Tra
desiderio d’Europa della popolazione ed euroscetticismo del suo
Presidente, alle prese con una grave crisi economica e insorgenti
fenomeni di xenofobia, come vive la Repubblica Ceca la sua transizione
dalla dittatura alla democrazia? E quali sono le sfide che si trova ad
affrontare la Chiesa? Ne parliamo con monsignor Vaclav Maly, vescovo
ausiliare di Praga, nonché uno dei protagonisti della
"Rivoluzione di velluto" che portò al rovesciamento del
regime comunista in Cecoslovacchia.
- Cominciamo dall’attualità: come è andata la visita del Papa?
Quale il suo messaggio alla Repubblica Ceca?
«Il Papa ha detto più volte che la libertà non può essere
disgiunta dalla ricerca della verità e del bene comune. Sono parole
fondamentali per noi cristiani perché la verità non è solo un
valore: per noi Dio è la verità e la forma di questa verità è la
persona di Gesù. La ricerca della verità, dunque, è creare una
relazione diretta con nostro Signore. Inoltre, tutti i discorsi del
pontefice hanno avuto un tono conciliante, pacifico. In questo momento
di crisi economica, con molte tensioni a livello politico e sociale,
ha cercato di portare pace».

La chiesa di San Nicola a Praga
(foto N. Stengert/Epd-Bild).
- Il Paese è uno dei più scristianizzati d’Europa. Ci sono
segnali di una inversione di tendenza?
«Non parlerei di ripresa in termini di numeri. La nostra è una
Chiesa tipicamente urbana, nelle città ci sono molte realtà vive e
attive e ultimamente cresce il numero di richieste di battesimo. Ma la
vera ripresa, secondo me, è il fatto che i fedeli oggi sono più
consapevoli della propria fede e vogliono testimoniarla. Questo ci dà
fiducia nel futuro».
- In un’intervista lei ha definito l’esperienza della
Rivoluzione di velluto come «un bellissimo esempio di rivolta
pacifica, in cui il bene ha prevalso sull’odio». Lei svolse un
ruolo di primo piano in quella rivolta. Vuole raccontarci quei
giorni in cui laici e preti, intellettuali credenti e non
credenti, esponenti della cultura e lavoratori si trovarono uniti
per una causa comune?
«Ricordo davvero con gioia quei giorni del novembre dell’89. La
gente aveva sentimenti pacifici e di unità, si respirava un’atmosfera
di grande speranza. Il movimento, come lei ha detto, era davvero
eterogeneo e tutti scoprivano di avere una forza positiva nei propri
cuori. In ogni uomo c’è qualcosa di positivo e quei giorni ce lo
dimostrarono».
- A vent’anni di distanza dagli eventi del 1989, che bilancio si
sente di fare?
«Il messaggio di quei giorni è più che mai attuale. Quel senso
di grande unità resta una sfida per noi. Ora viviamo in democrazia,
ma la democrazia deve albergare nei cuori prima che nelle leggi, i
cambiamenti avvengono innanzitutto nel cuore dei singoli. Per questo
credo che il nostro processo democratico sia solo agli inizi. Quando
vedo aumentare nella nostra società aggressività, astio,
demonizzazione dell’altro, xenofobia, penso che la lezione di vent’anni
fa sia stata completamente dimenticata, così come si dimentica
facilmente che la situazione attuale è di gran lunga migliore
rispetto a quella di allora, anche grazie all’ingresso in Europa».

Fedeli sventolano le bandiere ceca e
vaticana (foto B. Szandelszky/AP).
- Nel 2003 il Parlamento non ha ratificato l’accordo fra Stato e
Santa Sede. Quali sono i rapporti con lo Stato oggi?
«C’è ancora un grosso pregiudizio nei confronti della Chiesa,
il timore che voglia divenire un’istituzione potente. Ma, lo dico in
tutta sincerità, questo non è il nostro fine. Vogliamo solo servire.
Inoltre da noi è facile criticare una Chiesa di minoranza come la
nostra: un politico in calo di popolarità attacca la Chiesa e aumenta
il consenso. Va comunque detto che non abbiamo limitazioni nelle
nostre attività; magari esistono ancora delle questioni irrisolte,
riguardanti le proprietà della Chiesa che durante il comunismo erano
state requisite».
- Il Papa ha incontrato il mondo della cultura, l’ex presidente
Havel e tante altre realtà non cattoliche. Quella che si vuole
intraprendere è la via del dialogo?
«Assolutamente sì. È molto importante che il Papa abbia
incontrato gli accademici. I nostri intellettuali sono in maggioranza
atei e sospettosi verso la Chiesa. Ma anche tra di noi c’è grande
diffidenza verso le istituzioni. Tutti dobbiamo aprirci senza pensare
che la verità stia solo da una parte o che si stia rinunciando alle
proprie identità».
- Solo vent’anni fa, sotto il regime comunista, la Chiesa era
brutalmente perseguitata. Come cambia la presenza dei cristiani in
una società che vive una così profonda trasformazione?
«Quando è arrivata la libertà non eravamo preparati, non avevamo
forze a sufficienza per entrare negli spazi aperti dalla rivoluzione.
In un certo senso, poi, nella società comunista orientare i fedeli
era più semplice. Ora ci troviamo in una situazione di totale
pluralismo e dobbiamo fare lo sforzo di ripresentarci alla nostra
società, aperti a tante altre tradizioni. Tra noi c’è ancora
troppa paura di perdere qualcosa. Sono convinto che l’incontro con l’altro
non è mai una perdita, ma un arricchimento. Ho molte speranze nei
giovani; oggi molti sono in ricerca di qualcosa di spirituale e questo
è sempre un bel segnale, su cui la Chiesa può lavorare molto».

Una donna indossa un costume
tradizionale durante
la Messa del Papa a Brno (foto B. Szandelszky/AP).
- Parliamo di Europa: il presidente ceco Klaus, noto per il suo
euroscetticismo, è contrario al trattato di Lisbona e ha una
posizione molto netta rispetto all’Ue. La gente, invece? E la
Chiesa?
«L’Europa è la nostra casa, lo ha detto anche il Papa a Praga.
Il nostro presidente non rappresenta il popolo, che è in maggioranza
favorevole all’Ue. La Chiesa si è sempre mostrata sostenitrice del
processo di integrazione europeo. Siamo consapevoli delle difficoltà,
ma anche delle grandi opportunità».
- Nel Paese c’è una presenza di comunità ecclesiali che si
rifanno alla tradizione protestante, alcune delle quali – come
quella dei Fratelli Boemi – di antico radicamento nella realtà
ceca. Quali sono i rapporti con loro?
«I rapporti con più di venti Chiese sorelle sono molto buoni ma
il senso dell’ecumenismo ancora non è radicato, dobbiamo lavorare
molto. Siamo uniti in alcuni campi come la pastorale delle carceri o
nelle opere di carità. Ma manca il dialogo teologico, che secondo me
è necessario».
Luca Attanasio