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Dossier: Il diavolo e l’acqua santa

ESTREMO ORIENTE
La sensibilità ecologica
delle piccole Chiese asiatiche
di Giampiero Sandionigi
  

Dall’India alla Cina, dal Bangladesh al Vietnam, quelle cattoliche sono comunità di minoranza. Eppure, di fronte alle crisi idriche e ai disastri ambientali vanno mostrando una sempre maggior consapevolezza e un impegno fattivo.
   

L'ultima crisi legata all’acqua in India risale a poche settimane fa. In agosto, il governo di New Delhi ha dovuto dichiarare ufficialmente un’emergenza siccità in oltre 160 distretti dei 600 in cui è suddiviso il territorio federale. La stagione del monsone (da maggio a ottobre) quest’anno è stata particolarmente avara di piogge e ha messo in ginocchio l’agricoltura: in genere, quando mantiene le sue promesse, in alcune regioni dell’India si fanno anche tre raccolti di riso, elemento base della dieta nazionale. Fino ad agosto 2009, invece, le rilevazioni dei metereologi indiani facevano registrare un decremento di precipitazioni rispetto alla media pari al 42 per cento nel nord-ovest del Paese, al 36 per cento nel nord-est e al 22 per cento nel settore meridionale. Secondo i climatologi della Nasa, che studiano la situazione del pianeta tramite i satelliti, la falda freatica indiana si contrarrebbe di quattro centimetri ogni anno. I principali responsabili sarebbero gli agricoltori, che in mancanza d’acqua piovana debbono ricorrere ai pozzi per irrigare adeguatamente le coltivazioni.

Vasche di raccolta dell'acqua piovana nella regione bangladese del Sunderbands.
Vasche di raccolta dell’acqua piovana nella regione bangladese
del Sunderbands
(foto S. Ramazzotti/Parallelozero).

Di fronte alle ricorrenti ondate di siccità, mentre i risicoltori sperimentano un nuovo tipo di riso in grado di svilupparsi con poca acqua, c’è chi punta il dito contro l’inadeguatezza dei politici che non sanno governare la situazione con una pianificazione lungimirante, capace di assicurare a città e campagne quel regolare e costante approvvigionamento idrico che per ora è un miraggio.

In India, a differenza che in Cina, i problemi del Paese vengono discussi apertamente e senza timori di censure poliziesche. La questione ecologica, a cui l’impiego delle risorse idriche è correlato, non fa eccezione. E in qualche misura, anche la Chiesa cattolica prende parte al dibattito. Non mancano infatti pronunciamenti autorevoli dell’episcopato, espressi soprattutto in determinate fasi della vita nazionale e all’interno di un discorso più ampio che tiene d’occhio il bene della nazione. Citiamo a mo’ d’esempio l’appello rivolto, nel marzo scorso, agli elettori durante la campagna elettorale per l’elezione dei deputati della Camera bassa del Parlamento federale. Il segretario generale della Conferenza episcopale, monsignor Stanislaus Fernandes, arcivescovo di Gandhinagar, in Gujarat, esaminava sinteticamente la situazione del Paese e, guardando allo scenario economico, scriveva: «L’aumento della produttività nei comparti industriale e agricolo, la rapida crescita nel commercio, i progressi in campo tecnologico e scientifico, l’incremento dell’avanzo negli scambi con l’estero, il miglioramento delle condizioni di vita di molti, la rapida crescita nel campo della comunicazione e dell’informatica sono tutti segnali reali della buona salute della nostra economia. La sua capacità di far fronte alla crisi internazionale, d’altronde, è giudicata da molti in termini positivi». Tuttavia – osserva l’appello, passando a considerare le ombre – «una questione seria è stata posta dallo squilibrio tra le conquiste ottenute dall’India a livello globale e il declino dei risultati sul versante interno». E qui, dopo l’elencazione di altri gravi problemi, viene anche la critica, "verde" quanto generica, a un «insostenibile sfruttamento delle risorse naturali come le falde acquifere, le foreste, i minerali, i fiumi», che «impone un caro prezzo all’ecologia e all’ambiente, con conseguenze aspre, quali il riscaldamento globale e i mutamenti climatici». Tra gli impegni che i vescovi indiani chiedevano ai politici di assumere vi è quello di assicurare «urgentemente e adeguatamente a tutti i cittadini la soddisfazione di bisogni primari come l’acqua potabile, la casa, le cure mediche, l’istruzione e i trasporti».

Barche ormeggiate nella baia di Halong, in Vietnam.
Barche ormeggiate nella baia di Halong, in Vietnam

(foto A. Gandolfi/Parallelozero)
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Un dato non va mai dimenticato quando si guarda alle comunità cattoliche d’Asia: con l’eccezione delle Filippine, lo spazio che occupano in seno alla società è ben diverso da quello a cui istintivamente pensa un lettore italiano. In tutte le terre d’Asia, i cattolici sono una minoranza a volte infima (sempre minoranze ma numericamente consistenti e ben strutturate sono quelle di Vietnam, Corea del Sud, India e Cina). Ciò fa sì che in molte nazioni le stesse Conferenze episcopali siano carenti, o del tutto prive, di uffici pastorali o commissioni episcopali di settore (non è il caso dell’India), oppure concentrino l’attenzione sui loro compiti più specifici e sulle questioni pastorali cruciali per la vita delle diocesi, parrocchie e missioni. Conta molto, poi, la ricerca di buoni rapporti con le autorità civili e i connazionali. È in ogni caso ben presente la consapevolezza di essere una voce alquanto flebile, se non proprio ignorata, in seno al proprio popolo.

Ciò, tuttavia, non riduce al silenzio. Soprattutto laddove è in grado di elaborare un proprio punto di vista sui problemi contingenti, la Chiesa interviene anche con una certa ufficialità. Accanto a quello indiano potremmo citare altri casi. Nelle Filippine, i responsabili di varie diocesi del Sud uniscono spesso la loro voce a quella delle popolazioni preoccupate per i fiumi inquinati dal mercurio impiegato durante il processo estrattivo dalle compagnie minerarie. In Vietnam, il cardinale di Città di Ho Chi Minh, Jean Baptiste Pham Minh Man, ha denunciato in una lettera pastorale il disastro ecologico del fiume Thi Vai, che attraversa la città (l’arcivescovo non è stato il primo a parlarne, il tema era già stato sollevato sulla stampa e le autorità ne riconoscono l’emergenza). In Corea del Sud, il responsabile della Commissione giustizia e pace, monsignor Boniface Choi Ki-san, vescovo di Incheon, ha espresso ufficialmente perplessità su un progetto per la riqualificazione del corso di quattro grandi fiumi, lanciato in febbraio dal governo come una risposta a varie emergenze ecologiche. Il dubbio avanzato dal vescovo è che i nuovi argini, le dighe di piccole dimensioni, le varie strutture e i canali che verranno realizzati non siano altro che un nuovo attentato all’equilibrio naturale.

La baia di Halong, in Vietnam.
La baia di Halong, in Vietnam
(foto A. Gandolfi/Parallelozero).

Accanto alle dichiarazioni di principio o all’adesione a campagne di lobbying, vi è però un altro livello di impegno – forse più in sintonia con le sensibilità asiatiche, attente alla testimonianza operosa – ed è quello dell’intervento fattivo coi (pochi o tanti) mezzi a propria disposizione.

Su questo terreno anche la piccola Chiesa del Bangladesh può dire la sua. Il sovraffollato Paese dell’Asia meridionale ha con l’acqua un rapporto unico: il suo territorio pianeggiante è solcato da fiumi maestosi che rendono il suolo fertile, ma non raramente esondano in catastrofiche alluvioni durante la stagione monsonica. Anche la falda freatica riserva amare sorprese: in alcune zone, negli anni scorsi, sono state rilevate infiltrazioni di arsenico. Secondo l’Unicef sono almeno 8 mila i villaggi interessati e oltre 20 milioni le persone esposte al rischio avvelenamento. Il livello di arsenico nell’acqua è particolarmente alto nei dintorni di Dhaka, la capitale, e rappresenta una seria minaccia per mezzo milione di persone. Arsenico a parte, l’acqua potabile rimane un lusso per molti e i casi di morte infantile per dissenteria sono ancora all’ordine del giorno. In questo frangente, la Caritas bangladese è tra gli organismi impegnati a garantire il diritto all’acqua, promuovendo interventi in varie aree: nel giugno scorso, ad esempio, è stato inaugurato un piccolo impianto di filtraggio in una località del distretto dei Chittagong Hill Tracts. I beneficiari del microprogetto potranno trattare, rendendola potabile, l’acqua del fiume e quella piovana. E questa è solo l’ultima in ordine di tempo di altre simili realizzazioni effettuate negli scorsi anni in varie aree del Paese.

Una donna lava i panni sulle rive di un fiume nell'India meridionale.
Una donna lava i panni sulle rive di un fiume nell’India meridionale
(foto D. Scagliola/Parallelozero).

Più ambizioso, per tornare in India, è il progetto varato nell’aprile scorso dal coordinamento degli organismi sociali delle 29 diocesi del Kerala nel settore agricolo. Un comparto ancora fondamentale per l’economia indiana, entro il quale nell’ultimo decennio si è registrato un numero impressionante di suicidi: secondo la stampa indiana almeno 150 mila contadini si sono tolti la vita dal 1997 a oggi, perché schiacciati dai debiti e dalla povertà. Tra costoro almeno 11.500 risiedevano in Kerala, che pure non è tra gli Stati più arretrati del Paese. Secondo il vescovo di Kanjirapally, monsignor Mathew Arackal, quello in fase di avvio è il primo piano complessivo di sviluppo sostenibile concepito in seno alla Chiesa indiana. Il progetto, che coinvolgerà circa 10 mila piccoli e medi coltivatori, promuoverà un programma di sicurezza alimentare e agricoltura biologica nel territorio di 200 parrocchie. Tra le realizzazioni in programma vi sono interventi per la costruzione di dighe e impianti di raccolta delle acque piovane. L’intento è di ridurre gli effetti della siccità diminuendo il ricorso alle riserve idriche della falda e anzi cercando di accrescerne il livello, imponendo un rallentamento al deflusso delle acque piovane verso l’Oceano Indiano. Un deflusso che avviene sempre più celermente anche a causa della deforestazione del territorio.

C’è poi un altro fronte sul quale la Chiesa indiana ha buone carte da giocare: quello dell’educazione, terreno che presidia con un’ampia rete di scuole di ogni ordine e grado. Anche qui la sensibilità ecologica si fa largo. Un ruolo da protagonista spetta al movimento studentesco Tarumitra («Amici degli alberi»), nato nel 1988 a Patna, capitale del Bihar, su impulso del gesuita Robert Athickal. Oltre a organizzare campagne di sensibilizzazione e manifestazioni di protesta, i ragazzi di Tarumitra cercano di "contagiare" i loro coetanei. Lo scorso anno hanno provato a dare una tinta di verde anche alla sensibilità dei religiosi cattolici: la Conferenza dei religiosi indiani, che riunisce gli 822 superiori maggiori delle 334 congregazioni religiose operanti in India con 125 mila membri, ha sposato l’idea di promuovere una sensibilità e spiritualità ecologica tra i consacrati a cominciare da piccoli gesti quotidiani, come ridurre il consumo di elettricità, carburante e acqua di ogni comunità.

Giampiero Sandionigi

Segue: Il caso francese: marcia indietro sulle privatizzazioni

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