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Dossier: Il diavolo e l’acqua santa

AMERICA LATINA
Acqua e libertà: la Chiesa
contro i predoni dell’oro blu
di Mauro Castagnaro
  

Privatizzazioni, dighe, disastri ambientali: molti Paesi dell’America latina si ribellano all’invadenza delle multinazionali dell’acqua. E la Chiesa sta dalla parte della gente. È il caso di Luis Infanti, vescovo nella Patagonia cilena, che abbiamo intervistato.
   

In un continente dove 130 milioni di persone, cioè circa il 25 per cento della popolazione, non ha accesso all’acqua potabile, l’«oro blu» è ormai al centro del dibattito politico. Succede almeno dalla «guerra dell’acqua», la rivolta popolare che nel 2000 costrinse, al prezzo di morti e feriti, il governo boliviano a revocare la cessione della rete idrica di Cochabamba al consorzio multinazionale Aguas del Tunari e diede il via alle mobilitazioni sociali che avrebbero portato alla presidenza della Repubblica Evo Morales. Questa privatizzazione si inquadrava nel processo, promosso negli anni Novanta da Banca mondiale e Fondo monetario internazionale, di reinserimento dell’America latina nell’economia globale attraverso l’esportazione di materie prime, l’apertura dei mercati agli investimenti stranieri e la vendita delle risorse naturali.

Ciò ha costretto molte Chiese locali a confrontarsi con progetti estrattivi (di minerali, petrolio, gas, legname, ecc.) e infrastrutturali (costruzione di dighe, di vie di comunicazione, ecc.) dal pesante impatto ambientale. Spesso si sono trovate ad accompagnare le proteste delle popolazioni, mettendo la propria autorevolezza e le proprie risorse umane al servizio di queste mobilitazioni, sviluppando competenze su terreni apparentemente distanti dall’azione pastorale e subendo per questo impegno attentati contro i propri esponenti più coinvolti, vescovi compresi.

Un ghiacciaio nell'estremo sud cileno.
Un ghiacciaio nell’estremo sud cileno
(foto B. Zanzottera/Parallelozero)

È così che le Chiese latinoamericane sono state costrette a misurarsi con il tema dell’acqua: per l’inquinamento dei fiumi e delle falde, nel caso delle miniere a cielo aperto in Perù, Honduras, Costa Rica o Guatemala. In Cile invece, monsignor Gaspar Quintana, vescovo di Copiapó, ha alzato la voce contro i rischi di distruzione dei ghiacciai a opera del progetto Pascua Lama per lo sfruttamento dei grandi giacimenti metalliferi della valle del Huasco da parte di una multinazionale canadese. In Salvador dal 2001, il vescovo di Santiago de Maria, monsignor Orlando Cabrera, sostiene le proteste contro l’edificazione della diga di El Chaparral, voluta dalla Commissione esecutiva idroelettrica del Rio Lempa: «Non beneficerà gli abitanti della zona, ma particolari imprese», ha detto il prelato. Dal 2005 analoga posizione ha assunto la diocesi di Chalatenango, con in testa l’allora vescovo monsignor Eduardo Alas, nei confronti dell’impianto di El Cimarrón, che dovrebbe provocare lo «sradicamento brutale e inumano» di circa 4 mila persone, e l’avvio di varie concessioni minerarie assegnate a compagnie canadesi nel dipartimento.

Ripetute minacce di morte ha ricevuto, in Brasile, dom Erwin Krautler, vescovo della prelatura apostolica dello Xingú, per la sua contrarietà alla costruzione della centrale idroelettrica Belo Monte (sulla carta, la terza diga più grande al mondo), che devasterebbe centinaia di villaggi abitati da almeno 16 mila indigeni e contadini. Grande eco internazionale, poi, hanno avuto nel 2005 e nel 2007 i due digiuni di 11 e 24 giorni intrapresi da dom Luiz Flavio Cappio, vescovo francescano di Barra, che protestava contro il programma di deviazione del Rio São Francisco, destinato ad avvantaggiare poche grandi aziende dedite all’agro-esportazione o all’allevamento di gamberi, a danno delle già precarie condizioni di vita delle popolazioni rivierasche.

Talvolta le vicende locali hanno assunto valenza nazionale, tanto da spingere interi episcopati a dei pronunciamenti ufficiali. Così, per esempio, nel 2007 la Conferenza episcopale del Salvador si è prima detta contraria allo «sfruttamento di miniere di metalli preziosi» per «l’inquinamento delle acque del sottosuolo e dei fiumi», che avrebbe «gravi conseguenze sulla flora e la fauna, estendendosi all’agricoltura, all’allevamento e alla pesca». Poi, pur non schierandosi esplicitamente contro le dighe sul Lempa, ha chiesto di «garantire alle persone danneggiate un giusto indennizzo» e «un adeguato reinsediamento», con l’assegnazione di case e terre. Preoccupazione per «progetti (minerari, idroelettrici, nucleari, idrici, forestali, ecc.) che potrebbero danneggiare gravemente l’equilibrio ecologico e la pace sociale» è stata espressa l’anno scorso dai quattordici vescovi (otto cileni e sei argentini) della Patagonia. Al tema dell’«Acqua, fonte di vita» la Conferenza dei vescovi del Brasile ha dedicato nel 2004 la Campagna di fraternità, caratterizzata da un gran numero di iniziative concrete, che è stata giudicata dal presidente del Pontificio consiglio Giustizia e Pace, cardinale Renato Martino, un modello per tutti gli episcopati del mondo, affinché incoraggino i propri governi a «dichiarare l’acqua un diritto umano».

Alcuni gauchos nella regione argentina della Patagonia.
Alcuni gauchos nella regione argentina della Patagonia
(foto B. Zanzottera/Parallelozero).

Un caso particolarmente interessante è poi quello di monsignor Luis Infanti de la Mora: il primo settembre 2008 Infanti, servita italiano che è vescovo del vicariato apostolico di Aysen, nella Patagonia cilena, ha pubblicato una lettera pastorale (la sua prima, in otto anni di episcopato) dal titolo significativo: Dacci oggi l’acqua quotidiana. Il testo, di ben 90 pagine, affronta il tema dal punto di vista ambientale, sociale ed economico, inquadrando la situazione locale nel contesto della crisi ecologica globale, tentando di illuminarla in chiave etica, religiosa e spirituale. Inoltre, fornisce alcune proposte operative, secondo il metodo «vedere-giudicare-agire». Il presule l’ha consegnata, in Cile, ai rappresentanti del governo, del Parlamento e della Corte suprema di giustizia, nonché, in Italia, ai dirigenti dell’Enel, suscitando un movimento nazionale per la ripubblicizzazione dell’acqua e venendo per questo invitato al World Political Forum, un’istituzione presieduta da Mikhail Gorbaciov che si occupa di problemi mondiali.

  • Monsignor Infanti, come è nata questa sua lettera pastorale?

«Cinque anni fa la società HidroAysen, che detiene il 96 per cento dell’acqua della regione e che, attraverso la spagnola Endesa, è di proprietà dell’Enel, ha deciso di costruire cinque megacentrali idroelettriche nella regione. Questo ha turbato e diviso la gente della mia diocesi, che è grande un terzo dell’Italia e conta 100 mila abitanti, ma costituisce la seconda riserva di acqua dolce del mondo. Ho ritenuto quindi che come Chiesa locale dovessimo operare un discernimento comunitario, per cui nel 2006 ho scritto una lettera aperta con 15 domande per conoscere l’opinione della popolazione, ricevendo oltre 5 mila risposte di singoli, comunità cristiane, scuole, partiti, organizzazioni sociali. Poi abbiamo organizzato due grandi incontri diocesani, il primo con alcuni esperti per capire meglio la situazione, l’altro col benedettino brasiliano Marcelo Barros, per illuminarla dal punto di vista biblico e del Magistero della Chiesa. Da questo cammino è nata la lettera, che ho firmato io, ma è frutto di un lavoro collettivo».

  • Quali sono le questioni centrali affrontate dal suo testo?

«Si parte dalla considerazione che sul pianeta l’acqua dolce non manca, ma è mal distribuita. Non è solo la conseguenza della disponibilità in natura, ma di una struttura sociale, politica ed economica che tutela gli interessi dei potenti. In Cile, poi, la Costituzione varata nel 1980 dal regime Pinochet, che è fondata sul principio "meno Stato più mercato", ha "regalato" l’80 per cento dell’acqua del Paese alla società Endesa a tempo indeterminato. Questo è immorale prima che illecito. Inoltre, le dighe previste ad Aysen servirebbero a produrre energia per gli impianti minerari del nord del Paese, che si trovano a 2.500 chilometri di distanza. Quella zona avrebbe un enorme potenziale di produzione di energie rinnovabili (solare, eolica, ecc.), ma in Cile le scelte in questo campo sono lasciate alle imprese private, che perseguono la massimizzazione dei propri profitti. Invece dovrebbe quantomeno spettare alle autorità elette dal popolo la decisione tra fonti pulite o fonti che hanno un pesante impatto ambientale».

Un ragazzo gioca sulle rive dell'oceano, nell'estremo sud cileno.
Un ragazzo gioca sulle rive dell’oceano, nell’estremo sud cileno
(foto B. Zanzottera/Parallelozero).

  • Quale visione teologica "illumina" il problema?

«La lettera critica una concezione "antropocentrica", presente anche nella tradizione della Chiesa, che, considerando l’essere umano signore e centro della creazione, ha legittimato l’ideologia capitalista fondata sullo sfruttamento illimitato dei beni della terra in vista del soddisfacimento di qualunque desiderio. In questo modo si è prodotto un atteggiamento consumista e predatorio verso la natura. Prende pure le distanze da un’idea "cosmocentrica", secondo la quale, perché la natura fiorisca, bisogna ridurre il numero degli umani. Propone invece una visione "ecocentrica", per cui l’essere umano, considerato in intima relazione con l’ambiente, ha la responsabilità di far sì che ogni creatura arrivi alla perfezione per cui Dio l’ha creata. Ora, se l’acqua è di Dio, privatizzarla, privando persone o popoli di un elemento essenziale per la vita, è un grave peccato sociale».

  • Quali proposte allora?

«Né il modello neoliberista né quello socialista hanno risolto il problema dell’acqua o dei cambiamenti climatici. Siamo obbligati a inventare un nuovo sistema di vita, che deve essere frutto di un processo democratico e partecipativo. Bisogna prendere sul serio la "conversione ecologica" di cui parlava Giovanni Paolo II, cambiare gli stili di vita in senso meno "energivoro" e disegnare una nuova politica economica, energetica e sociale. La lettera propone alcune azioni a livello personale, familiare, ecclesiale e culturale ad ampio raggio: dall’uso dell’acqua del rubinetto invece di quella in bottiglia fino alla nazionalizzazione del patrimonio idrico, anche se poi la gestione dovrebbe coinvolgere lo Stato, i privati e soprattutto le comunità locali».

Mauro Castagnaro

Segue: La sensibilità ecologica delle piccole Chiese asiatiche

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