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Dossier: Il diavolo e l’acqua santa

AFRICA
Il Continente nero, "assetato" di giustizia
di Anna Pozzi
  

Siccità, inondazioni, mancanza di servizi igienici, dissesti idrogeologici, lotte per il possesso delle risorse idriche: l’Africa vive sulla sua pelle la moderna guerra per l’«oro blu». E i vescovi del continente, riuniti al Sinodo, chiedono «soluzioni globali».
   

«La crisi alimentare e quella energetica hanno già colpito il nostro continente e manifestano l’urgenza di soluzioni globali e di reazioni etiche ai disordini provocati dai mercati... A ciò si aggiunge il problema del cambiamento climatico, i cui effetti si fanno sentire nelle zone aride, compromettendo i modesti guadagni delle economie africane. I Padri sinodali possono restare insensibili a questi problemi?». La domanda è chiaramente retorica e, infatti, anche l’Instrumentum Laboris, che guiderà i lavori del secondo Sinodo africano, che si tiene in questo mese di ottobre in Vaticano, contempla alcune tematiche inerenti la salvaguardia del Creato. Tematiche che, del resto, si legano sempre più strettamente ai temi centrali dell’Assemblea sinodale, ovvero giustizia, pace e riconciliazione.

Pastori masai attraversano la Rift Valley, in Kenya.
Pastori masai attraversano la Rift Valley, in Kenya
(foto B. Zanzottera/Parallelozero).

Le questioni, in effetti, non sono dissociabili. Non solo perché in Africa si registrano diversi conflitti che hanno al centro problematiche legate all’accesso all’acqua o allo sfruttamento dell’ambiente, ma anche perché attività vitali, come quelle agricole, rischiano di essere gravemente compromesse dalla «mancanza di terra arabile, di acqua ed energia», come si legge nel documento di lavoro del Sinodo. Insomma, la Chiesa d’Africa, riunita a Roma, si interroga sulle questioni ambientali, oggi particolarmente urgenti nel continente, e sulle ingiustizie economiche a esse correlate, a cominciare dallo sfruttamento indiscriminato delle risorse africane, acqua compresa. Nell’Instrumentum Laboris non manca neppure uno specifico atto di accusa contro le multinazionali che «continuano a invadere gradualmente il continente per appropriarsi delle risorse naturali. Schiacciano le compagnie locali, acquistano migliaia d’ettari espropriando le popolazioni delle loro terre, con la complicità dei dirigenti africani. Inoltre, recano danno all’ambiente e deturpano il Creato che ispira la nostra pace e il nostro benessere, e con cui le popolazioni vivono in armonia».

Il tema dell’acqua, in Africa, si lega dunque a molte questioni vitali per il continente, non solo da un punto di vista economico, ma anche culturale e sociale. Acqua è sinonimo di vita, anche sotto l’aspetto simbolico ed evocativo. Moltissime sono le tradizioni, le culture e i riti che hanno al centro l’acqua. E non solo nelle zone aride, dove una goccia di pioggia in meno significa carestia, fame, sofferenza. Anche in regioni estremamente piovose, come il delta del Wouri in Camerun, è agli spiriti dell’acqua che si chiedono i presagi per il nuovo anno. E gli esempi, in questo senso, si potrebbero sprecare. Negli ultimi anni, però, sono piuttosto i conflitti, le violenze, le tensioni e le rivendicazioni legate al problema dell’acqua, che balzano continuamente agli onori della cronaca. Basta guardarsi indietro anche solo di poche settimane per rendersene conto.

Fila di taniche per l'acqua in una bidonville di Nairobi.
Fila di taniche per l’acqua in una bidonville di Nairobi
(foto B. Zanzottera/Parallelozero).

In Sud Sudan, nell’agosto scorso, quasi duecento vittime e decine di feriti, la maggior parte donne e bambini, rappresentano il tragico bilancio degli scontri tra opposte comunità locali nella regione di Akobo. All’origine, la difficoltà a trovare cibo e soprattutto acqua, a causa della grave siccità che quest’anno ha interessato la regione. Lo stesso sta avvenendo da diversi mesi nello stato di Jonglei, al confine con l’Etiopia, dove si ripetono episodi di violenza tra le tribù locali, con decine di vittime.

Un po’ più a sud, in Kenya, la carenza di precipitazioni sta provocando conseguenze negative su allevamento, agricoltura e produzione di corrente elettrica. E così, alla frontiera con il Sudan, si moltiplicano gli scontri tra i toposa sudsudanesi e i turkana keniani. L’ultimo raid, a fine agosto, ha provocato la morte di almeno quattro persone e il furto di un migliaio di capi di bestiame. Il governo keniano parla di almeno 10 milioni di persone a rischio fame e sete (e il Programma alimentare mondiale, di 3,8 milioni di keniani bisognosi di aiuti urgenti) oltre che di morie di bestiame. Il che sarebbe all’origine anche dell’intensificarsi dei conflitti in diverse altre zone aride del Paese. Ma è tutta l’Africa orientale a soffrire delle conseguenze di una grave siccità. Mentre nella regione occidentale del continente, sono piuttosto le inondazioni che stanno provocando morte e distruzione.

Se i cambiamenti climatici mettono a dura prova l’Africa, la mano dell’uomo sta contribuendo a peggiorare la situazione. La massiccia costruzione di grandi dighe, dal Sudan al Congo, dall’Uganda all’Etiopia, sta sconvolgendo gli equilibri ambientali e la vita di migliaia di persone. Per non parlare dell’innalzamento delle acque dei mari. Ne è un esempio il delta del Nilo: «Stiamo finendo sott’acqua», ha denunciato un agricoltore locale al quotidiano britannico Guardian. «Le acque del mare conquisteranno le nostre terre». Di conseguenza, le ripercussioni sull’agricoltura, in una delle poche regioni coltivabili dell’Egitto, potrebbero essere catastrofiche.

Pescatori sistemano le loro reti sulle rapide del fiume Congo.
Pescatori sistemano le loro reti sulle rapide del fiume Congo
(foto B. Zanzottera/Parallelozero).

Nelle grandi città africane, la situazione non va meglio. In una metropoli come Kinshasa, con quasi 10 milioni di abitanti, solo 600 mila persone hanno l’acqua in casa. Nel resto della Repubblica Democratica del Congo, resta ancora un lusso, così come la corrente elettrica, di cui è privo il 90 per cento dei congolesi. Eppure il Paese è uno dei più ricchi d’acqua al mondo, grazie al fiume Congo e ai molti suoi affluenti. «L’acqua nel mio Paese è un bene estremamente importante e strategico», conferma padre Joseph Mumbere, comboniano congolese, che vive a Kisangani, sulle rive del fiume Congo. «Innanzitutto per la sopravvivenza stessa della gente: pesca, agricoltura, trasporto di merci e persone, tutto dipende dal fiume, che ha avuto un ruolo fondamentale anche durante la guerra, quando non c’erano altre possibilità di viaggiare e molte regioni del Paese erano completamente isolate».

Lo stesso fiume, fonte di vita, potrebbe, tuttavia, diventare in futuro causa di guerra. «Dighe per la produzione di corrente elettrica, sfruttamento del legname delle foreste del Congo, bisogno d’acqua in altre parti dell’Africa: tutto questo», continua padre Mumbere, «potrebbe rappresentare potenzialmente un motivo di conflitto. Dopo le guerre per l’oro, il coltan, l’uranio o i diamanti dovremmo temere anche una guerra per l’acqua, in un futuro non troppo lontano». Purtroppo, secondo padre Mumbere, la Chiesa congolese sinora non ha preso posizioni abbastanza forti ed esplicite sui temi ambientali. «Ci sono altre urgenze», prova a spiegare il comboniano: «Guerre, violazioni diritti umani, corruzione, disoccupazione... Anche la gente comune, nel mio Paese e in molte parti dell’Africa, non ha purtroppo una sensibilità ecologica perché troppo impegnata a cercare di sopravvivere. Ma è importante sensibilizzare la popolazione su questi temi, perché altrimenti ne pagheremo tutti le conseguenze in futuro».

Se il caso del Congo è particolarmente drammatico ed esplosivo, anche nel resto dell’Africa il problema-acqua è oggi più che mai cruciale. E si declina in molti modi: siccità e inondazioni, desertificazione e diminuzione delle risorse idriche, mancanza di acqua potabile ed energia elettrica, inquinamento di fiumi e falde acquifere, variazione del periodo delle stagioni delle piogge, erosione delle coste. Ma anche cattiva gestione delle acque, speculazioni, conflitti agro-pastorali, questioni economiche e politiche: tutti fattori che fanno sì che l’acqua sia al centro di molti interessi e conflitti, sia all’interno dei singoli Paesi che tra gli Stati. Se ne stanno rendendo conto anche i vescovi africani che, in questi ultimi anni, sono intervenuti in più occasioni (anche se un po’ timidamente) per «deplorare il degrado dell’ambiente e sollecitare ciascuno a lavorare per la salvaguardia del Creato», come si legge, ad esempio, in un documento delle Conferenze episcopali dell’Africa orientale (Amecea).

Una mandria di dromedari si abbevera in un wadi sahariano.
Una mandria di dromedari si abbevera in un wadi sahariano
(foto B. Zanzottera/Parallelozero).

Anche l’Unione Africana (Ua) ha deciso di affrontare direttamente la questione, affidando all’Etiopia il compito di coordinare le richieste dei Paesi africani al vertice di Copenhagen sui cambiamenti climatici. Cambiamenti che, nel continente africano, sono quantificabili economicamente in termini drammatici: l’Ua parla di un danno calcolato a 46 miliardi di euro l’anno.

D’altro, canto, l’acqua è sempre più al centro di business miliardari, legati alle privatizzazioni. Dopo vent’anni di tentativi, tuttavia, Banca mondiale e Fondo monetario internazionale, tra i principali sostenitori di questo processo, devono oggi ammettere che non necessariamente il sistema privato è più efficiente di quello pubblico. Un esempio per tutti è quello del Ghana, dove il partenariato privato-pubblico ha suscitato la reazione della popolazione e la creazione di una Coalizione contro la privatizzazione dell’acqua.

Anche a Doaula, città camerunese di quasi 3 milioni di abitanti, la distribuzione dell’acqua è affidata al sistema pubblico solo per il 35 per cento. Il resto è privato. Né l’uno né l’altro, però, riescono a garantire il fabbisogno d’acqua della popolazione, che si arrangia come può. Sono nati così migliaia di pozzi – si parla di 50 mila –, che alimentano il commercio clandestino d’acqua. Ma provocano anche il dilagare di vari contagi. Secondo fonti mediche, il 70 per cento delle malattie che si registrano a Douala sarebbe di origine idrica.

Non manca però anche qualche buona notizia. Una di queste riguarda una delle regioni più fragili dal punto di vista idrico, il Sahel. Lo scorso giugno, infatti, è stata istituita l’Agenzia panafricana della «grande muraglia verde», di cui fanno parte undici Paesi. L’obiettivo è quello di fermare l’avanzata del Sahara attraverso una barriera di alberi lunga 7 mila chilometri. Un tentativo per proteggere l’ecosistema in tempi di cambiamenti climatici a livello planetario.

Anna Pozzi

Segue: Acqua e libertà: la Chiesa contro i predoni dell’oro blu

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