro che esercitano la leadership
politica ed economica in Africa, alcuni uomini e donne d’affari, di
governo, compagnie multinazionali e transnazionali si coinvolgono in
operazioni che avvelenano l’ambiente, distruggono la flora e la fauna,
causando così un’erosione e una desertificazione di larghe zone di
terra coltivabile senza precedenti». Alla Chiesa si chiede di
promuovere l’educazione ambientale, di convincere i governi ad
adottare regolamenti e politiche vincolanti, di cercare fonti di energie
alternative e di incoraggiare tutti i cittadini a piantare alberi.
Al
grido lanciato dall’arcivescovo di Gulu, in Uganda, monsignor John
Baptist Odama – «Non dateci armi, non vendetecele perché non servono
mai per la pace» –, risponde la Proposizione 23, che chiede di «fermare
il traffico illegale di armi e rendere trasparente qualsiasi commercio»,
raccomandando al Consiglio Giustizia e pace di aggiornare il suo
documento sul commercio di armi, condannando la produzione di armi
nucleari e chiedendo che «le armi di distruzione di massa siano bandite
dalla faccia della terra». La stretta connessione tra sfruttamento
delle risorse naturali, traffico di armi e insicurezza deliberatamente
mantenuta ritorna in più proposizioni, sia quando si parla di risorse
naturali «le popolazioni gestiscano in proprio le loro», quando si
centra il discorso su terra e acqua «tutte le negoziazioni siano
condotte in piena trasparenza, gli accordi per l’alienazione delle
terre non siano firmati senza il consenso previo libero e cosciente
delle comunità coinvolte», sia quando si accenna alla solidarietà
internazionale «non sempre raggiunge le persone alle quali è destinata
e talvolta arriva con condizioni che non riflettono i bisogni della
gente».

Un gruppo di cardinali in San Pietro. Tra
gli altri compare l’arcivescovo
di Abidjan (Costa d’Avorio), Bernard Agrè (foto P.P. Cito/AP
/La Presse).
Più
volte i vescovi si soffermano sul «buon governo», chiamando in causa
le responsabilità dei cattolici. «Il Sinodo ha rilevato con tristezza
che in molte nazioni africane c’è strisciante violazione dei diritti
umani, corruzione e impunità che fomentano colpi di Stato, violenti
conflitti e guerre. In questi luoghi i principi della democrazia sono
stracciati sin dalle radici» (n.25). Alla Chiesa si chiede di seguire i
politici con «una formazione spirituale, dottrinale, pastorale e
pratica, come pure un accompagnamento spirituale». Si auspica «la
creazione di facoltà di scienze politiche nelle università cattoliche
e la promozione di programmi multidimensionali di educazione civica, per
favorire la formazione di una coscienza sociale a tutti i livelli».
Nella prima parte delle Proposizioni è il tema della riconciliazione
a essere coniugato su più fronti: si denunciano le ambiguità con cui
talvolta viene celebrata, laddove «un gran numero di cristiani adotta
un comportamento di rispetto scrupoloso dei riti ancestrali di
riconciliazione, ma concede poca importanza al sacramento della
penitenza» mentre, nella proposizione sull’inculturazione, si parla
di «un’incoerenza tra alcune pratiche culturali tradizionali africane
e quanto richiesto dal vangelo» denunciando «la simonia tra un certo
numero di sacerdoti, i quali abusano dei sacramentali per venire
incontro alle richieste dei fedeli, a cui piacciono simboli religiosi,
come incenso, acqua santa, olio d’oliva, sale, candele».
Riconciliazione è anche la chiave con cui guardare al dialogo ecumenico
e interreligioso, «necessario», ma che con l’islam «deve superare
qualsiasi forma di discriminazione, di intolleranza e di fondamentalismo
religioso. Per quanto riguarda la libertà religiosa, il diritto al
culto deve essere messo in risalto». Un dialogo che, in relazione alla
religione tradizionale africana, aiuti «la distinzione che deve essere
fatta tra il culturale e il religioso e specialmente tra il culturale e
quei perniciosi programmi di stregoneria che causano la rottura e la
rovina delle nostre famiglie e delle nostre società».

Uno scolaro della Sierra Leone durante una
lezione
(foto
C. Nesbitt/AP
/La Presse).
Nei paragrafi che vanno sotto la voce "giustizia", tra i
vari ambiti va segnalata la denuncia della fuga di cervelli: «L’insicurezza
della vita e della proprietà e la mancanza del buon ordine accresce l’emigrazione
e la fuga di cervelli e di conseguenza aumenta la povertà». Una fuga
che va contrastata con un «miglioramento delle condizioni di vita» e
con l’aiuto dei Paesi sviluppati chiamati a sostenere «l’Africa
sviluppando centri di eccellenza accademica perché rispondano ai
bisogni di uno sviluppo integrale delle società».
La
parte finale delle Proposizioni riguarda i protagonisti della vita della
Chiesa. Alle donne, al loro ruolo nella società e nella Chiesa, sono
stati dedicati molti interventi. Le Proposizioni riconoscono che «non
solo la loro dignità e apporto non vengono pienamente riconosciuti e
apprezzati, ma i loro stessi diritti sono spesso negati». Alle Chiese
si chiede di curare «la formazione umana integrale (intellettuale,
professionale, morale, spirituale, teologica ecc.) delle ragazze e delle
donne»; di istituire case di accoglienza per ragazze e donne vittime di
abusi; di collaborare, tra Conferenze episcopali, per porre fine al
traffico delle donne; di promuovere «l’integrazione più ampia delle
donne nelle strutture della Chiesa e nei processi decisionali», di
istituire una commissione di studio sulla donna a livello diocesano,
nazionale e all’interno del pontificio Consiglio per la famiglia.
Diversi paragrafi prima, in riferimento al protocollo di Maputo, i
vescovi avevano ribadito di ritenere inaccettabile l’articolo in cui
si dice di «proteggere i diritti riproduttivi delle donne autorizzando
l’aborto terapeutico nei casi di violenza sessuale, stupro, incesto e
quando portare avanti la gravidanza comporterebbe la salute mentale e
fisica della donna o la vita della donna o del feto».

Una chiesa distrutta in uno slum di Makoko,
in Nigeria
(foto G. Osodi/AP
/La Presse).
Nelle ultime Proposizioni si parla anche della necessità di un
sistema educativo nazionale per i giovani, di un’attenzione
privilegiata ai bambini, soprattutto quelli più a rischio, e ai
disabili. A proposito dei malati si fa esplicito riferimento all’Aids.
La Chiesa denuncia che «i malati di Aids in Africa sono vittime di
ingiustizia, poiché non ricevono la stessa qualità di trattamento di
altri Paesi» e chiede che «i fondi destinati a loro siano realmente
devoluti a questo scopo». Al condom si accenna quando si dice di dare «un
sostegno pastorale di aiuto alle coppie di contagiati per informarle e
formare la loro coscienza perché facciano scelte giuste, con piena
responsabilità per il miglior bene reciproco, la loro unione e la loro
famiglia».
Verso la fine del testo, subito dopo aver parlato della dignità dei
carcerati e della cura pastorale dei prigionieri, «il Sinodo invoca l’abolizione
totale e universale della pena di morte». Nel penultimo paragrafo,
prima di affidare i lavori del Sinodo a "Maria, nostra Signora d’Africa",
si chiede un aumento della presenza e della qualificazione della Chiesa
nel campo dei mass media.
Oltre alla proposizioni il Sinodo ha anche prodotto un messaggio
rivolto soprattutto all’Africa, al grido «Alzati e cammina». Un
testo diviso in sette paragrafi, più un’introduzione e una
conclusione, che, con un linguaggio diretto, rivolge tra l’altro
numerosi appelli: ai sacerdoti, perché siano fedeli nel celibato, nella
castità e nella povertà; ai laici, perché incarnino la loro fede
cristiana in tutti gli ambiti della vita; ai cattolici impegnati in
politica, perché combattano la corruzione e lavorino al bene comune; ai
governi, perché sostengano le famiglie nella lotta alla povertà; alla
Comunità internazionale, perché tratti l’Africa con rispetto e
dignità, cambiando le regole dell’ordine economico mondiale, e in
particolare del debito estero, fermando lo sfruttamento delle
multinazionali, e non nascondendo altre minacce dietro l’alibi degli
aiuti.

Lavoratori di una miniera di diamanti, in
Sierra Leone
(foto L. Stone/Zreportage/La Presse).
Assente
dai grandi media – se non per qualche battuta sul "Papa
nero", l’uso del condom tra coppie sposate e la denuncia del
dramma dei migranti – il Sinodo ha avuto grande eco a Roma, dove
decine di iniziative si sono susseguite per offrire anche contributi da
prospettive diverse. I giornalisti africani di Radio Vaticana hanno
organizzato una serie di incontri sull’Africa e i media; l’Unione
stampa cattolica e la Conferenza degli Istituti missionari hanno
realizzato un Osservatorio che ha monitorato i lavori sinodali; Azione
cattolica, Focolari e Sant’Egidio hanno promosso momenti di incontro e
di preghiera con i vescovi. E non sono mancati gli spettacoli teatrali e
musicali con al centro la proposta di riconciliazione offerta attraverso
l’arte.
«Una nuova Pentecoste»: così Benedetto XVI ha definito questo
secondo Sinodo sull’Africa. La definizione è piaciuta ai vescovi e ha
trovato una risposta pronta in alcune delle donne chiamate come esperte
e uditrici. Dopo il pranzo conclusivo con il Pontefice, salutandosi
dinanzi all’aula Nervi, si sono guardate negli occhi e, intesa
immediata, hanno deciso di rivedersi presto. Non c’è da sorprendersi:
la storia racconta che le buone notizie corrono, prima di tutto, sulle
loro gambe.
Vittoria Prisciandaro

Benedetto XVI incontra
i movimenti angolani di promozione
delle donne,
nello scorso marzo (foto A Medichini/AP/La
Presse).
| Tutti
i numeri di un’assemblea "speciale"
Era
il 15 giugno 2004 quando Giovanni Paolo II espresse il desiderio
di convocare la seconda assemblea sinodale per l’Africa, dopo
la prima, tenutasi dal 10 aprile all’8 maggio 1994. La
pubblicazione dei Lineamenta avviene il 27 giugno dell’anno
2006. Durante la visita pastorale a Yaoundé (Cameroun) il 19
marzo 2009, Benedetto XVI consegna l’Instrumentum laboris del
Sinodo ai presidenti delle 36 Conferenze episcopali, ai capi di
due Chiese orientali cattoliche sui iuris e all’Assemblea
della gerarchia cattolica d’Egitto. Secondo i dati forniti da
monsignor Nikola Eterovic, segretario generale del Sinodo dei
vescovi, la Chiesa in Africa dal 1998 al 2007 ha avuto una forte
crescita: il numero dei cattolici è passato da 116.664.000 a
164.925.000; le vocazioni al sacerdozio da 26.026 a 34.658 e
quelle alla vita consacrata da 7.025 a 7.921 per quanto riguarda
i religiosi, e da 51.304 a 61.886 per quanto riguarda le
religiose. Anche i missionari hanno registrato un aumento nello
stesso arco di tempo, passando da 1.256 a 3.590. La Chiesa ha
anche subìto molte perdite violente: sono infatti 521 gli
agenti di pastorale che dal 1994 al 2008 sono stati uccisi, tra
africani e missionari. Sui 244 invitati al Sinodo per l’Africa,
hanno partecipato 231 padri sinodali. Otto erano assenti per
malattia e 5 si sono ammalati nel corso dei lavori. Tra i 231,
sono stati 111 quelli che prendevano parte per la prima volta a
un’assemblea sinodale. All’assise hanno inoltre partecipato
i 25 capi dicastero della Curia romana, tutti i cardinali
africani, attualmente in numero di 14, i presidenti delle
Conferenze episcopali nazionali, regionali e quelli delle
riunioni internazionali. Nella scelta dei padri sinodali, si è
seguito il criterio di eleggere un vescovo su cinque, cercando
di avere perlomeno un vescovo da ognuno dei 53 Paesi d’Africa.
Durante il dibattito libero hanno preso la parola 103 padri
sinodali. La maggioranza degli invitati al Sinodo sono africani,
47 sono invece arrivati da altri continenti: 34 dall’Europa,
10 dall’America, 2 dall’Asia e 1 dall’Oceania. All’assise
sinodale hanno preso parte anche alcuni delegati fraterni,
rappresentanti di 5 Chiese e comunità ecclesiali presenti in
modo significativo in Africa. Vi sono poi stati 29 esperti (19
uomini e 10 donne) e 47 tra uditori e uditrici. Insieme con gli
assistenti, i traduttori e il personale tecnico, all’assemblea
sinodale hanno partecipato circa 400 persone. Nel corso delle
tre settimane di lavoro sono state svolte 17 relazioni alle
quali vanno aggiunte le tre presentate all’assemblea dagli
invitati speciali: sua santità Abuna Paulos, Patriarca della
Chiesa Tewahedo ortodossa etiope; Rudolf Adada, già capo della Joint
United Nations/African Union Peacekeeping Mission per il
Darfur e, infine, Jacques Diouf, direttore generale della Fao.
|
Segue:
Democrazia e buon
governo antidoti alla povertà
|