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REPORTAGE - REPUBBLICA CECA

Maly: la democrazia,
una questione di cuore

di Luca Attanasio
  

Tra desiderio d’Europa della popolazione ed euroscetticismo del suo Presidente, alle prese con una grave crisi economica e insorgenti fenomeni di xenofobia, come vive la Repubblica Ceca la sua transizione dalla dittatura alla democrazia? E quali sono le sfide che si trova ad affrontare la Chiesa? Ne parliamo con monsignor Vaclav Maly, vescovo ausiliare di Praga, nonché uno dei protagonisti della "Rivoluzione di velluto" che portò al rovesciamento del regime comunista in Cecoslovacchia.

  • Cominciamo dall’attualità: come è andata la visita del Papa? Quale il suo messaggio alla Repubblica Ceca?

«Il Papa ha detto più volte che la libertà non può essere disgiunta dalla ricerca della verità e del bene comune. Sono parole fondamentali per noi cristiani perché la verità non è solo un valore: per noi Dio è la verità e la forma di questa verità è la persona di Gesù. La ricerca della verità, dunque, è creare una relazione diretta con nostro Signore. Inoltre, tutti i discorsi del pontefice hanno avuto un tono conciliante, pacifico. In questo momento di crisi economica, con molte tensioni a livello politico e sociale, ha cercato di portare pace».

La chiesa di San Nicola a Praga.
La chiesa di San Nicola a Praga
(foto N. Stengert/Epd-Bild).

  • Il Paese è uno dei più scristianizzati d’Europa. Ci sono segnali di una inversione di tendenza?

«Non parlerei di ripresa in termini di numeri. La nostra è una Chiesa tipicamente urbana, nelle città ci sono molte realtà vive e attive e ultimamente cresce il numero di richieste di battesimo. Ma la vera ripresa, secondo me, è il fatto che i fedeli oggi sono più consapevoli della propria fede e vogliono testimoniarla. Questo ci dà fiducia nel futuro».

  • In un’intervista lei ha definito l’esperienza della Rivoluzione di velluto come «un bellissimo esempio di rivolta pacifica, in cui il bene ha prevalso sull’odio». Lei svolse un ruolo di primo piano in quella rivolta. Vuole raccontarci quei giorni in cui laici e preti, intellettuali credenti e non credenti, esponenti della cultura e lavoratori si trovarono uniti per una causa comune?

«Ricordo davvero con gioia quei giorni del novembre dell’89. La gente aveva sentimenti pacifici e di unità, si respirava un’atmosfera di grande speranza. Il movimento, come lei ha detto, era davvero eterogeneo e tutti scoprivano di avere una forza positiva nei propri cuori. In ogni uomo c’è qualcosa di positivo e quei giorni ce lo dimostrarono».

  • A vent’anni di distanza dagli eventi del 1989, che bilancio si sente di fare?

«Il messaggio di quei giorni è più che mai attuale. Quel senso di grande unità resta una sfida per noi. Ora viviamo in democrazia, ma la democrazia deve albergare nei cuori prima che nelle leggi, i cambiamenti avvengono innanzitutto nel cuore dei singoli. Per questo credo che il nostro processo democratico sia solo agli inizi. Quando vedo aumentare nella nostra società aggressività, astio, demonizzazione dell’altro, xenofobia, penso che la lezione di vent’anni fa sia stata completamente dimenticata, così come si dimentica facilmente che la situazione attuale è di gran lunga migliore rispetto a quella di allora, anche grazie all’ingresso in Europa».

Fedeli sventolano le bandiere ceca e vaticana.
Fedeli sventolano le bandiere ceca e vaticana (foto B. Szandelszky/AP).

  • Nel 2003 il Parlamento non ha ratificato l’accordo fra Stato e Santa Sede. Quali sono i rapporti con lo Stato oggi?

«C’è ancora un grosso pregiudizio nei confronti della Chiesa, il timore che voglia divenire un’istituzione potente. Ma, lo dico in tutta sincerità, questo non è il nostro fine. Vogliamo solo servire. Inoltre da noi è facile criticare una Chiesa di minoranza come la nostra: un politico in calo di popolarità attacca la Chiesa e aumenta il consenso. Va comunque detto che non abbiamo limitazioni nelle nostre attività; magari esistono ancora delle questioni irrisolte, riguardanti le proprietà della Chiesa che durante il comunismo erano state requisite».

  • Il Papa ha incontrato il mondo della cultura, l’ex presidente Havel e tante altre realtà non cattoliche. Quella che si vuole intraprendere è la via del dialogo?

«Assolutamente sì. È molto importante che il Papa abbia incontrato gli accademici. I nostri intellettuali sono in maggioranza atei e sospettosi verso la Chiesa. Ma anche tra di noi c’è grande diffidenza verso le istituzioni. Tutti dobbiamo aprirci senza pensare che la verità stia solo da una parte o che si stia rinunciando alle proprie identità».

  • Solo vent’anni fa, sotto il regime comunista, la Chiesa era brutalmente perseguitata. Come cambia la presenza dei cristiani in una società che vive una così profonda trasformazione?

«Quando è arrivata la libertà non eravamo preparati, non avevamo forze a sufficienza per entrare negli spazi aperti dalla rivoluzione. In un certo senso, poi, nella società comunista orientare i fedeli era più semplice. Ora ci troviamo in una situazione di totale pluralismo e dobbiamo fare lo sforzo di ripresentarci alla nostra società, aperti a tante altre tradizioni. Tra noi c’è ancora troppa paura di perdere qualcosa. Sono convinto che l’incontro con l’altro non è mai una perdita, ma un arricchimento. Ho molte speranze nei giovani; oggi molti sono in ricerca di qualcosa di spirituale e questo è sempre un bel segnale, su cui la Chiesa può lavorare molto».

Una donna indossa un costume tradizionale durante la Messa del Papa a Brno.
Una donna indossa un costume tradizionale durante
la Messa del Papa a Brno (foto B. Szandelszky/AP).

  • Parliamo di Europa: il presidente ceco Klaus, noto per il suo euroscetticismo, è contrario al trattato di Lisbona e ha una posizione molto netta rispetto all’Ue. La gente, invece? E la Chiesa?

«L’Europa è la nostra casa, lo ha detto anche il Papa a Praga. Il nostro presidente non rappresenta il popolo, che è in maggioranza favorevole all’Ue. La Chiesa si è sempre mostrata sostenitrice del processo di integrazione europeo. Siamo consapevoli delle difficoltà, ma anche delle grandi opportunità».

  • Nel Paese c’è una presenza di comunità ecclesiali che si rifanno alla tradizione protestante, alcune delle quali – come quella dei Fratelli Boemi – di antico radicamento nella realtà ceca. Quali sono i rapporti con loro?

«I rapporti con più di venti Chiese sorelle sono molto buoni ma il senso dell’ecumenismo ancora non è radicato, dobbiamo lavorare molto. Siamo uniti in alcuni campi come la pastorale delle carceri o nelle opere di carità. Ma manca il dialogo teologico, che secondo me è necessario».

Luca Attanasio

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