REPORTAGE
- REPUBBLICA CECA
La fede oltre
la nebbia
di Alessandro Speciale
Nel Paese più secolarizzato d’Europa,
la Chiesa ceca vive una fase di incertezza: le persecuzioni subite
sotto il comunismo e la partecipazione alla Rivoluzione di velluto ne
avevano riscattato, agli occhi della popolazione, il passato imperiale
e controriformista. Ma dopo il 1989 l’occasione di un dialogo con la
società è sfumata. La visita del Papa è stato il tentativo di
riprendere questo difficile incontro.
Se
chiedete per le strade della capitale della Repubblica Ceca cos’è
il PraŽskéJezulátko,
il «Bambino di Praga», è probabile che nessuno sia in grado di
rispondervi. Più di un prete, anzi, confesserà che la miracolosa
statuetta in legno e cera del Bambin Gesù, arrivata nel XVII secolo
dalla Spagna in seguito a un complesso giro di matrimoni dinastici, è
probabilmente più famosa in America latina e nelle Filippine che
nella città che gli dà il nome. Non sorprende quindi che, andando la
domenica mattina nella chiesa di Santa Maria della Vittoria, ai piedi
dell’imponente collina del Castello, la lingua corrente dei devoti
che si inginocchiano e pregano davanti al Bambino sembri essere più
lo spagnolo che il ceco: segno che, anche qui come negli altri Paesi
dell’ex-blocco sovietico, la nuova ricchezza arrivata dopo il 1989 e
la sua Rivoluzione di velluto ha portato un fenomeno in precedenza
sconosciuto, l’immigrazione.

Nebbia sul Ponte Carlo, nel centro della
capitale ceca
(foto J. Sedmak/Alimdi/Epd-Bild).
Eppure è proprio ai piedi del PraŽské
Jezulátko, con il suo ricco
guardaroba di oltre cento vesti lasciate come ex voto dai fedeli di
tutto il mondo, che papa Benedetto XVI ha deciso di venire a
inginocchiarsi non appena atterrato all’aeroporto internazionale di
Praga per la sua visita-lampo di tre giorni in terra ceca, dal 26 al
28 settembre scorso. Il Pontefice ha deposto una corona d’oro sulla
testa di quello che, storicamente, è uno dei simboli della
Controriforma e della riconquista cattolica nella terra che aveva dato
i natali a Jan Hus, il grande riformatore della Chiesa, precursore di
Lutero, che morì sul rogo nel 1415 dopo aver provato, senza successo,
a perorare le proprie idee davanti al Concilio di Costanza.
Un
gesto potenzialmente controverso, quindi, se si pensa anche che la
"Vittoria" che dà il nome alla chiesa che ospita il Bambino
è quella della famigerata battaglia della Montagna Bianca, con cui
nel 1620 le forze della Lega cattolica, guidate dall’imperatore
austriaco Ferdinando II, sconfissero l’esercito protestante boemo.
Prima di quella battaglia, al posto dell’odierno edificio barocco
affidato ai carmelitani, sorgeva una chiesa luterana e ancora oggi,
nei libri di scuola, i trecento anni di dominio asburgico e forzata
ricattolicizzazione del Paese, che soffocarono l’indipendenza boema
fino alla nascita della Cecoslovacchia nel 1918, passano sotto il nome
di «secoli bui». Non a caso, ad attendere il Papa all’uscita dalla
chiesa, qualcuno aveva appeso sul muro di un edificio governativo uno
striscione che recitava, in latino e in ceco, «Benedicte,
rehabilita Jan Hus».
Ma Papa Ratzinger, nel far visita al Bambino di Praga, ha voluto
concentrarsi sul valore universale della devozione a Gesù infante,
sulla sua «tenerezza» e «predilezione» per i bambini, sui suoi 30
anni di vita «nell’umile famiglia di Nazaret»: temi a prima vista
semplici, in apertura di un viaggio che programmaticamente voleva
essere nel «cuore dell’Europa» che «ha bisogno di ritrovare le
ragioni della fede e della speranza». La Repubblica Ceca, dicono
infatti le statistiche, è un Paese tra i più secolarizzati al mondo,
con oltre il 60% di non credenti "ufficiali", dove
matrimonio gay e aborto sono legali e che, unico tra le nazioni dell’Europa
dell’Est, non ha ancora firmato un Concordato con la Santa Sede.

Benedetto XVI nella cattedrale di San
Vito a Praga (foto B.
Szandelszky/AP).
Un viaggio, quindi, al centro del continente relativista e
"senza radici" che il Pontefice ha più volte denunciato, a
cui però Papa Ratzinger ha proposto non il modello della Chiesa
trionfante e "imperiale" dell’epoca asburgica – un
modello già sconfitto, peraltro, trent’anni prima dell’avvento
del comunismo, dalla precoce industrializzazione e urbanizzazione
della Cecoslovacchia tra le due Guerre – ma una Chiesa «minoranza
creativa». Perché – ha spiegato sul volo che lo portava a Praga
– «sono le minoranze creative che determinano il futuro», con la
loro «eredità di valori che non sono cose del passato, ma sono una
realtà molto viva ed attuale» e la loro capacità di «essere
presenti nel dibattito pubblico», contribuendo al «grande dialogo
intellettuale, etico e umano» della società, a cominciare da quello
tra «agnostici e credenti». Tutti e due, infatti, per il Papa «hanno
bisogno dell’altro: l’agnostico non può essere contento di non
sapere se Dio esiste o no, ma deve essere in ricerca e sentire la
grande eredità della fede; il cattolico non può accontentarsi di
avere la fede, ma deve essere alla ricerca di Dio».
Il Papa, quindi, con il suo viaggio, ha proposto al Paese più
secolarizzato d’Europa di aprire le porte non a una Chiesa
"trionfante" ma a una Chiesa piccola, forte e pronta al
dialogo. Eppure, quello del «trionfalismo» è un peccato recente che
i cechi non hanno ancora perdonato alla Chiesa. O almeno, così la
pensa padre Tomáš Halík, ex-assistente del cardinale František Tomášek
– storico arcivescovo di Praga dal 1977 fino alla caduta del
comunismo – e oggi cappellano della chiesa universitaria di San
Salvatore. «La Cecoslovacchia», racconta, «fu usata da Stalin come
terreno di prova per la completa "ateizzazione" della società.
La persecuzione dei cristiani, negli anni ’50 e ’60, fu durissima».
In quei decenni, tutte le proprietà della Chiesa vennero confiscate,
ogni prete riceveva uno stipendio dallo Stato e doveva avere una
licenza per esercitare il suo ministero – una licenza, però, che
rischiava di perdere se appena tentava di fare seriamente il suo
lavoro – e per ogni credente attivo era impossibile aspirare ad
avere un ruolo importante nella società. Fu così che nacque la
Chiesa clandestina: vescovi e preti ordinati nelle diocesi dei Paesi
vicini oppure segretamente in patria, che portavano avanti il loro
ministero di nascosto, continuando a svolgere il loro mestiere di
operai o piccoli impiegati. Tra questi, anche l’attuale arcivescovo
di Praga, il cardinale Miloslav Vlk, costretto a lavorare dal 1978 al
1986 come lavavetri dopo che gli era stata ritirata la licenza, o lo
stesso Halík. Per chi rimaneva nell’ufficialità, invece, era
pressoché impossibile non essere compromessi con il regime, tanto che
anche la Chiesa ceca, come quella polacca, è stata coinvolta da una
serie di rivelazioni su preti "collaborazionisti": l’ultimo
scandalo è stato quello dell’ex-segretario della Conferenza
episcopale, Karel Simandl, costretto addirittura a lasciare il Paese.

Una veduta della centralissima piazza
della Staré Mesto,
la città vecchia di Praga, dominata dalla chiesa di Santa Maria di
Týn
(foto G. Petersen/Joker/Epd-Bild).
«A
ogni modo», spiega padre Halík, «furono molti, in quegli anni, i
preti che finirono in prigione. E lì si ritrovarono fianco a fianco
con gli altri dissidenti, protestanti, liberali, socialisti, comunisti
non ortodossi: ne nacque una solidarietà, un rispetto reciproco, che
nascevano dalla consapevolezza di non essere più i "pilastri
della società", e dalla necessità di concentrarsi sull’essenziale
del proprio ministero». La persecuzione, insomma, fu un’esperienza
di «purificazione» dal trionfalismo del cattolicesimo asburgico e
quando, alla fine degli anni ’60, dopo il fallimento della Primavera
di Praga, il regime allentò la persecuzione e molti preti uscirono
finalmente di prigione, «scoprirono con sorpresa ed entusiasmo che la
Chiesa, con il Concilio Vaticano II, era andata nella loro stessa
direzione di "purificazione" e di messa in luce dell’essenziale
della fede, a cominciare dall’eucaristia».
Negli anni della repressione la Chiesa aveva accumulato un «capitale
morale» non indifferente: uno dei suoi leader, Václav Malý, oggi
vescovo ausiliare di Praga, era stato tra i firmatari di Charta 77 e,
successivamente, portavoce del Forum Civico, il movimento fondato da
Václav Havel che guidò la Rivoluzione di velluto del 1989. Racconta
il cardinale Giovanni Coppa, nunzio a Praga dal 1990 al 2001, che
nelle grandi assemblee del Forum che precedettero la Rivoluzione venne
chiesto a Malý di aprire le riunioni con un Padre Nostro: «La
proposta fu accolta con entusiasmo, ma nessuno conosceva le parole
della preghiera».
Al di là della profondità del «deserto spirituale» che
caratterizzava l’élite ceca, è significativo che anche leader
dichiaratamente agnostici, come Havel, o ostili alla Chiesa cattolica,
come l’attuale presidente Václav Klaus, riconoscessero la leadership
morale della Chiesa. Quasi suo malgrado, racconta padre Halík,
negli anni ’70 e ’80 il cardinale Tomášek era diventato un «simbolo
della resistenza ceca al comunismo»: nel 1989, fu a lui che i leader
della Rivoluzione di velluto chiesero di affacciarsi dal Castello per
salutare la folla.

Una veduta del fiume Moldava, che
attraversa Praga. Nella foto
si riconoscono il Ponte Carlo e la collina del Castello, su cui
svettano
le guglie della cattedrale di San Vito
(foto G. Petersen/Joker/Epd-Bild).
All’indomani della caduta del regime, anche in un Paese
tradizionalmente laico come la Cecoslovacchia, per la Chiesa si era
aperta una significativa «finestra di opportunità». «C’erano
grandi attese, ci si aspettava un suo ruolo importante nel Paese»,
spiega Halík, che in quegli anni preparò un piano pastorale che
permettesse al cattolicesimo di contribuire al rinnovamento morale
della società. «Ma», aggiunge con una punta di amarezza, «molti
nella Chiesa divennero vescovi, divennero persone importanti, e ci si
occupò di ricostruire le strutture pastorali, amministrative,
economiche che fino a quel momento non esistevano. La trasformazione
attraversata durante il comunismo da molti sacerdoti si potrebbe
riassumere con il passaggio dal considerarsi eccellenze al
considerarsi fratelli»; un passaggio, avverte però, che con
la fine del comunismo ha corso il rischio di ripetersi in senso
inverso.
Fu
perso l’attimo, sintetizza il sacerdote: «L’atmosfera della
visita di Giovanni Paolo II, nell’aprile ’90, fu un po’ troppo
trionfale, e già in quell’occasione molti cechi cominciarono a
essere scettici, a temere il ritorno della "Chiesa potente"
del passato». Fu proprio allora che si aprì la controversia sui beni
della Chiesa confiscati dal comunismo: una lunga battaglia legale che
potrebbe portare nelle casse dei vescovi 10,3 miliardi di euro a
compensazione di chiese, palazzi e terreni perduti. Una somma enorme,
per il piccolo Paese mitteleuropeo, tanto che più volte il Parlamento
ceco, da ultimo nel 2008, ha bocciato la bozza di accordo tra Stato e
Chiesa per il rimborso dei beni espropriati. Col passare degli anni,
la questione della restituzione dei beni è venuta sempre più a
coincidere, agli occhi dell’opinione pubblica, con la Chiesa stessa.
E simbolo della controversia è diventata la cattedrale di Praga,
attualmente di proprietà dello Stato e situata nel cuore del
Castello, storicamente il centro dell’indipendenza e del potere
ceco, oggi sede del Presidente della Repubblica. I rapporti tra Chiesa
e Stato, insomma, sono in stallo: il Parlamento ha respinto nel 2003
il Concordato con la Santa Sede. Da questo punto di vista, in un’intervista
rilasciata durante la visita del Papa, il cardinale Vlk ha definito il
suo periodo alla guida della Chiesa ceca un «fallimento», almeno per
ciò che riguarda i rapporti istituzionali.
Ben diversa, invece, la storia per quanto concerne le relazioni
ecumeniche. L’atmosfera oggi non è più quella del XVII secolo,
quando la praghese Cappella di Betlemme, dove aveva predicato Jan Hus
e dove tutti i cristiani ricevevano – con un dirompente segno di
uguaglianza tra chierici e laici – la comunione sotto le due specie
(sub utraque), veniva ceduta in gestione ai gesuiti che la
lasciarono andare in rovina, fino a quando fu necessario abbatterla e
al suo posto vennero costruiti degli appartamenti. Fu,
paradossalmente, il regime comunista, che usava Hus come simbolo del
nazionalismo ceco, a ricostruire la Cappella con le fondamenta e
quanto restava delle mura originali.

Una via del centro di Praga
(foto Vision/Periodici San Paolo).
Monsignor František Radkovsky, vescovo di Plzen, è responsabile
dei rapporti con le altre Chiese cristiane per la Conferenza
episcopale ceca. Racconta che, per lui, l’ecumenismo è iniziato
negli anni ’70, quando era parroco in un piccolo paese sui monti al
confine con la Baviera (i preti più attivi venivano sempre inviati in
località isolate): «Lì iniziammo una serie di incontri mensili con
i pastori hussita, evangelico, luterano e ortodosso della zona». Il
regime filo-sovietico, spiega, tendeva a dare piccoli privilegi alle
Chiese più "piccole", per creare divisioni tra i cristiani.
«Ad esempio, a noi cattolici era proibito fare catechismo, mentre ai
luterani era permesso di tenere la loro Bibelstunde settimanale.
Allora, ci accordammo perché anche i cattolici partecipassero all’ora
biblica luterana, così da ricevere una formazione cristiana». Questi
buoni rapporti sono proseguiti anche dopo la caduta del comunismo:
monsignor Radkovsky cita come esempio la dichiarazione sul mutuo
riconoscimento del battesimo con i Fratelli Boemi (la comunità che si
ricollega alla predicazione di Jan Hus) e la "condivisione"
con le altre Chiese cristiane delle cappellanie negli ospedali, nell’esercito
e nelle prigioni. «Anche il famigerato accordo per la restituzione
dei beni ecclesiastici prevedeva che la Chiesa cattolica avrebbe
donato il 17% di quanto ottenuto alle altre Chiese. La sua bocciatura
ha colpito tutti i cristiani!», esclama. Malgrado lo striscione
appeso fuori dalla chiesa della Vittoria, a Praga, in occasione della
visita del Papa, la ferita hussita si può definire chiusa dopo il mea
culpa di Giovanni Paolo II e il grande convegno internazionale su
Hus organizzato in Vaticano nel 1999.
Cosa rimarrà, nella Repubblica Ceca, della visita di Benedetto XVI?
«È presto per fare bilanci», mette le mani avanti il cardinale Vlk.
«Ma almeno», aggiunge con una battuta, «il presidente Klaus avrà
capito che la Chiesa cattolica non è, come disse nel 1990, un
"club turistico", ma un’istituzione globale da prendere
sul serio». Dal canto suo, monsignor Radkovsky osserva: «Malgrado
qualche ironia, mi ha colpito l’attenzione dei media e l’atmosfera
di apertura che hanno accompagnato il viaggio del Papa». Certo, nei
giorni in cui Benedetto XVI era a Praga, per le strade della capitale
ceca era impossibile trovare segni dell’illustre visitatore, nemmeno
sulle facciate delle chiese. Per Tom Clifford, caporedattore centrale
del Prague Post, il quotidiano in lingua inglese della
capitale, «ai cechi non è ben chiaro perché il Papa abbia scelto di
venire qui. Molti sospettano un’agenda nascosta, più politica che
spirituale, come se la sua visita potesse rendere più semplice l’accordo
sul Concordato e sui beni confiscati».
In
realtà, come lo stesso Pontefice ha ricordato più volte nei suoi
discorsi, a cominciare da quello pronunciato «da professore a
professori» al corpo accademico della storica Università Carlo, dopo
20 anni di riconquistata libertà molti iniziano a porsi la domanda
sull’uso, sulla direzione da dare a questa libertà. Un dibattito a
cui la Chiesa è pronta a dare il suo contributo. Padre Halík
sottolinea che anche nel Paese più secolarizzato d’Europa «il
secolarismo ha bisogno di un avversario intelligente. E il Papa può
giocare questo ruolo». Tanti, aggiunge, si pongono la domanda sul
senso dell’esistenza e avvertono una fame spirituale: «Sono
intellettuali, giovani, artisti: una "minoranza creativa"
pronta a essere stimolata, provocata dal messaggio cristiano». Al di
là della nostalgia per il cattolicesimo "trionfante", il
Papa ha cercato di rivolgersi proprio a loro, consapevole che in un
Paese in cui il ricordo della dittatura è ancora vivo, «un’evangelizzazione
condotta come un monologo suscita soltanto il ricordo dell’indottrinamento
di regime».
Alessandro Speciale
Segue:
Maly: la
democrazia, una questione di cuore
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